Volume: il grano

Sezione: coltivazione

Capitolo: tecnica colturale

Autori: Pasquale Montemurro

Introduzione

A partire dai primi anni dopo la seconda guerra mondiale la tecnica di coltivazione del frumento, come quella di molte altre colture, ha subito profonde trasformazioni grazie soprattutto alla ricerca scientifica. Infatti i risultati della ricerca nel campo del miglioramento genetico e in quello dei mezzi tecnici hanno consentito lo sviluppo di varietà più produttive e la realizzazione di fertilizzanti migliori, di prodotti per la difesa più efficaci (diserbanti, insetticidi e fungicidi) e di macchine agricole più efficienti. Anche se il progresso è stato rilevante, si continua a tendere al raggiungimento di nuovi obiettivi volti allo studio e alla ricerca di metodi di coltivazione e protezione delle piante e al miglioramento della meccanizzazione, nell’ottica del risparmio energetico e della riduzione dell’impatto ambientale, tenendo nella dovuta considerazione gli aspetti qualitativi e di salubrità dei prodotti. Come per le altre colture, gli aspetti agronomici fondamentali che regolano la coltivazione del frumento riguardano la sua collocazione nell’avvicendamento, la preparazione del terreno di semina, la fertilizzazione e la difesa dai parassiti e dalle infestanti.

