Volume: gli agrumi

Sezione: storia e arte

Capitolo: storia

Autori: Salvador Zaragoza

Introduzione

Gli agrumi comprendono un importante gruppo di piante che appartengono alla famiglia delle Rutacee, sottofamiglia Auranzioidee. La loro importanza commerciale è enorme e i loro frutti, molto ricchi di vitamina C, si consumano non solo freschi ma anche trasformati in succhi, spicchi, conserve, gelatine e marmellate; si ottengono anche sottoprodotti per usi cosmetici e medicinali.

Origine e diffusione

Facendo uso di tecniche differenti, vari ricercatori giunsero alla conclusione che i diversi tipi di agrumi che oggi conosciamo derivano, almeno, da tre taxa principali: i cedri (C. medica L.), i pummeli [C. grandis (L.) Osb.] e i mandarini (C. reticulata Blanco), i quali a loro volta deriverebbero da un antenato comune che si sarebbe originato circa 20-30 milioni di anni fa, alla metà dell’Era Terziaria, in qualche regione del Sud-Est asiatico. Con il trascorrere del tempo queste specie basilari si diversificarono favorite da diverse circostanze, come la selezione naturale, le ibridazioni occasionali, le mutazioni spontanee, l’apomissia ecc., e a poco a poco si andarono acclimatando e disperdendo in aree prossime a quelle della loro origine. Molto più tardi, con l’ausilio dell’uomo, questi processi si accelerarono: le piante furono trasportate in luoghi molto distanti e utilizzate commercialmente, dando luogo alle differenti specie e varietà che attualmente conosciamo. Alla luce delle ultime scoperte, l’origine delle specie principali del sottogenere Eucitrus sarebbe questa: il cedro proverrebbe dal nord-est dell’India e della Birmania (Myanmar), il pummelo dal sud-est della Cina, dall’Indocina (Laos, Cambogia e Vietnam) e dalla Malesia e il mandarino dal sud-est della Cina. Da queste tre specie deriverebbero tutte le altre. L’arancio amaro (C. aurantium L.) proverrebbe dal sud dell’Himalaya, dal nord-est dell’India e dal Nepal, il limone [C. limon (L.) Burm. f.] dal nord dell’India e probabilmente dal sud-est della Cina e dal nord della Birmania, la lima (C. limettioides Tan.) dall’arcipelogo del Sud-Est asiatico e l’arancio dolce [C. sinensis (L.) Osb.] dal nord-est dell’India, dal sud-est della Cina e dall’Indocina. Il pompelmo (C. paradisi Macf.) è una specie moderna, che si originò nel XVIII secolo nel Mar dei Caraibi, probabilmente nelle isole Barbados. Le conquiste di Alessandro Magno, i Monsoni, la Diaspora, l’espansione dell’Islam, le Crociate, la scoperta dell’America e altri numerosi avvenimenti contribuirono a propagare gli agrumi dalle loro aree di origine ad altre dove le condizioni erano favorevoli per il loro sviluppo. Così, lentamente e senza sospendere il loro processo evolutivo, arrivarono nel bacino del Mediterraneo e poi nel Nuovo Mondo diverse specie e varietà, alcune in epoca relativamente recente. L’uomo ha sempre provato una forte predilezione per gli agrumi, le cui virtù sono state esaltate fin dai tempi antichi da poeti, viaggiatori, narratori e scrittori dell’ambito agrario. In passato erano utilizzati unicamente a scopo ornamentale e medico, dato che i vantaggi economici che si potevano ricavare dalla coltivazione e dalla commercializzazione furono scoperti solo molto più tardi.

