Volume: la fragola

Sezione: coltivazione

Capitolo: tecnica colturale

Autori: Pierluigi Lucchi

Introduzione

La tecnica colturale della fragola ha subito una costante evoluzione negli ultimi venti anni. Il sistema più diffuso è la tradizionale coltura annuale con un solo ciclo di fruttificazione nella primavera successiva all’impianto estivo. In alcune zone italiane, si sono affiancate altre tecniche di coltivazione più innovative come le colture autunnali del Veronese che, sempre con ciclo annuale, realizzano la doppia fruttificazione, una nel periodo autunnale che segue la piantagione e sfrutta le gemme differenziate nei vivai, l’altra nella primavera successiva. Negli ambienti più freschi di montagna sono diffuse le colture programmate finalizzate a destagionalizzare la produzione di fragole nel periodo estivo, generalmente molto più remunerativo di quello tradizionale primaverile. Negli ambienti meridionali, l’utilizzo ormai diffuso delle piante fresche, poste a dimora a inizio autunno e coltivate sotto protezione (tunnel), consente una precoce e prolungata produzione, da due mesi circa dalla piantagione fino al mese di giugno.

Terreno

La fragola è una specie che può essere coltivata in diversi tipi di terreno, anche se predilige quelli di medio impasto e si adatta bene anche nei suoli argillosi, purché dotati di un buon drenaggio. In genere sono da preferire terreni tendenzialmente acidi o subacidi con un pH compreso tra 5,5 e 7. In presenza di un pH più elevato, da parte della pianta si ha un difficile assorbimento del ferro, che si può manifestare con i tipici sintomi di ingiallimento più o meno marcato delle foglie (clorosi).

Preparazione del terreno
Questa specie esige una preparazione del terreno molto accurata, per evitare ristagni idrici che favoriscono il marciume delle radici e altre malattie fungine, nonché il marciume dei frutti in primavera. È bene perciò procedere al livellamento del terreno e alla sistemazione della rete di scolo, specialmente se il terreno è di natura più argillosa, in modo da agevolare il deflusso delle acque in eccesso. Dopo l’aratura, da effettuare principalmente in quei terreni che non hanno mai ospitato la fragola, o dopo la vangatura nei casi di ristoppio della coltura, si effettua una seconda e più superficiale lavorazione a una profondità di 20-25 cm, con la quale si interrano la sostanza organica (possibilmente letame) e i concimi organici utili allo sviluppo della pianta. Si deve operare in modo da affinare il più possibile il terreno (utilizzando erpici o frangizolle), allo scopo di eliminare le erbe infestanti e di migliorare la struttura fisica del terreno per facilitarne l’adesione alle radici della pianta. Nei terreni più sabbiosi, può essere opportuno procedere a una rullatura.

