Volume: la fragola

Sezione: coltivazione

Capitolo: tecniche vivaistiche

Autori:

Introduzione

La produzione vivaistica di piante di fragola si è affermata in Italia a partire dalla metà degli anni ’60, in particolare in Emilia-Romagna (nelle province di Ferrara e Ravenna), e successivamente in Veneto (provincia di Verona), in seguito alla crescente diffusione della tecnica di frigoconservazione delle piante estirpate dai vivai nel periodo invernale, in piena dormienza, e poi impiegate negli impianti estivi dei fragoleti. Le piante fresche (o vegetanti), utilizzate inizialmente in tutti gli areali di coltivazione, sono state successivamente abbandonate negli ambienti del Nord per i risultati agronomici non sempre soddisfacenti e inferiori rispetto a quelli dati dal materiale frigoconservato. Nell’ultimo decennio e negli ambienti meridionali si è riscoperto un interesse crescente per le piante fresche, che stanno sostituendo quasi completamente le piante frigoconservate. In queste aree, caratterizzate da inverni miti, è possibile ottenere produzioni molto precoci (fine gennaio-febbraio) piuttosto apprezzate dal mercato. L’anticipo di produzione si realizza con piantagioni di fine settembre-ottobre (circa 30-40 giorni più tardi rispetto alla messa a dimora delle piante frigoconservate) e la successiva protezione dei fragoleti sotto tunnel coperti con film plastico. Attualmente, la produzione di piante fresche a radice nuda (poco sviluppata in Italia) proviene principalmente da vivai situati nelle alture di Spagna e Polonia, caratterizzate da freddi autunnali mediamente più precoci rispetto alla Valle Padana. Controversa e ancora dibattuta è l’importanza del numero di ore di freddo (temperatura ≤ 7 °C) a cui le piante fresche devono essere sottoposte nei vivai prima della loro estirpazione. In genere, al momento dell’estirpazione dei vivai (inizio ottobre), il numero di ore di freddo non è molto elevato. Al fine di aumentarne l’entità, si tende a ritardare l’estirpazione delle piante: ciò però può avere riflessi negativi sulle successive produzioni in campo in quanto la pianta messa a dimora tardivamente non riesce a raggiungere un sufficiente sviluppo vegetativo prima della pausa invernale. A questo proposito va evidenziato che in alcuni areali italiani, come il Metapontino, caratterizzati da andamento climatico più freddo rispetto ad altri, come la Piana del Sele, il Lametino e il Marsalese, è particolarmente importante non ritardare l’epoca di piantagione delle piante fresche oltre la metà di ottobre. Alcune prove sperimentali hanno fornito utili indicazioni sulle ore di freddo da fornire alle piante nei vivai. In Florida, piante prodotte in vivai situati vicino alle zone di produzione e quindi con zero ore di freddo sono risultate in grado di produrre quanto piante fresche prodotte nei vivai localizzati in Canada, che invece avevano subito un elevato numero di ore di freddo prima dell’estirpazione. Anche in Italia, alcune esperienze condotte in Sicilia hanno dimostrato la buona efficienza produttiva di piante fresche che non avevano ricevuto ore di freddo prima della piantagione.

Nuove tecniche vivaistiche

Lo sviluppo di nuove tecniche di coltivazione della fragola, diverse da quelle tradizionali, quali la coltura autunnale tipica dell’areale veronese e successivamente diffusasi in alcune aree meridionali, le colture programmate in suolo e fuori suolo che permettono di ottenere produzioni di fragole fuori stagione, ha determinato un adeguamento di tutte le tecniche vivaistiche finalizzate a offrire un prodotto in grado di soddisfare le nuove esigenze dei produttori. Negli anni si sono adottati alcuni accorgimenti di carattere tecnico al fine di migliorare qualitativamente le produzioni di piantine. Sono pratiche comuni il livellamento e il drenaggio sotterraneo dei terreni adibiti a vivaio (al fine di evitare pericolosi ristagni idrici, causa di elevato stress per le piante e possibile fonte di infezione di funghi e batteri) così come la disinfestazione dei terreni, con opportuni geodisinfestanti ad azione nematocida, effettuata da aziende specializzate e autorizzate. I sistemi di irrigazione sono diversificati in relazione al tipo di pianta che si deve produrre: si adottano i tradizionali sistemi per aspersione, recentemente realizzati anche con microirrigatori a bassa portata (150-200 l/h), oppure si ricorre a sistemi per imbibizione del terreno che permettono un maggiore contenimento di alcune malattie in quanto non viene mai bagnata la vegetazione. Le piante sono sempre più spesso moltiplicate in vivai sistemati in prode ben baulate, in modo da mantenere la parte aerea più asciutta e aerata, sempre al fine di prevenire l’attacco di patogeni fungini. In funzione delle diverse tipologie di piante da produrre, la tecnica vivaistica adotta differenti metodologie di produzione.

