Volume: il riso

Sezione: storia e arte

Capitolo: riso nella letteratura

Autori: Giuseppina Baldissone

Una storia antica

Le civiltà del Sud-Est asiatico furono, fin dal terzo millennio a.C., “civiltà del riso”: non solo affrontarono e risolsero col riso il problema della fame, ma i loro miti sono ancora oggi miti agrari legati a quel tipo di civiltà. Stesso destino quando il riso passò in India, poi in Asia Minore, infine, scoperto dalle truppe greco-macedoni di Alessandro Magno, rimase a “germogliare” quasi in sordina sulle sponde del Mediterraneo, fino al Medioevo, quando nel IX secolo circa si acclimatò, per opera degli Arabi, in Egitto, sulle coste africane, poi in Sicilia e in Spagna. In queste due zone divenne ben presto un prodotto familiare, gastronomico, usato soprattutto sotto forma di farina per dolci e creme, come il “biancomangiare”, presente in tutti i ricettari dal XIV al XV secolo, quando iniziò a diffondersi nell’Italia del centronord e in altre zone europee: significativo il fatto che il riso allo zafferano appartenga simultaneamente ai ricettari dei Paesi Bassi e a quelli del Milanese, anche se nei grandi trattati gastronomici italiani questo cereale non abbonda, essendo soprattutto considerato, fino all’Ottocento, un cibo adatto a sfamare i poveri. Nel 1489 Ludovico il Moro emanò la prima ordinanza per disciplinare la nuova coltura, che destava forti perplessità igieniche, dato che, contrariamente agli Arabi, le popolazioni italiane adottavano il metodo dell’allagamento dei campi per la crescita delle piantine. Nelle zone intorno a Milano, soprattutto a Vercelli, Novara e Pavia, la nuova coltura dilagò rapidamente. Leonardo, quando lasciò Firenze per Milano, offrendo il suo ingegno al Moro con la qualifica di “esperto nel conducere acqua da un locho a l’altro”, fu colpito dalle acque della Lomellina e dal sistema irriguo delle campagne intorno a Vigevano. In questa città disegnò una delle più belle piazze italiane, poi terminata dal Bramante. I canali e le chiuse, in particolare, furono studiati da Leonardo e descritti nel Codice Leicester.

Paesaggio letterario

Il riso e la risaia hanno nella letteratura italiana un’identificazione soprattutto paesaggistica, che descrive un’estesa, sottile lastra d’acqua, rigata in modo geometrico da minute “corde” di terra: come un quadro di Klee o un’aeropoesia futurista. Si tratta di un’immagine ricorrente ma effimera: la risaia allagata, “terra d’acqua”, ha una durata stagionale di due mesi o poco più, dalla semina alla crescita della pianticella, che poi nasconderà con folte spighe e lunghe foglie lanceolate l’acqua stagnante sulle radici. È la terra di cui Paolo Diacono, nella sua Historia Langobardorum, racconta che, durante una delle famose grandi piogge con alluvioni devastanti, “Sesia e Ticino andarono insieme!”. Qui le cascine e i silos per il deposito del riso non si fanno quasi notare, e se si cerca nella memoria letteraria italiana un edificio “emergente” si deve andare nel Nord-Est: è la Risiera di San Sabba, alla periferia di Trieste, nata ai primi del Novecento per la pilatura del riso. Ma l’immagine dell’enorme edificio, che dal 1943 divenne l’unico campo di concentramento nazista in Italia, si staglia come qualcosa di sinistramente eccezionale, vagante solo in certi racconti di Fulvio Tomizza. La forma liquida e specchiante della risaia vercellese, novarese, lomellina, ma anche di quella cinese e vietnamita, del delta dell’Ebro o della Camargue, perdura nella memoria di chi vi è passato in macchina, in treno, in aereo o, semplicemente, l’ha vista al cinema con Riso amaro di Giuseppe De Santis o in televisione col Viaggio nella valle del Po di Mario Soldati. Eppure, là dove il riso cresce in asciutta, come in alcune nostre regioni (Sardegna), in Brasile e in genere nell’America Latina, ma anche negli Stati Uniti, la risaia non si distingue per una spiccata immagine paesaggistico-letteraria, ma economica. Fra le zone europee produttrici di riso, la risaia vercellese è forse la più riconosciuta, anche grazie al cinema: “A Vercelli le spighe di riso si esibiscono come i fiori a Sanremo”. Perfino Torquato Tasso, nel più famoso dei suoi Dialoghi, Il padre di famiglia, del 1580, caratterizzato dalla furia delle acque della Sesia in piena (al punto che “il passatore non voleva dispiccarsi dall’altra riva e aveva negato di tragittare”) descrive il Vercellese come una sorta di “isola” di confine, avvolta dal suo fiume. Anche Michel de Montaigne, negli stessi anni, dipinge queste terre nel suo Journal de voyage en Italie
venimmo a dormire a Novarra...città piccola, e poco piacevole, posta in un piano. Intorno d’essa vigne, e boschetti, e terreno fertile. Di là partimmo la mattina, e venimmo a stare un pezzo, per far mangiar le bestie, a Vercel, [...] città del duca di Savoia ancora essa in piano, e lungo della Zesa fiume, il quale varcammo in barca.