Rotazione
Per la fragola esiste la necessità di ricorrere ad ampie rotazioni per evitare problemi di stentato sviluppo, stati di stress o di “collasso” delle piante. Il quadro sintomatologico, facilmente osservabile, solitamente viene riferito al probabile incremento della massa d’inoculo dei parassiti ipogei che si determina quando la coltura ritorna sullo stesso terreno dopo brevi intervalli di tempo. La presenza di varie specie di Rhizoctonia, Fusarium, Pythium, Phytophthora e Verticillium è stata ripetutamente osservata su piante collassate, anche se i parassiti menzionati non sono risultati costantemente presenti in tutti i casi di deperimento progressivo delle piante. Spesso lo sviluppo stentato delle piante coltivate, evidenziato in seguito alla monosuccessione, va attribuito a un fenomeno più complesso e definito stanchezza del terreno, causato da fattori di natura nutrizionale, parassitaria e metabolica, i quali con ogni probabilità agiscono congiuntamente e in modo non sempre proporzionale nell’indurre le piante in condizioni di sofferenza. La rotazione generalmente migliora la struttura del suolo, ne mantiene la fertilità chimica e riduce la presenza dei patogeni nel terreno. È importante anche un’accurata scelta delle colture in precessione: è sconsigliabile la coltivazione della fragola in successione con una solanacea (patata, pomodoro ecc.) per i problemi fitosanitari che questa può trasmettere (Verticillium, Rhizoctonia ecc.) mentre sono da raccomandare colture come pisello e fagiolino, miglioratrici sia della struttura sia della fertilità del terreno. Un’adeguata rotazione dovrebbe prevedere il ritorno della fragola dopo due o tre anni, ma non meno, di altre colture. Un esempio di possibile avvicendamento colturale potrebbe essere rappresentato da bietola-ortive-frumento e fragola oppure piante ortive-leguminose da granella o da sovescio e fragola. Interessante risulta la realizzazione di colture intercalari da sovesciare per apportare sostanza organica e migliorare l’attività microbiologica nel terreno. La scelta in questo caso deve ricadere su essenze che producono molta massa verde, per esempio veccia e orzo. Altre essenze consigliate nella rotazione, con azione principalmente rivolta al risanamento dei terreni affetti da fenomeni di stanchezza, sono quelle appartenenti alla famiglia delle Brassicaceae, in grado, in seguito all’interramento della loro biomassa, di rilasciare nel terreno molecole volatili ad azione biocida. Sono chiamate biocide per la loro capacità di liberare, in seguito a trinciatura, composti di degradazione dei glucosinolati (isotiocianati, nitrili o tiocianati), caratterizzati da un’elevata capacità biologica nei confronti di batteri, funghi, nematodi, insetti terricoli ed erbe infestanti.

Solarizzazione
La solarizzazione dei terreni è una pratica ormai molto diffusa nelle coltivazioni degli ambienti meridionali dove le alte temperature e il forte irraggiamento solare nei mesi estivi consentono elevate somme termiche in grado di garantire un buon effetto disinfestante. L’effetto solarizzante si ottiene attraverso lo sfruttamento dell’energia solare in grado di sottoporre i terreni a una sorta di blanda pastorizzazione (40-50 °C) e può essere proficuamente aumentato con apporti consistenti di sostanza organica che consentono alle piante di superare gli stress dovuti alla stanchezza del terreno e migliorano le caratteristiche fisico-chimiche del suolo. Per ottenere una buona azione solarizzante è necessaria una copertura del terreno con film plastici in polietilene (PE) verde o trasparente, per un periodo minimo di 4-8 settimane. Occorre ricordare come questo tipo di trattamento presenti alcuni limiti, legati particolarmente alla necessità di mantenere il suolo libero da colture per circa 2 mesi, durante il periodo più caldo dell’anno, e allo spettro di azione non sempre sufficiente a garantire un’ottimale efficacia contro i diversi patogeni tellurici.

