Volume: il pomodoro

Sezione: coltivazione

Capitolo: Strutture serricole

Autori: Corrado Cicciarella

Introduzione

Il concetto di serra per l’allevamento, durante la stagione fredda, di piante bisognose di alte temperature, è alquanto antico. Si trattava, quasi sempre, di alte strutture murarie (o metalliche in epoche più recenti) con pareti in vetro in modo da catturare, durante il giorno, il calore del sole e trattenerlo di notte (effetto serra). Queste serre servivano quasi esclusivamente alla conservazione di preziose piante negli Orti Botanici e nei giardini e alla produzione di piante ornamentali e ortaggi per il ricco padrone. L’utilizzazione delle strutture per la protezione delle colture, com’è attualmente intesa, incomincerà nel XIX secolo e saranno dapprima le specie ornamentali e poi quelle orticole a beneficiarne man mano che i materiali necessari alla loro costruzione diverranno sempre più economicamente accessibili ai produttori. Tra le specie orticole, è sempre stato il pomodoro a occupare le maggiori superfici coperte nel mondo rappresentando, non solo oltre la metà di quella utilizzata dall’insieme degli ortaggi, ma la coltura protetta per eccellenza in considerazione della crescente domanda di prodotto fuori stagione o del tutto destagionalizzato nei Paesi progrediti e non. Pertanto, parallelamente all’evoluzione della coltivazione del pomodoro in coltura forzata, anticipata o ritardata rispetto alla tradizionale epoca di coltivazione, sono andate evolvendosi le strutture che permettevano la difesa delle piante soprattutto dalle basse temperature, essendo questa specie una tipica macroterma, che a temperature inferiori a 10 °C accusa danni da freddo che possono risultare irreversibili o per l’intera pianta o per i soli frutti.

Prime protezioni

Appena un secolo fa, gli orticoltori, anche nelle aree temperate siciliane e pugliesi vicine al mare, per difendere le giovani piante di pomodoro dalle possibili gelate primaverili e dal vento che può spirare forte da tutti i quadranti, adottavano sistemi di protezione molto primordiali come il trapianto sul fondo di solchi profondi esposti a Sud in direzione Est-Ovest in modo da ridurre l’impatto dei venti freddi del Nord e utilizzare al massimo l’esposizione al sole, o la protezione delle piantine con cladodi di fico d’india o tegole di argilla. Soprattutto in Sicilia, per confinare l’ambiente di coltivazione, l’appezzamento veniva anche suddiviso in campetti rettangolari di 10 × 20 m delimitati da cannizzate alte circa 1,5 m formate da stuoie ottenute intrecciando, con spago o fil di ferro, canne e stoppie o altro materiale vegetativo. Ovviamente, la coltivazione di ortaggi, seppur precoci e venduti a prezzi remunerativi, all’inizio non poteva permettersi neanche la classica serra legnovetro, detta Tipo Albenga, che già caratterizzava le coltivazioni delle specie ornamentali in Liguria e in altre parti della Nazione. All’epoca, gli stessi semenzai erano ancora ottenuti in bancali in muratura coperti da lastre di vetro.