Gli agrumi in Oriente, loro luogo di origine

È cinese la più antica citazione sugli agrumi che conosciamo. È riportata nel libro Yu Gong che si diffuse 4000 anni fa e richiama documenti precedenti. In uno di essi si riferisce che durante il regno dell’imperatore Da-Yu (XXI secolo a.C.) fu stabilito un tributo consistente nell’offerta di alcune ceste con due tipi di agrumi: alcuni piccoli e altri più grandi, probabilmente mandarini e pummeli. Il fatto che gli agrumi fossero oggetto di offerta induce a pensare che venissero considerati frutti di alto valore. L’abitudine di consumare mandarini e pummeli è confermata da diversi autori come Zuhang Zhou (III secolo a.C.) e Han Fei (II secolo a.C.), il quale riferisce del Poncirus trifoliata sottolineando le sue pericolose spine. Molto più tardi, nell’anno 304, nel libro intitolato Piante della regione del sud-est di Chi-Han vengono descritti il cedro, che si può consumare cotto con il miele, l’arancio dolce e diversi tipi di mandarini. Sono molti gli autori che riferiscono degli agrumi in Cina. Alcuni sono botanici, come Shen Nung (III secolo) e T’ao Hung-Ching (V secolo), altri sono poeti come Ssu Hsiang-yu (II secolo) e Sung Yu (III secolo), nelle cui opere vengono citati aranci amari e dolci, mandarini, poncirus, cedri, cedro digitato e altri ancora. Senza dubbio la pubblicazione più interessante è il Trattato degli aranci scritto nel 1178 da Han Yanzhi. Si tratta di una monografia agrumicola molto completa su varietà, portinnesti, tecniche colturali, malattie e impiego officinale. Va sottolineato che, almeno fino a quella data, in nessuna opera cinese vengono citati il limone e le lime, poiché certamente non erano ancora stati scoperti. Il limone viene citato per la prima volta da Fan Cheng nel 1175 nella regione di Canton con il nome di li-mung, denominazione cinese di probabile origine indiana che fa supporre la sua origine estera. Non si conosce l’epoca in cui gli agrumi arrivarono in Giappone dalla Cina, anche se non si può scartare l’ipotesi che esistessero già specie autoctone. La prima specie a essere citata fu il mandarino Tachibana [C. tachibana (Mak.) Tan.], sebbene potesse già essere presente il Shiikuwasha (C. depressa Hay.), che cresce in forma selvatica nelle isole Ryukyu, nel sud del Giappone. In un antico libro risalente all’anno 712 intitolato Cronaca di avvenimenti antichi, così come in altri testi successivi, si intuisce che la presenza di aranci dolci e amari era nota da tempo immemorabile. Viene citata la leggenda della principessa Otetachibana, nota come la “figlia del mandarino”, che si sacrificò lanciandosi nel mare per calmare le tormente. Anche in India si incontrano numerosi riferimenti agli agrumi, specialmente al cedro e al limone. Nella raccolta di scritti sacri redatta in sanscrito intorno all’anno 800 a.C. se ne parla utilizzando il termine jambila. In questa lingua si incontra il prefisso nar-, sinonimo di fragranza o profumo, che successivamente ha dato origine alla parola araba narany.

Il passaggio del cedro in Occidente

Sebbene vi fossero relazioni tra Oriente e Occidente da tempo immemorabile, i primi rapporti commerciali permanenti si stabilirono grazie alle conquiste di Alessandro Magno (356-323 a.C.), quando invase l’Asia Minore, l’Egitto, la Media e la Persia e arrivò fino al fiume Indo, al confine con l’India. Queste campagne militari permisero ai botanici al seguito dell’esercito di conoscere il cedro nella Media e nella Persia (Iran e Irak), regioni in cui la sua coltivazione era abbastanza diffusa, a cui diedero il nome di “mela della Media” (malus medica) o “mela della Persia” (malus persicae). È possibile che il cedro e altri agrumi fossero presenti in altre regioni comprese nei suoi domini, ma non furono considerati interessanti e non furono citati. Rimane il fatto che solo il cedro fu introdotto in Grecia e si può supporre che a poco a poco fosse conosciuto in Siria, Palestina ed Egitto.

Il cedro e i giudei: Hadar

La presenza del cedro in Palestina ai tempi della Bibbia non è confermata dal libro del Levitico (23,40), in cui il Signore dice a Mosè in occasione della festa dei Tabernacoli: “Il primo giorno offrirai frutti degli alberi più belli, foglie di palma e di alberi frondosi”. In questa espressione si fa riferimento a “frutti degli alberi più belli” che è la traduzione dell’ebraico peri etz hadar. Però la Bibbia non specifica a quale frutto si riferisca, anche se i giudei interpretarono hadar come il frutto del cedro, sicuramente perché consideravano che l’albero più bello era indubbiamente quello che li produceva. Nella Bibbia, in cui vengono identificate più di 200 piante, non si menzionano mai gli agrumi. A quanto pare fu nel II secolo a.C., ai tempi di Simone Maccabeo (143-134 a.C.), sommo sacerdote e capo dell’esercito e dei giudei, che si iniziò a utilizzare il cedro nella festa dei Tabernacoli (Sukkot). Lo storico Flavio Giuseppe (30-100) conferma la presenza del cedro in Palestina nella sua opera Antichità giudaiche; riferendosi al Levitico dice che per acquisire la grazia si deve “sollevare tra le mani rami di mirto, di salici e palme, da cui penderanno mele della Persia”, cioè cedri.