Avvicendamento

Fin dai primordi gli agricoltori hanno ben presto compreso come una stessa coltura producesse sempre di meno, qualora fosse coltivata per anni consecutivi sullo stesso terreno; tale fenomeno è stato poi denominato “stanchezza del terreno”. Gli antichi egizi furono tra i primi a notare la differente risposta produttiva, qualora sullo stesso appezzamento si alternassero colture diverse. Successivamente, gli ebrei cominciarono ad adottare la strategia, detta “maggese”, di lasciare riposare il terreno in sequenza biblica (descritta nella Sacra Scrittura), cioè un anno su sette; i greci proseguirono tale pratica però senza una cronologia fissata a priori. Esistono riferimenti anche per l’epoca romana: nelle Georgiche sono descritte delle rotazioni con e senza maggese. Nel De re rustica, Columella osserva come “alcune specie servano a concimare e migliorare i campi, e altre invece li brucino e li esauriscano: li ingrassano il lupino, la fava, la veccia, la lenticchia e il pisello”. Un altro passo riferisce che “deve reputarsi avvenire anche per la fava e per gli altri legumi, da cui la terra pare essere ingrassata”. Durante il Medioevo, il problema della stanchezza del terreno fu molto sentito ed evitato con il “riposo pascolativo”, ossia permettendo al bestiame di pascolare, alimentandosi con l’erba che cresceva spontaneamente sugli appezzamenti non coltivati. Più tardi, nel VI secolo, gli agronomi Agostino Gallo e Tarello da Lonato recuperarono la rotazione agraria come metodo per migliorare e mantenere la produttività delle colture; ma è sull’onda di una vera e propria “rivoluzione agronomica”, dovuta all’acquisizione di esperienze maturate in Paesi più evoluti, che avviene l’ufficiale riconoscimento della positività dell’avvicendamento, attraverso la fondamentale esperienza, cominciata in Inghilterra nel 1730, con la “rotazione di Norfolk”: la successione quadriennale di determinate colture (rapa-orzo-trifoglio pratense-frumento) in anni consecutivi sullo stesso appezzamento. I risultati di tale esperienza, infatti, hanno individuato in modo scientifico come il frumento, coltivato dopo il trifoglio pratense, specie appartenente alla famiglia delle leguminose (dalla naturale capacità di fissare nelle proprie radici l’azoto atmosferico, rendendolo organico), fosse maggiormente produttivo grazie all’azoto organico rilasciato nel terreno dal trifoglio. Pertanto, con l’avvicendamento del frumento, così come di qualsiasi altra specie erbacea, generalmente si ottengono produzioni maggiori e di qualità migliore. Al contrario, praticando il “ringrano” o “ristoppio”, cioè la semina del grano sullo stesso appezzamento per anni consecutivi, o addirittura la “monosuccessione”, cioè la semina esclusiva della medesima specie, le rese di granella si riducono progressivamente, sia per diminuzione della fertilità del terreno sia per problemi di carattere fitopatologico (maggiori attacchi di insetti, funghi, erbe infestanti, ecc.). A tale proposito si ricorda la “storica” sperimentazione iniziata nel 1842 e ancora in corso a Rothamsted (Inghilterra): i risultati di tale ricerca hanno dimostrato chiaramente come già al primo anno di ringrano la riduzione della produzione di granella fosse abbastanza evidente. Anche le prove sperimentali realizzate in Italia hanno in seguito evidenziato una diminuzione delle rese unitarie piuttosto importante e rapida nella coltura continua rispetto a quella avvicendata. Relativamente alla scelta delle colture da impiantare prima del grano, in Italia e in altri Paesi sono stati condotti numerosi esperimenti i cui risultati hanno consentito di definire da “rinnovo” la barbabietola da zucchero, la patata, il tabacco, il mais, il pomodoro e il girasole e “miglioratrici” la fava, il favino, il pisello, la veccia e l’erba medica. Il frumento ha, infatti, mostrato la sua buona attitudine a sfruttare la fertilità che le leguminose lasciano nel suolo grazie all’incremento del contenuto in azoto organico e all’importante capacità che tale famiglia di piante ha nell’ostacolare la nascita e la crescita delle malerbe; tuttavia l’apporto di concimi e le lavorazioni al terreno ricoprono indiscussa importanza. Per quanto concerne l’avvicendamento del grano con altri cereali, le esperienze condotte su mais e sorgo hanno evidenziato un effetto abbastanza favorevole sulla produttività del frumento, ma non della stessa entità raggiungibile con la semina di una coltura non cerealicola. Anche se il ringrano provoca effetti depressivi sulle rese di granella esistono tuttavia situazioni, quali quelle dei comprensori non irrigui delle nostre regioni meridionali e insulari, nelle quali il grano frequentemente succede a se stesso per più anni consecutivi, poiché altre colture non trovano condizioni ambientali ed economiche tali da consentirne una conveniente coltivazione. Nei comprensori cerealicoli di zone aride o semi-aride, risulta utile la tradizionale strategia di far precedere il frumento dal maggese. Dopo il maggese, infatti, il cereale trova il terreno con una carica inferiore di malerbe, una migliore disponibilità di elementi nutritivi derivanti dalla mineralizzazione della sostanza organica e una maggiore riserva di acqua, condizione che, nei climi aridi e semi-aridi, è adatta a rendere produttiva la coltivazione del grano nell’anno successivo. Ancora in riferimento al maggese, il “set aside” ha costituito negli anni Novanta, per moltissimi cerealicoltori, un’ottima opportunità, con il vantaggio dell’ottenimento dei contributi economici previsti dai regolamenti comunitari. Di un maggiore beneficio economico, poi, hanno usufruito le aziende cerealicole che hanno attuato il “set aside” con copertura vegetale artificiale, cioè con la semina di specie di copertura (cover crops), la cui utilità è stata quella di migliorare ulteriormente la fertilità del terreno. Per quanto riguarda le problematiche legate all’avvicendamento, le specie da seminare prima del frumento devono essere selezionate anche in funzione dell’epoca di raccolta, poiché questa può limitare il tempo necessario per la preparazione del letto di semina del frumento. Infatti, nei comprensori caratterizzati da un clima con frequenti piogge a fine estate e ad inizio autunno e in presenza di terreni argillosi o limosi, le colture estive con raccolta eseguita tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno (come per esempio il tabacco, il mais, il sorgo da granella, il riso e il girasole) possono rendere difficile la preparazione del terreno per la semina del frumento, a causa del compattamento del suolo bagnato in seguito al passaggio delle macchine.

