Volume: il pomodoro

Sezione: storia e arte

Capitolo: tra tradizione e modernità

Autori: Antonio Pascale

Tra tradizione e modernità

Si può dire, ma esagerando un po’, che la mia vita sia stata con o senza pomodoro. Credo non solo la mia vita. Almeno a giudicare l’eccessiva presenza, in pubblicità soprattutto, di pomodori, si può anche arrivare a teorizzare che questa coltura rappresenti una buona parte dell’immaginario agricolo italiano. Se penso a come e quando ho conosciuto il pomodoro, a parte la canzone di Rita Pavone, e cioè la sigla di Giamburrasca con musica di Nino Rota, i miei ricordi vanno indietro a metà degli anni ’70, avevo otto anni circa e a fine estate, per una settimana circa, ci trasferivamo da alcuni parenti. In campagna. Per fare le conserve. Perché lo facevamo? Perché i miei genitori dedicavano una settimana del loro tempo per procurarsi una scorta di conserve da usare poi durante l’inverno? L’industria conserviera italiana, quella del signor Cirio per esempio, è stata attiva fino dai primi del ’900. Dunque? Appartenevo a quella classe sociale che i sociologi chiamano ceto medio. Trent’anni fa la caratteristica che accomunava il ceto medio, oltre ai padri e alle madri impiegati, alle case, generalmente di quattro vani, comprate facendo fuori la dote e accendendo un mutuo, oltre alle macchine FIAT, oltre a tutto questo, quello che accomunava il ceto medio era, appunto, l’origine contadina. In pratica i miei genitori erano figli di contadini e naturalmente ci tenevano a preservare le tradizioni. Magari di quel passato contadino era rimasto poco, la terra per esempio, aveva subito vari processi di frazionamento, partite e particelle erano state sorteggiate tra vari eredi e, con i soldi ricavati dalle eventuali vendite, avevamo comprato la casa. Più il passato tendeva a dissolversi, più pensavamo di recuperarlo mantenendo vive alcune tradizioni. Le conserve erano parte di questo passato. Il mio gruppo familiare tendeva ad assumere nei confronti delle conserve di pomodoro un atteggiamento di superiorità. Fare i pomodori in casa voleva dire mantenere un rapporto sano con la tradizione, tutt’altra cosa che acquistare conserve prodotte, chissà in che modo, dall’industria. Conserve che, tra l’altro, sostenevano i miei parenti, non sapevano di niente. Sia come sia, la mia avventura con le conserve ebbe termine una mattina. Mentre stavo in garage a sistemare le bottiglie una esplose, poi ne esplose un’altra e ancora un’altra. Mi trovai ricoperto di passata di pomodoro. Un disastro. Oltre alla scocciatura di pulire il garage. Nei giorni seguenti ne esplosero altre. Il fenomeno però interessò non solo la nostra famiglia, ma, dopo un veloce giro di telefonate, si scoprì, anche quelle dei miei parenti. Anche loro assistettero all’incredibile e non prevista esplosione delle bottiglie. Lì, davanti a quella specie di carneficina, di fronte a quella visione metà apocalittica, metà artistica, cioè, la passata di pomodoro che macchiava i muri come in un quadro di Pollock, vennero al pettine i nodi: Compare Mimì aveva preso delle bottiglie nuove che, non ricordo per quale motivo, tendevano a esplodere. E subì negli anni che lo separavano dalla morte una serie di contumelie da parte dei miei parenti. Compare Mimì era il vecchio contadino che sapeva tutto, custode della tradizione, sacerdote dei valori di una volta. Come, dunque, poteva avere sbagliato? Forse quell’increscioso episodio nascondeva dell’altro. La sua tradizione contadina, quelle idee che fingevamo di accettare ma solo per compiacere un passato, tutte queste idee stavano subendo una battuta d’arresto. Compare Mimì si stava arenando. Il passato di pomodoro stava passando di moda. Scusate il bisticcio. Naturalmente, è facile ora prendersela con Compare Mimì. Ma non sarebbe giusto. Trattasi di vecchia e onorata cultura contadina, sapere popolare, a volte, scienza popolare. Hanno fatto bene e con dolore e amarezza il loro lavoro. Possiamo lagnarci che tutto questo sia finito, ma la verità è che doveva finire. Infatti: eravamo tutti stanchi di fare le conserve. I miei e i miei parenti. Tutto il ceto medio a cui appartenevo, tranne sparute eccezioni, smise, da un’estate all’altra, di frequentare la tradizione. Cominciammo a essere scettici nei confronti della tradizione e di Compare Mimì, e facemmo quasi all’unisono il nostro ingresso nell’industria agroalimentare. Nella modernità. Le bottiglie d’allora in poi furono comprate al supermercato. Ma non solo. Scoprimmo, con il tempo, che quelle passate di pomodoro, inscatolate o imbottigliate, erano buone. Le bottiglie non esplodevano. Le scatole non si gonfiavano per processi fermentativi incontrollati. Erano buone, nonostante non avessimo