Piante frigoconservate

Tipo A. È la pianta standard più diffusa nei fragoleti tradizionali del Nord Italia. Viene moltiplicata in appositi vivai costituiti nel periodo primaverile, in terreni sabbiosi ben drenati e livellati, ed estirpata meccanicamente in inverno, nella fase di pieno riposo vegetativo. Prima dell’estirpazione viene effettuata una defogliazione meccanica delle piante al fine di agevolare le operazioni successive. Una volta giunte alla sala di lavorazione in magazzino, le piante vengono private delle foglie restanti, lasciandone solo una o due centrali più giovani, poi selezionate in base al diametro del colletto compreso, per questa categoria, fra gli 8 e i 12 mm; successivamente avviene il confezionamento in casse contenenti in genere 600-700 piante ben umide, raggruppate in mazzi e poste in posizione verticale all’interno di sacchi di plastica chiusi e con poco ossigeno. Una volta etichettate, le pedane di casse vengono rapidamente collocate e accatastate in celle frigorifere per la prerefrigerazione a una temperatura di –2 °C, in grado di bloccare l’attività vegetativa delle piante senza provocare danneggiamento ai tessuti della radice e dei germogli. Le piante che presentano un diametro al colletto di 6-8 mm sono considerate di seconda scelta (A–) e confezionate in numero di 900-1000 per cassa. Nell’ultimo decennio, in alcune aree come il Cesenate e il Veronese, si è diffuso l’acquisto da parte dei fragolicoltori di piante appena estirpate dai vivai (gennaio) allo stato grezzo o sfuso. Le piante contenute in bins di plastica, precedentemente rinchiuse in sacchi sigillati di polietilene, vengono consegnate dal vivaista direttamente al produttore, il quale effettua la pulizia, la selezione e il confezionamento, provvedendo anche alla loro frigoconservazione, in genere presso le strutture delle cooperative a cui è associato. Questo tipo di commercializzazione permette ai produttori di acquistare le piante a un prezzo più conveniente, offre lavoro alla manodopera familiare, piuttosto libera da impegni nel periodo invernale, e consente di selezionare le piante in base alle proprie esigenze aziendali. Al vivaista vanno i vantaggi di una rapida commercializzazione delle piante prodotte nei vivai, senza il carico dei costi di lavorazione e dei rischi legati alla frigoconservazione e alle eventuali giacenze di piante invendute. La produzione media di piante “A” per ettaro si può stimare in circa 500.000-600.000 unità.

Tipo A+. Pianta di maggiori dimensioni rispetto al tipo A, con diametro al colletto compreso fra 12 e 15 mm. Sono ottenute in appositi vivai nei quali viene curata la distribuzione uniforme degli stoloni sul terreno, al fine di evitare densità troppo elevate che causano fittezza di vegetazione con conseguente riduzione del calibro, delle sostanze di riserva, minore differenziazione di gemme a fiore e più facile sviluppo di malattie, con maggiori difficoltà di intervento per il controllo. Per ottenere piante di qualità si effettua l’eliminazione della pianta madre nei primi mesi estivi in modo da lasciare più spazio per crescere alle piantine figlie oppure si procede all’asportazione degli stoloni emessi tardivamente al fine di mantenere le prime piante figlie opportunamente ben distanziate. Qualora si rendesse necessario si può, infine, ricorrere al taglio del filamento stolonifero che collega la pianta figlia alla madre per evitare l’emissione di nuovi stoloni. Le piante A+ vengono frigoconservate con una rosetta di giovani foglie centrali verdi in confezioni di 250-300 unità per cassa. La produzione per ettaro può variare da 150 a 250.000 piante. Da questi vivai è possibile ottenere anche piante A++ con dimensioni al colletto superiori ai 15 mm. Si fa ricorso al tipo A+ di pianta quando si intende avere un flusso di produzione subito dopo la piantagione, sfruttando le gemme a fiore differenziate in vivaio. Le piante A+ vengono utilizzate per le colture programmate in suolo e fuori suolo nel Veronese per una produzione autunnale, seguita da una successiva in primavera, e in Trentino-Alto Adige per produzioni di fragole in suolo e fuori suolo nei mesi estivi fuori stagione.

