Volume: il riso

Sezione: mondo e mercato

Capitolo: riso nel mercato

Autori: Dario Casati

Il cereale più importante per l’umanità

Una singolare coincidenza vuole che, nel momento in cui ci accingiamo ad affrontare il grande tema del ruolo del riso nel sistema agricolo mondiale, questo stia attraversando una fase di gravi difficoltà, forse la maggiore degli ultimi decenni che si sia verificata in tempo di pace. Singolare, perché ci costringe a ripensare sia i contenuti di questa analisi, sia la lettura che naturalmente saremmo portati a compiere in altre condizioni. Vorremmo, cioè, dire che è difficile occuparsi di un argomento, che comunque riguarda il principale elemento di base dell’alimentazione umana, nei giorni in cui una parte consistente dell’umanità si interroga, non senza preoccupazioni molteplici, sulle sue prospettive alimentari, e soprattutto farlo come se tutto fosse tranquillo e non, come sta avvenendo, soggetto a forti tensioni. Certamente sarebbe errato conferire un peso preponderante agli elementi che concorrono a formare la cronaca quotidiana e che quindi sono di tipo strettamente congiunturale, ma lo sarebbe altrettanto il confinare l’analisi ai soli dati strutturali, come se la realtà non fosse composta da una complessa miscela di entrambe le componenti. Per questo motivo cercheremo di fornire un quadro equilibrato degli argomenti fondanti del settore risicolo a livello mondiale, europeo e italiano senza trascurare, tuttavia, uno stretto raccordo con la realtà quotidiana che ci circonda e avendo un’attenzione non episodica al futuro e alle prospettive di questa coltura che per molti aspetti può essere considerata la più importante per l’uomo. Il riso è davvero un alimento per tutto il mondo e va considerato proprio in una logica che gli riconosca questo ruolo che lo differenzia anche dagli altri due grandi cereali, il frumento e il mais, che insieme a lui costituiscono il fondamento dell’alimentazione umana. In effetti ciascuno dei tre cereali può vantare, come si sa, un proprio primato: il mais quello della maggiore produzione totale, il frumento quello della superficie, ma è il riso quello più consumato direttamente dall’uomo. Ciò spiega la sua rilevanza e quindi anche la grande apprensione con cui su scala mondiale ne è stata seguita recentemente la vicenda di mercato. Secondo i dati più attendibili relativi al 2007 e al 2008, quindi in parte oggetto di stima, la produzione di mais nel 2007 è stata di 778 milioni di tonnellate, quella di riso di 652 milioni e quella di frumento di 605 milioni. La superficie investita è stata pari a 216 milioni di ettari per il frumento, a 157 per il riso e a 144 per il mais. Il consumo umano, infine, ha visto il riso a 568 milioni di tonnellate, seguito dal frumento a 446 e dal mais a 133 milioni. La situazione mondiale dell’alimentazione verso la fine della prima decade del nuovo millennio è tutta racchiusa in questi dati di partenza, anche se, come sappiamo, gli elementi che si intrecciano nell’attuale crisi sono numerosi e, in gran parte, esogeni al settore agricolo. Il punto centrale, per quanto riguarda solo quest’ultimo, va ricercato infatti nel dato complessivo dell’offerta e in quello della domanda. Nel triennio che comprende il 2006, il 2007 e il 2008, limitatamente alle previsioni che si possono formulare, si vede che la domanda è stata in costante crescita e dovrebbe continuare a esserlo, al pari dell’offerta che tuttavia aumenta a un ritmo inferiore. A ciò si è ovviato attingendo alle scorte di fine campagna che sono state utilizzate venendo tuttavia intaccate e raggiungendo un minimo nel 2007, anche se le previsioni per il 2008 lasciano sperare in una loro ripresa. Un andamento del tutto analogo ha interessato l’insieme dei tre cereali. Negli ultimi anni il saldo negativo per l’insieme dei cereali è stato compensato da un consumo crescente delle scorte che infatti nel 2007 si sono ridotte al loro minimo per gli ultimi anni. Sembra tuttavia evidente che la dinamica dei prezzi agricoli si è sviluppata parallelamente a quella di tutte le materie prime trainate da quelle energetiche e da un generalizzato incremento della domanda di tutti i beni mosso dal crescente incremento dei redditi nei Paesi emergenti dell’Asia orientale. Ed è proprio in questo continente che si concentrano la produzione e il consumo del riso.

