Volume: il riso

Sezione: mondo e mercato

Capitolo: riso nel mondo

Autori: Aldo Ferrero, Nguu Van Nguyen

Superfici e produzioni

Nel 1965 la superficie coltivata a riso nel mondo è stata di 125 milioni di ettari, con una produzione di risone di 254 milioni di tonnellate, corrispondente a poco più di 2 tonnellate a ettaro. Nello stesso anno la FAO aveva dichiarato il 1966 anno internazionale del riso. Questa iniziativa favorì l’avvio di interventi per lo sviluppo dell’irrigazione e dell’impiego dei mezzi di produzione di questa coltura. In quello stesso periodo venne introdotta altresì la prima varietà a elevato potenziale produttivo per le regioni a clima tropicale (IR8). Tra il 1965 e il 1980 si ebbe un significativo aumento della produzione globale di riso, con un tasso di incremento superiore a quello della popolazione mondiale. Più nel dettaglio, il tasso di incremento annuo è stato pari al 4,9% nel quinquennio 1965-1970, al 2,6% tra il 1970 e il 1975 e al 2,2%, tra il 1975 e il 1980. In quest’ultimo anno la produzione mondiale di riso raggiunse il valore di 396,8 milioni di tonnellate. L’aumento di produzione ottenuto in questo quindicennio è in parte da attribuire all’aumento della superficie destinata al cereale (3,4%, 1,2% e 1,8% rispettivamente nel primo, secondo e terzo quinquennio) e in parte al miglioramento delle tecnologie produttive adottate. Il tasso di incremento della produzione mondiale è stato superiore a quello della popolazione anche nel decennio 1980 e 1990, nonostante una contrazione della superficie coltivata. Questo risultato è stato possibile grazie a un significativo aumento della produzione unitaria, passata, nel periodo considerato, da 2,7 a 3,6 t/ha. La ragione di questo miglioramento è in gran parte da attribuire all’introduzione e diffusione, a partire dalla metà degli anni ’70, in Cina, di varietà di riso ibrido, in grado di fornire livelli produttivi superiori di circa il 20% a quelli delle migliori varietà tradizionali. La produzione di riso, tuttavia, ha iniziato a manifestare segni di debolezza a partire dai primi anni ’90, con periodi (1990-1995) in cui il tasso di incremento della produzione globale è stato inferiore a quello della popolazione. Nel periodo 1999-2002 si è assistito ad una contrazione della produzione da 610 a 568 milioni di tonnellate (2,3% all’anno), con un corrispondente calo della superficie coltivata e della produzione unitaria, rispettivamente dell’1,8 e 0,6% all’anno. Fortunatamente gli anni successivi hanno fatto registrare una inversione di tendenza, con un sensibile recupero delle produzioni e il raggiungimento di 645 milioni di tonnellate nel 2007. La situazione di instabilità dell’offerta produttiva ha indotto l’Assemblea generale delle nazioni unite (UNGA), nel 2002, a dichiarare il 2004 anno internazionale del riso, con lo scopo di promuovere la consapevolezza del ruolo vitale svolto dal riso per l’intera umanità, con l’obiettivo di ridurre la fame e la povertà. Nell’anno internazionale del riso sono state organizzate più di un migliaio di manifestazioni, in oltre 60 Paesi produttori di riso. Con oltre 136 milioni di ettari (2005), l’Asia è il continente che fornisce il maggior contributo produttivo globale di riso. Nel corso del quinquennio 2000-2005, la coltivazione del cereale nella stessa area geografica ha subito una flessione di circa 2 milioni di ettari. I Paesi di questo continente in cui si è avuta la riduzione più significativa sono stati la Cina, il Giappone, la Corea del Sud e il Vietnam. Per contro nello stesso periodo si è avuto un aumento di superficie nell’Africa sub-sahariana (0,64 milioni di ha) e in USA (0,13 milioni di ha). Nel 2005 si sono registrate produzioni molto diverse, con valori compresi tra 9,98 t/ha (Egitto) e 0,61 t/ha (Repubblica del Congo). I 10 Paesi con i livelli produttivi più elevati sia negli ambienti a clima tropicale, sia in quelli a clima temperato sono quelli nei quali vengono adottati sistemi di coltivazione caratterizzati dal ricorso all’irrigazione. Al contrario gli ultimi 10 Paesi della classifica delle produzioni sono quelli localizzati negli ambienti tropicali, dove il riso è coltivato secondo il sistema pluviale.