Impianto e pacciamatura

L’impianto della fragola è tradizionalmente effettuato su prode ben baulate, con un’altezza al colmo variabile da 10 a 30 cm a seconda della tessitura del terreno. La piantagione su prode assicura alle piante un maggior franco di coltivazione, mantiene la pianta in un microclima più asciutto, evitando pericolosi ristagni idrici, e limita il pericolo di infezioni di natura fungina sui frutti. Le prode devono avere una lunghezza non superiore a 100 m, specialmente se si fa ricorso a sistemi di irrigazione con manichetta semplice e se si intende effettuare la protezione della coltura. Questo limite è necessario per non avere problemi di uniformità nella distribuzione dell’acqua e per evitare difficoltà di gestione del tunnel nelle fasi di apertura/chiusura indispensabili per arieggiare le piante. Le prode vengono realizzate con l’ausilio di uno speciale assolcatore che permette di regolarne sia l’altezza sia la larghezza e, nello stesso tempo, sono posti in opera la manichetta per l’irrigazione e il film pacciamante. In quasi tutte le aree i fragoleti sono costituiti con due file per prode, a eccezione degli ambienti di montagna (per esempio nel Cuneese) dove è dominante la fila singola. Anche nella pianura cesenate si fa ricorso, in alcuni casi, alla fila singola (file laterali del tunnel), per rendere più agevole la raccolta dei frutti e favorire un maggiore arieggiamento delle piante. In caso di fila singola la densità di piantagione diminuisce leggermente (–10%) rispetto alla fila binata, ma aumenta la produttività per pianta. Fragoleti a file triple o quadruple sono stati realizzati soprattutto in alcuni ambienti dell’Italia meridionale al fine di anticipare di qualche giorno l’inizio della maturazione dei frutti in quanto la prode più ampia permette l’ottimizzazione della temperatura del suolo. Questa tecnica mantiene un certo interesse solo per le varietà che presentano piante di medio-scarso sviluppo vegetativo: va comunque adottata l’attenta gestione delle fertirrigazioni al fine di evitare un’eccessiva fittezza di vegetazione, spesso causa di allegagione irregolare dei frutti e della diffusione di marciumi. La pacciamatura delle prode è tradizionalmente effettuata con un film plastico di polietilene scuro, con fori posti a una distanza di 30-40 cm fra le due file e di 20-40 cm sulla fila, in funzione del tipo e della vigoria della pianta, nonché del tipo di coltura. I vantaggi offerti dall’utilizzo di questa pratica colturale riguardano soprattutto il contenimento delle erbe infestanti e la pulizia dei frutti che, a contatto diretto con il terreno, tenderebbero a imbrattarsi. In alcune aree (Veronese, Piana del Sele) si ricorre alla pacciamatura totale del terreno, per avere un efficace controllo delle erbe infestanti e minori variazioni del regime idrico e termico del suolo in virtù delle più ridotte perdite per irradiazione. Negli ambienti di montagna non sono rari gli esempi di film di pacciamatura sempre di polietilene ma di colore bianco (verso l’esterno). I vantaggi sono dati dal ritardo della maturazione dei frutti rispetto a quando si usa il film plastico completamente nero (aspetto di grande interesse per gli ambienti che finalizzano la loro produzione verso i periodi più tardivi) e dal contenimento dei danni da scottature solari sui frutti. Ancora limitato, dopo il forte interesse iniziale, è risultato l’impiego di film plastici fotoselettivi che, con spessori estremamente ridotti (20-40 micron), funzionano come dei veri e propri filtri. In base ai loro diversi colori (marrone, verde, rosso, giallo), tali film filtrano opportunamente la radiazione solare consentendo il passaggio di luce e di calore in profondità e garantiscono un microclima ottimale a livello di tutto l’apparato radicale e della parte aerea della pianta.

Epoca di trapianto
Il periodo di piantagione è molto variabile a seconda delle zone, delle varietà e del tipo di tecnica colturale che si adotta. L’individuazione dell’epoca migliore risulta di fondamentale importanza per la buona riuscita di un fragoleto. A titolo orientativo, per le varietà unifere, negli ambienti di montagna del Nord, la piantagione inizia generalmente ai primi di giugno alle quote più alte e prosegue per tutto il mese via via che ci si abbassa di quota. Negli ambienti settentrionali di pianura la piantagione ha inizio verso metà luglio con piante frigoconservate, e prosegue fino ad agosto nel caso siano utilizzate piante fresche cime radicate. Nei fragoleti veronesi predisposti per la produzione autunnale, la piantagione va dall’ultima decade di agosto fino alla prima decade di settembre. Negli ambienti meridionali gli interventi di piantagione iniziano a metà agosto quando si fa ricorso a piante frigoconservate, per arrivare alla prima decade di ottobre con le piante fresche cime radicate e a radice nuda. Le varietà rifiorenti, utilizzate principalmente per ottenere più flussi di produzione nei periodi fuori stagione estivo-autunnali, vengono messe a dimora generalmente in primavera (aprile-maggio).