Dinamica mondiale dei cereali e del riso

La dinamica di lungo periodo dei tre cereali è sostanzialmente omogenea e sembra fornire un valido supporto alle tesi di quanti sostengono che i problemi alimentari dell’umanità possono trovare soluzione negli incrementi di produttività. Nel corso degli ultimi 50 anni la superficie destinata a essi è aumentata di poco più del 20%, da 425 milioni di ettari a 514,8 milioni, mentre la produzione complessiva è salita di oltre il 200%, da 642,8 milioni di tonnellate a 1935,8, praticamente triplicandosi. La dinamica delle superfici, sempre nello stesso periodo, rimane inferiore per il frumento mentre per riso e mais assume all’incirca gli stessi ordini di grandezza. Molto più sensibile appare, invece, quella delle rese produttive che tende ad allinearsi con tassi medi annui di variazione di lungo periodo attorno al 2%, anche se la più elevata è quella del frumento, seguita da quella del mais e poi del riso. Nell’insieme appare evidente uno sforzo produttivo molto intenso che tende a sopperire alla sostanziale limitazione dei terreni utilizzabili per consentire comunque il soddisfacimento di una domanda in espansione quantitativa e qualitativa. Gli sviluppi della cosiddetta rivoluzione verde si sono fatti sentire in questi decenni portando a un sensibile miglioramento dell’offerta complessiva, anche se rimangono elementi di differenziazione fra aree geografiche e Paesi. Lo stesso si può dire in relazione alle differenze nei rendimenti e alle prospettive dell’introduzione dell’innovazione genetica legata agli sviluppi delle biotecnologie, una realtà che al momento, per quanto attiene ai cereali, di fatto interessa solo il mais, ma che è ormai prossima a un importante debutto almeno in Cina dove le superfici a riso geneticamente modificato sono rilevanti, anche se classificate come sperimentali, almeno fino al momento in cui scriviamo.

Dinamica produttiva
Un altro elemento che differenzia nettamente il riso dagli altri due cereali maggiori è la sua distribuzione a livello mondiale. Se infatti è vero che i tre cereali sono largamente diffusi in tutti i continenti, è anche vero che però lo sono in modo molto diverso. Il frumento, per esempio, è presente in maniera significativa in tutti i continenti, il mais lo è a sua volta, anche se in modo più irregolare, ma il riso si comporta diversamente. Esso è, di fatto, una coltura quasi esclusivamente asiatica. I primi otto Paesi produttori sono tutti asiatici mentre per il mais sono distribuiti in 4 continenti e per il frumento in 5. La concentrazione produttiva dei primi 4 Paesi produttori vede in testa il mais con il 71,4%, seguito dal riso con il 65,8% e dal frumento con il 47,5%. L’indice di concentrazione dei primi 8 Paesi produttori, però, vede al primo posto il riso con oltre l’80% seguito dal mais con il 76,4% e poi dal frumento con il 63,1% in terza posizione. Gli USA, invece, così come la Francia, sono presenti nella graduatoria del mais e del grano mentre l’Indonesia appare in quelle del riso e del mais. La distribuzione della coltura del riso è essenzialmente un fatto asiatico e infatti solo di recente il Brasile è riuscito a portarsi al nono posto superando il Giappone. Nella graduatoria relativa alla produzione di riso si può notare che al primo posto si trova la Cina seguita dall’India, insieme i due giganti asiatici arrivano al 51% del totale del riso mondiale e a poco meno di 340 milioni di tonnellate. Al terzo posto l’Indonesia con 55 milioni, al quarto il Bangladesh con 44, seguito da Vietnam con 37, Thailandia con 32, Myanmar con 30 e Filippine con 17 milioni di tonnellate.

