Volume: il pero

Sezione: coltivazione

Capitolo: tecnica colturale

Autori: Stefano Musacchi

Introduzione

Negli ultimi anni la tecnica colturale del pero ha subito notevoli innovazioni, le quali hanno determinato cambiamenti che hanno portato a un aumento della produzione: aumento che è avvenuto nel pieno rispetto dell’ambiente e del miglioramento della qualità e della salubrità dei frutti. Di seguito verranno descritte le principali tecniche colturali: preparazione del materiale di moltiplicazione, impianto del frutteto, concimazione, irrigazione, potatura e raccolta.

Preparazione del materiale di moltiplicazione

L’impiego di piante da frutto ottenute dall’unione di due o più bionti è una pratica comune. Nel pero, infatti, oltre il 95% degli alberi è bimembre, cioè composto da un ipobionte (portinnesto o soggetto) che formerà l’apparato radicale e un epibionte (nesto o oggetto) che costituirà la parte aerea (chioma dell’albero). Questo permette di ottenere individui tutti uguali tra loro attraverso la moltiplicazione vegetativa. La tecnica utilizzata per la formazione della pianta bionte viene detta innesto. La parte superiore, nesto, può essere costituita da una porzione di ramo detta marza, oppure da una gemma detta occhio o scudetto, proveniente dalla pianta che si vuole moltiplicare. L’innesto è una tecnica antica, infatti è conosciuta fin dai tempi di Teofrasto e Virgilio. L’unione dei due bionti si ottiene grazie alla formazione di un callo, che si genera fra le due superfici tagliate, e precisamente nelle zone di contatto tra i due meristemi cambiali.

Tipologie di innesto
I tipi d’innesto adottati e noti sono numerosi (fino a 200). Per semplicità possiamo raggrupparli rispetto alla forma, all’epoca e allo stadio di sviluppo in cui l’innesto si esegue.

In base alla forma:
– per approssimazione. Pratica realizzabile solo tra piante contigue, in quanto si deve asportare un tratto di corteccia a entrambi i soggetti, per mettere allo scoperto i rispettivi cambi che dovranno combaciare con esattezza; – a gemma (occhio o scudetto). Si pratica prelevando dalla pianta madre un pezzo di corteccia, comprendente una gemma a forma di scudetto, che viene inserito sotto la scorza del soggetto previo idoneo taglio a T, oppure viene prelevato, con un taglio obliquo, uno scudetto, comprendente una porzione di corteccia e legno, che viene inserito in una incisione omologa sul portinnesto (chip budding); – a marza. Si esegue utilizzando una porzione di ramo, generalmente di un’anno di età, recante due o tre gemme, che viene inserita nel portinnesto. L’innesto più diffuso è detto a triangolo; si tratta di un particolare innesto a incastro nel quale la base della marza è tagliata secondo due piani convergenti in modo da assumere una forma triangolare.

 

In base all’epoca:
– fine inverno. Viene impiegato materiale prelevato durante l’inverno in grado, avendo già soddisfatto il fabbisogno in freddo, di vegetare subito dopo l’attecchimento dell’innesto; – maggio-giugno (innesto vegetante). Il materiale per l’innesto viene prelevato in inverno e conservato in condizioni di basse temperature e alta umidità per evitarne il disseccamento; – luglio-settembre (innesto dormiente). Si tratta di innesti effettuati con materiale fresco, prelevato appena prima dell’innesto, che non ha ancora soddisfatto il fabbisogno in freddo e che, dopo l’innesto, resta dormiente fino alla primavera successiva.

In base allo stadio di sviluppo. Completamente lignificato, parzialmente lignificato (semilegnoso), erbaceo quando i bionti sono formati da germogli erbacei. Oltre ai criteri sopra indicati è possibile classificare gli innesti in base all’età delle piante che si innestano e alla posizione della marza sul soggetto. Nei vivai industriali, per l’innesto del pero, sono generalmente impiegate la tecnica del chip budding, l’innesto a triangolo e l’innesto a macchina. Quest’ultimo si attua attraverso l’esecuzione di tagli omologhi sui due bionti sagomati in modo da consentirne l’incastro. I due bionti, data la tipologia dell’innesto, devono essere per quanto possibile isodiametrici.

Disaffinità d’innesto
Le definizioni di disaffinità di innesto sono molteplici, ma quella più significativa è stata proposta nel 1988 da Feucht il quale descrisse la disaffinità come un fenomeno di prematura senescenza dell’albero causato da processi fisiologici e biochimici anomali. Occorre ricordare anche gli studi di Garner nel 1979, che definì la disaffinità di innesto come l’incapacità di formare una forte unione, oppure come l’incapacità di una pianta innestata di crescere normalmente o ancora come la prematura morte della pianta innestata. Questi fallimenti sono correlabili a differenze fisiologiche tra portinnesti e cultivar. I sintomi della disaffinità d’innesto si presentano in modo diverso da specie a specie, e in generale quelli endogeni normalmente precedono la manifestazione di quelli esogeni. Inoltre il floema sembra essere normalmente più danneggiato dello xilema. Di seguito vengono riportati i principali sintomi individuati da vari autori nella disaffinità d’innesto.

Sintomi endogeni. Nell’analisi dei sintomi endogeni della disaffinità di innesto nelle piante arboree è possibile riscontrare una eccessiva suberizzazione e ispessimento della corteccia dovuti a una eccessiva produzione di tubi cribrosi, a una scarsa produzione di tracheidi e a un accumulo di tannini indicati da una colorazione scura della corteccia e da una ondulata conformazione delle cerchie annuali con formazione di necrosi. Nelle unioni disaffini il cambio neoformato va incontro a un anormale funzionamento con produzione di parenchima al posto di xilema. In altri casi non si ha la formazione di connessioni e i tubi cribrosi collassano e lignificano. È stato evidenziato anche un anormale accumulo di composti fenolici nella zona dell’innesto e in particolare di epicatechina.

Sintomi esogeni. Sono riconducibili a diverse manifestazioni: – maggiore sviluppo di uno dei due bionti; – ipertrofie o iperplasie tissutali sopra e sotto il punto di innesto (questi sintomi non sono sempre imputabili alla disaffinità); – facile rottura dell’albero nel punto d’innesto; – ritardo nella schiusura delle gemme; – anormale morfologia e prematura senescenza delle foglie; – riduzione della crescita associata alla morte dei germogli e della pianta; – perdita di turgidità delle foglie e riduzione del tasso di traspirazione durante il giorno; – perdita di colore delle foglie dovuta alla discontinuità vascolare nella zona d’innesto. La rottura della zona di innesto, dovuta alla totale assenza o alla presenza di poche connessioni vascolari tra nesto e portinnesto in grado di conferire una resistenza meccanica significativa, viene considerata come il più evidente sintomo di disaffinità. Il caso della disaffinità d’innesto tra pero e cotogno è riconducibile alla tipologia localizzata in cui il diretto contatto tra i bionti porta alla traslocazione di tossine prodotte da uno dei due genotipi e molti Autori considerano questi metaboliti come la causa della disaffinità. Tali sostanze appartengono al gruppo dei glucosidi cianogeni, presenti in molte specie (circa 1000) e derivati da differenti aminoacidi. Il meccanismo d’azione di questi composti è stato descritto per le combinazioni Pyrus communis (pero europeo)/ Cydonia oblonga (cotogno). Come spiegazione alcuni Autori indicavano la presenza di un glucoside cianogeno (la prunasina) che, prodotto dal soggetto Cydonia oblonga, veniva traslocato nel nesto (Pyrus communis) ed entrava in contatto con enzimi (β-glucosidasi e mandelonitrile-liasi) che lo demolivano liberando una molecola di glucosio, aldeide benzoica e acido cianidrico; quest’ultimo, tossico per le cellule, ne causava la morte, provocando disordini nell’attività cambiale, con la conseguente comparsa dei sintomi della disaffinità. Secondo diversi Autori le cultivar di Pyrus communis che sono affini con Cydonia oblonga contengono enzimi capaci di degradare la prunasina prima che questa venga idrolizzata, evitando la formazione di cianuri. In altri casi è stato ipotizzato che le cultivar affini siano in grado di detossificarsi sia dai cianuri sia dalla aldeide benzoica. Dal punto di vista pratico la disaffinità d’innesto, nel pero, viene superata con la tecnica dell’innesto intermedio che consiste nell’interposizione di un terzo bionte affine sia con la cultivar disaffine, sia con il portinnesto cotogno. Per questo motivo quando si devono innestare su cotogno cultivar disaffini come Kaiser e William occorre utilizzare Butirra Hardy o altre cultivar affini come intermedio. Per evitare, in questi casi, l’allungamento del ciclo produttivo a tre anni, si ricorre alla tecnica della doppia marza che permette di ottenere piante trimembri in due anni. La doppia marza può essere ottenuta in due modi: utilizzando l’innesto a macchina con un incastro a V per unire l’intermedio e la cultivar oppure innestando a chip budding con la cultivar disaffine astoni di un anno di età dell’intermedio, da cui poi verranno prelevate le doppie marze. In entrambi i casi la marza bimembre viene innestata a febbraiomarzo con l’innesto a triangolo.

Ottenimento dei portinnesti
La quasi totalità dei portinnesti utilizzati per le pomacee è di origine clonale. Il pero (Pyrus communis) viene in larga parte innestato su cotogno (Cydonia oblonga) perché permette un migliore controllo della vigoria e favorisce una rapida entrata in produzione dell’albero. I genotipi di pero sono utilizzati come portinnesti (franchi) solo in particolari condizioni, quando non è possibile l’impiego del cotogno (per esempio in terreni calcarei e asfittici). I portinnesti franchi si ottengono da seme e quindi tutti gli individui sono geneticamente differenti tra loro. Questo causa una notevole variabilità nei frutteti perché possono essere presenti genotipi caratterizzati da un diverso grado di vigore. La micropropagazione è una tecnica usata per la produzione di soggetti difficili da far radicare; è il caso dei franchi, che con le tradizionali tecniche non si raggiunge un’adeguata percentuale di radicazione. In questo caso si parla di franchi clonali, cioè individui originariamente ottenuti da seme ma poi moltiplicati con una tecnica vegetativa. Un altro impiego della micropropagazione è la produzione di materiale di base per la costituzione delle ceppaie. A causa però dei numerosi problemi di ringiovanimento osservati, attualmente si tende a privilegiare tecniche che utilizzano materiale vegetale adulto. Tra le tecniche di propagazione, la più diffusa per il cotogno è quella del margottaggio (margotta di ceppaia e propaggine di trincea). È possibile, comunque, produrre portinnesti cotogni anche attraverso la tecnica del taleaggio.