Montaigne osserva ancora che a Vercelli il Savoia ha fatto edificare “una fortezza bellina”, e continua “seguendo un bel piano, fertile massimamente di noci”: segno che quel paesaggio era ancora variamente ornato da una vegetazione multiforme. Da Vercelli nel 1762 passa anche Carlo Goldoni, che riesce a trovarvi confortevole rifugio e dedica una commedia all’Osteria della Posta. Minimizza il problema delle acque infide Alessandro Verri, che scrive da Novara al fratello Pietro, l’8 ottobre 1766:
Or ora abbiamo fatto un giro in questa Città...se le fisionomie non ci tradiscono, questa colonia dell’Asia, come vorrebbe il P. Ferrario, è ancor più stupida di codesta nostra metropoli. Le acque pericolose che si dicevano doversi da noi passare non arrivano a mezza gamba di un uomo.

Sono acque più spesso inquietanti che idilliache, quelle che la letteratura di risaia presenta: acque malsane, al contatto con le quali ci si ammala di febbri malariche o si può essere punti e morsi dai numerosi insetti e rettili che vi si aggirano, per non parlare delle zanzare, le cui larve sono deposte e si schiudono proprio nell’umidità della risaia. Solo l’ottimismo illuministico di Thomas Jefferson, nel 1787, può dargli il coraggio necessario a introdurre la coltivazione del riso negli Stati Uniti, a qualunque costo: “Poggio, un mulattiere che va ogni settimana da Vercelli a Genova, contrabbanderà un sacco di riso grezzo per me fino a Genova, poiché esportarlo in quella forma comporta la pena di morte”. Nel suo viaggio verso Milano, dopo aver lasciato Vercelli, nota la bizzarria del tempo:
Nelle notti 20 e 21 (aprile), gli stagni di riso sono gelati per un pollice e mezzo (...) Qui cinque anni fa c’è stata una grandinata con chicchi grandi abbastanza per uccidere gatti e le risaie non possono trovarsi a meno di 5 miglia dalle città.

Le acque di risaia sono anche a loro modo attive nella storia: nel corso della battaglia di Palestro, durante la II Guerra d’Indipendenza (1859), la sorpresa del loro flusso direzionabile contribuisce in modo decisivo al buon esito dei combattimenti, come è narrato in forma epica e un po’ enfatica nel romanzo di Salvator Gotta, Addio, Vecchio Piemonte!:
Il 30 maggio, era un Lunedì e pioveva con intensità e insistenza, come d’autunno [...] Su quei terreni messi a risaia, le truppe sono costrette a tenersi sulle strade, simili ad argini; sicché male vi si possono spiegare in caso d’assalto [...] I bersaglieri si avventarono a capo chino, le baionette inastate, a stormi, di corsa, in quel “fossato della morte”, in pochi minuti riempito di cadaveri e di feriti fino agli orli, carnaio bagnato dall’acqua rossa di sangue [...] gli Austriaci non volevano cedere terreno [...] Ma nel giorno seguente le divisioni francesi potevano entrare senza contrasto in Novara.