Lavorazione del terreno

Della biblica necessità di lavorare la terra (“il Signore Dio lo mandò via dal giardino di Eden, per lavorare il suolo donde era stato tratto” [Bibbia, Genesi, 1,23]), gli agricoltori si sono sempre resi conto. Nel secondo dei suoi libri dell’opera De re rustica, Columella sostiene che “coltivare non è altro che disgregare e fermentare la terra” e ancora “il campo sodo deve essere invece sottoposto a tante arature ripetute da essere ridotto in polvere”. Per poter procedere alla semina del frumento generalmente il terreno deve essere sottoposto a opportune lavorazioni; da poco più di un ventennio, però, è possibile eseguire anche la semina su sodo, cioè senza lavorare il terreno, grazie alla disponibilità di apposite seminatrici. Le lavorazioni del terreno servono, essenzialmente, a fare in modo che il seme venga accolto e messo in condizioni innanzitutto di germinare bene, quindi di fuoriuscire dal suolo (fase di emergenza) e permettere l’ottimale sviluppo della piantina. In altre parole, il terreno deve diventare il più ospitale possibile per la semente, deve essere garantita una porosità tale da permettere un buon trattenimento dell’acqua ed essere contemporaneamente consentita un’ottimale presenza e circolazione di gas quali ossigeno e anidride carbonica. Soprattutto a seconda della coltura che precede il frumento e delle condizioni climatiche e pedologiche, le lavorazioni del terreno differiscono in tipo, epoca e profondità e generalmente sono scelte sia in considerazione degli obiettivi economici, cioè la maggior riduzione possibile del numero di interventi necessari alla preparazione del letto di semina, sia per garantire la qualità della granella. In ogni caso, la scelta della lavorazione del terreno e della profondità a cui effettuarla, o quella di non lavorarlo affatto (semina su sodo), viene fatta di volta in volta a seconda delle necessità, che normalmente coincidono con l’interramento dei fertilizzanti minerali e organici, dei residui colturali e con il miglioramento delle condizioni del terreno lasciate dalla coltura precedente (come ad esempio la cura di una superficie irregolare o compattata in seguito al passaggio delle macchine, l’eliminazione delle erbe infestanti, ecc.). Riguardo alla tipologia, le lavorazioni si distinguono essenzialmente in principali e secondarie. L’aratura è la lavorazione principale e più diffusa ancora oggi; la sua esecuzione avviene generalmente durante l’estate, a una profondità che nelle condizioni dell’Italia settentrionale e centrale varia tra 20 e 25 cm, mentre nel meridione oscilla tra 25 e 30 cm. In alcuni comprensori, allo scopo di correggere la struttura del terreno per favorire la regimazione idrica e l’aerazione del suolo, viene effettuata la lavorazione a due strati; in altre parole, si realizza prima una ripuntatura profonda 50-60 cm, utilizzando un ripuntatore, successivamente si ara a 25-30 cm. Le due operazioni possono essere eseguite contemporaneamente qualora si disponga di un araripuntatore. All’aratura seguono lavorazioni complementari come la frangizzollatura, l’erpicatura e la fresatura, che sono praticate con lo scopo di ottenere un letto di semina non zolloso, ben livellato, in cui il seme possa trovare le condizioni ottimali per germinare e la piantina per emergere dal terreno e crescere al meglio. In alcuni areali, si preferisce praticare la minima lavorazione (minimum tillage), cioè una lavorazione molto superficiale, a una profondità variabile tra 10 e 15 cm, il minimo indispensabile per creare uno strato di terreno lavorato adatto alla semina, alla buona germinazione delle cariossidi e all’ottimale emergenza delle piantine. La semina su terreno sodo, accennata in precedenza, ha potuto avere una discreta diffusione grazie alla disponibilità di seminatrici che hanno dato risultati apprezzabili, create proprio per poter deporre i semi in terreni non lavorati, specialmente in quelli sui quali era stata eseguita una lavorazione principale in preparazione alla coltura precedente (da rinnovo). Questo sistema è adatto alle semine su terreni difficili, dopo colture raccolte tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno, anche in condizioni di piogge frequenti. Inoltre, dal punto di vista economico è conveniente perché, non eseguendo alcuna lavorazione del terreno, le spese complessivamente affrontate per tale produzione sono senz’altro inferiori. La semina diretta non è però sempre consigliabile; la presenza sul terreno di residui vegetali di mais o di sorgo coltivati precedentemente potrebbe rappresentare per il frumento un importante fattore di rischio, poiché costituisce una significativa fonte di inoculo e di trasmissione di fusariosi, responsabili della contaminazione da micotossine della granella. Nel caso si scelga la semina su terreno non lavorato, è praticamente indispensabile eliminare le piante infestanti nate dopo la raccolta della coltura precedente, mediante un trattamento diserbante (pulizia del letto di semina).