Ambiente

La pianta del riso presenta un grado di flessibilità di adattamento alle condizioni ambientali difficilmente riscontrabile in altre colture alimentari. Le principali determinanti delle condizioni eco-geografiche della produzione del riso sono rappresentate dal clima e dal tempo meteorologico. Il clima è l’insieme degli elementi e dei fattori climatici che tendono a ripetersi stagionalmente in un lungo arco di tempo (30 anni), mentre il tempo meteorologico è la risultante degli stessi elementi e fattori in un’area definita e in un arco di tempo limitato. Il tempo meteorologico varia notevolmente all’interno di una regione climatica. Per esempio, l’area di coltivazione nella valle del Sacramento (California) è caratterizzata da un’estate secca, mentre quella del Giappone centrale o di Hagzhou in Cina è piuttosto umida, pur appartenendo tutte queste regioni al clima sub-tropicale. Analogamente nell’ambito delle regioni a clima tropicale, come quelle del Vietnam e delle Filippine, il tempo presenta variazioni molto forti da una stagione all’altra, con alternanze di stagioni secche e umide. Le operazioni di selezione e miglioramento operate dall’uomo, nel corso del tempo, hanno portato alla costituzione di varietà e linee adatte alle diverse condizioni climatiche. In relazione all’adattamento alle diverse condizioni eco-geografiche le varietà di riso della specie Oryza sativa coltivate nel mondo appartengono nella quasi totalità alle seguenti 3 sottospecie, caratterizzate, ciascuna da specifiche esigenze ambientali. – Indica. Sono varietà poco adattabili alle basse temperature; sono prevalentemente coltivate negli ambienti soggetti a sommersione naturale (lowlands systems) a clima tropicale (es. Cina meridionale, Sud-Est asiatico, Africa sub-sahariana, Centro e Sud America). – Japonica. Mostrano una buona adattabilità alle basse temperature; sono principalmente coltivate nelle regioni a clima subtropicale e temperato, quali, per esempio, Giappone, Cina settentrionale, Corea, Asia centrale, Europa, USA e Australia. – Javanica o bulu (in Indonesia). Sono varietà tradizionalmente coltivate in ambienti a elevate altitudini (Indonesia, Filippine, Madagascar), dove le temperature sono piuttosto basse durante la stagione di coltivazione. Queste piante sono recentemente entrate a far parte del gruppo delle varietà tropicali japonica.

Metodi di miglioramento

In relazione alle tecniche adottate per la loro messa a punto, le diverse varietà di riso oggi disponibili possono essere classificate in gruppi differenti. – Varietà tradizionali. Riguardano varietà delle subspecie indica, japonica e javanica disponibili prima della intensa opera di miglioramento, messa in atto dai più importanti centri internazionali di ricerca. Si tratta di varietà con foglie lunghe e patenti, con taglia elevata, sensibili all’allettamento e rese mediamente non superiori a 5 t/ha. La maggior parte di queste varietà, specialmente del tipo indica, hanno ciclo lungo e sono sensibili al fotoperiodo. – Varietà moderne o a elevato potenziale produttivo. Si riferiscono a varietà che hanno iniziato a essere disponibili già alla fine del 1800, nel caso della subspecie japonica e, solo a partire dal 1950, per la subspecie indica. Queste varietà sono caratterizzate da un potenziale produttivo superiore a 10 t/ha e presentano generalmente foglie erette e corte, culmo ridotto e limitata sensibilità all’allettamento, specialmente a seguito di elevata disponibilità azotata. – Ibridi (F1). Pur note da molto tempo queste varietà hanno iniziato ad avere un’importante diffusione nella coltivazione a partire dai primi anni ’70, grazie alla tecnologia sviluppata da ricercatori cinesi, per produrre la semente commerciale in grande quantità. Sono state costituite varietà ibride sia nell’ambito dei risi indica, sia di quelli japonica. In media, le produzioni potenziali di queste piante sono circa il 15-20% superiori a quelle delle varietà moderne. – Nerica (New Rice for Africa). Si tratta di una nuova generazione di varietà ottenute dall’incrocio di O. sativa con O. glaberrima messe a punto dalla West Africa Rice Development Association (WARDA) prevalentemente per gli ambienti di coltivazione africani.

Forma e dimensione delle cariossidi

Esiste un’ampia variabilità per quanto riguarda la dimensione e la forma della cariosside (granello) del riso. Le cariossidi delle 80.000 varietà o linee conservate presso la banca del germoplasma dell’IRRI presentano una lunghezza compresa tra 4,1 e 13,7 mm, una larghezza variabile da 1,9 a 4,1 mm e un peso di 1000 cariossidi compreso tra 8 e 57 g. In relazione alla dimensione e alla forma delle cariossidi le varietà di Oryza sativa, sono comunemente classificate nei seguenti 3 gruppi: – tondi e corti. Appartengono a questo gruppo la maggior parte delle varietà di riso glutinoso e japonica; – medi e grandi. Comprendono molte varietà del tipo javanica o japonica tropicale; – lunghi e affusolati. Riguardano la quasi totalità delle varietà indica.