In realtà, il dilagare delle acque nella Pianura Padana, a causa delle scelte politico-economiche, è progressivo e devastante, nonostante i tentativi di tutelare con una legislazione le fasce che circondano le aree urbane, la risaia avanza fin nelle città, distruggendo a poco a poco tutta la vegetazione preesistente: gelsi, salici, platani, ontani a poco a poco sono abbattuti, così come i boschi di pioppi e di querce, per fare sempre più spazio alla monocultura. Così il paesaggio, dal Seicento in avanti, ma soprattutto dal secondo dopoguerra del Novecento, è a poco a poco spianato: è lo sfondo dei poemi e dei dipinti di Giorgio Sambonet, dei romanzi di Dante Graziosi e dei versi di Giuseppe Deabate, in cui l’idillio non disdegna un’occhiata alla fatica, che di quel paesaggio è parte inscindibile, mentre decisamente drammatico è lo sguardo della protagonista, Nanna, nel romanzo In risaia, della Marchesa Colombi:
Alle quattro, quando uscì dall’acqua dopo tante ore di quella fatica, non poteva reggere al riflesso abbagliante del vasto piano bianco dardeggiato dal sole. Al lungo guardare nell’acqua, lucente come uno specchio, gli occhi erano spossati e non resistevano più alla luce, dovunque li volgesse vedeva una palla azzurra fluttuarle dinanzi.

L’immagine è ripresa da Eugenio Barisoni: “La risaia sotto il sole è un affogatoio e vapora su dalle morte acque fiatate di calore e lezzo di limo che chiudono la gola”. La scomparsa dei boschi ha lasciato tracce letterarie: troviamo nel romanzo di Sergio Givone, Favola delle cose ultime, il racconto in forma epica dell’immane distruzione boschiva subita dalla pianura vercellese: i due giganti gemelli, Lun e Laut, distruggono un intero bosco di querce, poi Lun spezza il collo a Laut per rubargli sette monete d’oro, e lo getta in un dirupo:
L’indomani al primo sole sono già sul posto [...] incidono un taglio ad angolo nella direzione prevista. È come se sapessero esattamente quando e dove cadrà: si allontanano al momento giusto, appena prima che inizi a scricchiolare. Restano alcuni minuti a contemplarne la morte. [...] Poi lo attaccano con le seghe. Prima i rami spezzati, poi gli altri, via via fino al tronco. Ultimo il ceppo.

L’esito contemporaneo è un’alterazione del paesaggio, tale da annullare il senso stesso del limite: quello che Jacques Brel cantava come Le plat pays, “Avec des cathédrales pour uniques montagnes / Et de noirs clochers comme mats de cocagne” si adatta molto bene anche alla “bassa landa” in cui si è trasformata la pianura. A perdita d’occhio il cielo e il suo specchio risarolo si identificano, l’assenza si moltiplica in un infinito della vista, che basta a se stessa senza creare altro. Il vero limite è quello lontano, delle Alpi: un baluardo e un confine, più che una “siepe” accanto a cui sedere e “mirare”; sarà anche per questo che in queste zone la letteratura è, tutto sommato, povera, mentre la pittura ha saputo creare i suoi tesori. È curioso osservare che nel mondo, ovunque ci sia risaia, la terra appare come una terra d’acqua e la pianura una distesa senza confini: perfino in Camargue, come osserva lo scrittore Michel Tournier:
Il salice e l’ontano crescono presso acque dalla natura diametralmente opposta. L’ontano è l’albero delle acque stagnanti e cupe. È l’unica silhouette verticale che popola le piane brumose del nord. [...] Contrariamente all’ontano, il salice costeggia i limpidi fiumi. È l’albero delle acque correnti e chiacchierine.

Sorprendente può essere la descrizione di una risaia in quella che si chiamava Indocina, la cui esistenza stessa deve essere difesa dalla furia dell’oceano, mediante la costruzione di una diga, è il titanico e disperato tentativo di una madre dura e ostinata, descritto da Marguerite Duras in uno dei suoi romanzi più significativi:
Costruito che fu il villaggio, la madre vi sistemò tre famiglie, diede loro riso, barche e di che vivere fino al raccolto delle terre bonificate. Il momento propizio alla costruzione della diga arrivò [...] Era venuta la stagione delle piogge. La madre aveva abbondantemente seminato vicino al bungalow. Gli stessi uomini che avevano costruito la diga erano venuti a trapiantare il riso nel grande quadrilatero chiuso dalle diramazioni degli sbarramenti. Due mesi erano passati. La madre scendeva sovente per veder crescere le piantine, che diventavano via via più verdi e alte fino alla grande marea di luglio. Poi, in luglio, il mare era salito come sempre all’assalto della piana. Gli sbarramenti non erano abbastanza potenti, erano stati corrosi dai granchi nani delle risaie. In una notte, sprofondarono.