Il cedro nel mondo ellenico

Teofrasto di Ereso (327-288 a.C.), contemporaneo di Alessandro Magno, nella sua opera Historia plantarum cita il cedro dicendo che i suoi frutti, pur non essendo commestibili, servono per preservare i vestiti dalle tarme, sono un antidoto per il veleno e conferiscono un buon profumo all’alito. Dal punto di vista botanico, scoprì nel pistillo l’organo riproduttore e sottolineò che potevano trovarsi frutti maturi in tutte le stagioni dell’anno. Anche Dioscoride di Anazarba (I secolo) nella sua opera De materia medica identifica il cedro che denomina medica mela, medica persica o cedro mela, e dice che i Latini lo chiamano citria. Lo raccomanda come lassativo, mescolando i semi triturati con il vino, e alle donne incinte, che mangiando i suoi frutti eviterebbero le voglie. Le prime notizie sul consumo del cedro come alimento e non come medicinale provengono dallo scrittore Plutarco (ca. 50-120), in particolare dalle sue Quaestiones convivales. Nel suo libro De alimentorum facultatibus, Claudio Galeno (129199) identifica e descrive minuziosamente il frutto del cedro (citrus) dicendo che è composto da tre parti: quella interna, acida e non commestibile, contiene semi e polpa; quella intermedia, che è come la carne del frutto (albedo) e quella esterna, rugosa e gialla (flavedo). Dice pure che la buccia è odorosa e aromatica e consumata in piccole quantità facilita la digestione e fortifica lo stomaco. La polpa è nutriente, sebbene di difficile digestione; se però la si mescola con aceto e con una salsa di pesce chiamata “garo” (garum) il suo sapore viene esaltato e la si può consumare. Secondo Ateneo di Naucrati (II-III secolo), nell’opera Banchetto degli eruditi, il cedro è un frutto commestibile specialmente se cucinato con il miele dell’Attica.

Il cedro nell’impero romano

Dalla Grecia il cedro giunse a Roma e fu Virgilio (70-19 a.C.) il primo a menzionarlo nelle Georgiche elogiando il frutto della Media, basandosi senza dubbio sugli scritti di Teofrasto. Tra gli autori di testi dedicati all’agricoltura Plinio il Vecchio (23-79) nella sua Naturalis historia illustra diversi aspetti interessanti del cedro. All’inizio lo chiama malus assyria o medica, così come i Greci, e successivamente citrus, citrum o citrea. Scrive che il suo frutto è molto odoroso e si può propagare per seme e per talea. Afferma pure che, nonostante non sia edule, il frutto è molto apprezzato e impiegato per le sue virtù medicinali, specialmente contro i veleni, l’alito cattivo, il mal di stomaco e le voglie delle donne incinte. Il gastronomo Marco Gavio Apicio (I secolo) ci ha lasciato uno splendido libro di cucina, il De re coquinaria. Sebbene citi per due volte il cedro, non lo fa sotto il profilo alimentare: da ciò si desume che a Roma, all’epoca, non venisse utilizzato a tale scopo. Senza dubbio, come riferisce Macrobio (Saturnaliorum libri VII), il filosofo Cloazio Vero considera il cedro un frutto che si consuma come dolce. Più tardi Palladio (IV secolo), autore di opere dedicate all’agricoltura, nel suo Agriculturae opus parla delle diverse tecniche di coltivazione del cedro con riferimento a propagazione, concimazione, irrigazione e potatura. Cita inoltre alcune pratiche fantasiose, per esempio la macerazione dei semi in acqua e miele, o nel latte di pecora, che avrebbero fatto sì che le piante originatesi da questi semi producessero frutti dalla polpa dolce. La coltura del cedro era abbastanza estesa all’epoca e proprio Palladio scrive di essere proprietario di aziende agricole in Sardegna e a Napoli dove coltivava cedri. Negli ultimi anni si è indagato sulla possibile presenza nell’impero romano, oltre al cedro, del limone e di altri agrumi. Questa ipotesi è sorta dagli studi degli scavi di Pompei, precisamente della Casa del frutteto (I secolo), dove sono state trovate pitture che mostrano rami di limoni carichi di frutti. La somiglianza tra le piante e i frutti del cedro e del limone non consente di differenziarli con certezza.

Il cedro nel Mediterraneo occidentale

Non è possibile determinare l’epoca in cui il cedro è giunto in Spagna provenendo dall’Italia. La prima menzione nota si trova nelle Etimologie del vescovo Isidoro di Siviglia (560-636) che, citando Virgilio, nomina il cedro e dice che i Greci lo chiamano medica arbor e cedromelon e i Latini citria.