Scambi commerciali
L’assoluta predominanza del continente asiatico trova conferma anche nei dati relativi agli scambi commerciali di riso. Il commercio mondiale del riso riguarda, come spesso accade con i prodotti agricoli, una quantità tutto sommato modesta rispetto a quella prodotta. Nel 2007, secondo le prime stime, il riso esportato a livello mondiale dovrebbe essere pari a circa 28,9 milioni di t di riso lavorato corrispondenti a circa 43,5 milioni di t di riso greggio. Nell’anno precedente le esportazioni sono state pari a 31 milioni di t corrispondenti a circa 46 milioni di t di riso greggio. Nel complesso la quantità commercializzata risulta compresa all’interno di una forcella che va dal 6,5 al 7% a seconda delle annate, con una lieve tendenza ad aumentare, tranne che nel corso del 2007 quando i maggiori prezzi e le politiche restrittive degli scambi messe in atto dai principali esportatori hanno frenato gli scambi. Anche nel commercio emerge il ruolo di predominio esercitato dall’Asia. Fra i Paesi esportatori al primo posto si trova la Thailandia, che ha una quota sull’esportazione del 35%, seguita dall’India con il 14% e al terzo posto dal Vietnam con il 14%. Al quarto posto si inseriscono gli USA con poco più del 12%, seguiti dal Pakistan con l’8,7%, dall’India con l’8%, dalla Cina con il 5,6%, dall’Uruguay con il 3% e dall’Egitto con il 2,8%. Molto più frazionato risulta il quadro dei Paesi importatori fra i quali, comunque, prevalgono quelli asiatici. Il peso dell’Asia è evidente, da ultimo, anche sul versante della domanda. I primi 8 Paesi consumatori sono tutti localizzati in questo continente e vedono al primo posto la Cina con il 29% del consumo mondiale, al secondo l’India con il 21%, al terzo l’Indonesia con il 9%, al quarto il Bangladesh con il 6,6%, al quinto il Vietnam con il 5,4%, al sesto il Myanmar con il 4%, al settimo le Filippine con il 2,6% e all’ottavo la Thailandia con il 2,4% del totale mondiale. La differenza di maggior rilievo fra questa graduatoria e quella dei principali Paesi produttori è costituita dalla posizione della Thailandia, che è sesta fra i produttori e ottava fra i consumatori, preceduta, nell’ordine, da Myanmar e Filippine che invece la seguono fra i produttori. D’altro canto non dobbiamo dimenticare che la Thailandia è anche il principale esportatore mondiale di riso, precedendo di gran lunga gli altri produttori asiatici.

Riso nel mondo: un cereale solo asiatico?

Il fatto di maggiore interesse che distingue il riso dagli altri due grandi cereali sul piano mondiale, come abbiamo visto, è senza dubbio la sua forte localizzazione in un continente. Dai dati presentati in precedenza emerge con chiarezza l’incontrastato dominio dell’Asia per quanto riguarda la produzione e gli scambi. Se a tutto ciò si unisce il peso di quel continente sui consumi, si potrebbe sbrigativamente concludere che il riso è un prodotto importante su scala mondiale, ma sostanzialmente asiatico, con il 90% della produzione, il 77% delle esportazioni, il 15% delle importazioni e, infine, circa il 98% anche delle disponibilità mondiali per il consumo utilizzato nei Paesi asiatici. D’altro canto la ripartizione del restante 10%, corrispondente nella media dell’ultimo triennio a circa 60 milioni di tonnellate, dimostra che anche nelle altre grandi aree mondiali vi è un discreto interesse per esso. Con 24 milioni di tonnellate e il 3,8% al secondo posto si colloca il Sud America, seguito dall’Africa con 21 milioni di t e il 3,3%, dal Nord America con 9,4 milioni e l’1,5% e dall’Europa con 3,5 milioni e lo 0,5% del totale. Ciò che rimane va al Centro America e, in misura molto modesta, all’Oceania. Il riso si candida doppiamente a rivestire il ruolo di principale alimento dell’umanità sia oggi sia domani, in una prospettiva che indubbiamente pone rilevanti problemi se considerata alla luce, per esempio, della crisi agricola mondiale che si è manifestata nel 2007 e di cui non si intravede ancora una stabile via d’uscita. I dati esposti permettono di ricostruire un quadro adeguato della situazione del riso sia nei confronti degli altri cereali maggiori, sia rispetto al sistema alimentare complessivo. Da esso emergono alcuni elementi caratterizzanti del settore a livello mondiale che possono essere schematicamente ricondotti a quelli che seguono. – Il primo è rappresentato dalla crescita costante della produzione che è sostenuta, come si è visto, dall’incremento delle rese. – Un secondo aspetto è costituito dalla ripartizione della produzione fra Paesi in via di sviluppo, a cui va il 96% della produzione, e Paesi sviluppati, con il restante 4%. – Un terzo elemento su cui abbiamo già insistito è la forte polarizzazione della coltura in termini geografici nel continente asiatico, seguito da Africa, Sud America, Nord America, Europa, Centro America e Oceania. – Il quadro complessivo induce a riflettere sul ruolo mondiale del riso e sul fatto che esso è in realtà un prodotto che ha importanti rapporti con una particolare parte del mondo e con popolazioni, forti produttrici e consumatrici, per le quali i problemi legati all’uscita dalla sottoalimentazione non possono dirsi risolti, mentre già si pongono per essi quelli della crescita dei consumi, complessivi e pro capite, in relazione alla crescita demografica in atto, da un lato, e a quella dei redditi conseguenti alla crescita economica, dall’altro.