Caratteristiche qualitative delle cariossidi

Le preferenze e i gusti dei consumatori di riso variano notevolmente da popolazione a popolazione e sono principalmente legate alla quantità di amilosio presente nell’endosperma e alle caratteristiche aromatiche delle cariossidi. In relazione al contenuto in amilosio le varietà di riso sono state classificate da Juliano in 4 gruppi: – riso glutinoso o waxy (contenuto di amilosio 0-4%). Riguarda varietà consumate principalmente in Laos e Thailandia del nord; – riso con contenuto di amilosio molto basso (contenuto di amilosio 5-9%). Comprende un certo numero di varietà glutinose e di tipo japonica; – riso con contenuto di amilosio basso (contenuto di amilosio 10-19%). Comprende varietà consumate in Cina, Giappone, Corea, Nepal, Thailandia (nord-est), Argentina, Australia, Russia, Spagna, USA (varietà a granello tondo e medio); – riso con contenuto di amilosio medio (contenuto di amilosio 20-24%). Si riferisce a varietà consumate in Cambogia, Cina, India, Indonesia, Malesia, Myanmar, Pakistan (Basmati), Filippine, Thailandia (centro), Vietnam, Brasile, Costa d’Avorio, Cuba, Italia, Liberia, Madagascar, Nigeria, USA (varietà a granello lungo); – riso con contenuto di amilosio elevato (contenuto di amilosio >24%). Comprende varietà consumate in Bangladesh, Cina (varietà indica), India, Pakistan, Filippine, Sri Lanka, Thailandia (sud), Brasile, Colombia, Guinea, Messico, Perù.

Caratteristiche della coltivazione del riso nel mondo

Nelle diverse aree di produzione, il riso è coltivato con tecniche e sistemi molto differenti tra di loro in base alle specifiche situazioni ambientali, sociali ed economiche. Le principali differenze sono essenzialmente legate alla disponibilità idrica, ai metodi di impianto della coltura, nonché al grado di meccanizzazione disponibile.

Sistemi di coltivazione e disponibilità idrica

Il riso è l’unico cereale in grado di svilupparsi senza problemi anche in suoli saturi o sommersi dall’acqua, essendo dotato di un sistema aerenchimatico che consente il trasporto dell’aria in tutti i suoi tessuti, da quelli fogliari a quelli radicali. Con particolare riferimento alla disponibilità idrica e ai rapporti che si possono stabilire tra suolo e acqua durante il ciclo colturale, la risicoltura mondiale è stata schematicamente classificata in 4 principali eco-sistemi: pluviale, inondato, in acqua profonda e irrigato.

Sistema pluviale (upland rice system)
In questo sistema il riso è coltivato in campi posti dal livello del mare sino ai limiti di ripide pendici montane. I terreni possono essere pianeggianti o con pendenze che possono raggiungere fino il 40%; sono normalmente asciutti e drenanti e raramente la sommersione ha una durata superiore a due giorni, durante tutto il ciclo colturale. Per questa ragione, le risaie non sono dotate di arginelli o sbarramenti per l’acqua. Soltanto in alcune aree dell’India vengono realizzate modeste arginellature per cercare di trattenere l’acqua che si rende occasionalmente disponibile. Il riso viene coltivato su terreno asciutto, preparato come nel caso della coltivazione del frumento o del mais e seminato poco prima dell’inizio della stagione delle piogge. In questo sistema, le precipitazioni costituiscono la principale fonte di acqua per la coltura. Soprattutto nei terreni più scoscesi talvolta si incorre nel pericolo di danni dovuti ai fenomeni di ruscellamento in conseguenza di piogge di forte intensità. Si stima che questo ecosistema interessi circa il 10% della superficie mondiale, ma che sia in grado di contribuire per non più del 3% della produzione totale. In queste condizioni, la produzione media unitaria, spesso, non supera 1,5 t/ha e non dimostra di essere significativamente influenzata dall’introduzione di varietà a elevato potenziale produttivo. I principali limiti alla produzione sono dovuti alla scarsa fertilità dei suoli e all’aggressività delle malattie e delle piante infestanti. Questo ecosistema è presente in India e Bangladesh, nelle aree collinari umide dell’Africa occidentale, nelle regioni lievemente ondulate del Brasile. Circa 100 milioni di persone dipendono per la loro alimentazione da queste condizioni di coltivazione.