Portinnesto da seme. È una tecnica molto antica che consiste nel seminare i semi in un particolare ambiente, chiamato semenzaio. Le giovani plantule vengono allevate e poi trapiantate in vivaio. Nel pero questa tecnica è ancora impiegata quando si vogliono produrre alberi da piantare in terreni con alto contenuto di calcare attivo o in caso di cultivar che non possono essere innestate direttamente su cotogno perché presentano un’elevata disaffinità di innesto.

Margotta di ceppaia e propaggine di trincea. I genotipi di cotogno sono caratterizzati da una elevata capacità di radicazione e sono quindi propagati con la tecnica della margotta di ceppaia e/o propaggine di trincea. Il materiale di partenza per la costituzione di un campo di piante madri è rappresentato da piantine ben sviluppate e radicate. Anche l’epoca di impianto è variabile. Normalmente si pianta già dall’autunno se si utilizzano piante radicate, mentre con le piante micropropagate, a radice in pane di terra, il trapianto viene fatto in primavera. La distanza di piantagione dipende dal grado di meccanizzazione, dal tipo di macchine impiegate (va ricordato che, se si escludono le operazioni di impianto e le lavorazioni al primo anno, oggi è possibile meccanizzare quasi interamente il ciclo della ceppaia) e dal tipo di terreno. Normalmente la distanza tra le file varia da 130 a 160 cm, mentre lungo la fila si passa da 25-30 cm per la margotta di ceppaia a 35-40 cm per la propaggine di trincea, a seconda della vigoria della ceppaia a maturità. È di particolare importanza la scelta del terreno, che dovrà essere sciolto. Occorre evitare i terreni pesanti (con ristagni idrici) e i reimpianti. Nei terreni sabbiosi, alla base del colletto e durante la successiva rincalzatura, vengono aggiunti substrati organici leggeri, come la pula di riso e la paglia, allo scopo di favorire la radicazione, le operazioni di pulizia e l’estirpazione meccanica delle piante. Al secondo anno le rese sono pari al 30% del totale e, di norma, già al 4°-5° anno la ceppaia può considerarsi in piena produzione. La ceppaia richiede il mantenimento di alti livelli di fertilità del terreno e un accurato controllo sia sanitario sia delle infestanti. In queste condizioni è possibile conservare a pieno il potenziale produttivo per 15-20 anni (per produzioni certificabili il limite è stabilito in 15 anni). Dopo lo svellimento delle piantine (fine inverno) si seleziona il materiale per classi di calibro del fusto.

Talea. Il cotogno è una specie che si presta alla moltiplicazione per talea in quanto radica molto facilmente. Infatti la tecnica del taleaggio si utilizza nelle specie dotate di iniziali radicali preformati o di una elevata attitudine rizogena. Questa tecnica si esegue prelevando una porzione di legno, generalmente di un anno di età, durante il periodo invernale e mantenendolo in ambienti freddi e umidi fino all’epoca di piantagione, che solitamente avviene al termine dell’inverno. Le talee sono lunghe da 15 a 30 cm e per favorire la radicazione vengono impiegati composti auxinici.

Micropropagazione. Con questa tecnica si possono rapidamente ottenere, in maniera svincolata dai cicli vegetativi stagionali, tantissime piante (cloni) partendo da un’unica pianta madre. La rapidità e l’efficienza della micropropagazione fanno si che questa tecnica sia molto usata per l’introduzione sul mercato in tempi brevi di nuovi portinnesti o cultivar, oppure per propagare specie che con i metodi tradizionali trovano difficoltà. I protocolli di lavoro usati prevedono un ciclo composto da quattro fasi principali: espianto, moltiplicazione, radicazione e ambientamento e una fase intermedia (allungamento dei germogli). La micropropagazione, dati gli alti costi, ha trovato campi di applicazione nelle pomacee solo per portinnesti difficili da propagare per margotta o per favorire una rapida introduzione di nuovi cloni. Questa tecnica è infine utilizzata per la propagazione di materiale “di base”, certificato sanitariamente, necessario per la costituzione dei campi di piante madri nei centri di moltiplicazione. Le varietà autoradicate hanno trovato scarsa diffusione e limitatamente alle cultivar William, Conference e Abate Fétel.

Cicli di produzione delle piante in vivaio
In questo settore le innovazioni negli ultimi dieci anni sono state molteplici e accanto al tradizionale ciclo biennale per la produzione di piante bimembri, sono stati sperimentati con successo i cicli brevi annuali, la produzione di piante “knip”.

Ciclo biennale. Questo ciclo di produzione di piante in vivaio prende avvio poco prima dell’inizio della primavera (fine febbraiomarzo) con la messa a dimora dei portinnesti. L’anno in cui viene eseguita questa operazione è totalmente dedicato allo sviluppo del portinnesto e all’innesto (in genere si fanno innesti a gemma dormiente, a chip budding e a T), mentre il secondo anno è impiegato per ottenere l’astone finito. L’innesto viene eseguito da fine luglio-agosto in avanti, in modo tale che i portinnesti siano sufficientemente cresciuti e presentino ancora una buona attività vegetativa tale da permettere un facile sollevamento della corteccia (nel caso dell’innesto a T) e una buona formazione di callo per chiudere la ferita e ricostruire i tessuti. Le gemme vegetative devono essere già differenziate e mature. I rami da cui sono prelevate vengono defogliati a mano o a macchina avendo cura di lasciare, nel caso dell’innesto a T, un breve tratto del picciolo per rendere più semplici le operazioni di innesto. Per avere un buon risultato è bene usare solo le gemme che si trovano nella parte mediana del ramo, infatti quelle basali hanno scarsa attitudine al germogliamento mentre quelle apicali sono ancora immature. L’innesto viene solitamente eseguito a un’altezza di circa 15-20 cm; questa misura è da tenere in particolare considerazione perché la presenza di un tratto di portinnesto più o meno lungo regola sia il vigore della pianta sia la sua precocità di messa a frutto, e inoltre, in questo modo, anche se l’astone venisse piantato troppo in profondità, non si correrebbe il rischio dell’affrancamento del nesto. Passate due o tre settimane dall’esecuzione dell’innesto, si controlla l’attecchimento della gemma che, comunque, resta quiescente fino alla primavera successiva quando, per permettere lo sviluppo del germoglio, viene asportata la parte di soggetto sopra a essa. Questa operazione viene fatta con macchine trinciatrici e poi rifinita a mano. Dalla gemma si svilupperà un germoglio che costituirà la parte aerea. Un’importante operazione è la stimolazione della formazione di rami anticipati; non tutte le varietà, infatti, emettono questo tipo di ramo, e per le cultivar difficili occorre aiutare l’astone attraverso l’uso di regolatori di crescita a base di citochinine e gibberelline.

Ciclo biennale con innesto a marza. Questa tecnica viene impiegata per tutte le piante trimembri e per il ripasso degli innesti a gemma dormiente che non sono attecchiti, per evitare di avere tare nel vivaio. Tale tipologia d’innesto permette di ottenere piante coetanee a quelle prodotte con la tecnica della gemma dormiente; ovviamente, a fine ciclo, le due tipologie di piante si troveranno mescolate e normalmente non vengono separate. Occorre però precisare che le piante di pero ottenute con questa tecnica hanno un minore valore commerciale poiché inizialmente presentano un punto d’innesto più fragile (almeno nel primo anno) rispetto a quelle ottenute con l’innesto a gemma dormiente. Nelle combinazioni trimembri (per superare la disaffinità di innesto), si ricorre esclusivamente all’innesto con la doppia marza per ridurre la durata del ciclo produttivo a due anni. Solitamente l’innesto a marza si esegue a fine febbraio-inizio marzo con il metodo a triangolo e il materiale da innestare deve essere raccolto per tempo e conservato in locali refrigerati in modo tale che le gemme restino quiescenti.

Cicli brevi. Tecnica dell’innesto vegetante chip budding. Per eseguire questo particolare tipo di tecnica, come nel ciclo biennale, vengono utilizzati portinnesti messi a dimora a fine febbraio-inizio marzo. Le gemme impiegate nell’operazione di innesto, però, non provengono da rami sviluppati nell’anno, ma da rami dell’anno precedente conservati in frigorifero. In questo modo, quando vengono innestate a maggio, le gemme sono pronte a schiudersi. Le operazioni di innesto sono identiche a quelle descritte per il chip budding dormiente.

Tecnica dell’innesto a macchina. Questa tecnica è ampiamente impiegata nelle pomacee. La scelta del materiale è importante, infatti, sono da preferire portinnesti ben radicati con classi di diametro medio-grandi (9-11 e oltre 11). La conservazione invernale del materiale deve essere effettuata in cella frigorifera (2-4 °C) e le radici devono essere mantenute sempre umide se si prevede di innestare verso marzo. Le marze devono essere di diametro corrispondente a quello del soggetto e andranno raccolte durante l’inverno e conservate in celle frigorifere (4-6 °C). Prima dell’innesto, il soggetto viene accorciato e le sue radici subiscono una potatura di pulizia. I rami del nesto, invece, vengono suddivisi in marze con 2 o 3 gemme che vengono innestate a macchina o, se le due parti presentano grosse differenze di diametro, a mano. Affinché l’innesto abbia buon esito, non si abbia disidratazione e il rischio di infezioni sia minimo, i due bionti devono essere perfettamente uniti, per far ciò si assicura la zona di innesto con una legatura e la si isola con paraffina. Normalmente si effettua un taglio a V in modo da conferire anche una buona resistenza meccanica. Se si innesta presto, le piante andranno conservate in cella frigorifera a 4-6 °C in adeguate condizioni fino al momento in cui verranno piantate in pieno campo.