Riso in Europa

Se il riso ha il suo centro principale di concentrazione in Asia, è anche vero che è diffuso in quantità importanti anche negli altri continenti fra cui si ripartisce il restante 10% della produzione e del consumo. In ognuna di queste aree la risicoltura è prevalentemente localizzata in specifici Paesi, come il Brasile per il Sud America, l’Egitto per l’Africa, gli USA per il Nord America e l’Italia per l’Europa. Il nostro Paese, per esempio, contribuisce stabilmente a produrre circa la metà del riso europeo, il resto proviene dagli altri Paesi mediterranei della Ue e, in particolare, nell’ordine da Spagna, Grecia, Portogallo e Francia. In un certo senso, ma l’immagine pur suggestiva rimane molto lontana dalla realtà a cui è rubata, il Mediterraneo è un po’ la piccola Asia dell’Europa del riso e l’Italia, per proseguire nella metafora, ne è la piccola Cina. Naturalmente questo modo di presentare la situazione è fortemente limitativo della realtà, ma permette di mettere in evidenza un fenomeno tipico delle coltivazioni agricole e cioè il loro legame con determinate caratteristiche climatiche e agronomiche che concorrono a favorire una certa concentrazione produttiva in specifici contesti. In relazione a queste condizioni particolari che inducono a parlare di vocazione di determinate aree, nel tempo si sviluppano due altre categorie di condizioni che favoriscono la concentrazione e la localizzazione delle produzioni agricole: da un lato l’attuazione di particolari politiche agrarie che tendono a consolidare la vocazione produttiva incentivando in vario modo la produzione locale, proteggendo il mercato interno, sostenendo l’eventuale esportazione, dall’altro la formazione di un modello di consumo locale che si basa, ovviamente, sui prodotti disponibili e che, a sua volta, si rafforza quantitativamente grazie alla disponibilità di prodotto. Recentemente questo aspetto prende la forma della tipizzazione e della conseguente valorizzazione delle preparazioni alimentari tradizionali realizzate nei singoli contesti. Si manifesta, in sostanza, una forte corrispondenza fra la disponibilità di un certo alimento in uno specifico contesto produttivo e la formazione di un modello alimentare fondato in parte significativa su di esso. Il caso europeo e italiano del riso si origina e si sviluppa proprio in questa prospettiva.