Protezione della coltura

La coltura protetta interessa attualmente il 60% circa della superficie investita a fragola in Italia e ha un costante trend positivo. L’incidenza della protezione varia in base all’areale di coltivazione. Negli ultimi anni, si sta registrando in alcuni ambienti settentrionali, come il Cesenate e il Cuneese, una tendenza a intensificare la protezione dei fragoleti dalla pioggia a partire dalla fioritura, senza influenzare quindi l’epoca di maturazione come invece avviene per le protezioni tradizionali messe in opera molto più anticipatamente (gennaio). A seconda dell’obiettivo dell’intervento protettivo si evidenzia un’importante evoluzione dei film plastici impiegati. Per incrementare la precocità di maturazione dei frutti si è passati dal tradizionale film di polietilene (0,2-0,15 mm di spessore) al polietilene additivato, o all’EVA, che consente un maggior effetto serra. Il tradizionale film di polietilene, più economico dei film additivati, è ancora molto impiegato nelle protezioni non finalizzate ad anticipare la maturazione dei frutti. L’evoluzione della tipologia delle strutture protettive ha interessato quasi tutti gli areali di coltivazione. Nella zona di Marsala, sono diffusi tunnel singoli larghi 4 m, alti al colmo 2 m e lunghi 25 m, in grado di coprire 4 file binate. In genere questi sistemi protettivi sono sprovvisti di sistemi di apertura laterale e il film plastico è direttamente ancorato al suolo per limitare i danni causati dal vento. Presentano aperture inadeguate (fessurazioni del film) che spesso forniscono un insufficiente arieggiamento delle piante con conseguenti gravi danni per la presenza di frutti deformati, dovuti a scarsa impollinazione e allo stress delle piante per le alte temperature interne. Per ovviare a questi problemi i fragolicoltori si stanno orientando verso tunnel multipli che permettono un notevole miglioramento dell’effetto serra per il maggiore volume interno e migliorano l’arieggiamento delle piante grazie all’innalzamento del film plastico nei punti di congiungimento degli archi e all’agevole apertura delle testate dei tunnel. Verso queste tipologie si stanno orientando anche i fragolicoltori di Huelva (Spagna) i quali sostituiscono i tradizionali tunnellini che proteggono una sola bina. Negli ambienti meridionali, gli impianti realizzati con piante fresche vengono protetti con un doppio film plastico di copertura, soprattutto in quelle zone, come il Metapontino, in cui sono piuttosto frequenti abbassamenti termici o ritorni di freddo nei mesi di gennaio e febbraio, quando la pianta può essere nella fase di inizio fruttificazione. Nel Cesenate, la coltura protetta tradizionale interessa circa il 30% della superficie ed è realizzata con un caratteristico tipo di tunnel singolo (denominato cesenate), provvisto di spondine laterali apribili per consentire un adeguato arieggiamento delle piante sistemate su 4 bine. La copertura è posta in opera nel mese di gennaio e, in genere, consente un anticipo della maturazione di 25-30 giorni rispetto a quella della coltura in pieno campo. Attualmente vi è la tendenza a impiegare tunnel multipli, analoghi a quelli utilizzati in altre aree settentrionali (Veronese) e meridionali, posti in opera al momento dell’impianto ma coperti durante il periodo di fioritura al fine di proteggere la fruttificazione da prolungate e dannose piogge primaverili che causano l’insorgenza di marciumi sui frutti. Questo tipo di tunnel è privo di spondine laterali e di chiusura delle testate in modo da consentire il più ampio arieggiamento delle piante. L’effetto serra è limitato, anche per l’utilizzo di un film plastico di polietilene, e l’anticipo di maturazione, rispetto a quella in pieno campo, è quasi trascurabile (3-4 giorni). Nel Cesenate, unica zona italiana dove la coltura di pieno campo ha un ruolo ancora dominante, da diversi anni si è diffuso l’utilizzo dei film di tessuto non tessuto (TNT) per coprire prevalentemente i fragoleti costituiti con varietà a maturazione mediotardiva. In genere, la posa in opera del TNT sulle piante avviene a fine febbraio, dopo la pulizia del fogliame, e viene rimosso solo all’inizio della fioritura, avendo cura di ripristinarlo nelle giornate in cui si possono verificare brinate primaverili notturne e mattutine. Questo tipo di protezione consente un anticipo della maturazione dei frutti di circa una settimana rispetto al pieno campo. È opportuno non prolungare la copertura delle piante oltre l’inizio della fioritura in quanto si rischia di precludere una perfetta allegagione e l’innalzamento delle temperature diurne può portare a un eccessivo sviluppo delle piante. Nel Veronese, la coltura protetta interessa la quasi totalità delle superfici coltivate a fragola. La tipologia tradizionale è rappresentata da un tunnel multiplo con aperture laterali fra un arco e l’altro. Il film di copertura è posto in opera alla fine di settembre allo scopo di proteggere le piante durante la raccolta autunnale dei frutti e non viene più rimosso. In inverno i tunnel vengono aperti per consentire alle piante di soddisfare il proprio fabbisogno in freddo invernale. La chiusura del tunnel si esegue nuovamente verso la fine di gennaio e in qualche caso, per accentuare l’anticipo di maturazione, le piante vengono coperte anche con film di TNT (tessuto non tessuto). La possibilità di protezione continua della coltura consente alle piante di avere temperature, anche nei mesi invernali, più miti rispetto all’esterno. È questo il motivo per cui in queste aree sono coltivate anche varietà adatte a climi più meridionali (per esempio Nora). Nel Cuneese, affiancato ai tipi di protezione usati per la tradizionale coltura protetta finalizzata all’anticipo della maturazione e che interessa in modo marginale alcune zone di pianura, si è sempre più diffuso il sistema di protezione delle colture finalizzate a produzioni tardive (metà-fine giugno, in relazione all’altitudine). Si tratta di strutture molto semplici realizzate con archi leggeri, su cui è posto un film di copertura di polietilene, senza spondine laterali, in grado di proteggere 4-5 file singole. La copertura è adottata anche per le coltivazioni di varietà rifiorenti finalizzate a produzioni di fragole nel periodo estivo-autunnale. Per ridurre la temperatura all’interno dei tunnel si utilizzano le reti ombreggianti (al 20-25%) appoggiate al film plastico.