Produzione di astoni “knip”. Particolare interesse, infine, hanno gli astoni di due anni già ramificati detti anche “knip”. I rami anticipati di questi astoni devono essere qualitativamente uniformi e inseriti all’altezza corrispondente al primo palco delle forme a fusetto. Questa pratica viene impiegata per anticipare l’entrata in produzione rispetto alle piante ottenute con il ciclo biennale. La tecnica “knip”, originaria dell’Olanda, prevede l’ottenimento di un astone, con un innesto a chip budding vegetante o con innesto a macchina, che al termine del primo anno può essere lasciato in loco o venire estirpato e trapiantato in un altro vivaio con distanze di impianto più ampie. A questo punto viene cimato all’altezza desiderata, solitamente 50-60 cm, e lasciato sviluppare liberamente per tutto il secondo anno di vivaio. Si tratta quindi di alberi la cui chioma è disetanea, infatti la parte basale ha due anni e la parte superiore solamente uno.

Nuove tipologie di piante. Recentemente si è diffusa un’innovativa tipologia di pianta denominata “Bibaum®” che permette di ottenere astoni bi-cauli preformati in vivaio. Questo tipo di albero permette di evitare la cimatura degli astoni in campo e la conseguente perdita di un anno per la formazione della parte aerea nel caso di allevamento a V o a Y. Vengono inoltre prodotte piante tri-cauli adatte alla forma a candelabro.

Estirpazione e conservazione del materiale di moltiplicazione
Al termine del ciclo produttivo gli astoni vengono estirpati utilizzando o il tradizionale aratro scuotitore a braccio eccentrico o il più moderno sistema Oliver che consente, grazie a una apposita piattaforma su cui possono lavorare tre persone, di selezionare il materiale in base al numero di rami anticipati e all’altezza dell’albero. Gli astoni vengono poi confezionati in mazzi da 10 che possono essere conservati all’aperto in apposite tagliole oppure per periodi più lunghi in celle frigorifere umidificate e a bassa temperatura per evitare la disidratazione dell’albero e in particolare dell’apparato radicale. Nelle celle è possibile conservare il materiale anche 3-4 mesi per permettere un’ampia epoca di impianto del frutteto.

Sistemazione del terreno

La sistemazione del terreno pre-impianto, effettuata con lo scopo di evitare ristagni d’acqua, deve essere molto accurata. In primo luogo occorre procedere al livellamento del terreno, operazione che viene eseguita utilizzando mezzi dotati di livello laser. Dove è possibile e per meglio permettere la meccanizzazione delle operazioni colturali, gli appezzamenti è bene siano piuttosto lunghi, anche oltre 200 m. La larghezza, invece, dipende dalla natura del terreno e da come vengono smaltite le acque superficiali. Se il terreno è argilloso la larghezza può essere di 25-30 m, mentre con terreni di medio impasto può aumentare fino a 40 m e oltre. Nelle aziende medio-grandi si sta diffondendo la pratica del drenaggio sotterraneo con tubi corrugati di plastica posti a distanze variabili in funzione del tipo di terreno: 8-10 m nei terreni più compatti e 12-14 m in quelli più sciolti. Normalmente questi sono collocati a una profondità leggermente superiore al franco di coltivazione (80-90 cm) con una pendenza di circa 1-1,5‰. I dreni possono poi scaricare direttamente in fossi principali (molto profondi) o in collettori principali di plastica di sezione maggiore. Questa tecnica consente un perfetto sgrondo dell’acqua e riduce le tare improduttive aziendali. Se si volesse utilizzare il sistema di drenaggio per la sub-irrigazione occorrerebbe ridurre di circa il 30-50% la distanza tra i dreni. Per aumentare la capacità di sgrondo delle acque del terreno si ricorre spesso all’impiego dell’aratro talpa, formato da un braccio terminante con una estremità sferoidale (ogiva) in grado di formare una galleria di drenaggio che normalmente è in direzione perpendicolare a quella dei tubi corrugati di plastica. La successiva lavorazione del terreno avviene attraverso una aratura la cui profondità dovrebbe essere legata alla conoscenza della stratigrafia del suolo; normalmente non vengono superati i 60-70 cm. Dopo la sistemazione del terreno e le lavorazioni più profonde si interviene con attrezzi più leggeri, come l’erpice a dischi per frantumare le zolle più grosse e preparare così il terreno per l’impianto degli astoni.

Strutture di sostegno e copertura antigrandine

Il progressivo aumento delle densità di impianto e la riduzione della mole degli alberi attraverso l’impiego di portinnesti nanizzanti hanno modificato anche il sistema di sostegno delle piante. Attualmente la palificazione si attua con pali di cemento precompresso e, più raramente, con pali di legno trattato, pur avendo questi ultimi un costo simile. La distanza a cui vengono posti i pali sulla fila dipende dal tipo di portinnesto utilizzato e dalla produzione che si pensa di ottenere. Normalmente negli impianti ad alta e altissima densità la distanza tra i pali sulla fila varia da 6 a 8 m. Dopo aver eseguito la squadratura del terreno si procede a tracciare con picchetti i punti in cui dovranno essere inseriti i pali di sostegno. I pali vengono piantati utilizzando macchine agevolatrici fornite di pinze in grado di afferrare il palo direttamente dal rimorchio e di posizionarlo nel punto di impianto. La macchina piantapali, con l’ausilio di personale che tiene il palo in posizione, è in grado di esercitare la pressione necessaria per infiggerlo nel terreno. Esistono anche macchine con iniettori d’acqua a pressione, che però hanno trovato una scarsa diffusione rispetto alle precedenti. Ultimata la posa dei pali si procede alla messa in opera delle ancore di sostegno e dei fili di supporto dei pali di testata e dei fili lungo il filare. Quello situato a circa 1 m di altezza è il più importante perché viene utilizzato per posizionare gli astoni alla distanza voluta. Per i frutteti tradizionali, con distanze d’impianto maggiori (1,5-2 m sulla fila), viene ancora utilizzata la tecnica delle buche fatte con particolari trivelle portate da trattori e in grado di fare fori di differenti dimensioni. L’impiego di coperture antigrandine si sta sempre più diffondendo a causa dell’aumento dei costi assicurativi e dei problemi legati al colpo di fuoco batterico. Infatti, questa malattia è favorita dalla presenza di lesioni che consentono al batterio di penetrare nella pianta e di svilupparsi nei tessuti sottocorticali. Molte sono le aziende che preferiscono accettare il vincolo della copertura antigrandine pur di ridurre l’incidenza dei danni diretti e indiretti provocati dalla grandine stessa. Questi fattori hanno dato un nuovo impulso alla copertura contro la grandine e accanto agli impianti tradizionali a capannina si sono diffuse nuove tipologie di protezione a rete piana o semipiana. I costi di queste coperture sono grosso modo paragonabili; i sistemi a capannina richiedono minori costi di materiale e maggiori costi di manodopera per la messa in opera; i sistemi in piano necessitano, invece, di una maggiore palificazione e quindi maggiori costi di materiali e minori spese di manodopera per la messa in opera. In entrambi i casi il costo finale si aggira tra 10.000 e 13.000 €/ha comprensivi del costo delle strutture. La rete incide per circa 3000-3500 €/ha. La differenza nel costo della copertura è data dalla distanza tra le file. Variando la distanza tra le file da 2,5 m a 4 m il costo diminuisce di circa 2600 €. Accanto alla tradizionale rete nera che garantisce una maggiore durata viene oggi impiegata una rete mista dove solo la zona del colmo e le cuciture sono nere, mentre il resto è bianco. Questo permette un maggiore passaggio della luce e non pregiudica la durata della rete.

Messa a dimora degli astoni

Nei pereti intensivi, con l’ausilio di un aratro, viene aperto un solco sulla fila e mediante rimorchi vengono distribuiti i mazzi di piante nel filare. Questi vengono poi aperti dal personale che posiziona le piante in corrispondenza dei segni di vernice sul filo alla distanza stabilita, a volte la pianta viene fissata al filo con una fascetta di plastica in grado di mantenerla nella posizione voluta. Una volta posizionate tutte le piante si passa con una macchina fresatrice tipo “Speedo” in grado di ricoprire l’apparato radicale con terra fine. Successivamente, il personale provvede a compattare il terreno intorno all’apparato radicale, pestandolo. Questo sistema è molto rapido e consente un notevole risparmio di manodopera dato che gran parte delle operazioni sono realizzate a macchina. A seconda della forma di allevamento scelta occorrono appositi dispositivi per posizionare le branche degli alberi. Nei pereti allevati a fusetto è ormai molto diffuso l’impiego di braccetti divaricatori di varie dimensioni. Questi permettono, opportunamente posizionati, di dare la giusta inclinazione ai rami e facilitano le operazioni di legatura degli stessi.

Inerbimento

L’inerbimento riveste un ruolo rilevante in frutticoltura, specialmente negli impianti a gestione biologica. Questa tecnica favorisce, in particolare, il mantenimento della fertilità del terreno e previene l’erosione, soprattutto nelle colture in pendio.

Semina del prato. Prima della semina il terreno dovrebbe essere dissodato, lavorandolo a una profondità di circa 20 cm. La zona di semina dovrebbe essere preparata senza distruggere la struttura di superficie, come potrebbe accadere con fresature troppo intense. La semina, generalmente, viene effettuata con la seminatrice meccanica. Dopo la semina, per garantire una germinazione ottimale, è necessario reincorporare i semi con l’erpice a denti o lo strigliatore e riconsolidare il terreno con il rullo. Dopo la semina, inoltre, è opportuno provvedere a una adeguata bagnatura. Nelle condizioni climatiche della Pianura Padana il periodo ottimale per la semina del manto erboso è aprile, perché le precipitazioni sono abbondanti e le temperature non sono troppo elevate e quindi viene favorita la germinazione dei semi. Nel caso di impianti già esistenti, dove deve essere garantita la transitabilità dei mezzi per la difesa fìtosanitaria, il periodo della semina può essere posticipato anche alla seconda o terza decade di maggio. Una tecnica per garantire la transitabilità nel frutteto è quella di inerbire le file alternativamente, in due anni successivi, in modo da potere transitare per le varie operazioni colturali dove non è stato seminato, lasciando così il tempo necessario alla costituzione del cotico erboso nel filare dove si è seminato.