Figure

Il lavoro e il paesaggio di risaia sono popolati di figure che li caratterizzano fino alla prima metà del Novecento; almeno quattro appaiono significative dal punto di vista letterario: la mondina, il camminante, il brigante, il cacciatore. La prima delle quattro è quella più soggetta agli stereotipi, la più nota e malintesa. La nomination agli “Oscar” nel 1949 per il film di De Santis, Riso amaro, la bellezza di Silvana Mangano, l’interesse per il cast da parte di Cesare Pavese (innamorato di Constance Dowling), la presenza di grandi attori (Vittorio Gassman), la riscrittura romanzesca di Davide Laiolo hanno attirato l’attenzione su questa figura un po’ divistica di mondina, protagonista seducente e tragica di una vicenda popolare assai ricca di effetti, nonostante i tagli operati dalla censura. La tipicità di queste situazioni si riscontra in larga misura nelle arti figurative, nei quadri di Morbelli, Gazzone, Raviglione, nei disegni di Guttuso, nelle fotografie di Tarchetti e nelle immagini cinematografiche successive a De Santis: La pattuglia sperduta di Piero Nelli (1954), La risaia di Raffaello Matarazzo (1956), Ercole e la regina di Lidia di Pietro Francisci (1958), Tiro al piccione di Giuliano Montaldo (1961). Una figura eroica, esemplare dello sfruttamento femminile in risaia, è rappresentata dalla protagonista del romanzo La casa senza lampada, di Maria Giusta Catella. I risaroli e le mondine sono stati gli “strumenti” che fino a trentaquarant’anni fa hanno contribuito in modo decisivo al lavoro in risaia, come scrive Sebastiano Vassalli:
In pratica, la tratta dei “risaroli” continuò fino all’occupazione napoleonica, e all’Ottocento: quando l’evolversi parallelo del profitto e della pubblica morale nei paesi cattolici permise che si utilizzassero le donne ovunque ci fosse la possibilità di rimpiazzare la mano d’opera maschile nei lavori più infami e male pagati. Soltanto allora, ai ‘risaroli’, subentrarono le cosiddette ‘mondariso’, o ‘mondine’.

Le gride emanate dalle autorità per alleviare le sofferenze di uomini e donne addetti al lavoro in risaia furono numerose quanto quelle manzoniane per vietare ai signori l’uso dei “bravi”, e simile ne fu in genere anche l’inefficacia. A rendere quel riso meno amaro arrivò nel 1906 un unico grande successo: la conquista delle otto ore di lavoro, avvenuta proprio grazie agli scioperi a oltranza delle mondine del Vercellese, unite nella Lega dei Lavoratori. Della figura del camminante parlano invece quasi tutti i narratori novaresi, in primo luogo Eugenio Barisoni e Dante Graziosi. Si tratta di una variante padana della figura del vagabondo, nomade solitario, un po’ brigante e un po’ poeta, o meglio, o anche, novellatore e cantastorie. Dei vagabondi padani e italici in genere si sono occupati anche studiosi di letteratura e nouvelle histoire, interessati alla circolazione orale delle novelle: un esempio recente può essere quello di Gianni Celati. Anche i briganti popolano, sia pure in modo non peculiare, le terre di risaia, spesso confondendo i loro contorni con quelli dei camminanti, talora assurgendo alla fama popolare per le loro gesta comunque generose. Anche questi sono personaggi contemplati dalla letteratura occidentale in varie tipologie: non c’è storia antica o mito in cui non si parli del “divino monello”, di una sorta di dio birichino, estroso, un po’ briccone, che non si lascia inquadrare nell’immagine ordinata ed equa di una società governata dal logos. Nella piana vercellese e novarese, per esempio, si narrano le gesta del Biundìn, bellissimo brigante dal cuore buono, capace di galanterie, spavalderie e ingenuità, fino al punto da lasciarci la pelle, incidendo per sempre il ricordo della sua morte nella fantasia e nella tradizione popolare. Ne troviamo le gesta un po’ ovunque, dai romanzi di Givone a quelli di Graziosi, fino alla moltitudine di pubblicazioni locali che ne ricostruiscono storia e leggenda. Ma colui che conosce tutti, perché tutti incontra e interroga, e nello stesso tempo ignora, è il cacciatore. La caccia ha da sempre una forte valenza simbolica: da una parte l’uccisione dell’animale corrisponde all’eliminazione delle pulsioni primitive nefaste (si pensi al Minotauro), dall’altra, la ricerca della selvaggina rappresenta l’inseguimento della traccia, del segno, una ricerca spirituale, riconoscibile perfino nei graffiti delle grotte di Lascaux e di Altamira. Lo scrittore che ha fatto della caccia la sostanza della propria scrittura è Eugenio Barisoni, che nella sua prima raccolta di racconti, Cacciatore si nasce, individua le caratteristiche del personaggio:
La maggior parte delle volte [...] è questione di attitudine, voglio dire un insieme di qualità che fanno il cacciatore eletto, e che è tanto difficile trovare riunite nello stesso individuo. Prima di tutto la grande e vera passione, la quale è il motore che muove e sostiene il fisico, pure nei momenti di spossatezza e di scoramento. Poi la gagliardia del corpo, apparecchiato e indurito dalla disciplina alle fatiche più gravi, ai disagi e alle inclemenze e stravaganze del tempo. La conoscenza profonda della selvaggina e delle sue abitudini, e, soprattutto, del terreno di caccia. Infine, la perizia nel tirare, per cui uno, sentendosi sicuro, cerca tutte le occasioni di sparare anche ai selvatici più difficili.