Waiting-Bed (WB). Sono piante di grosso calibro, prodotte in appositi letti di attesa (questo è il significato del termine inglese) e originate da piante frigoconservate di piccole dimensioni (A–) o da piante fresche a radice nuda o cime radicate, messe a dimora verso la fine di giugno-primi di agosto, alla distanza di piantagione di 30-35 × 30-35 cm, con densità di 120-180.000 piante/ha. Lo scopo principale è quello di ottenere, tramite un ulteriore ciclo vegetativo, l’ingrossamento delle piante di partenza. Se queste sono frigoconservate, le piante ingrossate subiscono una seconda frigoconservazione prima della loro messa a dimora in campo, presentando quindi una parte di tessuti con un’età di due anni. Più giovani di quasi un anno risultano, invece, le piante WB ottenute da piante fresche. Le piante sono selezionate in base al numero di germogli che presentano al momento dell’estirpazione: in genere essi vanno da 1 a 3 e vengono frigoconservate con le giovani foglie in confezioni da 150-250 piante per cassa. Il loro utilizzo è destinato principalmente alle colture programmate: in brevi periodi devono garantire produzioni elevate e frutti di alta qualità e pezzatura uniforme. La pianta WB, rispetto alla A+, presenta generalmente produzioni più abbondanti, dovute al maggior numero di gemme a fiore che portano spesso, però, a frutti di piccola pezzatura. Questo tipo di pianta viene impiegato in piantagioni precoci, in quanto lunghi periodi di frigoconservazione riducono notevolmente le sostanze di riserva nei tessuti, abbassando la potenzialità produttiva. Per le modalità con cui è ottenuta, la pianta WB viene anche chiamata ripicchettata.

Tray plant (TP) e mini tray. Sono piante anch’esse ingrossate, non in vivai ma su un substrato di torba, in contenitori alveolati di plastica da 8-9 fori di 7-8 cm di diametro (tray) e da 16-19 fori di 5-6 cm di diametro (mini tray), partendo da piante fresche cime radicate, ottenute da cime di stoloni prelevati durante l’estate e posti a radicare in ambienti protetti muniti di sistema di irrigazione tipo mist (che consiste nel distribuire l’acqua sotto forma di una fine nebulizzazione), e allevate con opportune fertirrigazioni. Questa tecnica è stata messa a punto presso alcune stazioni sperimentali del Nord Europa per far fronte ai problemi sanitari e agli scarsi risultati produttivi delle piante WB dovuti ai lunghi periodi di frigoconservazione. In pieno riposo vegetativo, le piante vengono frigoconservate, con il proprio pane di terra e con le foglie centrali più giovani, fino al momento della piantagione, che avviene generalmente nel periodo primaverile. In Francia, per alcune produzioni di alta gamma, la piantagione avviene verso la metà di dicembre in serre riscaldate, con produzioni nei mesi da febbraio ad aprile. Per questa tecnica le piante a fine novembre sono poste in cella frigorifera a una temperatura di 3-4 °C, per un periodo di tre settimane e di seguito messe a dimora in fuori suolo. Questi tipi di piante, dato anche l’elevato costo, vengono utilizzati esclusivamente per coltivazioni programmate fuori suolo e in suolo, dove sono in grado di fornire produzioni simili a quelle delle piante WB, ma con frutti di migliore qualità. In Italia, le colture programmate sono tipiche delle zone di montagna trentine dove, in alcuni casi, sono i produttori stessi che ingrossano le piante partendo da cime radicate, poste direttamente nei contenitori (sacchi o vaschette) adibiti alla produzione. Nella prima fase (fino a inizio settembre), le piante vengono fatte vegetare negli stessi ambienti di montagna dove, grazie al clima più fresco e mite, la pianta riesce a raggiungere un ottimo sviluppo vegetativo. Successivamente, con l’abbassarsi delle temperature, le piante vengono trasferite in ambienti della Pianura Padana veronese dove possono allungare il periodo di differenziazione delle gemme a fiore; si ottengono così piante potenzialmente più produttive da mettere a dimora nel periodo estivo successivo.

Piante fresche
Cime radicate. Sono ottenute prelevando da vivai, opportunamente predisposti, cime di stoloni non radicati (generalmente il primo e il secondo stolone) ma provvisti di abbozzi radicali e posti a radicare in contenitori alveolari con fori del diametro di 3-4 cm sotto mist. Nell’arco di 25-30 giorni, le piante sono ben radicate e pronte per essere messe a dimora. Questo tipo di pianta ha in parte sostituito la pianta fresca a radice nuda, mantenendone i caratteri positivi (precocità di maturazione, buona qualità dei frutti) e presentando il vantaggio di avere meno problemi di ripresa dopo il trapianto con conseguente maggiore omogeneità d’impianto. La pianta cima radicata può permettere piantagioni più tardive, senza perdere in produttività e richiede minore dispendio di acqua per l’irrigazione. L’utilizzo di questo tipo di pianta si è diffuso principalmente nelle aree di coltivazione del Centro e Nord Italia (Cesenate e Cuneese), nel Nord Europa e ultimamente, soprattutto, nelle aree meridionali.