Concimazione

Per la nutrizione degli alberi da frutto viene di norma utilizzato il criterio della restituzione delle asportazioni. Per ogni specie e cultivar, infatti, è stato possibile determinare il quantitativo di macro e micro elementi che vengono asportati e come prassi si procede alla restituzione degli elementi nutritivi in funzione delle relative quantità asportate con la produzione.

Modalità di applicazione dei concimi

Gli elementi minerali possono essere forniti al terreno in vario modo: su tutta la superficie o localizzati, in superficie o interrati. La scelta del metodo di somministrazione dipende principalmente dal tipo di terreno, dal metodo irriguo e dalla praticità. La concimazione tradizionale prevede la distribuzione dei fertilizzanti (in forma granulare) sulla superficie del terreno e per essere efficace deve essere effettuata in adatte condizioni di umidità del suolo tali da permettere ai nutrienti il raggiungimento della zona in cui sono presenti le radici. Il concime deve quindi essere solubile e deve entrare nel terreno veicolato dalle piogge o dall’irrigazione. In condizioni aride, i concimi possono restare in superficie molto a lungo e subire trasformazioni e perdite che li rendono meno disponibili per lo sviluppo delle piante. Anche le modalità di somministrazione dei concimi durante la stagione possono variare in funzione dell’elemento minerale da apportare. Infatti, mentre è possibile distribuire il fosforo e il potassio con un unico intervento, è consigliabile applicare l’azoto in due o tre volte per evitare eccessive perdite per lisciviazione. In passato, la distribuzione dei concimi azotati avveniva erroneamente non frazionata, a spaglio e a fine inverno, spesso in anticipo sulla schiusura delle gemme, in una fase in cui l’assorbimento minerale è limitato e in cui l’albero utilizza sostanzialmente le riserve accumulate nell’anno precedente. Questa tecnica provoca un forte squilibrio fisiologico perché subito dopo la concimazione la quantità di nutrienti a disposizione della pianta diventa molto elevata, soprattutto nel caso dell’azoto. Tale errore non si limita a prolungare il ciclo vegetativo della pianta, ma provoca anche lo scadimento qualitativo dei frutti e ne compromette la conservabilità. La fertilizzazione del frutteto, specialmente quella azotata, è stata considerata erroneamente per molto tempo come uno strumento necessario per incrementare la produttività. Occorre invece evitare gli eccessi di questo elemento utilizzando somministrazioni annuali non superiori a 60-80 kg/ha nelle condizioni pedologiche della Pianura Padana. Una eccessiva concimazione azotata, ripetuta per più anni, è in grado di aumentare il contenuto di azoto nel terreno al punto che l’interruzione delle somministrazioni, per alcuni anni, raramente compromette l’esito produttivo in frutteti adulti. Queste considerazioni devono essere tenute presenti anche in chiave di impatto ambientale. Il problema della presenza di nitrati nella falda freatica e nell’acqua potabile, in particolare, è molto rilevante nel caso di terreni sciolti, ma non deve essere sottostimato anche nei terreni a tessitura più fine.

 

Principali caratteristiche dei macro- e microelementi

Azoto (N). Rappresenta l’elemento più importante per lo sviluppo e la produzione. L’azoto presenta numerosi stati di ossidazione. Sotto forma di azoto molecolare (N2), livello di ossidazione zero, è abbondantissimo (costituisce l’80% dell’atmosfera). La forma ammoniacale al di sopra di certi livelli può essere tossica per la pianta e per tale motivo viene utilizzata per la formazione degli aminoacidi in modo da evitare fenomeni di accumulo. È stato provato però che la forma ammoniacale, applicata durante la formazione delle gemme, anche per un breve periodo, esercita un effetto positivo. È probabile che l’ammonio esogeno induca anche cambiamenti ormonali influenzando la produzione di citochinine e di gibberelline. Alte concentrazioni di azoto nitrico agiscono invece in direzione opposta ritardando la fioritura e riducendo la differenziazione. II consumo di azoto per anno in un impianto medio di pero in piena produzione è di circa 40-50 kg/ha. La maggiore richiesta di azoto, da parte dell’albero, avviene nel periodo compreso tra fine aprile e inizio luglio. La maggior parte del fabbisogno di azoto per la fioritura deve essere coperto dalle riserve dell’albero, in quanto l’assunzione di sostanze nutritive da parte delle radici in quel periodo è ancora molto scarsa. Per rendere l’azoto del terreno disponibile alla pianta è determinante il processo di mineralizzazione, che a sua volta dipende dalle temperature e dall’umidità e dalle forme viventi presenti nel terreno. A temperature del terreno inferiori ai 10 °C la mineralizzazione è scarsa, tra 17° e 20 °C, invece, è ottimale. La mineralizzazione è limitata anche nei terreni troppo secchi o troppo bagnati. Una buona aerazione del terreno consente di aumentare la mineralizzazione.

Fosforo (P). Nelle cellule, il fosforo è presente principalmente sotto forma di fosfato inorganico. Il fosforo è un elemento strutturale del DNA e dell’RNA e serve per collegare le molecole fosfolipidiche delle membrane; è anche coinvolto nel trasferimento di energia attraverso la formazione di ATP e la sintesi di zuccheri. Il fosforo è un antagonista nell’assunzione dell’azoto. La presenza di fosforo favorisce invece l’assunzione di calcio e di magnesio. Il fosforo è per la maggior parte legato a livello organico ed è di difficile mobilizzazione nel terreno. La disponibilità dipende molto dal pH (valore ottimale del pH 5,5-6,5). A valori superiori o inferiori rispetto a quelli ottimali il fosforo viene fissato molto rapidamente e diviene inutilizzabile per le piante. Anche le micorrize sono fondamentali nei processi di liberazione e assimilazione del fosforo. Le piante assumono fosforo soprattutto all’inizio del ciclo vegetativo. Le radici assorbono fosforo quando la sua concentrazione nella soluzione circolante è compresa tra 0,5 e 10 micromoli. L’accumulo di questo elemento nelle foglie è massimo a luglio, mentre nei frutti il suo assorbimento segue l’accrescimento del frutto stesso e continua fino alla raccolta. Le asportazioni annue di fosforo sono pari a 25-50 kg/ha di P2O5 assimilabile.

Potassio (K). Nella pianta il potassio è importante soprattutto per l’equilibrio idrico; infatti, è uno dei principali regolatori del potenziale osmotico. Il potassio è il più abbondante catione nel citoplasma cellulare e svolge una importante azione su: stabilizzazione del pH, osmoregolazione, attivazione di enzimi, sintesi di proteine, movimenti stomatici e fotosintesi. La sua capacità di riduzione della traspirazione è legata al fatto che gli stomi richiedono un accumulo di potassio a livello delle cellule di guardia per la loro apertura. In carenza di potassio si ha una riduzione della traspirazione poiché gli stomi non si aprono. Anche la colorazione del frutto è legata al livello di potassio perché a basse concentrazioni diminuisce la fotosintesi e quindi si ha una minore produzione di zuccheri che sono alla base della formazione di pigmenti colorati. Nella stagione vegetativa il fabbisogno di potassio inizialmente è piuttosto basso, ma aumenta rapidamente con la fruttificazione, parallelamente con la crescita dei frutti. Il contenuto di potassio è simile a quello di azoto e calcio. Valori di 1,5-1,8%, riferiti al peso secco delle foglie alla fine di luglio, sono generalmente considerati adeguati. I primi sintomi di potassio carenza compaiono, infatti, quando la concentrazione scende sotto lo 0,7%. Il potassio nei terreni argillosi è poco mobile, mentre nei terreni sabbiosi, poveri di particelle colloidali, è facilmente dilavabile. Il potassio viene assimilato maggiormente in condizioni di umidità elevata. Le asportazioni annue di potassio sono pari a circa 80-90 kg/ha di K2O.

Magnesio (Mg). II fabbisogno di magnesio è particolarmente elevato in caso di crescita intensa. Il pero è, tra le piante da frutto, mediamente esigente di questo elemento. In caso di magnesio carenza si possono verificare fenomeni di clorosi e di anticipata filloptosi. Il magnesio è un elemento mobile e in caso di carenza può venire trasportato dalle foglie vecchie a quelle giovani. Questo, di conseguenza, provoca la comparsa di sintomi di clorosi internervale e successivamente la caduta delle foglie più vecchie. Il suo contenuto fogliare varia da 0,3 a 0,5% del peso secco rispetto all’1,2-1,8% del calcio. L’assorbimento di magnesio può essere negativamente influenzato, quando il pH è basso, da altri cationi quali NH4+, Ca2+, Mn2+, H+ e, soprattutto, da K+. L’asportazione annua è di circa 20 kg/ha come MgO.

Calcio (Ca). Il movimento del calcio nei tessuti richiede una elevata quantità di fotosintati. L’assorbimento di calcio, infatti, diminuisce quando viene inibita la traspirazione. Occorre quindi considerare il calcio come un elemento che richiede energia. In modo analogo all’assorbimento anche la sua traslocazione è passiva. Il calcio viene trasportato per via xilematica e segue il flusso traspiratorio. Nelle piante in attiva crescita il calcio è traslocato principalmente all’apice del germoglio in crescita. Il trasporto ai punti in attiva crescita è garantito dall’acido indolacetico (IAA) prodotto dagli apici, questo garantisce la formazione di protoni e l’allungamento dell’apice stesso. Il trasporto basipeto dell’IAA prodotto durante la crescita forza lo ione Ca2+ a venire traslocato verso l’alto. Questo è importante perché il trasporto del calcio al frutto diminuisce quando la sintesi dell’IAA cessa; ecco perché si dice che il calcio deve essere accumulato precocemente, 4-6 settimane dopo la fioritura. Il calcio, inoltre, non viene trasportato per via floematica; questo significa che le applicazioni di calcio devono essere mirate al frutto perché se applicato alle foglie non viene traslocato ad altre parti dell’albero. L’accumulo del calcio nelle foglie avviene finché il flusso traspiratorio si mantiene elevato.