Concimazione

La concimazione è sicuramente uno degli aspetti più importanti della tecnica colturale per l’ottenimento di apprezzabili rese unitarie di frumento duro e tenero. Come le altre piante, anche il frumento, per potersi accrescere e quindi produrre bene, necessita di elementi nutritivi che devono essere disponibili in determinate fasi e nella giusta quantità. A tale riguardo, innumerevoli sono le ricerche eseguite sulla nutrizione delle piante, in particolare del grano, che hanno evidenziato l’influenza della concimazione sulla disponibilità di elementi nutritivi, sulla produttività e sulle componenti qualitative della granella, proteine e amido in particolare. Gli elementi nutritivi fondamentali alla vita delle piante sono normalmente classificati in “macro” e “microelementi”. Il primo gruppo, così chiamato perché comprende elementi necessari in quantità elevate, ma che generalmente non sono presenti nel terreno in quantità sufficiente, comprende l’azoto, il fosforo, il potassio, il calcio, il magnesio e lo zolfo; nel secondo gruppo, che include elementi necessari in quantità esigue normalmente presenti nel suolo, rientrano lo zinco, il manganese, il rame, il boro e il molibdeno. Nonostante ogni elemento nutritivo svolga un proprio ruolo nel determinare la crescita della pianta, quindi il conseguimento di una produzione quantitativamente e qualitativamente apprezzabile, l’azoto, il fosforo e il potassio sono ritenuti i più importanti e, pertanto, quelli normalmente oggetto della concimazione. Calcio, magnesio e zolfo, invece, sono meno rilevanti ai fini della fertilizzazione, in quanto non sono quasi mai carenti; inoltre questi elementi vengono spesso apportati dai concimi minerali comunemente usati. Per concimare in modo razionale è basilare tenere particolarmente in considerazione le caratteristiche del terreno, la precessione colturale, la varietà, la produzione attesa, l’andamento stagionale e il tempo di assorbimento degli elementi nutritivi. Relativamente al terreno, dalla sua analisi si possono ricavare informazioni sulla dotazione di nutrienti presenti, nella sostanza organica, una delle principali fonti di azoto, nonché dati sulla disponibilità di elementi minerali e sulla tessitura (rapporto percentuale tra argilla, limo e sabbia), che risulta particolarmente importante poiché influisce sull’entità e sul rilascio degli elementi nutritivi da parte del suolo. La conoscenza della coltura precedentemente praticata (rinnovo, miglioratrice, sfruttante) fornisce utili indicazioni sulla fertilità residua nel suolo. L’entità della produzione che si suppone di ottenere dipende dalla varietà prescelta, ma anche dalla stima degli elementi nutritivi che saranno asportati dal terreno e che devono pertanto essere anticipati con la fertilizzazione. Il frumento tenero, per esempio, asporta circa 180 unità di azoto per una produzione di 7 t di granella (al netto della paglia). In ogni caso, maggiori sono le produzioni e più alte saranno le esigenze nutritive. Per quanto concerne la pluviometria stagionale, questa influisce notevolmente sulla disponibilità degli elementi nutritivi per la coltura: se le piogge sono scarse i concimi non si sciolgono, mentre se sono eccessive questi subiscono un dilavamento troppo profondo nel terreno. La conoscenza dei fattori elencati e della loro azione in un determinato ambiente consente d’individuare la dose media indicativa di concime, che deve essere adattata di volta in volta attraverso l’osservazione diretta delle piante e/o attraverso moderni strumenti come lo SPAD, utile per la determinazione indiretta dell’azoto contenuto nelle foglie di una pianta viva. Durante la sua vita, la pianta assorbe i nutrienti in modo variabile; generalmente, raggiunge il suo massimo durante la fase della levata, al termine della quale è assunto non meno del 70-80% del fabbisogno totale. Alla luce di ciò, appare chiara l’importanza della scelta, del calcolo e della programmazione oculata del tipo di concime, delle dosi da impiegare e del momento della distribuzione. I fertilizzanti sono generalmente distribuiti sul terreno, mentre solo occasionalmente sono disciolti in acqua e applicati direttamente sulle foglie (concimazione fogliare). Tra i macroelementi, l’azoto e il fosforo sono considerati fondamentali e devono essere abitualmente distribuiti alle colture attraverso la fertilizzazione; in situazioni di terreno particolarmente carente, può inoltre risultare necessario l’impiego di concimi contenenti potassio.