Sistema inondato (rainfed lowland rice system)
I terreni di coltivazione del riso sono pressappoco pianeggianti e contornati da arginelli, in modo da trattenere l’acqua di pioggia, oppure, in qualche caso, quella derivata da piccoli corsi d’acqua o proveniente dalle esondazioni dei fiumi. In queste condizioni, non è possibile alcun controllo del livello dell’acqua e il riso, durante la sua coltivazione, è esposto al rischio di carenza idrica o sommersioni con molta acqua (50 cm e più), con alternanze, talora repentine, di stati di aerobiosi e anaerobiosi nel suolo. Vengono comunemente coltivate varietà tradizionali a ciclo lungo, sensibili al fotoperiodo e poco reattive alla fertilizzazione. L’impianto della coltura avviene principalmente mediante trapianto e solo raramente a mezzo di semina diretta. Questo sistema si è sensibilmente ridotto in quest’ultimo decennio, tuttavia, si stima che sia ancora presente su circa 42 milioni di ha, principalmente localizzati nelle regioni dei delta dei fiumi, nelle aree paludose e nelle pianure soggette a sommersione dell’Asia e dell’Africa sub-sahariana. È diffuso in ambienti caratterizzati da clima sfavorevole e substrati poveri, dove non vi sono le condizioni per l’applicazione di moderne e costose tecnologie. I maggiori limiti di questo sistema sono legati a un elevato grado di incertezza della disponibilità idrica e alla limitata fertilità dei suoli.

Sistema dell’acqua profonda (deep water rice o flood prone rice system)
È il sistema tipico degli ambienti dove le risaie sono soggette a un’incontrollata sommersione per gran parte del ciclo colturale. La profondità dell’acqua è comunemente variabile da 50 cm a 1 metro e talvolta può raggiungere anche i 5 o 6 metri. In queste ultime condizioni, note con il termine di riso galleggiante (floating rice), la pianta riesce ad allungare il suo culmo fino a fuoriuscire dalla superficie dell’acqua. L’impianto della coltura avviene principalmente a mezzo della semina diretta su terreno asciutto, prima della stagione delle piogge; solo raramente si realizza mediante il trapianto. La superficie coltivata a riso con questo sistema si è pressoché dimezzata negli ultimi 30 anni, arrivando a interessare, oggi, un’area di poco più di 6 milioni di ettari. Il sistema dell’acqua profonda è spesso praticato nei delta dei fiumi quali il Gange e il Brahmaputra, in India e Bangladesh, il Mekong in Vietnam e Cambogia, il Chao Phraya in Thailandia e il Niger nell’Africa occidentale. Questo tipo di risicoltura è presente anche nelle ampie distese pianeggianti delle regioni costiere di India, Bangladesh, Vietnam e Indonesia, soggette a inondazioni giornaliere dovute al riflusso delle maree. In questi ambienti, le principali problematiche nella coltivazione del riso sono legate alla salinità dell’acqua e del terreno e alle improvvise variazioni del livello dell’acqua (flash floods). Le produzioni unitarie medie si attestano su circa 1,5 t/ha, anche se con forti variazioni dovute alle imprevedibili alternanze di allagamenti con periodi di siccità. Le maggiori problematiche di questo sistema sono connesse ai forti stress ambientali, che limitano gli effetti dei vari fattori della produzione.

Sistema irrigato (irrigated lowland rice system)
Viene adottato su terreni in piano, adeguatamente livellati e contornati da arginellature, che possono disporre di un uniforme strato di acqua regolabile in altezza a seconda delle esigenze della coltura (da 2,5 a 15 cm). In relazione alla disponibilità di piogge, il sistema irrigato può venire praticato nella stagione umida (irrigated wet season) o in quella asciutta (irrigated dry season); nel primo caso l’irrigazione serve per integrare l’acqua fornita dalle piogge. La coltivazione nella stagione asciutta è tipica degli ambienti in cui le precipitazioni sono solitamente di scarsa entità e l’acqua è assicurata, quasi totalmente, dall’irrigazione. Queste regioni sono caratterizzate da elevato irraggiamento solare, forte evapotraspirazione, limitata incidenza delle avversità biotiche ed elevato potenziale produttivo. Il sistema irrigato è diffuso su circa la metà della superficie risicola mondiale e fornisce circa il 75% della produzione totale. Interessa gran parte della superficie a riso in Nord Africa (Egitto), Nord America, Australia ed Europa, dove la coltivazione viene realizzata una sola volta all’anno. La diffusione di questo sistema è legata alla realizzazione di sbarramenti sui fiumi, per accumulare l’acqua di superficie e di una fitta rete di canali, per alimentare con continuità i campi coltivati. Negli ultimi decenni, in alcuni Paesi, lo sviluppo dell’irrigazione è stato ottenuto grazie all’utilizzazione delle acque di falda, prelevate da pozzi. Il sistema irrigato ha trovato ampia diffusione anche in Asia e Sud America. Nelle regioni a clima tropicale di questi continenti il ricorso all’irrigazione, unitamente alla coltivazione di varietà a ciclo breve e non sensibili al fotoperiodo, permette di realizzare da due a tre coltivazioni all’anno sullo stesso terreno. Le produzioni unitarie medie possono variare da 4 a 10 t/ha a seconda dei mezzi di produzione utilizzati. I livelli produttivi più elevati vengono registrati in Egitto, America, Australia, Europa, dove frequentemente si ottengono produzioni di oltre 8 t/ha, con una sola coltivazione all’anno. Questi risultati sono possibili grazie all’adozione di varietà a taglia bassa, reattive all’apporto dei nutrienti e dell’azoto in particolare, dotate di buona tolleranza alle avversità biotiche e caratterizzate da un elevato potenziale produttivo. In queste regioni la coltivazione viene prevalentemente realizzata con semina diretta, effettuata mediante interramento del seme, su terreno asciutto, o con la sua distribuzione sul terreno sommerso. In Asia l’impianto della coltura avviene sia con semina diretta, sia mediante il trapianto su terreno umido o fangoso. Le principali problematiche incontrate nel sistema irrigato di coltivazione sono rappresentate dalle avversità biotiche (piante infestanti, insetti e malattie), dalla corretta gestione dell’acqua e dal degrado ambientale legato a un elevato apporto dei mezzi di produzione. Questo sistema sta facendo registrare una significativa perdita di superficie a causa dell’urbanizzazione e dell’industrializzazione.