Superfici e produzione di riso nella Ue

La produzione europea di riso da alcuni anni è stabilmente attestata attorno a 2,6-2,7 milioni di tonnellate coltivate su una superficie di 400-420 mila ettari. Il peso della Ue rispetto al resto del mondo risulta minore, tuttavia esso appare interessante per i grandi Paesi produttori ed esportatori mondiali poiché rappresenta uno sbocco non minore e, quel che più conta, costituito da un insieme di consumatori che può acquistare il prodotto pagandolo a prezzi superiori a quelli del grande mercato formato dai Paesi forti importatori di riso. All’interno della Ue la superficie coltivata a riso nell’ultimo decennio si è stabilizzata attorno o poco al di sopra dei 400.000 ettari grazie al regime attuato dalla Pac a favore del riso. Nelle previsioni formulate nel corso dei primi mesi del 2008, tuttavia, tale superficie appare in calo mediamente del 5% circa, a causa del forte incremento delle semine autunnali di altri cereali e in particolare del frumento. La forte impennata dei prezzi del riso registrata da febbraio ad aprile del 2008 è sopravvenuta troppo tardi per influenzare le intenzioni di semina dei produttori europei e quindi non ha potuto modificare la tendenza in atto. In termini più generali, comunque, da alcuni anni il quadro produttivo europeo sembra essersi assestato, confermando il ruolo dell’Italia come principale Paese produttore. Al secondo posto si colloca la Spagna con una superficie, nel 2007, di 101.500 ettari e una previsione, per il 2008, di 91.000 corrispondente a circa il 25% del totale, ma con forti oscillazioni provocate dalla frequente comparsa di annate siccitose che fanno sì che la superficie spagnola oscilli fra questo minimo e un massimo di oltre 120.000 ettari. Al terzo posto si collocano, con valori abbastanza omogenei e compresi negli ultimi anni attorno ai 25.000 ettari, la Grecia e il Portogallo, ciascuno con il 6% circa. Al quinto, infine, la Francia con il restante 5% circa della superficie a riso, corrispondente a circa 17.000 ettari. In termini di produzione, l’Italia, con poco meno di 1,5 milioni di tonnellate, scende al 55-56% circa, la Spagna con 750.000 tonnellate arriva al 27-28%, la Grecia con 180.000 al 6,5-7%, mentre il Portogallo arretra al 6% circa e a 165.000 tonnellate e la Francia, con 90.000 tonnellate, al di sotto del 4% circa. La dinamica di superfici e produzioni nell’ultimo decennio mostra che, pur con alcune variazioni, il quadro complessivo determinato dall’effetto dell’organizzazione comune di mercato della Ue e dalle potenzialità dei singoli Paesi, quelle che in precedenza abbiamo definito le “vocazioni produttive”, risulta abbastanza consolidato. Sul piano congiunturale, tuttavia, sarà necessario valutare le conseguenze dell’annata 2007/2008 con l’impennata dei prezzi che l’ha contraddistinta e con le nuove gerarchie produttive che si possono stabilire fra i diversi cereali. Occorrerà inoltre tenere conto degli effetti della riforma della Pac e di quelli derivanti dagli obblighi internazionali che la Ue si è assunta sia sul piano generale, come quelli connessi alle trattative del Doha round, sia sul piano più specifico degli accordi particolari come l’Ebs, every thing but arms, e quelli bilaterali con i Paesi ACP che di fatto costituiscono una sorta di politica estera europea sviluppata nell’ambito delle produzioni agricole.

Commercio estero del riso nella Ue

Per quanto riguarda gli scambi con l’estero, occorre considerare che essi vanno visti nella duplice ottica dei rapporti intra ed extra Ue, un aspetto non secondario sia per l’ovvia importanza del commercio fra i Paesi membri sia per la realtà di flussi commerciali che tradizionalmente sono attivi fra i singoli Paesi membri e i Paesi terzi. In termini generali la Ue presenta un saldo negativo degli scambi di riso risultando importatrice netta di questo prodotto, ma ciò si verifica in presenza di un consistente flusso di esportazioni di riso europeo verso i Paesi terzi. Il saldo negativo, dunque, tiene conto di queste correnti di prodotto in uscita che provengono essenzialmente dall’Italia che è esportatrice netta. Il consumo interno del nostro Paese, infatti, assorbe circa un terzo della produzione italiana mentre i restanti due terzi vengono abitualmente avviati all’esportazione. I dati relativi al 2007 indicano che in valore la Ue ha importato riso suddiviso nelle diverse tipologie commerciali per un controvalore di 556 milioni di euro a fronte di esportazioni per 88 milioni. Fra gli esportatori verso la Ue al primo posto si colloca l’India, con 177 milioni di euro, pari al 32% circa del valore totale, seguita dalla Thailandia con 172 milioni di euro e il 31%, dal Pakistan con 53 milioni di euro, dall’Uruguay con 42 e poi da Guyana, Egitto, USA e Suriname. Nel complesso i primi 8 Paesi esportatori concentrano il 96,5% del totale delle importazioni della Ue. In estrema sintesi da un’analisi dei flussi di scambio trova conferma quella geografia del riso che abbiamo tracciato in precedenza, insieme a una serie di altre cause come i rapporti di scambio con i Paesi vicini, con quelli legati come Guyana e Suriname ai Paesi membri della Ue da rapporti storici, con quelli candidati a entrare nella Ue a scadenza più o meno ravvicinata. Da un punto di vista merceologico in valore circa i due terzi del totale delle importazioni riguardano riso brillato e semi lavorato, mentre il risone rappresenta una quota estremamente ridotta e lo stesso vale per le esportazioni.