Piante fresche a radice nuda. Sono ottenute principalmente in vivai, situati in Spagna e in Polonia. L’attività vivaistica si è diffusa in queste zone in quanto caratterizzate da freddi autunnali molto precoci, essenziali per le piante prima del loro trasferimento nei fragoleti meridionali in ottobre. Le piante vengono prodotte su terreni fertili, sabbiosi e con buone disponibilità idriche: si possono raggiungere produzioni massime fino a 400.000 piante/ettaro. Le piante, parzialmente defogliate meccanicamente prima dell’estirpazione, sono selezionate in due sole categorie in base al calibro del colletto e si presentano con una o due foglie per pianta, necessarie per favorire l’attecchimento e una rapida ripresa dopo la piantagione (ridotta superficie traspirante ma presenza di tessuti in grado di fotosintetizzare). Confezionate in casse di legno, vengono quindi immediatamente spedite per essere poste a dimora nelle aree meridionali di tutto il bacino del Mediterraneo. I vantaggi della pianta fresca, rispetto a quella frigoconservata, sono da attribuire a una maggiore precocità di maturazione e a una maggiore qualità dei frutti nonché alla possibilità di ritardare la piantagione, con maggiore risparmio e razionalizzazione nell’utilizzo dell’acqua irrigua. Uno dei principali fattori limitanti nell’impiego di questo tipo di pianta è la percentuale (in alcuni casi molto elevata) di fallanze che si possono riscontrare subito dopo il trapianto e che sono dovute a diversi fattori. Il periodo fra l’estirpazione delle piante e la loro messa a dimora nei fragoleti può risultare troppo lungo (a causa delle grandi distanze fra i vivai e le zone di coltivazione) con il rischio di procurare forti stress alle piante, i quali si possono ripercuotere su un ritardo nello sviluppo vegetativo o addirittura provocare la morte delle piante stesse dopo la messa a dimora. Altro fattore limitante è l’utilizzo di piante poco sviluppate, ottenute in vivai con eccessiva densità di piantagione che induce le piante a filare (con il rischio di prolungare la fase vegetativa) e a ritardare e ridurre la differenziazione delle gemme che, è importante sottolinearlo, deve essere già avviata nei vivai prima dell’estirpazione.

Piante per nuovi settori produttivi

La produzione di piante di fragola interessa anche altri settori di minore importanza, che riguardano la produzione di piante per le colture biologiche, piante per l’hobbistica, e la produzione di fragoline di bosco (cloni di Fragaria vesca).

Piante per le colture biologiche
Le coltivazioni biologiche riguardano circa il 4,5% delle superfici coltivate a fragola in Italia, e sono concentrate principalmente in Emilia-Romagna (Cesenate). L’entrata in vigore del Reg. CE 2092/91 ha sancito le norme che regolano l’intera filiera del settore biologico, compresa la produzione delle piante. Le limitazioni, imposte da questi regolamenti, comprendono in modo particolare l’impossibilità di effettuare geodisinfestazioni e fertilizzazioni chimiche dei terreni adibiti a vivaio, così come il divieto dell’uso di prodotti antiparassitari di natura chimica per la difesa fitosanitaria nei confronti delle più comuni avversità. Di conseguenza è aumentata la difficoltà nel contenimento delle erbe infestanti rispetto al vivaio tradizionale, si ottengono minori rese di piante (meno 30-40%) ed è incrementato il rischio di malattie in grado di colpire sia l’apparato radicale sia la parte aerea della pianta con la conseguenza, nel peggiore dei casi, di compromettere l’intera produzione del vivaio. Per ovviare a queste problematiche, si è provveduto in questi ultimi anni a indirizzare la produzione di piante biologiche verso le tipologie (cime radicate, tray e mini tray) che consentono produzioni meno a rischio rispetto a quelle impiegate in un vivaio tradizionale.