Metodi di impianto del riso

L’impianto della coltura può essere realizzato con la semina diretta o con il trapianto.

Semina diretta. La semina diretta può essere effettuata su terreno asciutto o saturo d’acqua. La prima è comunemente adottata nel sistema di coltivazione pluviale ed è diffusa anche nel sistema di produzione con acqua profonda. I metodi di semina diretta su terreno asciutto o saturo costituiscono il principale metodo di impianto della coltura negli USA, in America Latina, Europa e Australia, dove sono facilmente accessibili mezzi tecnici e macchine. A causa delle condizioni ambientali non molto favorevoli alla germinazione e all’affrancamento della giovane pianta di riso, la quantità di seme usata nella semina diretta è piuttosto elevata e può raggiungere 220 kg/ha di seme. Nella semina su terreno asciutto il seme è posto a una profondità di circa 3 cm. La semina su terreno saturo d’acqua prevede la distribuzione del seme pre-germinato sulla superficie del terreno fangoso o direttamente nell’acqua di sommersione. Quest’ultimo metodo sta assumendo sempre maggior importanza in diversi Paesi asiatici come il Luzon centrale nelle Filippine, la Thailandia centrale e il delta del fiume Mekong in Vietnam, sia nel sistema irrigato, sia in quello inondato. Numerosi sono i fattori che influenzano l’uniformità e la densità dell’impianto nella semina diretta; particolarmente importanti sono la quantità di seme distribuito, l’emergenza, le modalità di preparazione del terreno, la germinabilità e l’energia germinativa del seme, la tessitura del terreno, nonché l’umidità e la temperatura del suolo. La densità minima è di 80-100 germinelli/m2 per le varietà a taglia bassa e di 45-55 per gli ibridi.

Trapianto. Questa pratica è, tutt’oggi, ancora piuttosto diffusa in Asia e Africa. Nelle economie agricole meno sviluppate, il trapianto è principalmente realizzato a mano, mentre nei Paesi più sviluppati come la Corea del Sud e il Giappone è effettuato con mezzi meccanici. Il trapianto si basa sulla messa a dimora nel terreno di piantine ottenute in apposite risaie-vivaio, realizzate con una buona preparazione del terreno e seminando da 10 a 45 kg di seme/ha. Durante il trapianto, le piantine di età compresa tra 10 e 22 giorni vengono disposte a ciuffi di 2-4 piante ciascuno, con una spaziatura variabile da 20×20 a 20×10 cm, in modo da assicurare una densità di 100-150 culmi/m2, a 20 giorni dopo la messa a dimora. Nel trapianto l’età delle piantine ha una grande influenza sul risultato produttivo. La crisi di trapianto tende ad avere effetti tanto più sfavorevoli quanto più è avanzata l’età della piantina e più è breve il ciclo colturale della varietà utilizzata. Il trapianto è particolarmente adatto agli ambienti dove le pratiche agronomiche, soprattutto la preparazione del terreno e la gestione dell’acqua, non sono ottimali. Il trapianto è vantaggioso anche nelle realtà in cui, per ragioni economiche o organizzative, non vi è la possibilità di ricorrere ai diserbanti; questa operazione assicura, inoltre, un vantaggio competitivo della coltura nei confronti delle piante infestanti, limitando sensibilmente il danno causato dalla loro presenza.