Riso in Italia

Dinamica produttiva
Storicamente la risicoltura nel nostro Paese ha attraversato numerose fasi in cui si sono alternati momenti positivi ad altri di difficoltà più o meno gravi. Il riso, pur essendo stato introdotto nella Pianura Padana soltanto nel XVI secolo e nonostante la grande diffidenza che inizialmente ne aveva accolto la diffusione a causa dei confusi legami che nell’immaginario popolare lo collegavano ai miasmi delle acque stagnanti e ai loro presunti influssi venefici sulla salute umana, ha trovato nelle regioni fra Sesia e Ticino il suo territorio d’elezione. Il riso, pur diffuso di fatto in due sole regioni, Piemonte e Lombardia e, in misura minore, in Veneto e Sardegna, oltre che con sporadiche coltivazioni anche in altre regioni, è in effetti una delle grandi colture del nostro Paese e, per molti aspetti, è ormai parte integrante del costume alimentare italiano. La superficie a riso nel nostro Paese si è stabilizzata nell’ultimo decennio attorno ai 220.000-230.000 ettari, toccando un massimo di 232.000 nel 2007, ma scendendo poi, nelle previsioni per il 2008, a 220.000, in linea con la media del decennio precedente. La produzione di riso si è attestata negli ultimi anni attorno a 1,4 milioni di tonnellate ed è stata compresa fra un minimo di 1,3 milioni nel 2001/2002 e un massimo di 1,55 nel 2004/2005. Nelle ultime tre campagne produttive essa è stata costantemente superiore a 1.440.000 tonnellate e si è avvicinata nel 2007 a 1.490.000 tonnellate. In termini di riso lavorato essa è prossima alle 920.000 tonnellate in funzione dei rendimenti di lavorazione che, pur relativamente stabili, possono presentare una certa variabilità da una campagna all’altra in relazione agli andamenti climatici e alle avversità che possono colpire la produzione. Le rese produttive sono ormai da alcuni decenni stabili e, in particolare negli ultimi anni, si collocano di norma attorno a 6,4 tonnellate/ettaro, un po’ inferiori rispetto a quelle di alcuni Paesi comunitari, ma superiori ad altri e in linea con la media europea che concorriamo a formare, come si ricorderà, per poco meno del 60% del totale.

Produzione molto specializzata
La risicoltura italiana appare un’attività agricola fortemente specializzata sotto tre diversi punti di vista: la localizzazione territoriale, la concentrazione delle strutture produttive, la specializzazione delle imprese e del territorio. Per quanto riguarda il primo aspetto si può notare che circa il 90% della superficie coltivata a riso è localizzato in quattro province poste a cavallo del Ticino e appartenenti a due sole regioni, il Piemonte e la Lombardia, raggiungendo un livello di concentrazione che è forse il più elevato fra le grandi colture del nostro Paese. Il secondo aspetto è costituito dalla progressiva concentrazione delle strutture produttive che ha portato alla formazione di un settore costituito da un numero ridotto e decrescente di imprese agricole di dimensione sempre più ampia e, comunque, molto più elevata delle aziende agricole attive in altri comparti e ambiti territoriali, ma anche nelle stesse regioni cisalpine. Infine il terzo aspetto riguarda la specializzazione produttiva delle imprese agricole e del territorio in cui si è sviluppata la risicoltura. Infatti, non solo questa è fortemente concentrata nell’area indicata, ma appare molto rilevante anche il suo impatto economico nei confronti delle attività agricole e di quelle a esse connesse, sino ad acquisire un peso significativo nella formazione del prodotto lordo delle province interessate, in particolare delle tre maggiori. La superficie a riso in queste tre province rappresenta circa il 30% della superficie agricola complessiva, mentre il valore della produzione può arrivare a oltre il 50% del totale della produzione agricola provinciale. Anche la concentrazione territoriale dell’industria di lavorazione del riso è elevata e si localizza nell’area produttiva. Le imprese presenti, in prevalenza di piccole-medie dimensioni, costituiscono oltre i tre quarti del comparto a livello nazionale. Nelle aree risicole si rileva un significativo coordinamento verticale fra gli operatori della filiera, grazie agli scambi commerciali, alla localizzazione territoriale e alle diverse attività produttive e dei servizi che fanno da “contorno” alla produzione e trasformazione del riso. In sintesi, sembra di poter dire che si determina una specie di “sistema riso” che risulta particolare nel contesto del Paese.