noi partecipato al processo. Ci potevamo fidare di qualcuno che non fosse Compare Mimì. C’era del buono nell’industria. Non era niente male, questa industria conserviera italiana. Davanti alle immagini del pomodoro, davanti al ricordo di quelle mie passate (e credo condivise) esperienze di fine estate, mi viene per forza in mente una tentazione: si può raccontare dell’Italia partendo dal pomodoro? Da quello che rappresenta? Dal suo immaginario? È una domanda che si appoggia quasi automaticamente a un’altra: come noi stessi vediamo l’Italia e, ancora, come la vedono gli stranieri. Una volta Alberto Moravia, commentando la vittoria agli Oscar di Nuovo Cinema Paradiso, sostenne che quel film aveva vinto proprio per il pomodoro. Nuovo Cinema Paradiso offriva agli stranieri l’immagine dell’Italia che loro stessi più amano vedere: piazze siciliane preparate per seccare i pomodori al sole, uomini e donne che si danno da fare per preparare le conserve in casa. L’italiano rappresentato da quel film, secondo Moravia, apparteneva a una tribù antica che nel tempo non si era modificata. Che illusione, sosteneva, sotto sotto, Moravia. E che spreco di energia per gli intellettuali italiani combattere quello che a ragione si definisce uno stereotipo. Avrebbero dovuto fare altro quegli intellettuali, che occuparsi di pomodori. E invece erano tutti lì a chiedersi: possibile che siamo davvero così? Davvero ogni volta che, magari da emigranti, torniamo da Roma a Caserta a Salerno o in Calabria, durante le feste comandate, poi siamo costretti a tornare nelle nostre città di residenza, portando con noi conserve di pomodoro confezionate dal Compare Mimì del caso? Un film tedesco girato da poco in Molise, per esempio, mostra gli italiani felici perché producono da soli il passato di pomodoro. Le conserve, poi, diventano un elemento poetico. Cominciano a far rima con altri e svariati elementi. Nel film, ci viene mostrata un’immagine che probabilmente mai più dimenticherò: un molisano che, prima di tornare a Roma, assiste, con le sue conserve di pomodoro in mano, alla processione dei Misteri. E si era nel mondo moderno, in pieno 2008. Possibile, mi dicevo mentre leggevo questa sceneggiatura, che i tedeschi ci vedano così? O meglio, possibile che cerchino solo questo nelle nostre città? E, in ultima analisi, perché noi siamo così tolleranti nell’accontentarli? Colpa nostra in fondo. Di noi italiani, spaghetti e pummarò. Siamo i primi che ci rappresentiamo in questo modo. Perché? Cos’è, in sostanza, che ci spinge a godere dei benefici della modernità e contemporaneamente rinunciare a capire, e studiare, da dove derivano questi benefici? Siamo davvero convinti che le conserve fatte in casa avessero un altro sapore e valessero lo sforzo? Nonostante le bottiglie che scoppiavano? Ci piace rappresentarci così. Un popolo che somiglia a un’antica tribù, che passa senza effetti nefasti tra le spire della modernità? Perché, in effetti, l’incubo delle conserve fatte in casa non è mai finito del tutto. Anche se nessuno della mia famiglia tende a dire, fosse anche per scherzo: quest’anno vediamoci a fine estate e riprendiamo a fare le conserve, nonostante questo non accada più, sento, però, e spesso leggo su alcuni giornali, che dovremmo fare di tutto per recuperare il passato, quello tradizionale, a base di pomodoro e non. Vecchie tradizioni scomparse, rapporti con il mondo contadino perduti che andrebbero riscoperti ecc. Resto sempre qualche secondo in più a leggere questo genere di articoli. Voglio dire, non so cosa abbiamo davvero perso, io, di sicuro, so che non vedo più un maiale sgozzato e nemmeno devo stare attento a non far bruciare troppo i pomodori. Se questo è quel passato che ho perso, devo dire che sono soddisfatto della perdita. Ma poi com’era questo passato gustoso? Nessuno lo sa di preciso. Possiamo provare a mettere in ordine alcuni studi e documenti. Solo sessant’anni fa un contadino italiano si muoveva (i tanti, bravi, laboriosi Compari Mimì), se andava bene, in un raggio di 300 chilometri dal posto dove abitava e mangiava, probabilmente, solo quello che si produceva localmente. Con molta probabilità non riusciva nemmeno a comunicare bene con il collega contadino oltre la montagna, causa la barriera del dialetto. E quella frase che diceva mio nonno: mi sono guadagnato il pane con il sudore della fronte, oggi, che senso ha? D’altra parte, uno studio economico su dati Istat dimostra che a un lavoratore di media anzianità e qualifica bastano 50 secondi di lavoro per guadagnarsi una brioche. Dopo sette minuti riceverebbe un chilo di pasta. Dopo tre giorni di lavoro avrebbe assicurato il fabbisogno mensile di cibo. Cos’è dunque, questo continuo rimpianto? Questo