Piante per l’hobbistica
Il settore dell’hobbistica si è sviluppato a partire dalla metà degli anni ’90. In quel periodo si commercializzava una pianta singola, in vaso, già vegetata e prossima alla fioritura. Per gli elevati costi di trasporto, si è passati alla commercializzazione di piante in contenitori alveolari di diversi fori o in pack (confezioni scomponibili). Le piante utilizzate sono prevalentemente frigoconservate e di piccole dimensioni (A-), di varietà unifere o preferibilmente rifiorenti, in grado di fornire produzioni di fragole per lunghi periodi. Il periodo di commercializzazione di queste piante è principalmente quello primaverile. I principali canali di vendita sono le rivendite agrarie, i rivenditori di piantine di ortaggi e, ultimamente, la grande distribuzione organizzata.

Fragolina di bosco
La produzione italiana di fragoline di bosco, diffusa su tutto il territorio nazionale, ha conosciuto un aumento considerevole nel corso degli ultimi anni in seguito alla forte domanda di prodotto fresco da destinare principalmente alla ristorazione e al settore della pasticceria, con conseguente aumento della richiesta di piante per questo tipo di coltivazione. Le varietà utilizzate (rifiorenti e non) derivano da Fragaria vesca, la specie selvatica diploide più diffusa in Italia. A differenza delle varietà comuni a frutto grosso di Fragaria × ananassa, le piante sono moltiplicate per seme e possono essere commercializzate in diverse forme: – fresche, collocando il seme, dall’autunno al mese di giugno, in appositi contenitori alveolari su substrato di torba, calcolando che occorrono circa tre mesi dal momento della semina alla pianta pronta per essere messa a dimora in campo; – frigoconservate, principalmente importate dalla Spagna e dalla Francia, e ottenute ponendo il seme direttamente nel terreno adibito a vivaio. Questo tipo di pianta è destinato soprattutto a piantagioni estive-autunnali (negli areali siciliani è piuttosto diffuso); – frigoconservate ingrossate, ottenute in appositi vivai, nei quali viene fatta ingrossare la pianta fresca. Queste piante vengono principalmente utilizzate per ottenere una produzione subito dopo la piantagione in colture fuori suolo o in suolo.

Micropropagazione

In alternativa alla normale tecnica di propagazione delle piante per stolone, è possibile ottenere piante attraverso la micropropagazione. Questa tecnica eseguita in laboratorio, in ambiente sterile, si basa sul prelievo di una parte di tessuto microscopico della pianta (apici e meristemi apicali) che, messo a moltiplicare in vitro, in idonei mezzi di coltura entro vasi sterili, in breve tempo è in grado di fornire un elevato numero di piantine. Il procedimento può essere schematicamente suddiviso in tre fasi. Dai tessuti meristematici, prelevati dagli apici vegetativi e posti in mezzo di coltura contenente ormoni (citochinine), in 2-4 settimane si formano nel contenitore circa 15 o più germogli miniaturizzati privi di radice. Questa è detta fase di proliferazione, che può essere ripetuta se questi germogli vengono separati e messi in altri contenitori con substrato nuovo oppure si può passare direttamente alla seconda fase. Nella seconda fase detta di radicazione, i germogli vengono allevati in contenitori con un substrato diverso che stimola l’emissione delle radici; ogni germoglio forma così una piantina. Le prime due fasi si possono concludere in circa 12 settimane. La terza fase è quella dell’ambientamento: le piantine vengono trapiantate in appositi contenitori alveolari su substrato di torba e perlite, e poste in serra su bancali dove è mantenuta un’elevata umidità relativa, per un periodo di 4-5 settimane. Al termine di questa fase le piantine sono pronte per essere messe a dimora in vivaio per la produzione di stoloni. La propagazione in vitro risulta quindi un utile complemento a quella in vivaio per stoloni in quanto permette: produzione di un elevato numero di piantine in tempi brevi, senza alcun contatto con l’esterno e quindi in condizioni sanitarie perfette se si parte da piante madri sane; disponibilità pressoché continua e illimitata di materiale; conservazione in spazi ridottissimi di germoplasma o linee da mantenere o impiegare nei programmi di miglioramento genetico. Per contro, se nell’utilizzo di questa tecnica si abusa in maniera sconsiderata della possibilità di ottenere grandi quantitativi di piante in breve periodo, aumentando le moltiplicazioni e la percentuale dei prodotti ormonali utilizzati e non attenendosi scrupolosamente ai protocolli tecnici riconosciuti a livello internazionale, i rischi di produrre piante con anomalie e caratteristiche fenotipiche diverse dalla varietà originale risultano molto elevati, con ingenti danni anche di natura economica. In Italia, questa tecnica viene utilizzata anche per il risanamento di piante risultate infette da virus o nel caso in cui si renda necessario moltiplicare rapidamente una nuova varietà.

 


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