Livello di meccanizzazione

Le diverse pratiche agronomiche adottate nella coltivazione del riso quali, per esempio, la preparazione del terreno, l’impianto della coltura, la lotta alle malerbe, la raccolta e la trebbiatura richiedono la disponibilità di tempo e di forza motrice. Gran parte di queste operazioni possono, oggi, essere gestite mediante l’utilizzo di macchine, attrezzature e strumenti che riducono notevolmente l’intervento e la fatica dell’uomo, ma che richiedono un adeguato impegno economico. Per questa ragione il grado di meccanizzazione della coltivazione del riso varia, a seconda dello sviluppo economico, da forme rudimentali adottate in alcune aree africane e asiatiche, dove è praticata una risicoltura di sussistenza, a livelli ad alto sviluppo tecnologico, tipici delle economie più avanzate. In relazione a questo aspetto, si possono individuare diversi sistemi di risicoltura. – Sistemi con meccanizzazione di tipo rudimentale. Si basano prevalentemente sul lavoro dell’uomo e sull’impiego di semplici strumenti, quali zappe per la preparazione del terreno e falci per la raccolta. È ancora presente nei sistemi pluviali, in quelli inondati e in quelli dell’acqua profonda dell’Africa subsahariana e in alcune regioni molto povere dell’Asia. – Sistemi con meccanizzazione semplice. I lavori più gravosi, come per esempio la preparazione del terreno, vengono effettuati ricorrendo alla forza motrice animale. L’impianto e la raccolta vengono eseguiti manualmente. Per la trebbiatura vengono usate pertiche o si ricorre alla “battitura” con animali. L’irrigazione viene effettuata con strumenti semplici di sollevamento dell’acqua, azionati a mano dagli animali. Talvolta si utilizzano strumenti rotativi per la scerbatura. Questo tipo di meccanizzazione è diffuso nei sistemi inondati e nelle aree irrigate dell’Africa sub-sahariana e dell’Asia. – Sistemi moderatamente meccanizzati. Fanno ricorso alla trazione animale per la preparazione del terreno e realizzano l’impianto della coltura manualmente. La raccolta è effettuata, normalmente, con la falce e la trebbiatura con semplici trebbiatrici meccaniche. Si impiegano frequentemente pompe a spalla per la lotta contro le malerbe e gli insetti. Si tratta di un sistema adottato nella risicoltura inondata e nelle aree irrigate dell’Africa sub-sahariana e dell’Asia. – Sistemi a elevata meccanizzazione. Tutte le operazioni colturali vengono effettuate facendo ricorso alle macchine. Si utilizzano potenti trattori per la preparazione del terreno e trapiantatrici meccaniche per l’impianto della coltura, pompe meccaniche per l’irrigazione, attrezzature a barra per la distribuzione dei diserbanti e degli insetticidi, mietitrebbiatrici per la raccolta. È un sistema diffuso in tutte le forme di risicoltura irrigata di America Latina, Europa, USA, Australia, Giappone, Corea del Sud, Medio Oriente e, più recentemente, in Cina, Nord Africa e nelle aree limitrofe alle grandi città asiatiche. – Sistemi ipermeccanizzati. Dispongono di moderni e potenti trattori, mezzi aerei e dispositivi ad assistenza elettronica per lo svolgimento della maggior parte delle operazioni colturali. Sono già molto diffusi nei sistemi irrigati di Stati Uniti, Europa, Australia e Giappone.

Problematiche nella coltivazione

La risicoltura mondiale, e in particolare quella europea, è frenata nel suo sviluppo da una serie di vincoli di ordine climatico, agronomico e sociale. Tra gli aspetti più significativi sono da ricordare le basse temperature, la scarsità d’acqua, gli stress biotici, l’insoddisfacente livello qualitativo del riso, gli elevati costi di produzione e le preoccupazioni dell’opinione pubblica per alcuni effetti negativi legati alla coltivazione del riso.