Concimazione azotata
Qualora nelle piante di frumento l’elemento sia sufficientemente disponibile, si avranno effetti positivi sulla quantità e qualità della produzione, così come si nota nei dati riportati nelle tabelle. In particolare, tra gli effetti che il nutriente in questione determina dal punto di vista quantitativo si ricorda l’aumento dell’espansione fogliare, sulla quale agisce ritardando la senescenza, quindi sulla superficie fotosintetizzante, poiché induce un maggiore accestimento e migliora la fertilità della spiga. Tali aspetti si traducono normalmente in un aumento della produzione di granella; l’azoto produce, inoltre, un evidente innalzamento del contenuto proteico e delle ceneri. Nel caso si verifichi una carenza di azoto le piante manifestano visibili sintomi di ingiallimento e di forte riduzione della crescita; nel frumento duro, poi, molte delle cariossidi, invece di essere completamente vitree, si mostrano “bianconate”, cioè con macchie biancastre più o meno diffuse; tale difetto peggiora la qualità della semola. Considerato il fatto che l’azoto è indispensabile per l’ottenimento di elevate produzioni di qualità e che si trova nel terreno in quantità quasi sempre insufficiente a soddisfare il fabbisogno del frumento, l’apporto di tale elemento tramite la concimazione azotata è considerato di primaria importanza nella coltivazione. Le esigenze di azoto di una coltura di frumento sono di 2,4-2,8 kg per ogni quintale di granella prodotta (compresa la relativa paglia). Tali esigenze devono poter essere soddisfatte durante tutto il periodo di assorbimento, specialmente da quando si forma il primo internodo poiché, durante tale fase, la carenza di azoto reca effetti dannosi in termini di resa in granella e di contenuto proteico. Il tipo di concime generalmente non ha grande influenza sulla produzione del grano, né dal punto di vista quantitativo né qualitativo. Attualmente il tipo maggiormente utilizzato è l’urea agricola, soprattutto per motivi economici (minor costo e titolo elevato), seguita dal nitrato ammonico. Alcuni cerealicoltori utilizzano anche il fosfato biammonico con il quale si distribuisce anche il fosforo. In alcune situazioni, però, è utile l’impiego di fertilizzanti azotati a lento effetto o “ritardanti”, come l’ureaformaldeide, proprio in virtù della proprietà di rilasciare l’azoto molto gradualmente. I casi in cui è consigliato un concime a lento effetto comprendono le zone a forte rischio di dilavamento per eccessiva piovosità e gli areali siccitosi, nei quali è molto probabile il fenomeno della stretta. Considerato però il costo elevato, questo tipo di concime è generalmente scelto dalle aziende agricole che usufruiscono di un apposito contributo economico comunitario, a condizione di non superare specificati livelli di concimazione azotata. Le dosi di azoto devono essere adeguatamente valutate, in quanto gli eccessi possono risultare dannosi per la produzione del frumento; quantità troppo elevate, infatti, causano una maggiore suscettibilità all’allettamento e ad alcune malattie dovute alla diminuzione della resistenza meccanica dei tessuti della pianta; inoltre possono provocare la stretta, per l’aumento della superficie traspirante. Riguardo alle dosi da distribuire, queste sono calcolate tenendo presente sia le esigenze della coltura citate in precedenza, sia importanti fattori quali la potenzialità produttiva della varietà scelta e l’ambiente di coltivazione. Nell’Italia settentrionale e centrale può ritenersi adatta una dose di azoto di 120-150 kg/ha, che può arrivare anche a 200 kg/ha, mentre in meridione, più caldo e arido, è consigliato un apporto inferiore, compreso tra 70 e 100 kg/ha. Poiché l’epoca di concimazione influenza in modo particolare il contenuto proteico delle cariossidi, la distribuzione dei concimi azotati viene programmata in modo da evitare in ogni momento carenze per la pianta, specialmente nelle fasi critiche di maggiore assorbimento. In appezzamenti poveri di azoto, i concimi in forma solida sono generalmente dati prima o alla semina, a spaglio o in modo localizzato, poi “in copertura” (con il grano già nato) ugualmente a spaglio. La localizzazione, normalmente in misura di 20-30 kg/ha di azoto, è preferibile a mezzo di una seminatrice munita di apposito apparato distributore. Lo spargimento in copertura della restante quota viene eseguito tra l’accestimento e la formazione del primo internodo; in particolare, i fertilizzanti a lento effetto si prestano bene alla concimazione azotata nell’epoca dell’accestimento (gennaiofebbraio), periodo in cui le esigenze del frumento sono abbastanza limitate, ma protratte nel tempo. Nel caso di terreni non carenti di azoto o in suoli in cui tale elemento è a rischio di lisciviazione, la concimazione avviene totalmente in copertura. La distribuzione della quota principale, circa il 65-80%, dovrebbe avvenire alla metà o alla fine dell’accestimento, mentre la restante quota, meglio se di fertilizzanti azotati a pronto effetto, dovrebbe essere distribuita durante la levata e la botticella. Qualora non sia stato possibile apportare nutrienti azotati mediante concimi solidi in copertura, si può ricorrere a irrorazioni fogliari eseguite per esempio con soluzioni di urea, utilizzando comuni pompe irroratrici durante la fase che va dalla levata alla botticella. La concimazione fogliare, infatti, eseguita miscelando fertilizzanti azotati con prodotti utili per la difesa (diserbanti, fungicidi), può contribuire positivamente all’ottenimento di apprezzabili rese quali-quantitative di frumento, in virtù della prontezza d’azione e dell’elevato assorbimento che avviene nella parte aerea delle piante. Ciò si traduce in una stabilizzazione e in un incremento delle rese e del tenore proteico delle cariossidi che risulta particolarmente importante per le varietà con caratteristiche molitorie di pregio.