Colture autunnali

La coltura autunnale è tipica del Veronese, dove interessa quasi tutta la superficie investita a fragola, ma si sta diffondendo anche in altre aree, come il Cesenate e gli ambienti meridionali. Questa tecnica colturale consente un doppio flusso produttivo, il primo nel periodo autunnale, circa 45-50 giorni dopo la piantagione, e il secondo nella primavera successiva, contemporaneamente alla coltura protetta tradizionale. La tecnica si basa sull’impiego di piante ingrossate, caratterizzate da germogli con numerose gemme a fiore differenziate l’anno precedente in vivaio, in grado di fornire fiori e frutti nel periodo immediatamente successivo alla piantagione. La lunga frigoconservazione a cui sono sottoposte queste piante (circa 8 mesi) determina una notevole perdita di sostanze di riserva con conseguente diminuzione della loro potenzialità produttiva. È stato dimostrato che alcuni tipi di piante ingrossate (A+ e TP) conservano le loro sostanze di riserva per più lunghi periodi di tempo rispetto alle WB; queste ultime risultano pertanto più idonee a piantagioni più precoci. L’ingrossamento della pianta in vivaio è una fase particolarmente importante che richiede apposite tecniche e costi elevati. Recenti studi con genotipi rifiorenti hanno evidenziato livelli produttivi autunnali piuttosto interessanti facendo ricorso a piante di tipo A (non ingrossate) o a piante fresche cime radicate.