Acqua. La coltivazione del riso richiede più acqua di quella necessaria alla coltivazione della maggior parte delle colture agrarie. In condizioni di sommersione continua, necessita, per esempio, di circa 6 volte la quantità d’acqua occorrente per il frumento. Per questa ragione, da più parti si è posto l’interrogativo sull’opportunità di sostituire il riso con altre colture con minori esigenze idriche. A questo riguardo merita, però, osservare che se si considerano i consumi di acqua relativi alle necessità fisiologiche della pianta, il riso non presenta esigenze molto diverse da quelle di molte altre specie coltivate e, come già osservato nel capitolo relativo alle esigenze, l’acqua utilizzata in risaia viene solo temporaneamente trattenuta e, successivamente, in gran parte restituita, con notevoli benefici soprattutto per gli ecosistemi a valle dell’area risicola. Pur tenendo conto di questi vantaggi appare, comunque, fondamentale sviluppare nuove strategie di gestione per aumentare l’efficienza delle tecniche di irrigazione, aumentare la produzione del riso a parità di acqua fornita e, nel complesso, ridurre il consumo d’acqua. Secondo le stime del World Resources Institute, per esempio, almeno il 15% delle perdite idriche dovute all’evaporazione, alla lisciviazione o all’inefficienza nell’uso dell’acqua può essere risparmiato semplicemente adottando tecniche di irrigazione più razionali. I problemi legati all’acqua possono anche essere affrontati attraverso la messa a punto di nuove varietà di riso, adatte all’applicazione di differenti tecniche di gestione, caratterizzate da un minore impiego di acqua. La disponibilità di varietà a ciclo breve e ad elevata produzione permetterebbe, per esempio, di diminuire significativamente la quantità di acqua impiegata nella coltivazione con la tecnica della sommersione continua. Una riduzione ancora più consistente potrebbe essere ottenuta sviluppando varietà molto produttive e adattabili, in tutte le condizioni climatiche, all’irrigazione turnata. Da un punto di vista ambientale e agronomico, la diminuzione dell’uso di acqua e la sommersione discontinua possono comportare effetti secondari, favorevoli e sfavorevoli. Si può prevedere, per esempio, che una diminuzione del tempo di sommersione mitighi le emissioni di metano, che si sviluppano in conseguenza dell’ambiente ridotto; d’altra parte la sommersione discontinua tende a rendere le infestanti più competitive e a causare un aumento della salinità del suolo. In tali condizioni si rendono necessarie varietà adattabili a ridotte disponibilità idriche, competitive nei confronti delle malerbe.
Qualità del riso. La qualità del riso non è sempre agevole da definire, in quanto dipende dalla combinazione di molti fattori soggettivi e oggettivi, in gran parte non assoluti, ma legati alle esigenze del consumatore e al tipo di utilizzazione. Nei Paesi occidentali, il concetto di qualità ha subito negli ultimi decenni un sostanziale cambiamento, a seguito delle mutate esigenze di una società divenuta sempre più multietnica. Questa situazione ha, peraltro, fornito ai risicoltori l’opportunità di differenziare le proprie produzioni, offrendo prodotti con specifici parametri qualitativi e di più elevato valore commerciale. La qualità del riso è influenzata dalle caratteristiche varietali, dalle condizioni ambientali dell’areale produttivo, nonché dalle tecniche di coltivazione adottate e dalla lavorazione industriale. La forma del granello influenza numerose caratteristiche qualitative del riso; per questa ragione nel miglioramento genetico di questa coltura si tende ad attribuire grande importanza alle dimensioni del granello. Le categorie tipologiche dei granelli sono principalmente basate sulla loro lunghezza e larghezza. La richiesta di varietà a granello lungo è aumentata significativamente negli ultimi anni, a seguito della diversificazione delle abitudini alimentari e dell’immigrazione. In questi ultimi anni il consumo di riso a granello lungo è stato incoraggiato dalla Comunità Europea anche mediante la concessione di specifici sussidi, giustificati dalla minore potenzialità produttiva di queste tipologie di riso. I risi a granello lungo e sottile presentano, di solito, una maggiore sensibilità alla rottura rispetto a quelli a granello corto e tondo e, conseguentemente, presentano una minore resa alla lavorazione (sbiancatura), intesa come rapporto percentuale tra cariossidi intatte e cariossidi spezzate, dopo la lavorazione. Il contenuto in cariossidi spezzate è un parametro molto importante per il produttore, in quanto i lotti con presenza di rotture sono fortemente penalizzati sul piano commerciale. Il fenomeno della rottura dei granelli durante la lavorazione in riseria è spesso dovuto a una lavorazione spinta o a fessurazioni del granello, normalmente causate dalla sovraesposizione del risone a condizioni di temperatura e umidità variabili. L’intensità della lavorazione è dipendente dalla forma e compattezza del granello, dallo spessore della crusca e dall’efficienza dell’operazione di sbiancatura. La domanda di varietà di riso aromatico ha avuto un incremento significativo a partire dai primi anni ’90, principalmente in Gran Bretagna e in altri Paesi europei, dove è presente un’importante comunità di origine asiatica e dove il consumo di riso Basmati è soddisfatto interamente dalle importazioni dall’India e dal Pakistan. Negli anni a venire si prevede un ulteriore incremento nel consumo di riso aromatico, a causa dell’aumento dell’immigrazione dall’Estremo Oriente e del crescente interesse per la cucina etnica. Per questa ragione, assume notevole importanza lo sviluppo di programmi di ricerca volti alla messa a punto di varietà aromatiche adattate alla coltivazione nelle condizioni climatiche europee. I consumatori europei stanno dimostrando un interesse crescente per tipologie speciali di riso, quali il riso biologico, il riso ceroso, il riso tipo Ciclamino, il riso selvatico e il riso a pericarpo colorato, rosso o nero. Al momento attuale, la domanda di questi prodotti occupa solo un piccolo segmento di mercato, a eccezione del riso biologico, che ha già acquisito un ragguardevole spazio commerciale e che, presumibilmente, si svilupperà ancora nel breve-medio periodo. Va però tenuto presente che nella risicoltura biologica le produzioni sono generalmente inferiori del 25-30% rispetto a quelle ottenute nella coltivazione ordinaria, soprattutto a causa delle notevoli difficoltà incontrate nel controllo delle erbe infestanti. La coltivazione del riso di qualità dà luogo, spesso, a maggiori difficoltà agronomiche e a costi produttivi superiori; risulta indispensabile, in queste condizioni, individuare tutte le possibili soluzioni che consentano di ottimizzare le varie fasi del processo produttivo. Gli aspetti da tenere maggiormente in considerazione a questo fine sono la resistenza all’allettamento e l’assenza di fessurazioni nel granello. La resistenza all’allettamento, per esempio, è stata per lungo tempo uno degli obiettivi chiave del miglioramento genetico, per incrementare la produzione potenziale; essa è legata, in parte, a caratteristiche morfologiche quali l’altezza della pianta, la consistenza e la dimensione del culmo e, in parte, alle modalità e ai livelli di concimazione azotata. Altri problemi come la fessurazione dei granelli, la variabilità nella resa alla sbiancatura, la sgranatura prima della raccolta e la maturazione non contemporanea dei granelli sono anch’essi spesso legati alle caratteristiche genetiche delle varietà o a limitazioni di tipo ambientale o gestionale, quali la bassa temperatura e l’allettamento.