Gli agrumi nel Medio Oriente

Trascorsi diversi secoli durante i quali non si hanno notizie, gli agrumi tornano a essere trattati negli scritti di numerosi autori arabi del Medio Oriente. Un’importante fonte letteraria è il Trattato di agricoltura nabatea scritto in siriaco antico, lingua dei Nabatei di Babilonia, e tradotto in arabo nel X secolo da Ibn Wahsiyya. È un’opera apprezzabile per la sua impostazione agronomica; cita molte qualità del cedro (utruyy) dicendo, per esempio, che è purgativo ed evita le carie, dell’arancio amaro (narany) sostenendo che è febbrifugo e antireumatico e del limone (hasbana, al-limua o limun), che protegge dal raffreddore sebbene il succo possa creare problemi allo stomaco. Sono numerosi gli autori arabi che hanno scritto di agrumi. Ibn Sulayman, di origine egiziana (880932), nel suo Trattato dei medicinali e degli alimenti riporta nuovi impieghi del cedro: per esempio, il suo succo toglie le macchie di colore dai vestiti e può essere impiegato come dentifricio. Sono citati due tipi di cedri: quelli acidi e quelli insipidi. Lo storico e geografo Ali al-Masudi (900-956) nacque a Baghdad e viaggiò per gran parte del mondo islamico. Nella sua opera Prati dorati menziona l’arancia amara e un cedro rotondeggiante, di incerta identificazione. Ibn Sina o Avicenna secondo i Latini (9801037), persiano di origine, nel suo Canone della medicina riporta una funzione del cedro contro le flatulenze e la produzione di uno sciroppo a base di succo di cedro e di arancia amara. Riguardo al limone, Ibn Jamiya (1171-1193), originario del Cairo e medico personale del Saladino (Salah al-Din, 1138-1193), nel suo Trattato sul limone descrive molte delle sue virtù e un modo per preparare le limonate. Il medico e botanico di Malaga Ibn alBaytar (1197-1248) nel suo Trattato sui medicinali semplici descrive le proprietà del limone precisando che non vi è un alimento che non abbia un effetto terapeutico. Abd Al-Latif (1162-1231) riferisce della presenza in Egitto di limoni “composti”, espressione con cui probabilmente indicò i limoni innestati sul cedro.

L’arancio amaro, il limone e il pummelo giungono in Occidente

La diffusione degli agrumi in Occidente procede parallelamente al consolidamento dell’Islamismo, fino ad acquisire una notevole importanza in Andalusia, la zona più lontana dalla loro area di origine. Lungo vie commerciali tracciate da tempo immemorabile, l’arancio amaro (narany) sarebbe arrivato dall’Oriente, attraverso l’Egitto e il Nord Africa, nella Penisola Iberica. Si hanno notizie della sua presenza in Medio Oriente nel IX secolo e in Andalusia nel X secolo, quando fu citato per la prima volta in un trattato anonimo di agricoltura andalusa. La più antica menzione del limone (lamun) in Andalusia si deve a Ibn Bassal (XI secolo) di Toledo nel suo Libro di agricoltura. Sicuramente seguì la stessa rotta dell’arancio amaro per arrivare in Spagna. Le notizie sulla lima (lim) sono poco attendibili ed è possibile che fosse confusa con il limone. Ibn Luyun la cita varie volte nel suo Trattato di agricoltura (XIV secolo), ma non descrive nessuna caratteristica che induca a supporre che fosse una specie differente da quelle note. Il pummelo (zambua, istunbuti) fu importato dagli Arabi nell’XI secolo ma non ebbe successo, visto che in seguito la sua coltivazione scomparve.

I trattati di agricoltura andalusi

Nel corso del Medioevo i più importanti riferimenti agli agrumi si incontrano negli scrittori dell’Occidente musulmano, soprattutto in quelli andalusi. Sebbene frammentato, tra i secoli XI e XIII ci è pervenuto un trattato completo di agrumicoltura: alcune delle tecniche descritte sono ancora attuali e le specie sono state raggruppate in base al loro adattamento al clima e anche secondo la natura della linfa. Sono state classificate almeno quattro specie di agrumi: cedri, aranci amari, limoni e pummeli, poiché le lime, sebbene citate con questo nome, risultano di dubbia identificazione. Sono state descritte le varietà note, le norme del vivaismo e le tecniche di propagazione vegetativa. Si sapeva, inoltre, che le piante propagate per innesto e per talea fruttificavano prima di quelle ottenute da seme. Il trattato mette in luce le conoscenze delle diverse tecniche colturali, come impianto, irrigazione, concimazione e conservazione della frutta e riporta anche le utilizzazioni medicinali (alcune fantasiose) e il modo di consumare i frutti. Merita di essere ricordato il Calendario di Cordova, opera di vari autori, ma soprattutto di Ibn al-Awwam, lo studioso andaluso che ha descritto con maggior dettaglio gli aspetti agronomici.