Concimazione fosfatica
Anche il fosforo svolge un ruolo rilevante su alcuni aspetti qualiquantitativi del frumento. Se è adeguatamente fruibile, rende le piante più resistenti alle malattie, influisce sulla precocità della coltura, incrementa il numero di spighe per unità di superficie e favorisce lo sviluppo e l’approfondimento dell’apparato radicale. Quest’ultimo aspetto è particolarmente importante nelle coltivazioni meridionali, poiché un apparato radicale più profondo utilizza al meglio le esigue disponibilità idriche, consentendo alle piante di cercare meglio l’acqua e di sfuggire o limitare i danni dovuti alla carenza idrica quali la “stretta”. La carenza del fosforo determina nelle piante un ritardo e un minore accrescimento e una stentata formazione di semi; le foglie, inoltre, a cominciare da quelle poste più in alto, possono assumere una pigmentazione antocianica. Il fosforo deve essere apportato al frumento tramite una razionale concimazione, anche perché risulta utile a ridurre gli effetti negativi dell’allettamento e dell’eventuale eccesso di azoto. La necessità di fosforo deve essere soddisfatta durante tutti gli stadi vegetativi, ma soprattutto durante la fase di accestimento e durante la levata; infatti, in quest’ultimo stadio vegetativo viene assorbita la quota maggiore, corrispondente al 70-75% del fabbisogno totale. Per la produzione di un quintale di granella e della relativa paglia, le piante di grano necessitano di una quantità di fosforo, espresso in anidride fosforica (P2O5), pari a 1,4-1,6 kg/ha. Un tipo di concime fosfatico molto usato dai cerealicoltori è il fosfato biammonico, perché questa formulazione consente di distribuire contemporaneamente anche l’azoto. Nei casi in cui non è necessaria l’applicazione di azoto al momento della semina (terreni abbastanza dotati), normalmente viene usato il perfosfato minerale, eccetto nei terreni acidi dove viene preferito l’impiego delle scorie Thomas. Anche se l’influenza della concimazione fosfatica è in generale meno marcata rispetto a quella azotata, tuttavia la dose di concime da distribuire alla coltura si differenzia grosso modo in funzione degli stessi fattori già indicati per la concimazione azotata. In particolare, nella determinazione della dose ottimale, i fattori climatici ricoprono una notevole importanza, seguiti dalle caratteristiche genetiche della varietà coltivata e dalla conoscenza del contenuto in fosforo del terreno. Pertanto, tenendo in considerazione anche le quantità di fosforo asportate dal grano per unità di produzione, la dose di fosforo espressa in P2O5, pari a 50-70 kg/ha, normalmente risulta essere adeguata anche per mantenere nel tempo una dotazione sufficiente dell’elemento nutritivo nel terreno. A differenza di quanto succede con l’azoto, un eventuale eccesso dell’elemento nel terreno non ha conseguenze sulle rese di prodotto. Come per i concimi azotati, anche la distribuzione di quelli fosfatici viene pianificata in modo tale da permettere una costante disponibilità del nutriente per il grano. A differenza dell’azoto, il fosforo viene dato esclusivamente prima o al momento della semina e mai in copertura. Quando i terreni risultano essere molto poveri, viene preferita la distribuzione a spaglio prima dell’aratura in modo da arricchire tutto lo strato interessato dal futuro apparato radicale. Nel caso di terreni dotati di fosforo il concime viene invece sparso e interrato durante i lavori di affinamento del terreno in preparazione alla semina, in modo che le radici delle giovani piantine possano usufruirne facilmente, o ancor meglio se localizzato vicino alle cariossidi, ricorrendo ad apposite seminatrici spandiconcime.