Cibo letterario

La letteratura, in ogni parte del mondo, è comunque ricca soprattutto di riso sotto forma di cibo. Nel Sior Todero brontolon (I, 5), Carlo Goldoni fa del tempo di cottura una diatriba socio-culturale tra servo e padrone. È probabile che le diverse abitudini geografiche di cottura dipendano dai diversi processi di lavorazione: brillato o integrale, è diversamente resistente. Qualche volta si presentano invece diverse interpretazioni della stessa ricetta e le varianti, perfino nelle definizioni, possono rappresentare bonarie polemiche regionali: è il caso di De Roberto e di Camilleri. Il primo, nei Vicerè, presenta come una leccornìa dei monaci Benedettini “le arancine di riso grosse ciascuna come un mellone”. Gli arancini di Montalbano, di Camilleri, sono presentati nella novella omonima con tanto di ricetta, eseguita da Adelina, la serva fedele del commissario. Del risotto si spargono i profumi in vari romanzi: memorabile quello ai tartufi di Antonio Fogazzaro in Piccolo mondo antico, che inonda e movimenta il dialogo per un intero capitolo:
I tre salirono al portico col quale la villetta Maironi cavalca, da ponente, la via dell’approdo alla chiesa parrocchiale di Cressogno. Il curato e Pasotti fiutavano, tra un sospiro di dolcezza e l’altro, certo indistinto odore caldo che vaporava dal vestibolo aperto della villa. “Ehi, risotto, risotto” sussurrò il prete con un lume di cupidigia in faccia. Pasotti, naso fine, scosse il capo aggrottando le ciglia, con manifesto disprezzo di quell’altro naso. “Risotto no” diss’egli. “Come, risotto no?” esclamò il prete, piccato. “Risotto sì. Risotto ai tartufi; non sente?”

La minestra di riso, invece, non è gradita in collegio, dove in genere ha aspetto e gusto di scipita routine. Gian Burrasca, per esempio, preferisce la pappa col pomodoro:
6 febbraio Prima di tutto una lieta notizia: i convittori del collegio Pierpaoli non mangeranno più minestra di riso per un pezzo! [...] Il magazzino era fiocamente illuminato dal chiarore che veniva da un finestrino aperto sulla parete di faccia alla porta, in alto; e a quella luce incerta vedemmo da un lato una fila di balle aperte, con della roba bianca. [...] Vi misi le mani. Era il riso, quell’odiato riso che nel collegio Pierpaoli ci era servito a tutti i pasti, tutti i giorni, meno il Venerdì e la Domenica.