Gli agrumi in Europa nel Medioevo

Non si conoscono altri specifici trattati di agricoltura simili a quelli scritti dagli autori arabi. Riferimenti agli agrumi si trovano soprattutto nelle opere di medicina e in quelle di viaggiatori e di storici e, in ogni caso, la frutta era considerata in generale principalmente una medicina e non un alimento. Le citazioni più antiche di agrumi, risalenti al XII secolo, si trovano nell’opera di Hugo Falcandus Historia Hugonis Falcandi Siculi de rebus gestis in Siciliae regno, che descrive le bellezze della Sicilia e cita la presenza di fruttiferi tra cui gli agrumi, di cui si dice che hanno all’esterno una buccia colorata e odorosa e all’interno sono acidi. Cita pure i limoni (lumias), il cui sapore acido è idoneo per condire gli alimenti, e gli aranci amari (arangias), di sapore agro. Ai tempi delle crociate, Jacques de Vitry (ca. 1160-1240) scrisse Historia orientalis in cui dice che i crociati trovarono in Palestina il pomo d’Adamo, di incerta identificazione, i limoni, i pummeli e le arance amare. È possibile che i crociati al loro ritorno portassero con loro questi frutti. Le descrizioni botaniche del cedro e dell’arancio amaro del teologo tedesco Alberto Magno (1206-1280) in De vegetalibus et plantis libri VII sono molto interessanti perché analizzano in dettaglio le foglie, i rami, i frutti, i semi e l’apparato radicale. Sotto il profilo medico, Arnaldo da Villanova (ca. 1240-1311) scrisse per il re Giacomo II di Aragona il Regimen sanitatis ad regem aragonum in cui, oltre a sostenere che si deve consumare frutta per mantenersi sani e non per soddisfare i sensi, raccomanda di mangiare gli agrumi con zucchero per mitigare il sapore ed evitare l’acidità. Pure Matteo Silvatico nella sua Opus pandectarum medicinae (ca. 1317) presta molta attenzione al limone per le sue importanti utilizzazioni mediche e dice che tonifica il cuore ed esalta l’appetito, sebbene la sua acidità possa essere dannosa. Il senatore bolognese Pietro de’ Crescenzi (1233-1320) scrisse un’opera di carattere agricolo e sanitario, Liber cultus ruris, basata essenzialmente su testi greci e latini, in cui tratta della coltivazione degli agrumi e specialmente della loro difesa dal freddo. Enrique de Villena (1384-1434), scrittore e precursore dell’umanesimo spagnolo, nell’Arte cisoria consiglia la buccia del cedro e le foglie del limone per correggere l’alito cattivo e il succo dell’arancia amara e del limone come condimento. Gli aranci (arangia) erano gli alberi più apprezzati a Palermo e, secondo quanto scrive Niccolò Speciale nel Rerum sicularum, i suoi abitanti lamentarono la loro distruzione nel 1325 quando il duca di Calabria devastò i dintorni della città.

L’arancio dolce: una nuova specie nel Mediterraneo

Fu agli inizi dell’epoca moderna che l’Europa fece la conoscenza dell’arancio dolce. È ancora misteriosa la modalità con cui arrivò dall’Oriente: probabilmente mediante le rotte marittime-terrestri, attraverso il Mar Nero e il Golfo Persico, alla fine del XV secolo o agli inizi del XVI venne importato dai commercianti genovesi o veneziani che avevano relazioni con l’Oriente. Quelle piante, per il clima idoneo, si riprodussero in Liguria e da lì si diffusero nel resto dell’Italia, nel sud della Francia e nel sud-est della Spagna. I portoghesi, con la scoperta della rotta di Capo di Buona Speranza, spinsero le loro esplorazioni in Oriente giungendo in luoghi ignorati fino allora dagli europei. È molto probabile che abbiano conosciuto le arance dolci nei porti cinesi, coltivate in quei luoghi da tempo immemorabile, e si può supporre che nella prima metà del XVI secolo siano giunte nel porto di Lisbona. Dal Portogallo passarono in Spagna e quindi in Italia. Quelle arance all’inizio furono chiamate “arance di Lisbona” (Aurantium olysiponensis), dal il nome del porto di arrivo, o del Portogallo, sicché in alcuni Paesi arabi si conoscono con il termine Bortugali. Senza dubbio il nome cambiò nel tempo, prendendo in molti casi quello dei luoghi dove si coltivava. Diversi autori come Giovanni Battista Ramusio (1497), Leandro Alberti (1523), Andrea Navagero (1525), Nicolás Monardes (1540), Andrés Laguna (1555), Jacques Daléchamps (1587) e Carolus Clusius (1601) scrivono di arance dolci conosciute in Italia, Spagna e Francia.