Concimazione potassica
Il potassio aumenta la resistenza del frumento all’allettamento e ad alcune avversità. Tuttavia, le carenze nella pianta si manifestano con un’alterazione del colore delle foglie, che tendono a divenire rossastre all’apice e ai margini del lembo e ad essiccare in una zona più o meno estesa dell’apice fogliare, in funzione dell’entità della carenza. Come accennato in precedenza, i terreni italiani dispongono di un contenuto di potassio normalmente sufficiente a soddisfare le esigenze del frumento; tra l’altro, questo cereale non ha elevate esigenze in potassio, quindi non è generalmente necessario apportarlo, risultando utile l’impiego solo nel caso di appezzamenti particolarmente carenti. Come il fosforo, anche il potassio contribuisce a limitare l’allettamento delle piante. Per produrre un quintale di granella e la relativa paglia il grano asporta dal terreno una quantità di potassio, espressa in ossido (K2O), pari a 2,5-3 kg/ha. La maggior parte di potassio viene apportata durante la fase della levata, mentre il massimo asporto dalle piante viene raggiunto a 30-40 giorni dalla maturazione. Poiché i vari concimi potassici disponibili non si differenziano significativamente per l’azione che hanno sul frumento, la scelta del tipo da utilizzare non ricopre grande importanza. Comunque, i concimi potassici più utilizzati sono il cloruro e il solfato potassico; quest’ultimo è preferito nei comprensori cerealicoli aridi o caratterizzati da terreni salini per il suo minore indice di salinità. Nella determinazione delle dosi di potassio da distribuire alla coltura, è necessario tenere in considerazione alcuni fattori già visti per la concimazione azotata, tra i quali la determinazione del contenuto del nutriente nel terreno e la varietà scelta. Di conseguenza, in base anche ai quantitativi asportati dal terreno per unità di granella e paglia prodotte, normalmente risulta essere adeguata una dose di concime di 100-150 kg/ha, espressa come K2O. Come per i concimi fosfatici, la distribuzione dei fertilizzanti potassici avviene sempre sul campo e a spaglio; la fase di spargimento corrisponde al momento dei lavori di affinamento del terreno, alla preparazione del letto di semina al fine di creare le condizioni adatte affinché le radici delle piantine possano giovarsene prontamente.

Semina

Prima di procedere alla semina, il cerealicoltore deve provvedere alla scelta della varietà (o cultivar) di frumento più adatta alle proprie esigenze produttive; per godere del massimo delle garanzie è bene che la semente non sia ricavata da frumento prodotto in azienda, bensì commerciale e acquistato presso una ditta sementiera. Oltre a essere certificata, la semente deve presentarsi in ottimo stato fitosanitario, pertanto non deve essere contaminata da organi di propagazione di patogeni (funghi del genere Fusarium e Septoria, carie, carbone, ecc.). Generalmente, la semente viene trattata con prodotti fungicidi, cioè viene “conciata” allo scopo di difendere i germinelli e le piantine nelle prime fasi del loro sviluppo. Normalmente, le condizioni climatiche italiane sono tali da permettere la semina durante la stagione autunnale. In particolare, nel settentrione tale periodo inizia nella seconda decade di ottobre, nell’Italia centrale coincide con la prima decade di novembre, mentre in meridione e nelle isole comincia tra la seconda e la terza decade di novembre. Il completamento dovrebbe avvenire entro ottobre nel settentrione, entro fine novembre nell’Italia centrale e non più tardi della metà di dicembre negli ambienti meridionali e nelle isole. Solo nel caso di condizioni climatiche avverse, la semina viene fatta a fine inverno o all’inizio della primavera (semine marzuole); le condizioni che portano a scegliere la semina primaverile possono essere un autunno molto siccitoso (spesso in meridione) in cui non si è potuto preparare il terreno, o un’eccessiva piovosità che (come può accadere nel centro-nord) ha provocato asfissia radicale e vanificato la semina effettuata in precedenza. Le varietà da utilizzare per la semina primaverile devono essere obbligatoriamente di tipo “alternativo”, cioè in grado di fiorire, quindi di produrre cariossidi, senza il bisogno di vegetare durante un periodo freddo, come è invece necessario per le varietà “non alternative”. L’epoca di semina viene scelta anche in funzione della precocità delle varietà: quelle tardive sono seminate prima di quelle precoci. Per potere calcolare la quantità di semente da impiegare per ettaro di terreno è necessario innanzitutto pianificare la densità di piante che si vuole ottenere in campo (numero di piante o meglio di spighe per metro quadro); in seguito è necessario calcolare la dose di seme in base al peso medio delle cariossidi, tenendo presenti tutti i fattori da cui dipende la germinabilità in campo. Pertanto, allo scopo di avere una buona densità di piante, viene preferita una quantità di semente maggiore rispetto a quella necessaria in condizioni ottimali, nel caso si verifichino condizioni sfavorevoli alla germinazione dei semi e all’emergenza delle piantine. Un terreno non opportunamente preparato (eccessiva zollosità), un insufficiente tenore di umidità del terreno, la presenza di insetti terricoli responsabili di diradamenti delle piante in fase di nascita o di emergenza e l’utilizzo di semi con bassa germinabilità rappresentano fattori sfavorevoli. Soltanto se il terreno è fertile e c’è una sufficiente disponibilità di acqua durante la coltivazione, si consiglia di optare per una densità di piante più elevata, maggiormente favorevole all’ottenimento di alte rese. Il numero di piante per m2 non deve però essere eccessivo, in quanto la coltura avrebbe una produttività inferiore e sarebbe più soggetta sia a carenze idriche nella fase di maturazione sia all’allettamento, a causa dei culmi più soggetti a una minore resistenza meccanica. Negli areali caratterizzati da buone condizioni climatiche e pedologiche, una densità di semina di 400-500 cariossidi per m2 permette di avere un numero di piante tale da consentire l’ottenimento di una quantità di spighe variabile tra 600 e 700 per m2, indice di probabili produzioni elevate. In definitiva, la quantità di semente che generalmente viene impiegata in condizioni normali varia da 160 kg/ha nelle regioni meridionali a 180 kg/ha nell’Italia settentrionale; la dose di semente raggiunge i 230-250 kg/ha nel caso in cui la semina venga fatta in condizioni difficili di terreno e/o tardivamente. La semina viene comunemente eseguita a una profondità variabile tra 2 e 3 cm; se avviene troppo in profondità la fuoriuscita delle piantine dal terreno tende a procedere con difficoltà, mentre se è troppo superficiale, le cariossidi si possono trovare nelle condizioni di non germinare per scarsa umidità del terreno, e sarebbero maggiormente esposte a essere mangiate dagli uccelli. Attualmente la maggioranza dei cerealicoltori semina a file (o righe) con l’impiego di seminatrici, non più a spaglio come in passato. Le file possono essere semplici, distanti normalmente tra 15 e 18 cm, oppure binate, riunite in coppie (bine), con una distanza tra le due file della bina (12-15 cm) minore di quella tra le bine (25-30 cm). Nei terreni soffici o asciutti, dopo la semina viene effettuata una leggera rullatura allo scopo di far aderire meglio le cariossidi al terreno; in tal modo risultano favoriti l’assorbimento dell’acqua da parte del seme e la germinazione.