Ferro (Fe). È un elemento coinvolto in numerosi processi all’interno della pianta e, in particolare, svolge un’azione importante nella sintesi della clorofilla; la sua carenza, infatti, può indurre la comparsa di un fenomeno chiamato clorosi, che consiste in un ingiallimento più o meno pronunciato degli spazi internervali delle foglie apicali, che nei casi più gravi può originare delle necrosi. Questo fenomeno fisiologico compare in diverse specie, quando sono coltivate in suoli calcarei, ma diventa particolarmente grave quando il pero è innestato su cotogno. Infatti, il cotogno è molto sensibile all’azione del calcare attivo (frazione solubile) e induce, al superamento della soglia del 3-4%, forti sintomi di clorosi influenzando negativamente l’efficienza fotosintetica delle foglie colpite. Occorre inoltre ricordare che gli alberi da frutto sono specie poliennali; di conseguenza la clorosi ferrica che si manifesta in una stagione vegetativa influenza negativamente anche la nutrizione ferrica nell’anno successivo. Le fasi della ripresa vegetativa e della fioritura vengono sostenute dal ferro immagazzinato l’anno precedente. Infatti, è noto che gli alberi accumulano notevoli quantità di ferro nelle loro radici il quale può essere rimobilizzato. La clorosi si manifesta soprattutto in quel settore della chioma direttamente collegato alla porzione del sistema radicale che non assorbe il ferro. Dal punto di vista dell’assorbimento del ferro da parte dell’apparato radicale, le piante possono essere suddivise in specie a “strategia I” e “strategia II”, a seconda del sistema di assorbimento del ferro che sono in grado di adottare. Il pero, come tutti i fruttiferi, rientra fra quelli a “strategia I”, in cui l’assorbimento del ferro dal suolo è preceduto dalla sua riduzione da Fe3+ a Fe2+. Altre specie vegetali, come per esempio le graminacee, adottano la “strategia II” di assorbimento e cioè liberano nel terreno composti, chiamati fitosiderofori, capaci di chelare il ferro. Nelle piante a “strategia I” la riduzione del ferro avviene ad opera di un enzima (Fe-chelato-reduttasi) che, associato al plasmalemma, è in grado di trasportare elettroni da NADH citosolico a Fe3+ apoplastico chelato a varie molecole organiche. L’attività della Fe-chelato-reduttasi è influenzata dal pH della rizosfera e viene inibita a valori superiori a 6.

Boro (B). Il boro entra in numerosi processi fisiologici dell’albero, tra i principali possiamo ricordare il metabolismo glucidico, l’induzione antogena e la germinabilità del polline. Il boro, inoltre, aumenta la divisione cellulare e la sintesi di acidi nucleici nei frutti in crescita e questo esercita una grossa influenza sull’allegagione. Condizioni di boro-carenza sono generalmente associate a una reazione anomala del terreno o a squilibri idrici. Nel pero, la carenza può provocare scarsa allegagione, deformazioni dei frutti, aree suberose nella polpa. Gli internodi dei germogli possono essere raccorciati e formare una sorta di rosetta. La normale concentrazione nelle foglie è di 35-40 ppm, mentre livelli di 25 ppm sono considerati insufficienti; al di sotto di 12 ppm i sintomi di carenza diventano visibili e al di sopra di 80 ppm diventano evidenti gli effetti tossici da eccesso. Le applicazioni autunnali di boro aumentano il contenuto nella pianta nella primavera successiva e quindi sono una pratica comune nel pero. I trattamenti con formulati a base di chelati vengono effettuati anche in primavera, dall’inizio fioritura, evitando applicazioni in piena fioritura.

Analisi del terreno

Le analisi delle caratteristiche fisiche e chimiche dovrebbero essere sempre effettuate prima di mettere a dimora un frutteto per sapere l’idoneità del terreno a ospitare le differenti specie frutticole. Gli interventi colturali possono poi modificare le caratteristiche del terreno, variandone anche la fertilità. Per questa ragione occorre monitorare periodicamente il terreno attraverso l’analisi chimica per valutare eventuali problemi e attuare, in caso di necessità, adeguati interventi.

Diagnostica fogliare

Negli ultimi anni la diagnostica fogliare è diventata sempre più importante perché permette, insieme alle analisi del terreno, di impostare un razionale piano di fertilizzazione. Nella pianta, le foglie, oltre a compiere importanti processi fisiologici come la fissazione del carbonio, la respirazione e molti altri processi, svolgono anche la funzione di accumulo di sostanze di riserva. Di conseguenza, valutando in un determinato periodo del loro sviluppo il livello raggiunto dagli elementi nutritivi, si può fornire una risposta precisa sullo stato nutrizionale delle piante. Altra importante funzione è la diagnosi precoce di condizioni di squilibrio, in particolare dei microelementi, non facilmente individuabili attraverso il solo esame visivo. Il contenuto in nutrienti presenti nelle foglie dipende da vari fattori: l’età, il tipo e la posizione della foglia, la disponibilità di nutrienti del suolo, la combinazione nesto-portinnesto, l’entità della produzione, la funzionalità dell’apparato radicale ecc. L’interpretazione dei risultati delle analisi viene eseguita attraverso un confronto dei dati ottenuti con parametri di riferimento precedentemente individuati. L’interpretazione del dato analitico viene fatta basandosi sul fatto che, a una certa concentrazione dell’elemento nelle foglie, corrisponde un determinato stato nutrizionale (scarso, ottimale, eccessivo).

Dinamica dell’acqua nel terreno

L’acqua è presente nel terreno in due forme: come soluzione circolante e come vapore. Il terreno ha una capacità di invaso complessiva che prende il nome di “capacità idrica massima” che corrisponde alla porosità e quindi alla quantità massima di soluzione circolante che può saturare il terreno. Lo stato di massima saturazione è comunque transitorio; infatti parte dell’acqua tende a percolare. Questo tipo di acqua è detta acqua gravitazionale o di percolazione e non è utilizzabile dalle piante. Quando l’acqua gravitazionale è stata eliminata, il contenuto idrico del terreno corrisponde alla capacità idrica minima (capacità di campo) che può essere pari al 40% del peso secco nei terreni a tessitura fine e sul 15% nei terreni a tessitura grossolana. L’umidità residua è formata da due frazioni: acqua capillare e acqua igroscopica. Solo l’acqua capillare è effettivamente disponibile per le piante. Questa disponibilità deriva dalle precipitazioni o dalle irrigazioni. L’acqua igroscopica è quella che un terreno essiccato a 120 °C è in grado di riassorbire dall’atmosfera. L’acqua igroscopica non è utilizzabile dalle piante; le radici non funzionano più quando il contenuto di acqua è prossimo al coefficiente di appassimento che per le specie più sensibili è intorno al 15% nei terreni a tessitura fine e al 4% per quelli a tessitura grossolana. Conoscendo la quantità d’acqua corrispondente alla capacità idrica di campo (CIC) e quella del punto di appassimento (PA) si può calcolare, per differenza, l’acqua disponibile (AD) o riserva utile per le piante. L’esaurimento dell’acqua disponibile avviene per effetto dell’evaporazione dal terreno e dall’assorbimento-traspirazione delle piante. Alla diminuzione dell’umidità del terreno corrisponde un aumento delle forze (adsorbimento e tensione) che trattengono l’acqua nei pori. Queste forze originano il potenziale matriciale (Ψm), che viene misurato in bar. I metodi più utilizzati per la misura del contenuto idrico del terreno sono quelli tensiometrici ed elettrometrici. Il metodo tensiometrico si basa sull’utilizzo di uno strumento chiamato tensiometro, costituito da un cilindro alle cui estremità sono posti un serbatoio d’acqua e una coppetta porosa. Il tubo può avere una lunghezza variabile e può essere inserito nel terreno alla profondità alla quale si desidera misurare l’umidità ed è collegato a un manometro. L’acqua passa attraverso la coppetta porosa nel terreno fino a trovarsi in equilibrio con questo. Si determina quindi una depressione che viene misurata dal manometro. Questo strumento, di basso costo e di facile uso, è limitato purtroppo da un campo di misura compreso fra 0 e –0,8 bar. L’impiego di questo metodo richiede almeno due tensiometri posti a due differenti profondità, rispettivamente 20 cm e 40 cm, e a una distanza dal gocciolatore di 35 cm. Se vengono posizionati in modo erroneo le informazioni fornite saranno poco affidabili. Con il metodo elettrometrico, il contenuto idrico del suolo viene determinato attraverso la misura della resistenza elettrica di un oggetto posto in equilibrio idrostatico con il terreno. Solitamente sono utilizzati dei blocchetti di gesso detti “di Bouyoucos” in cui sono immersi i due elettrodi di misura collegati a un ohmetro.

Irrigazione

I volumi idrici utilizzati per l’irrigazione nel Sud Europa sono molto elevati a causa del clima mediterraneo caratterizzato da scarsa piovosità e da un’elevata evapotraspirazione nel periodo primaverile-estivo; questa fase coincide solitamente con lo sviluppo vegetativo delle principali colture. Nel nostro Paese esistono notevoli differenze: il deficit idrico medio annuo (evapotraspirazione di riferimento al netto delle piogge), durante il periodo marzo-settembre è di circa 650 mm negli ambienti meridionali e di 400 mm in quelli settentrionali. L’irrigazione delle colture frutticole è una pratica in forte espansione in tutti gli ambienti di coltivazione, essenziale per l’ottenimento di buoni risultati quanti-qualitativi e per la sostenibilità economica delle aziende frutticole. L’inizio della stagione irrigua è un momento molto importante, specialmente per l’irrigazione localizzata, perché con questo metodo si apporta l’acqua in una parte limitata del terreno. Se si inizia tempestivamente, le riserve profonde restano intatte. Occorre anche ricordare che le piante assorbono l’acqua dai punti più bagnati in prossimità del tronco e negli strati superficiali.