Fabio Tombari, invece, caratterizza il dì di festa nella famiglia dei nonni con il “riso coi fegatini”, che peraltro piace anche a Marinetti e a Bassani, che nel Giardino dei Finzi-Contini racconta la sua prima cena nella magna domus, nella stanza in stile floreale, con un menu che si apre con “una minestra di riso in brodo e fegatini”. Notissimo il risotto dell’Adalgisa, di Gadda, che nelle Meraviglie d’Italia fornisce anche la ricetta. Né mancano i contemporanei più recenti, da Del Giudice a Nuvoletti, a Scarpa. Nell’ultimo libro d’artista di Giorgio Sambonet, Il pittore in cucina, inconsueto ricettario-catalogo di una serie monografica di oli, figurano molti risotti, illustrati quasi in parodia delle grandi riviste di cucina, tipo “Grand Gourmet” o “Elle”, di cui Roland Barthes diceva che si trattava di cibo da vedere, con ricette ineseguibili ma molto fotogeniche. La presenza del risotto nelle forme più raffinate, come quello alla violetta, alle ortiche o alle fragole in alcuni ricettari pubblicati di recente, anche sui quotidiani, testimonia di una ripresa culturale del riso, cibo non fortunato nelle descrizioni d’ambiente, perché spesso legato alle immagini della miseria, dello squallore, delle situazioni in cui non abbonda la gioia di vivere. Il collegio, la casa contadina, le strade dell’India e della Cina sono gli sfondi che ricorrono in tante storie, in cui i personaggi sono descritti nell’atto di mangiare del riso. Ma oggi paella e riso di mare si trovano ormai come piatti sfiziosi ed eleganti sulla tavola dei buongustai più raffinati della letteratura: si pensi ai romanzi di Montalbàn, a cui il commissario Montalbano di Camilleri rifà bonariamente il verso, condividendone i gusti gastronomici, oppure ad Amado, con O livro de cozinha de Jorge Amado, o a Isabel Allende, che dedica al riso al latte, come si usa nei Paesi latino-americani, una sottile e importante attenzione nei suoi Afrodita:
Una notte del gennaio 1996 sognai di tuffarmi in una piscina colma di riso al latte [...] in cui nuotavo con la grazia di un delfino. È il mio dolce preferito – il riso al latte, non il delfino – tanto che nel 1991, in un ristorante di Madrid, ne ordinai quattro porzioni e poi una quinta, come dessert.

Va detto, comunque, che nessuno scrittore ha attribuito al riso l’importanza che gli hanno dato Marinetti e il Futurismo. Il 28 dicembre 1930, nella “Gazzetta del Popolo” di Torino, appare il Manifesto della cucina futurista, firmato da Marinetti e Fillìa, che si pronuncia vigorosamente “contro la pastasciutta”, con un ragionamento alla Feuerbach: “Pur riconoscendo che uomini nutriti male o grossolanamente hanno realizzato cose grandi nel passato, noi affermiamo questa verità: si pensa si sogna e si agisce secondo quel che si beve e si mangia”. Marinetti proclama l’abolizione della pastasciutta, come “assurda religione gastronomica italiana”, come qualcosa che, “a differenza del pane e del riso” non si mastica ma si ingozza, perciò indebolisce il corpo e la mente, impegnandoli in assurde fatiche digestive. Nel Manifesto sono proposte ricette futuriste a base di riso. A Torino, l’8 marzo 1931, è inaugurata la Taverna Santopalato, che nella “Lista del primo pranzo futurista” annuncia al punto 3 il “Tuttoriso, con vino e birra” secondo la formula di Fillìa. Non mancheranno in seguito il Risotto all’arancio, la Minestra di riso (che, guarda caso, è un riso coi fegatini, di antica tradizione, con qualche variante: riso, fegatini e fagioli in brodo di quaglie), il Riso di Erodiade, il Risotto Trinacria, il Risoverde. Va precisato che negli anni seguenti si tratterà sempre più di una scelta politica e ideologica: dopo le sanzioni comminate all’Italia nell’ottobre del 1935, l’entusiasmo per l’industrialismo da parte dei futuristi si trasforma in naturismo, appassionata esaltazione della campagna e dell’agricoltura per necessità di autarchia. La mostra naturista di Torino (ottobre 1935), organizzata allo scopo di glorificare le forze naturali della terra piemontese, invita gli italiani a limitare il consumo di carne a favore di un’alimentazione vegetale e un’intera sala dell’esposizione è dedicata al riso italiano. La scelta del riso ha comunque, per i futuristi, anche un valore estetico e rappresenta, nel doppio significato, tutto ciò che si oppone al pianto e alla malinconia. In questo, la predilezione futurista si congiunge alla lunga tradizione terapeutico-culinaria che lo considera alimento benefico sia per il piacere sia per la salute. Favorevoli all’uso del riso nella grande cuisine saranno poi tutti i maestri classici dell’arte culinaria, da Brillat-Savarin all’Artusi, ma anche gli innovatori della nouvelle cuisine, da Gault e Millau fino a Beaucuse e Adrià, pronti a entrare, tutti quanti, nella letteratura, che sempre più spesso si sofferma sul cibo, sui gusti e sui profumi di cui si deliziano i personaggi dei romanzi e dei racconti.


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