Interventi ordinari dopo la piantagione

Asportazione dei fiori e degli stoloni
Nel periodo estivo, in particolare nei fragoleti tradizionali costituiti con piante frigoconservate e destinati alla sola produzione primaverile, è necessario asportare i fiori che le piante emettono dopo la piantagione. Questo intervento si esegue al fine di evitare che uno sviluppo stentato delle piante comprometta la produzione primaverile. L’asportazione delle infiorescenze avviene manualmente e in più passaggi. Anche la destolonizzazione delle piante, effettuata nel periodo estivo-autunnale, ha come scopo quello di evitare l’indebolimento della pianta, favorendo l’aumento della produzione, con frutti di maggiore pezzatura. L’asportazione degli stoloni si dovrebbe eseguire quando questi raggiungono una lunghezza di 20-30 cm e, generalmente, richiede uno o due interventi. Questa operazione viene compiuta manualmente, con l’ausilio di forbici o coltelli, o meccanicamente attraverso l’utilizzo di decespugliatori opportunamente modificati e in grado di eliminare la gran parte degli stoloni senza arrecare danni alle piante, riducendo notevolmente i tempi di lavoro.

Pulizia del fragoleto a fine inverno
Prima della ripresa vegetativa primaverile, negli impianti costituiti nelle aree del Centro e Nord Italia, si procede alla pulizia del fragoleto, che consiste nell’eliminazione delle foglie deperite o secche e degli stoloni residui, rinnovando in questo modo la pianta. Il rinnovo dell’apparato fogliare a fine inverno è finalizzato anche alla riduzione degli attacchi da parte di malattie fungine e batteriche, di acari (in quanto si eliminano le forme ibernanti) nonché a un maggiore arieggiamento della pianta. L’operazione di pulizia viene compiuta manualmente o meccanicamente, attraverso l’utilizzo di tosaerba opportunamente modificati, in grado di eliminare la parte vecchia del fogliame senza intaccare il germoglio centrale della pianta. Risulta di fondamentale importanza allontanare il materiale vegetale asportato, non accumularlo vicino ai fragoleti e, possibilmente, bruciarlo in modo da garantire la distruzione dei patogeni e degli insetti in esso contenuti.

Raccolta

È decisamente la fase più delicata e impegnativa di tutto il ciclo colturale della fragola e pertanto richiede particolari cure che la rendono molto onerosa. I frutti devono essere raccolti quando hanno raggiunto la colorazione rossa sulla totalità della superficie, ma spesso l’operazione viene anticipata di qualche giorno quando il prodotto deve raggiungere i mercati più distanti. I frutti sovramaturi e/o quelli che si presentano deformati a causa di un’anomala allegagione devono essere commercializzati a parte, pena il deprezzamento dell’intera partita. Lo stacco del frutto, che avviene manualmente per il consumo fresco mentre può essere meccanizzato per il prodotto destinato all’industria, deve essere eseguito in modo da conservare il calice e un breve tratto di peduncolo. La raccolta è resa più agevole grazie all’impiego di piccoli carrelli, di varie forme, costruiti artigianalmente e adattati in base alle esigenze della singola azienda. Curioso è l’utilizzo negli ambienti romagnoli, in fase di raccolta e per le altre operazioni colturali, delle “biciclette”. Si tratta sostanzialmente di carrioli a 3 ruote che vengono posti a cavallo della bina lungo la quale l’operatore, seduto su un sedile, è in grado di spostarsi con l’uso delle gambe che poggiano a terra. Nella bicicletta vengono sistemati su una bilancia la confezione con i cestini e il contenitore per i frutti di scarto. I frutti sono collocati direttamente in cestini di polietilene trasparente, che possono essere di varie dimensioni (da 125, 250, 500 g), scelti in funzione delle esigenze di mercato e disposti nei contenitori (anch’essi di forma e di materiale diversi). Nell’attesa del conferimento ai magazzini di raccolta, i frutti non devono rimanere esposti al sole ma tenuti all’ombra e, dove possibile, essere conservati in celle frigorifere alla temperatura di 3-5 °C.

 


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