Gli agrumi arrivano in America

Come riferisce Bartolomé de Las Casas (1489-1566) nella sua Storia delle Indie, gli agrumi furono portati nel Nuovo Mondo da Cristoforo Colombo nel suo secondo viaggio: il 22 novembre 1493 sbarcò a La Española (Haiti) e poiché si seminava tutto ciò che si portava dalla Spagna, certamente ciò accadde anche per i semi di aranci, limoni e cedri. Gonzalo Fernández de Oviedo (1479-1557) lo conferma più tardi nella Storia generale e naturale delle Indie, quando dice che lì trovò arance dolci e amare, limoni, lime e cedri. Stando a quanto afferma Bernal Diaz del Castillo (1495-1584) nella sua Storia della conquista della nuova Spagna, fu nel Messico, nel 1518, che furono impiantati i primi aranci del continente. Altri autori come Francisco Lopez de Gomara (1511-1562), José de Acosta (1540-1600) e Bernabé Cobo (ca. 1579-1657) ne confermano la presenza in Perù e in altre località. I missionari gesuiti, nell’ultimo terzo del XVI secolo, diffusero gli agrumi in gran parte del Sud America. Tra il 1513 e il 1565 gli agrumi giunsero in Florida, grazie alle colonie dei missionari francescani (missione di Sant’Agostino) e da lì rapidamente si diffusero in Georgia, nella Carolina del Sud e, più tardi, a partire dal 1769, furono introdotti in California dai colonizzatori e missionari spagnoli (missione di San Diego) che li coltivavano nei loro orti e giardini. L’introduzione in Brasile avvenne tra il 1530 e il 1540.

L’agrumicoltura nell’era moderna

Appartengono ai primi tempi di questo periodo interessanti trattati di agricoltura in cui l’uso medicinale va perdendo interesse a favore di quello ornamentale e di un limitato consumo. Di conseguenza, la descrizione delle varietà e delle tecniche di coltivazione assume maggiore importanza come testimoniano i capitoli dedicati agli agrumi nelle opere di Alonso de Herrera (1513), Charles Estienne (1536), Agostino Gallo (1559), che scrive sull’utilità del cambio della varietà, Benedicto Curtio (1560), Giovanni Tati (1561), Antoine Mizauld (1575), Miguel Agustí (1617) e Gregorio de los Rios (1620). Spicca l’opera di Olivier de Serres (1600), un vero trattato di agricoltura che si stacca totalmente dalla medicina e dalla botanica, in cui gli agrumi sono considerati come piante per la produzione economica di frutti, seppure in scala molto ridotta. Le Théâtre d’agriculture et mesnage des champs può essere considerato l’opera più completa di questo periodo, in cui sono trattati in dettaglio le tecniche di propagazione, l’innesto e lo sfruttamento economico dei frutti. È interessante rilevare che fino a quel periodo gli autori menzionati non scrivono di parassiti delle piante (ciò fa supporre che essi non provocassero danni significativi) ma riportano i danni da temperature basse. Con il passare del tempo, l’interesse per la coltura degli agrumi aumenta, solo però per fini ornamentali e collezionistici. Stranamente questo fenomeno è più diffuso in luoghi freddi, dove la coltivazione in piena area sarebbe impensabile; pertanto vengono adoperate strutture fisse o mobili per la protezione dal freddo che in seguito verranno chiamate orangeries. Le piante sono prodotte prevalentemente nel Nord Italia, soprattutto nei vivai di Genova, e vengono inviate sotto copertura ai collezionisti dei diversi Paesi. Una pietra miliare sull’agrumicoltura di quest’epoca è il libro del gesuita senese Giovan Battista Ferrari, Hesperides sive de malorum aureorum cultura et usu (1646) che descrive in dettaglio più di cento varietà, accompagnate da numerose illustrazioni. Si può incontrare il primo riferimento all’arancio Navel, al calamondino, all’arancio sanguigno, all’arancio dolce e all’arancio amaro Bouquet de fleurs. Spiccano le monografie di Jan Commelyn, Nederlantze Hesperides (1676), nei Paesi Bassi e di Johann Georg Volkamer, Nürbergische Hesperides (1708) e Continuation der Nürbergischen Hesperidum (1714), in Germania, che descrivono la coltivazione e le caratteristiche di numerose varietà accompagnate da immagini. Quasi allo stesso periodo appartengono i primi trattati di agrumicoltura. Il francese Pierre Morin stampa due monografie, Instruction facile pour connoistre toutes sortes d’orangers et citronniers (1674-1692), sulla coltura degli agrumi, dando priorità alla coltivazione in vaso e nelle serre ai fini ornamentali. Il suo contemporaneo Jean Baptiste de la Quintinie pubblica pure il Traité de la culture des orangers (1690) che in dettaglio affronta tutti gli aspetti interessanti per poter produrre e mantenere gli agrumi in condizioni ottimali. Anche Antoine Joseph Dezallier (1708) e Roger Schabol (1770) sottolineano nei loro trattati la produzione di agrumi. Nei loro testi scompaiono gli aspetti fantasiosi riportati nelle opere del passato e si parla di alcuni parassiti come formiche, cimice verde, forbicina, afidi e cocciniglie; per la prima volta viene citata la fumaggine. Il freddo, i venti e la grandine sono considerati nemici naturali. Dezallier è il primo specialista che parla di innesto a T rovesciata e ne giustifica l’impiego. Infine va sottolineata la relazione tra gli agrumi e lo scorbuto, accertata da James Lind nel 1754, che consentì ai naviganti di fare lunghe traversate in condizioni sanitarie migliori.