Costi di produzione

I costi di produzione del riso costituiscono, soprattutto oggi, uno degli aspetti più limitanti per lo sviluppo sostenibile dei sistemi colturali risicoli. Gli accordi per la liberalizzazione del commercio con le conseguenti progressive riduzioni delle tariffe e delle quote, rendono assai più diretto il confronto con produzioni potenzialmente molto competitive quali quella dei Paesi asiatici. In Europa occidentale il costo di produzione del riso è generalmente molto superiore a quello della maggior parte dei Paesi asiatici, a eccezione del Giappone, e mediamente superiore, anche, a quello delle aziende statunitensi. Il costo medio di produzione del riso nel nostro Paese si attesta su circa 200 €/t, a fronte di valori compresi tra 104 e 180 $/t negli USA. Le cause di questo fenomeno vanno in gran parte ricercate nei maggiori costi dei principali mezzi utilizzati nella produzione del riso, quali per esempio i fertilizzanti, la semente, i prodotti per la difesa, i carburanti e la manodopera.

Preoccupazioni nell’opinione pubblica

La coltura del riso è, spesso, al centro dell’attenzione e talvolta motivo di forti preoccupazioni nella popolazione non agricola, a seguito dell’impatto che le sue particolari modalità di coltivazione possono avere sul territorio e sull’equilibrio del suo ecosistema. I maggiori problemi sono principalmente legati alla presenza, nell’ambiente di risaia, di forti infestazioni di zanzare, responsabili di gravi epidemie di malaria. La diffusione di questa malattia costituisce, ancora oggi, un motivo di forte preoccupazione per le autorità sanitarie di molti Paesi produttori di riso e, più in generale, per gli organismi sanitari mondiali. L’attenzione per i problemi legati alla presenza delle zanzare è, oggi, molto viva anche nei Paesi occidentali, a causa dei disagi che queste comportano, nonostante sia stato totalmente superato il rischio di diffusione della malaria. Le preoccupazioni dell’opinione pubblica, soprattutto nei Paesi a economia più avanzata, sono attualmente rivolte anche alle emissioni di metano, un gas serra considerato tra i principali responsabili del riscaldamento globale della terra, nonché agli effetti dei fertilizzanti chimici e degli agrofarmaci sugli equilibri degli agroecosistemi risicoli. Il contenimento di queste varie problematiche è, principalmente, affidato allo sviluppo di sistemi di gestione integrata della coltura, per rendere più efficiente l’utilizzazione dei fattori produttivi, con particolare attenzione all’acqua e ai prodotti chimici. In alcuni ambienti produttivi appare anche necessario favorire l’aumento della biodiversità nel sistema risicolo, stimolando l’adozione della rotazione colturale e l’introduzione dell’allevamento zootecnico.


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