Irrigazione

Come tutte le specie vegetali, anche il frumento richiede un adeguato apporto idrico per produrre bene. Una piovosità idonea e ben distribuita per tutto il ciclo colturale del frumento consente l’ottenimento di rese abbondanti e di qualità. Qualora si verifichino periodi di carenza idrica prolungata le piante ne possono risentire al punto tale da non essere in grado di arrivare alla spigatura e alla produzione di cariossidi. I periodi critici in cui la scarsità d’acqua è particolarmente dannosa sono due: germinazione ed emergenza; infatti, la scarsità idrica può determinare una densità di piante così bassa da non permettere una produzione soddisfacente, anche nel caso in cui la situazione dovesse migliorare nelle successive fasi di crescita. Tuttavia, anche durante la levata, l’inizio e la fine della spigatura-fioritura e la fase del riempimento della cariosside, situazioni di grave stress idrico, causano un decadimento sensibile della produttività della coltura, in termini di qualità e di quantità. In particolare, la granella ottenuta appare striminzita e produce meno farina, se è grano tenero, e meno semola, se è duro. Il frumento, essendo una coltura in grado di produrre normalmente nelle aree caratterizzate da un clima temperato, non viene in genere irrigato. Pertanto, solamente negli ambienti italiani aridi e sub-aridi e in generale in qualsiasi altro areale di coltivazione in cui si verifichi un’annata particolarmente siccitosa, la coltura può essere aiutata effettuando una o più irrigazioni definite “di soccorso”. In ogni caso, quando si temono e/o si vogliono evitare danni da stress idrico, è molto utile eseguire la misura strumentale dell’umidità nel terreno: l’intervento irriguo si rende necessario quando l’acqua disponibile nel terreno (quella che le piante sono in grado di assorbire dal suolo) è al di sotto del 40-50%. Nelle zone poco piovose, la risposta della coltura all’irrigazione è quasi sempre molto buona, in termini di quantità e qualità della produzione.

Raccolta

Il periodo di raccolta del frumento varia in primo luogo in relazione alla latitudine e all’altitudine e dipende, inoltre, dall’andamento climatico, dalle caratteristiche pedologiche e dalla durata del ciclo biologico delle differenti varietà. Nell’emisfero boreale la raccolta del frumento in semina autunnale avviene nel periodo fine maggio-settembre, mentre in quello australe ha luogo nel periodo ottobre-gennaio. In Italia la trebbiatura inizia in genere a fine maggio nelle aree più calde dell’Italia meridionale e insulare, per poi proseguire nella seconda metà di giugno nell’Italia centrale e terminare a fine giugno-inizio luglio nelle regioni settentrionali. La raccolta ha inizio in corrispondenza della piena maturazione delle spighe, con cariossidi aventi un’umidità di circa il 13%, in modo che possa conservarsi senza necessità di ricorrere a una essiccazione del prodotto.

 


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