Gli agrumi nel mondo e nel XIX secolo

Nel XIX secolo l’agrumicoltura europea presenta l’inizio di una profonda trasformazione: la coltivazione ornamentale cede il passo a quella economica. Le opere fondamentali di questa prima fase sono il Traité du citrus (1811) dell’italiano Giorgio Gallesio e Histoire naturelle des oranges (1818-1822) dei francesi Antoine Risso e Antoine Poiteau. In entrambe le opere si manifesta l’interesse per la coltivazione in piena area: nella prima l’autore ipotizzò l’esistenza delle mutazioni per giustificare l’origine di alcune varietà e intuì l’esistenza di certi “principi” riguardanti gli individui, alludendo al patrimonio genetico. Nella seconda i due francesi formularono un’eccellente classificazione di tutte le varietà note, sotto i profili artistico, anatomico, morfologico, ornamentale ed economico. A metà del secolo cessano le pubblicazioni agrumicole nei Paesi con temperature invernali che non consentono la coltivazione senza protezione dal freddo e iniziano nei Paesi con clima adeguato e con potenzialità produttive importanti. L’agrumicoltura economica si va concentrando nelle località dove si può coltivare in piena aria e si sviluppa grazie alla richiesta dei mercati. Nell’ultima parte del secolo fanno la loro comparsa riviste specializzate su argomenti concreti riferiti agli agrumi: vengono soprattutto pubblicate numerose monografie per divulgare i mezzi necessari per una produzione economica e commerciale. Si suggeriscono varietà, portinnesti e tecniche colturali senza alcun riferimento al collezionismo e alle fantasie dei tempi passati. In Italia si distinguono le opere di Ferdinando Alfonso Spagna (1869), Giuseppe Inzenga, Emanuele Arnao (1899) e Antonio Aloi (1900). In quel periodo si manifesta la gommosi (Phytophthora spp.) in alcuni limoneti del lago di Garda. In Francia oltre a Risso e Poiteau va ricordato Alphonse du Breuil (1868), autore di un’opera sulla coltivazione degli aranci. In Spagna i primi impianti ai fini commerciali furono realizzati alla fine del XVIII secolo. L’agrumicoltura spagnola si basa sull’esperienza acquisita e sulle pubblicazioni periodiche di quegli anni, molte delle quali straniere. Nel XIX secolo si trasforma in un’attività con fini di lucro. Tra le monografie più interessanti si distinguono quelle di Eduardo Abela (1879), F. Bou Gascó (1879), José Rullan (1896), Bernardo Giner Aliño (1893), Bernardo Aliño (1900) e Antonio Maylin (1905): esse forniscono molte informazioni e indicano lo stato reale dell’agrumicoltura sotto il profilo economico riportando i primi dati statistici su superfici, produzioni ed esportazioni. I riferimenti agli agrumi nel Sud America sono consistenti e compaiono i primi impianti commerciali. Nel 1800 si scopre la varietà Bahia o Washington Navel, pietra miliare dell’agrumicoltura commerciale. Sebbene le arance ombelicate fossero note nel XVII secolo, come riporta Ferrari descrivendo la varietà Aurantium foemina sive foetiferum, la Bahia era di qualità notevolmente migliore e senza semi e sembra essersi originata da una mutazione gemmaria avvenuta in una pianta di arancio Selecta. Con minor impeto ma con fermezza ha inizio l’agrumicoltura commerciale in Brasile, in Sud Africa, in India e in altri Paesi quali Argentina e Uruguay che nel tempo diverranno importanti produttori. Negli Stati Uniti l’agrumicoltura irrompe con forza alla fine del secolo e compaiono numerosi articoli in riviste specializzate e diverse pubblicazioni monografiche destinate alla conoscenza degli agrumi e alla loro produzione commerciale, con pochi riferimenti all’agrumicoltura del Vecchio Mondo. Tra le monografie pubblicate in Florida si distinguono quelle di Theophilus Wilson Moore (1877), George W. Davis (1882), A.H. Manville (1883), Helen Harcourt (1884) e per ultimo Harold Hume, il cui Citrus fruit and their culture (1907) è certamente l’opera più nota. In California emergono gli scritti di William Spalding (1885) e Byron Martin Lelong (1902). Nel 1886 Emanuele Bonavia pubblica in India un valido libro intitolato The cultivated oranges and lemons, etc. of India and Ceylon. L’India non rientra nei circuiti internazionali come produttrice di agrumi, sebbene la sua produzione sia molto vasta. A causa della concentrazione della coltura si diffondono nuovi parassiti, specialmente cocciniglie, ma è la comparsa della gommosi che produce i maggiori danni. Fino ad allora l’agrumicoltura era basata fondamentalmente sull’uso di piante autoradicate o innestate sui soggetti arancio dolce, limone o cedro; la gommosi le colpì gravemente e costrinse a impiegare l’arancio amaro dando origine a un nuovo assetto dell’agrumicoltura. Il numero delle varietà descritte e consigliate nelle diverse opere fu ridotto, propagando solo quelle che avevano importanza commerciale per il consumo e in particolare quelle di arance bionde comuni.