Serre in legno

Fu l’introduzione della plastica a rivoluzionare l’impostazione delle colture anticipate e, quindi, a permettere l’evoluzione degli apprestamenti in funzione delle condizioni ambientali (temperatura, umidità, ventosità) e delle esigenze delle specie da coltivare. Ci si orientò subito verso l’adozione di serre ottenute artigianalmente con strutture in legno e copertura di plastica, che rappresenta, ancora oggi, il modello in assoluto più rappresentativo delle coltivazioni protette nelle regioni meridionali e soprattutto in Sicilia, ovviamente con tutte le modifiche strutturali subite che fanno riferimento prevalentemente all’altezza, alla larghezza, alla lunghezza e alle aperture per il ricambio dell’aria. In queste serre, fino agli anni ’70 del secolo scorso, nelle aree più fredde della Piana del Sele e dell’Agro Pontino, comparvero le stufe (prevalentemente a gasolio) per proteggere le piante dalle basse temperature notturne, mentre di giorno erano sufficienti gli apprestamenti a intrappolare il calore del sole, che spesso, anche d’inverno, bisognava smaltire mediante le aperture laterali, dapprima con vere e proprie finestrelle e in seguito con sistemi avvolgenti il film plastico laterale. Sicché fu subito evidente che serre con cubature e dimensioni differenti erano diversamente idonee alla coltivazione forzata o semiforzata di alcune specie orticole. Per il pomodoro, fu evidente che l’altezza delle serre inferiore a 2 metri non permetteva l’agevole coltivazione di cultivar ad accrescimento indeterminato mentre risultava più adatta alla semiforzatura di specie a portamento basso come peperone, melanzana, melone e zucchina. Alla serra singola seguirono strutture di tipo modulare fatte con paletti di castagno e tavole di abete e film di polietilene fissato con fascette di legno e chiodi. Già qui si comincia a configurare la vera e propria serra – come è intesa attualmente dagli orticoltori – che verrà migliorata dalla metà degli anni ’70 ricorrendo a piedritti in cemento vibrocompresso che consentono di aumentare la cubatura unitaria fino a 2-2,5 m3/m2. Questa tipologia di struttura, fatta di unità di piccole dimensioni (800-1200 m2) con copertura in film plastico, domina tuttora il paesaggio di Vittoria, che è l’area italiana di maggior produzione protetta di ortaggi in Italia. Ovviamente nel tempo le serre hanno subito variazioni che ne hanno aumentato ulteriormente la cubatura portandola a circa 2,8-3 m3/m2; le falde degli spioventi hanno assunto profilo curvilineo o per un’appropriata disposizione del tavolame di abete o per l’uso di profilati metallici mentre l’applicazione del film plastico con fascette è stata sostituita dai rulli avvolgitori.

Serre metallo-plastica

A partire dalla metà degli anni ’90, le strutture dei nuovi impianti sono frequentemente in profilato metallico zincato generalmente con cubatura unitaria da 2,7 a 4-5 m3/m2 e dimensioni variabili da 680 a 3400 m2 anche se la cubatura unitaria può raggiungere anche 4-5 m3/m2 mentre le unità costruttive assumono dimensioni che raggiungono anche i 5000-8000 m2. Per la copertura, il film plastico è fissato mediante rulli avvolgitori dotati di manovelle per il controllo delle aperture laterali, mentre restano rare le aperture al colmo che sono più diffuse dove la ventosità è minore. Questa tipologia di struttura non va confusa con il tunnel, il tunnellino e il tunnellone, realizzati semplicemente conficcando nel terreno archi di ferro di diversa lunghezza per realizzare protezioni in genere lunghe 50 m, larghe da 2 a 6 m e alte al colmo da 1,5 a 2,2 m.

Climatizzazione

La climatizzazione degli apprestamenti serricoli, cioè la gestione dei valori minimi e massimi di temperatura e umidità, ha avuto sempre carattere artigianale con la prevalenza dei sistemi passivi (aperture laterali e/o al colmo, accumulatori passivi di calore) su quelli attivi (ventilatori, stufe). In questo modo, l’arieggiamento, che originariamente era affidato a finestrature sugli spioventi, è ora realizzato mediante le finestrature laterali, mentre il riscaldamento di soccorso fatto da stufe a gas o gasolio è stato sostituito dapprima dall’intercapedine del film interno (doppio strato con la connessa funzione antigoccia ottenuta con l’aggiunta al polimero di base di tensioattivi che ne abbassano la tensione superficiale) e, più recentemente, aggiungendo irrigatori collocati sul colmo degli spioventi realizzando il cosiddetto idro-tunnel. Pertanto, il contenimento degli eccessi termici viene ottenuto sempre più raramente con la foratura del film degli spioventi, che a sua volta è stata sostituita nel tempo con l’imbiancatura delle falde con latte di calce (o prodotti con la stessa funzione) spesso combinata con l’irrigazione nebulizzante specialmente durante le coltivazioni a ciclo estivo-autunnale. Un più efficiente ricambio dell’aria è, comunque, realizzabile limitando la lunghezza delle serre a non oltre i 25 m. A ciò si aggiungono i vantaggi di una riduzione dei danni in casi di accidentale rottura del film plastico e di una più rapida riparazione o sostituzione.