elogio a sapori passati che nessuno ricorda né può onestamente catalogare? Perché una cosa è la ricerca sulla tradizione che, per forza di cose, necessita di rilettura, un’altra cosa è il gusto vintage. Una cosa è la nostalgia, un diritto di tutti, a patto che i ricordi siano venati di amarezza, un’altra storia è il sapere nostalgico. Quelli che credono nel sapere nostalgico pensano che tutto sia già avvenuto magicamente in età passate, dunque, in qualche modo, la loro nostalgia offende il presente. Considero un peccato offendere il presente. Ancora, il sapere nostalgico usa, quando si trova a giudicare la contemporaneità, dei canoni non più in uso, spesso estranei ai sentimenti dell’epoca contemporanea e quindi quel tipo di sapere rischia di fondare un sistema conoscitivo inquisitorio e violento. Per paradosso colui che giudica non conosce il tema attuale e rischia di semplificare un problema complesso. Tuttavia questo sapere nostalgico ha il vantaggio di piacere al grande pubblico. È consolatorio e riunisce tutti sotto la protezione dell’ovvio. È lo stesso sentimento dell’ovvio che i tedeschi cercano nelle nostre regioni? E non solo quando scrivono le sceneggiature. Aveva ragione Moravia quando diceva che Nuovo Cinema Paradiso piaceva agli americani perché non spostava neanche di un millimetro quell’immagine rassicurante che loro avevano dell’Italia? Pomodori stesi in piazza a seccare. E ora, il pomodoro. Questo frutto che ci rappresenta. Dove sta? Come sta in salute? Che problemi ha? Ora che le conserve fatte in casa non sono più di moda, come pensiamo di aggiustare l’intera filiera? Per impedire la schiavitù a cui sono, in alcune parti d’Italia, soggetti i raccoglitori stranieri, per abbassare il tasso di antiparassitari, per distribuire, più o meno equamente, il reddito a tutti i partecipanti del processo? Forse l’Italia deve sorprendere se stessa e, sorprendendosi, stupire anche i tedeschi, gli americani, insomma tutti quelli che ci vedono pittoreschi superstiti di antiche tribù. Ma in fondo, visto e considerato come, cioè con che prezzo e con che strumenti – davvero di un’altra epoca – sono ottenuti i pomodori, alla fine, fatti i conti, non sarebbe mica un male se fossero prodotti e migliorati con tecniche più moderne. Il pomodoro San Marzano, per esempio. A proposito di antichi sapori. Da tempo, questa varietà è vittima del virus del mosaico. Praticamente, decimata. Quello coltivato è un ibrido americano, resistente al virus, tipo San Marzano. Se volessimo riprendere questa coltivazione, sarebbe necessario un apporto biotecnologico. Questo richiede conoscenza, cultura, capacità di integrare saperi differenti. Richiede modernità. Una natura moderna, per così dire. Tanto lo sappiamo, la natura non esiste. Non offre i suoi frutti spontaneamente. La natura altro non è che un prodotto culturale. In senso ampio. La natura è il prodotto di un’equazione: nasce dal rapporto ambiente-cultura. È importante conoscere la cultura che oggi si adopera nel produrre i pomodori, quelli moderni, però, è meglio. A conoscerla si potranno avere parecchie sorprese, nel rifiutarla si perde l’occasione di contribuire allo sviluppo culturale di un Paese. Perché c’è una cosa particolare e sorprendente: questo pomodoro moderno c’è. Esiste, cioè, un pomodoro San Marzano resistente al virus del mosaico. È un prodotto ottenuto con la tecnica del DNA ricombinante dalla ricerca pubblica, una collaborazione tra Ministero delle Politiche agricole e Istituto sperimentale del Metaponto. Ricerca pubblica, giovani menti che magari non fanno le conserve (o forse sì) ma pensano come migliorare un pomodoro. Giovani menti rovinate dal sapere nostalgico. Costrette a emigrare perché gli italiani non amano incentivare quelli che “gonfiano” i pomodori ma preferiscono al contrario immaginare prodotti sani e antichi senza chiedersi da dove vengono. Peccato che perdiamo questa opportunità. D’essere all’altezza del presente. Studiare nuovi modi di fare le conserve, per così dire. È un modo onesto e utile, in fondo, per onorare alla meglio Compare Mimi, che sapeva poco di pastorizzazione e fermentazione. È necessario rispettare il lavoro di Compare Mimì, ma è necessario rileggerlo e integrarlo con apporti culturali moderni. Altri Compari Mimì, più colti e precisi, nasceranno, e ci aiuteranno a migliorare il mondo, con misurazioni non definitive ma di sicuro più precise. Sarà necessario che i loro apporti diventino popolari e le loro esperienze pubbliche e condivise. Altrimenti il loro lavoro sarà inutile, sì tutto sarà inutile se invece di affrontare il presente ci rifugeremo in un lontano passato di pomodoro, quello sì, senza sapore.


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