Volumi e turni. Per definire questi parametri occorre conoscere le esigenze idriche della specie e la riserva utile del terreno. Il turno è l’intervallo che intercorre tra una somministrazione di acqua e l’altra. I consumi sono in relazione alla domanda evaporativa dell’ambiente e all’area traspirante. Occorre conoscere la piovosità, l’evapotraspirazione potenziale ETP o l’evaporato della vasca di classe A e i fattori di correzione (coefficienti colturali).

Velocità di infiltrazione. Per scegliere la tipologia dell’impianto d’irrigazione e la portata degli irrigatori occorre conoscere la velocità con cui l’acqua attraversa il terreno; infatti la velocità d’infiltrazione dipende dalla porosità del suolo. Vengono definiti molto permeabili quei terreni la cui velocità di infiltrazione è maggiore di 60 cm/h; al contrario sono poco permeabili quelli in cui tale velocità è inferiore a 5 cm/h.

Irrigazione localizzata. È la tecnica che negli ultimi dieci anni ha avuto la maggiore diffusione nei nuovi impianti e spesso viene associata alla somministrazione di concimi. Le peculiari caratteristiche dell’irrigazione a goccia sono quelle di localizzare l’acqua senza bagnare l’intera superficie del terreno, e di irrigare con piccoli e frequenti volumi irrigui. Anche in questo settore si è assistito a una sorta di rivoluzione e si può affermare che la fertirrigazione si è diffusa per le densità di impianto più elevate. Gli impianti di irrigazione localizzata sono normalmente costituiti da ali gocciolanti autocompensanti, stese subito dopo l’impianto, che garantiscono un’uniforme distribuzione dell’acqua e dei fertilizzanti. I sistemi localizzati possono essere classificati in funzione della quantità di acqua erogata e delle modalità di distribuzione in: goccia, spruzzo, sorso, subirrigazione capillare, manichette forate. L’irrigazione localizzata prevede che ci sia una stazione di pompaggio fornita di apparati di filtraggio, regolatori di pressione e, se associata alla concimazione, anche pompe per l’iniezione del fertilizzante. È questo il metodo più recente e che si sta diffondendo maggiormente perché massimizza l’efficienza d’uso dell’acqua (90-95%). L’applicazione di una gestione controllata dell’irrigazione è sicuramente la soluzione più efficace per risparmiare acqua salvaguardando le produzioni e la qualità dei frutti. Il momento d’intervento e la scelta del volume d’irrigazione sono determinati attraverso sistemi esperti di bilancio idrico.

SDI (Subsurface Drip Irrigation: irrigazione a goccia sottosuperficiale). L’innovazione tecnologica più recente nell’irrigazione localizzata è rappresentata dalle ali gocciolanti autocompensanti interrate a profondità variabili da 20 a 50 cm. Questo sistema permette di apportare l’acqua direttamente nella zona esplorata dall’apparato radicale degli alberi, con una efficienza irrigua prossima al 100%. Recenti acquisizioni sperimentali hanno accertato, inoltre, la possibilità di impiegare la cosiddetta irrigazione a goccia fotovoltaica (solardrip), con la quale si abbina al risparmio idrico anche quello energetico.

Stress idrico controllato. Il sistema dello stress controllato prevede 4 fasi caratterizzate da una differente disponibilità idrica. La prima, che va dalla fioritura all’allegagione, prevede che nel terreno sia presente circa l’80 % dell’acqua disponibile. La seconda inizia sessanta giorni dopo la fioritura e dura fino al termine dello sviluppo dei germogli; in questa fase occorre ridurre al 20% l’acqua disponibile. Nella terza fase occorre aumentare la disponibilità di acqua nel terreno fino a riportarla ai livelli di circa l’80% e tale valore va mantenuto durante lo sviluppo dei frutticini e la raccolta. Nell’ultima fase post raccolta la riduzione dell’acqua, quando è possibile, deve essere praticata fino al 20% dell’acqua disponibile per evitare riscoppi vegetativi in caso di temperature miti. Occorre evidenziare come questo sistema sia di difficile applicazione in aree caratterizzate da elevata piovosità estiva.

Irrigazione localizzata e fertirrigazione. Uno dei vantaggi del sistema di microirrigazione a goccia è quello di poter essere associato alla distribuzione dei fertilizzanti secondo la tecnica detta di fertirrigazione. Utilizzando la fertirrigazione i risultati produttivi sono quasi sempre migliori rispetto all’aspersione abbinata alla fertilizzazione tradizionale.

Metodi per aspersione. Possono essere classificati, in base al tipo di installazione, in: fissi, semifissi, semoventi e mobili. Nella moderna pericoltura, quelli più importanti sono i fissi che possono essere utilizzati, oltre che per l’irrigazione, anche per modificare il microclima (antibrina, climatizzazione estiva) e i semifissi. Questi hanno la stazione di pompaggio e la condotta principale fissa mentre le ali sono mobili. Gli impianti mobili sono poco utilizzati perché hanno un alto costo di gestione; vengono impiegati generalmente nei vivai. L’efficienza di distribuzione dell’acqua è del 65-75% circa.

Salinità

La salinità è uno dei principali fattori limitanti la produttività delle piante. Gli effetti negativi della salinizzazione secondaria sono molto diffusi in frutteti irrigati. Si stima che oltre il 20% dei terreni irrigati sia interessato da problemi di salinità. Solitamente il pero è coltivato in zone in cui la salinità è relativamente limitata. Però in alcune aree costiere e quando si utilizza il sistema della fertirrigazione queste problematiche possono diventare molto frequenti. La tolleranza al sale è legata alla capacità di molte specie di controllare l’assorbimento radicale di sodio e cloro e il loro trasporto alle foglie. I genotipi di pero e di cotogno hanno evidenziato un diverso comportamento nell’assorbimento e nel trasporto di sodio e cloro. Infatti i cotogni non sono in grado di evitare questo accumulo, mentre il pero, attraverso una strategia di esclusione, riesce a evitare tale accumulo nelle foglie.

Reimpianto e stanchezza del terreno

L’impiego di protezioni antigrandine ha portato all’aumento delle problematiche legate al reimpianto, in quanto il frutticoltore tende a reimpiantare gli alberi nella stessa posizione. I problemi del reimpianto possono essere specifici e non specifici. I primi si manifestano solo quando è la stessa specie a essere reimpiantata e sono spesso causati da patogeni fungini; i secondi si riferiscono a una ridotta crescita di numerose piante da frutto, indipendentemente dalla specie coltivata precedentemente sullo stesso terreno. Il riconoscimento delle cause principali che possono compromettere il successo del reimpianto è importante per la scelta dei mezzi di prevenzione e di contenimento degli effetti negativi.

Controllo della fruttificazione

Il pero è una specie autoincompatibile caratterizzata da una sterilità fattoriale di tipo gametofitico sotto il controllo di un complesso di geni chiamato “locus S”. Questa sterilità dipende dall’interazione tra il polline (aploide) e il pistillo (diploide). Per questa ragione il pero necessita di una impollinazione incrociata; occorre quindi coltivare almeno due cultivar con una differente combinazione allelica al “locus S” per permettere la fecondazione e la formazione del seme. Nel pero è comunque presente anche la partenocarpia, cioè la possibilità di sviluppare frutti in assenza dell’atto fecondativo. I frutti che ne derivano sono caratterizzati dall’assenza dei semi. Per questa ragione l’impiego di fitoregolatori, stimolando il fenomeno della partenocarpia, assume una notevole importanza nella regolazione della fruttificazione e dello sviluppo vegetativo dell’albero, riducendo anche il fenomeno dell’alternanza di produzione.

Tecniche per favorire l’allegagione

L’allegagione è sicuramente la fase più delicata per il pero, a causa dei ben noti problemi di fertilità. Per favorire e aumentare l’allegagione sono state messe a punto molte tecniche basate sia sull’applicazione di fitoregolatori esogeni, sia sull’apporto di particolari elementi nutritivi come il boro o il calcio, che possono aumentare la germinabilità del polline. I trattamenti si basano principalmente sull’impiego di gibberelline o di miscele tra gibberelline e citochinine e in generale di trattamenti ormonali che stimolano la partenocarpia. Questa pratica risulta essere molto diffusa in caso di danni da gelo, che provocano la necrosi degli embrioni dei semi, in queste condizioni il trattamento deve essere eseguito entro 48 ore dalla gelata.

Controllo della cascola preraccolta

Il fenomeno della cascola tardiva in prossimità della raccolta può essere molto grave perché può portare alla perdita di elevate percentuali di prodotto. Per limitare questo fenomeno vengono impiegati prodotti a base di acido naftalenacetico (NAA), applicati alla comparsa dei primi sintomi di anormale abscissione dei frutti.

Disegno del frutteto

Distanze di impianto
La distanza di piantagione deve essere scelta in funzione della vigoria della combinazione di innesto e della forma di allevamento che si vuole adottare. Un altro fattore da considerare per permettere una buona esposizione alla luce delle foglie è l’altezza finale degli alberi. La diffusione del cotogno MC ha consentito di ottenere alberi di mole ridotta e questo ha provocato un forte incremento delle densità di piantagione. Le distanze di impianto possono variare da 4 m fino a 2,5 m tra le file e da 2 m a 0,30 m sulla fila. Per il pero è comunque possibile trovare frutteti caratterizzati da meno di 1500 alberi/ha sino a impianti ad altissima densità con 13.000 alberi/ha.

Forme di allevamento
Nelle forme di allevamento si è assistito a una notevole evoluzione nel corso degli anni. Si è passati da forme in volume con alberi a vaso e a piramide negli anni ’50, a forme in parete come la palmetta negli anni ’60 e ’70, prima regolare poi irregolare e infine anticipata. Il maggiore contributo all’ulteriore evoluzione della forma di allevamento verso il fusetto (anni ’80-’90) è stato sicuramente l’impiego dei cotogni nanizzanti (in particolare il cotogno MC). Nelle sue estremizzazioni, il fusetto è stato trasformato in cordone verticale caratterizzato dal solo fusto e da corte branchette fruttifere che periodicamente vengono rinnovate. Attualmente esistono varie tipologie di disegno del frutteto, identificabili con la forma di allevamento utilizzata, che offrono una vasta gamma di alternative: palmetta (bassa densità); fusetto e forme derivate (medioalta densità); forme a V (alta densità); cordoni verticali (altissima densità).