Nuove specie: pompelmo e mandarino

Sconosciuto in Oriente e per un certo periodo considerato un tipo di pummelo, il pompelmo è comparso di recente. Le prime citazioni riportano il nome di forbidden fruit o frutto proibito e provengono dal reverendo e naturalista Griffith Hughes in The Natural history of Barbados (1750). Il botanico inglese James MacFayden nel 1837 gli diede il nome di Citrus paradisi. Fu introdotto in Florida nel 1823 dal conte francese Odett Phillippe che lo piantò nella baia di Tampa e da lì si diffuse in California e in altri Paesi del Mediterraneo; nel 1909 arrivò in Spagna. Il mandarino Comune (C. deliciosa Ten.), descritto da coloro che furono direttori del Real orto botanico di Napoli, Vincenzo Tenore e Giuseppe Antonio Pasquale nel loro Compendio di botanica (1847), si conobbe in Europa duecento anni fa quando Sir Abraham Hume portò nel 1805 in Inghilterra, giungendo da Canton, due varietà di mandarino e una di esse era il mandarino Comune; sembra che successivamente siano state portate a Malta e in Sicilia e dopo nel 1828 nel continente. In seguito, nel 1842, il mandarino Comune si coltivava nei dintorni di Parma e nel 1848-1849 nella contea di Nizza e nei pressi di Genova. In Spagna fu introdotto dal conte di Ripalda nel 1845.

Il XX secolo. Consolidamento ed espansione della coltivazione commerciale

Nel XX secolo gli agrumi costituiscono un’attività esclusivamente commerciale. Sono state selezionate nuove varietà più gradite dal consumatore e la superfice destinata agli agrumi è aumentata considerevolmente. Sono comparsi malattie devastanti e parassiti sconosciuti, affrontati dai centri di ricerca con nuovi portinnesti, antiparassitari più efficaci e selettivi, agrotecniche più efficienti ecc. Attualmente gli agrumi si coltivano in più di un centinaio di Paesi con clima tropicale e subtropicale che producono circa 100 milioni di tonnellate, quantità notevolmente superiore a quella di altri frutti come mele o uva.

 


Coltura & Cultura