Plastica per le serre

I film plastici impiegati per la protezione hanno subito una notevole evoluzione: dal polietilene a bassa densità (PEBD) dello spessore di 0,2 mm e di durata limitata a 5-6 mesi (degli anni ’70) si passa a quelli cosiddetti additivati con prodotti che li stabilizzano alle radiazioni UV (Ultra-Violetto) aumentandone la durata pur riducendone lo spessore (0,12-0,15 mm). Una successiva evoluzione dei film plastici è avvenuta con l’introduzione dei cosiddetti film termici, caratterizzati dall’aggiunta, in percentuali variabili dal 6 al 18% di EVA (Etilene Vinil Acetato), che assicurano un proporzionale maggiore effetto serra. L’ultima generazione di film, che tuttavia non ha trovato ancora larga diffusione, è quella fotoselettiva. Questo tipo di film viene utilizzato per la difesa contro il virus del Tomato Yellow Leaf Curl ricorrendo alla tecnica del disorientamento del vettore Bemisia tabaci mediante l’aggiunta alla plastica di sostanze che assorbono le radiazioni dello spettro comprese fra i 200 e i 380 nanometri che l’insetto utilizza per orientarsi durante il volo. Questi film, per l’originale meccanismo di azione, purtroppo hanno effetti negativi sull’attività degli insetti impollinatori (Bombus terrestris) largamente impiegati in sostituzione dell’ormonatura fiorale. In base alla durata i film plastici attualmente utilizzati, secondo la normativa europea, vengono classificati in: – stagionali (durata 8-9 mesi) o Classe A; – annuali o Classe B; – intermedi (durata 18 mesi) o Classe C; – poliennali (2-3 o più anni) (lunga vita) o Classe D ed E. Lo spessore dei film di durata stagionale o annuale è di 0,12-0,15 mm, mentre per quelli “lunga vita” è di 0,18-0,20 mm. I materiali di copertura diversi dal polietilene e dalle sue varianti, quali vetro, polimetacrilato e policarbonato, hanno una presenza molto limitata, che difficilmente subirà incrementi soprattutto per il continuo deterioramento e la difficoltà di sostituzione che richiede interventi specializzati, mentre il produttore preferisce un approccio più artigianale nella gestione delle riparazioni per non dover sottostare ai tempi delle ditte specializzate spesso non coincidenti con quelli imposti dalla programmazione colturale. D’altronde, il mantenimento delle superate strutture in legno-plastica, anche se più costose, è spesso dovuto all’esigenza di ambito gestionale della manutenzione delle serre.

Conclusioni

A differenza del distretto serricolo di Vittoria, nelle altre zone orticole italiane, sia di antica sia di nuova tradizione (Piana del Sele, Agro Pontino, Cavallino-Treporti, Salento ecc.), negli ultimi anni, la struttura per la coltivazione protetta del pomodoro si è orientata soprattutto verso il modello metallo-plastica, che risulta non solo più facilmente gestibile e adattabile ad altre specie in casi di riconversione colturale, ma anche meglio predisposto verso l’automatizzazione della climatizzazione e delle altre tecniche colturali (fertirrigazione, trattamenti antiparassitari, raccolta ecc.) nonché l’adozione di altri accessori come le ormai indispensabili reti antinsetto. Considerata, quindi, l’evoluzione che le strutture serricole hanno subito non solo in Italia ma in tutta l’area mediterranea, per il futuro non è prevedibile l’abbandono dei modelli fin qui utilizzati anche se prevedibilmente si realizzerà un ulteriore miglioramento del modello della serra fredda metallo-plastica in funzione dell’evoluzione dei materiali di base e delle nuove esigenze colturali della specie.

 


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