Palmetta. La palmetta oggi adottata è quella ascrivibile alla tipologia della palmetta anticipata, cioè che sfrutta la presenza di rami anticipati emessi naturalmente oppure indotti con l’applicazione di fitoregolatori in vivaio. Il principio è quello della “tutta cima” che consiste nell’allevare gli alberi assecondando la loro naturale predisposizione alla ramificazione e limitando al minimo gli interventi cesori in modo da completare il più rapidamente possibile la struttura, evitando pericolosi riscoppi vegetativi conseguenti ai tagli, che rallenterebbero l’entrata in produzione. La palmetta, in alcune zone dell’Emilia-Romagna, mantiene una sua validità qualora per tradizione e per condizioni pedoclimatiche sia difficile utilizzare portinnesti molto nanizzanti; per esempio, in aree dove il calcare rende problematico l’impiego del cotogno oppure in zone caratterizzate da forti gelate primaverili. In alternativa al cotogno è possibile utilizzare portinnesti franchi clonali come il Farold® 40 o le piante autoradicate a basse densità (1000 alberi/ha). Nelle combinazioni caratterizzate da un elevato vigore conviene piegare l’astone all’impianto in modo che nella zona di curvatura si abbia una produzione di germogli vigorosi, uno dei quali costituirà l’asse centrale e gli altri le branche. In questo modo il forte vigore indotto dal portinnesto franco o dell’autoradicato viene controllato dalla presenza di questa grossa branca che, piegata, entra rapidamente in produzione. Questa forma presenta alcuni limiti quali: larghe distanze di impianto, maggiori costi di potatura e raccolta (operazioni che rappresentano quasi il 60% dei costi di produzione) a causa dell’elevata altezza raggiunta dagli alberi, che talvolta superano i 4 m.

Fusetto. Il fusetto è la forma più utilizzata negli impianti a medioalta densità (2000-3000 alberi/ha) perché permette l’intensificazione dell’impianto senza eccessivi costi di strutture e di manodopera. Uno dei punti cruciali per realizzare questa tipologia di impianto è l’impiego di astoni forniti di rami anticipati. Questo permette, in associazione con l’impiego del cotogno MC, di ottenere produzioni significative già al secondo anno di impianto (7-8 t). Le branche, nel fusetto, sono disposte senza uno schema preciso e normalmente vengono ottenute dai rami anticipati prodotti in vivaio, di regola sono in numero di 4-5. Gli interventi cesori sono limitati all’eliminazione dei rami soprannumerari o troppo vigorosi che potrebbero compromettere l’equilibrio vegetativo dell’albero, diventando troppo grossi rispetto all’asse centrale. Le branche devono essere inclinate con un angolo massimo di 40° rispetto alla verticale in modo da limitarne il vigore e favorire la penetrazione della luce alla loro base; se questa operazione non viene eseguita si assiste all’esaurimento delle formazioni fruttifere basali. L’asse centrale viene lasciato libero di crescere e su di esso vengono allevati corti rami di un anno che si trasformeranno nel tempo in branchette produttive tenute corte con opportuni tagli e un periodico rinnovamento.

Forme a V. Le forme a V, ottenute inclinando in modo alternato gli alberi verso gli interfilari con un angolo di 15° rispetto alla verticale, sono particolarmente adatte all’habitus vegeto-produttivo del pero e hanno il grande vantaggio di sfruttare una doppia parete produttiva, massimizzando l’intercettazione luminosa; presentano per contro maggiori costi per il materiale di sostegno e nella potatura sono più laboriose, rispetto alla fila singola. Questo sistema d’allevamento permette di aumentare la densità di impianto fino a superare i 5000 alberi/ha. Questo aumento di densità, ottenuto riducendo le distanze di impianto, permette comunque di allevare alberi con branche permanenti nella parte basale, la cui dimensione si riduce all’aumentare dell’altezza. Il controllo dell’attività vegetativa è determinato dalla forte competizione, per l’acqua e per i nutrienti, che si instaura tra gli apparati radicali.

Forma a Y trasversale. Le forme a Y sono state sperimentate con successo in molti Paesi. Occorre ricordare il sistema a “Tatura trellis”, messo a punto in Australia, che prevede una struttura costosissima con oltre 10 fili (5 per lato). La versione italiana prevede una struttura di sostegno meno ingombrante e meno costosa. Il principio su cui si basa questo sistema è quello di ottenere una doppia parete secondo due piani inclinati con un angolo variabile da 35° a 45°. Il numero di branche tradizionalmente è due, però è possibile allevarne anche 4 nel caso di portinnesti molto vigorosi. Il problema principale di questa tipologia di impianto è dato dagli elevati costi delle strutture di sostegno e dallla difficoltà nell’eseguire la potatura nelle parti interne a causa della complessità della struttura stessa.

Forma a Y longitudinale – Bibaum®. Si tratta di una innovazione vivaistica che prevede di fornire astoni bi-cauli preformati in vivaio; questo sistema è stato registrato con il termine “Bibaum®”. Il sistema prevede che l’astone sia messo a dimora con il doppio asse disposto nella direzione del filare in modo da formare una forma appiattita e alta; è adatto a portinnesti di medio-elevata vigoria, come per esempio il BA29 o il Sydo. La possibilità di ripartire il vigore su due assi presenta alcuni innegabili vantaggi, come un migliore controllo della vegetazione; questo a sua volta induce una riduzione dei tempi di potatura. Con questo sistema già utilizzato in passato, producendo l’albero a doppio asse in campo attraverso la cimatura dell’astone (con il conseguente ritardo nella formazione dell’albero di un anno), viene riproposto il concetto della palmetta e cioè di una forma con una parete produttiva alta e schiacciata nel senso del filare.

Cordone verticale. Per le altissime densità (12.000-13.000 alberi/ha) si è recentemente diffuso il cordone verticale che a causa delle ridottissime distanze di impianto (non più di 30-35 cm sulla fila e 2,5-2,75 m tra le file) è formato da un asse verticale e corte branchette con lamburde che periodicamente vengono rinnovate. Questi impianti richiedono un elevatissimo costo iniziale e possono essere eseguiti solo utilizzando il cotogno MC perché gli altri portinnesti sono troppo vigorosi. Per ridurre gli elevatissimi costi d’impianto si ricorre alla tecnica dell’innesto a dimora, producendo gli astoni direttamente in campo. In quest’ultimo caso, quando si sono ottenuti gli astoni, per simulare la crisi di trapianto, viene eseguita una potatura radicale. La diffusione di questa tipologia d’impianto è da collegare all’uso di prodotti brachizzanti in grado di controllare il vigore dell’albero e favorire la differenziazione a fiore delle gemme. Attualmente in questi impianti, per il contenimento della vigoria, in sostituzione dei brachizzanti, si utilizzano interventi di potatura radicale.

Fruttificazione

I modelli di fruttificazione delle più comuni varietà sono 5 e ognuno deve essere assecondato con tagli appropriati.

Gruppo I – William

La fruttificazione in questo gruppo avviene prevalentemente su rami di un anno (brindilli), specialmente negli alberi giovani; con il progressivo invecchiamento dell’albero è possibile osservare fruttificazioni anche su lamburde portate su legno vecchio fino a una percentuale del 30%. Altri genotipi con lo stesso habitus di frutticazione sono: Coscia, Santa Maria e Butirra Precoce Morettini. La potatura di produzione quindi dovrà essere eseguita solo con tagli di diradamento dei rami di un anno, e non di raccorciamento, per evitare l’asportazione delle gemme miste terminali fertili.

Gruppo II – a) Decana del Comizio e b) Abate Fétel

Queste cultivar fruttificano principalmente su lamburde portate da legno di 2 anni o al limite di 3 anni. Solitamente, con la potatura, vengono lasciati rami di un anno che l’anno successivo si rivestono di lamburde. Per questo gruppo è necessario adottare una potatura corta speronando le branchette di 2 o 3 anni in modo da lasciare al massimo 3-4 lamburde. Questa operazione esercita un positivo effetto sull’allegagione, specialmente per la cultivar Abate Fétel caratterizzata da una fogliazione precoce.

Gruppo III – Conference

Questa cultivar è molto fertile e produce principalmente su lamburde, portate da branche vecchie, che sono in grado di rigenerarsi di anno in anno. Necessita quindi di interventi di potatura costanti e in grado di asportare almeno ⅟ delle lamburde in modo 3 da permetterne il rinnovo. Il problema maggiore è la tendenza a produrre frutti piccoli e qualitativamente scarsi sul legno vecchio, di qui la necessità di lasciare una certa percentuale di rami di un anno in modo da garantire il rinnovo delle formazioni fruttifere.

Gruppo IV – Kaiser

Questa cultivar privilegia la produzione su lamburde portate da legno vecchio e la produzione è localizzata per il 90% su questo tipo di formazioni. Le branche possono restare per molto tempo e mantenere sempre un buon livello di produttività vista la buona capacità di allegare di questo genotipo. Un’altra cultivar con habitus produttivo simile è la Favorita di Clapp.

Gruppo V – Passa Crassana

L’habitus di questa cultivar presenta una caratteristica formazione di rami a legno che al secondo anno producono un nuovo ramo a legno in posizione apicale e varie lamburde e brindilli laterali. Con questo tipo di fruttificazione l’applicazione della potatura corta, raccorciando la branca su una lamburda, raggiunge la massima efficacia. Occorre comunque non esagerare perché elevato è il rischio di invecchiare troppo l’albero e non avere più un sufficiente rinnovo.

Potatura

È l’insieme delle operazioni che, controllando la vegetazione e la produzione della pianta, permettono di ottimizzarne il rendimento economico. La potatura serve per limitare lo sviluppo dell’albero all’interno dello spazio disponibile, per consentire l’ottenimento della forma di allevamento scelta e per regolare la quantità e la qualità della produzione. Gli interventi di potatura comportano modificazioni della crescita dell’albero o di suoi organi. A tale proposito è necessario definire la crescita dell’albero che deve essere intesa come qualsiasi variazione di forma o di dimensione dell’individuo che porta a un aumento irreversibile della sostanza secca prodotta. Nell’albero, contemporaneamente, si svolgono attività tra loro strettamente connesse come: – costruzione della chioma e sviluppo delle radici; – sviluppo riproduttivo (differenziazione a fiore, sviluppo delle gemme, antesi, accrescimento del frutto, maturazione); – accumulo delle riserve. Le varie parti dell’albero sono in competizione tra loro per le risorse, anche se interagiscono al fine di garantire la crescita dell’individuo. Un esempio di competizione si verifica tra i vari organi della pianta: per esempio le radici competono tra loro per acqua e nutrienti, le gemme a frutto, i fiori e i frutti sono in concorrenza e limitano la loro formazione reciprocamente. La competizione può verificarsi anche tra frutti, come nel caso del frutto basale del corimbo che solitamente è più sviluppato degli altri. Nell’albero, per regolare tutte queste attività nonché i rapporti di competizione tra i vari organi e ottenere una produzione di qualità costante negli anni, occorre eseguire la potatura. In base alla fase evolutiva dell’albero e all’epoca d’intervento è possibile distinguere le seguenti tipologie di potatura:
di allevamento: è tipica degli alberi giovani ed è finalizzata all’ottenimento della forma voluta e all’abbreviazione della fase improduttiva; – di produzione: si sostituisce gradualmente alla potatura di allevamento per il mantenimento dell’equilibrio vegeto-produttivo dell’albero; – di ringiovanimento: utilizzata negli alberi senescenti che sono nella fase terminale del ciclo vitale, serve per stimolare la vegetazione, effetto che si ottiene con tagli energici; – di riforma: serve per modificare la forma della chioma; – di risanamento: serve per risanare alberi con branche deperite o con fusti compromessi da fenomeni degenerativi del legno; – verde: gli interventi principali di potatura verde sono rappresentati da tagli (di diradamento e di raccorciamento dei germogli), piegature e cimature dei rami (e delle stesse branche laterali) attuate con legacci, filo di ferro o con pesetti mobili, ripetutamente spostati nell’arco della stagione; – secca: eseguita durante il riposo vegetativo.

Potatura di Abate Fétel negli impianti ad alta densità
Nella tecnica di potatura per gli impianti ad alta e altissima densità si sono messe a punto numerose operazioni per migliorare la gestione dell’albero. La cultivar che più si è giovata di questi accorgimenti è Abate Fétel, l’unica adatta, per l’habitus vegeto-produttivo e per l’elevato prezzo pagato per i suoi frutti, a tipologie d’impianto con densità superiori a 5000 alberi/ha. L’habitus vegeto-produttivo di Abate Fétel è ascrivibile al tipo IIb. In generale, occorre quindi garantire il rinnovo mantenendo durante la potatura invernale alcuni rami di un anno che, nell’anno successivo, verranno lasciati liberi e non piegati e su cui si differenzieranno le gemme miste. L’epoca di potatura tende a essere ritardata; il momento ideale è la fase fenologica di ingrossamento gemme. In forme come il cordone verticale, caratterizzate da un tronco e da corte formazioni fruttifere, uno dei principali problemi è l’esaurimento dei punti vegetativi e il progressivo spostamento della vegetazione verso l’esterno. Per ovviare a tale inconveniente si ricorre a particolari tagli chiamati a “becco di luccio” caratterizzati da un intervento cesorio che salvaguarda le sottogemme. Da questo taglio, se correttamente eseguito, si otterranno due nuovi germogli caratterizzati da un minore vigore rispetto al germoglio iniziale e da un angolo di inserzione sul tronco solitamente più ampio. L’epoca ottimale per effettuare questo intervento è l’inizio dell’inverno. Un altro intervento di potatura tradizionale è il “taglio del caporale”, a forma di V rovesciata eseguito sopra una gemma a legno. Questo permette di favorire la schiusura della gemma stessa e consente il rivestimento di parti del tronco che altrimenti resterebbero prive di vegetazione. Il momento ottimale per questa operazione è al secondo anno, poco prima della ripresa vegetativa. Accanto a questi interventi si stanno affermando anche tagli su rami di un anno, sia nella parte apicale dell’albero sia all’estremità delle branche. Nella parte apicale, questo taglio garantisce una forte risposta vegetativa. Nelle branche garantisce altresì una forte reazione vegetativa e permette di evitare il loro invecchiamento e il conseguente esaurimento. Da evitare assolutamente la curvatura della branca che deve formare un angolo massimo di 40° rispetto alla verticale.

Potatura radicale

Negli impianti ad alta e altissima densità il ricorso a interventi di potatura radicale è diventato molto frequente, specialmente nei Paesi dove le sostanze brachizzanti sono proibite. Il taglio radicale presenta però alcuni inconvenienti come la riduzione dell’assorbimento dell’acqua e dei nutrienti a causa del taglio di un certo numero di radici e la modificazione della produzione e dei rapporti ormonali. Quando gli apici radicali sono in numero ridotto sono prodotte meno citochinine e questo può ridurre la crescita dei germogli. L’epoca di intervento ottimale è a fine febbraio-marzo, a seconda degli ambienti, prima della fioritura. Quando la potatura è effettuata correttamente, molti germogli e branchette presentano numerose gemme miste. Questo è il risultato di un migliore bilanciamento dell’albero. Utilizzando la potatura radicale, l’alternanza di produzione è ridotta, ma bisogna prestare attenzione poiché, se il taglio è troppo energico, si può avere un’eccessiva riduzione della crescita con effetti negativi sulla produzione. Esperimenti condotti sulla potatura radicale hanno dimostrato un anticipo di maturazione dei frutti; occorre quindi anticipare la raccolta nell’anno in cui viene praticato il taglio. L’effetto della potatura radicale persiste nel tempo e anche dopo 3 o 4 anni è possibile che l’albero produca solo pochi germogli.

Raccolta

La raccolta delle pere è ancora oggi completamente manuale e avviene utilizzando due sistemi principali a seconda della forma di allevamento adottata. Per le forme in parete alte occorre procedere in due tempi, raccogliendo prima la parte bassa e successivamente la parte alta con l’ausilio di un carro raccolta. Il prodotto raccolto viene caricato in cassoni (bins) che poi attraverso sollevatori idraulici vengono trasportati al centro raccolta. Se invece si raccoglie in frutteti più innovativi caratterizzati da alte densità e da una altezza dell’albero limitata, si può impiegare il sistema dei cassoni (bins) che vengono trasportati da carrelli singoli tra loro agganciati a formare una sorta di “trenino”. Normalmente i gruppi di raccolta sono formati da 6-8 persone che immettono il prodotto direttamente nei bins. Le rese orarie in quest’ultimo caso sono molto elevate e oscillano tra 200-250 kg/h.

Indici di maturazione e di qualità

Per le pere esistono gli “indici di maturazione” che evidenziano il contenuto di amido, la durezza della polpa, il contenuto in zuccheri, l’acidità, cioè misurano le modificazioni fisico-chimiche che avvengono durante la maturazione. La misurazione della qualità come tale non è possibile perché è un aspetto molto soggettivo. A tale proposito sono stati individuati degli “indici di qualità”, elaborati per rendere oggettiva la stima dei parametri qualitativi. Questi indici sono diversi a seconda del parametro che si vuole rilevare e del prodotto ortofrutticolo, e possono essere più o meno complessi.

Amido. Il test dell’amido rileva il contenuto di questo polisaccaride nella polpa: poiché durante la maturazione l’amido si trasforma in zuccheri, minore è il contenuto in amido, più maturo è il frutto. È quindi un valido indice per la determinazione del momento ottimale di raccolta. La progressiva scomparsa dell’amido viene visualizzata con un test colorimetrico, secondo una scala a 10 stadi. L’amido, combinandosi con la soluzione Lugol (iodioioduro di potassio), assume una colorazione scura, in contrasto con il colore chiaro della polpa matura (gli zuccheri semplici non si legano alla soluzione). Lo stadio di amido ideale per l’inizio della raccolta cambia a seconda delle varietà, come anche il periodo entro il quale la raccolta deve essere terminata. Questo sistema è molto adatto per il melo ma assume minore rilevanza nel caso di altre specie come il pero.

Durezza. La determinazione della durezza della polpa è importante per stabilire il corretto stadio di maturazione di un frutto, poiché la polpa diminuisce progressivamente la propria consistenza col procedere della maturazione. Lo strumento utilizzato è il penetrometro che rileva il grado di resistenza della polpa alla pressione (kg/cm2). Il puntale dello strumento, la cui dimensione varia in funzione della specie (per esempio 8 mm di diametro per il pero), viene applicato in due punti opposti sulla circonferenza equatoriale del frutto, dopo avere asportato la buccia, premendo leggermente. Il valore penetrometrico diminuisce col progredire della maturazione (il frutto diventa meno consistente).

Tenore zuccherino e rapporto acidi/zuccheri. Il tenore zuccherino dei frutti è uno tra i parametri più importanti per la qualità gustativa. Durante la maturazione l’amido si converte in zuccheri complessi (saccarosio) e semplici (glucosio e fruttosio). Il loro tenore si misura con un rifrattometro e viene espresso in gradi Brix (°Brix). La misura della concentrazione degli acidi è considerata un parametro di qualità e non un indice di maturazione. È molto importante infatti il rapporto dolce/acido nella determinazione del sapore del frutto. Inoltre, il contenuto in acidi del frutto di una varietà può essere soggetto a forti oscillazioni di anno in anno, per cui non è considerato un indice attendibile per l’epoca di maturazione. L’acido maggiormente presente nelle pere è l’acido malico. Si parla quindi di acidità titolabile, espressa in g/l di acido malico.


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