Aspetti commerciali
La produzione risicola italiana è in grado di alimentare un consistente flusso di esportazioni che si dirige sia verso i Paesi della Ue sia verso i Paesi terzi. La produzione risicola italiana trova collocazione nel corso dell’anno presso l’industria di trasformazione che si approvvigiona gradualmente in funzione degli sviluppi della domanda. Negli ultimi mesi il mercato ha assorbito un discreto quantitativo di riso delle diverse tipologie prodotte. All’inizio di giugno del 2008, e quindi con riferimento alla produzione del 2007, risultava venduto il 91% della disponibilità totale di prodotto rispetto all’80% della precedente campagna alla stessa data, un risultato che indubbiamente ha risentito della forte tensione esistente sui mercati mondiali all’inizio del 2008. Rispetto alle diverse varietà di riso commercialmente rilevanti il collocamento si è presentato molto omogeneo e con percentuali di venduto mediamente sempre prossime al 90% della produzione vendibile. Sul piano produttivo, il riso italiano viene suddiviso in tre categorie a valenza commerciale: tondo, costituito da varietà a chicco rotondo e usate per minestre in brodo, medio e lungo A, corrispondenti ai risi commercialmente più richiesti dal mercato interno, e lungo B, comprendente le varietà indica a grana lunga, impiegata prevalentemente per l’esportazione. Nel 2007 i primi sono stati pari a 351.000 t, i secondi a 741.700 t e gli ultimi a 394.800 t circa, rispettivamente corrispondenti al 24%, al 49% e al 27% della produzione totale italiana. Nel tempo anche in questo ambito la nostra produzione si è evoluta per rispondere meglio a una domanda che si andava diversificando anche in relazione all’ampliamento degli scambi e alla maggiore richiesta di specifiche varietà. L’orientamento al mercato della nostra risicoltura, per poter mantenere gli attuali livelli di produzione e le corrispondenti quote di mercato, è destinato a divenire nel prossimo futuro sempre più importante in concomitanza con la riduzione del sostegno accordato dalla politica agricola europea nel quadro della riforma della Pac.

Problematiche emergenti

Problema dei prezzi
Il fenomeno di maggiore interesse negli ultimi mesi è stato certamente quello dell’impennata dei prezzi che ha colpito anche il riso insieme a numerose altre materie prime. Nel corso del 2007 i prezzi delle principali commodity su tutti i mercati mondiali sono cresciuti in maniera costante e relativamente omogenea. Il grafico seguente mostra l’andamento dei prezzi sul mercato mondiale di due varietà di riso nel periodo più recente. Come si vede, le quotazioni si sono mantenute costanti per tutto il 2006, hanno iniziato a muoversi nel 2007 superando i 400$ a tonnellata nel gennaio 2008 per poi portarsi a quasi il doppio nei mesi successivi e iniziare un certo ripiegamento con la fine di aprile 2008. La fase più acuta sui mercati mondiali ha messo in evidenza, dopo anni in cui il problema era stato sottovalutato, che la sicurezza alimentare non poteva più essere garantita con i livelli di prezzo così elevati raggiunti da un prodotto chiave come il riso. Si apre quindi un periodo di gravi incertezze, soprattutto per quanto riguarda il futuro dei mercati agricoli delle commodity e quindi anche del riso. Sul mercato interno italiano i prezzi hanno avuto un andamento in crescita che tuttavia è stato meno rilevante di quello registrato sui mercati mondiali. Il grafico in alto mostra che in realtà sul mercato italiano il prezzo delle principali varietà di riso si era già messo in movimento, ma certamente il 2007 e il 2008 segnano nuovi massimi. Si può però notare che il mercato italiano non ha ancora scontato l’impennata mondiale, si tratterà quindi di vedere nei prossimi mesi come si orienteranno i prezzi. Nel frattempo i costi si sono adeguati, per quanto riguarda sia quelli strettamente connessi con il petrolio e i prodotti energetici, sia quelli relativi agli altri mezzi di produzione, con il risultato di erodere i maggiori margini di redditività che si potevano aprire con i prezzi elevati. D’altro canto non si può dimenticare che i tempi di adattamento delle colture erbacee sono molto rapidi, i raccolti su scala mondiale si susseguono ogni 6 mesi e le previsioni elaborate nei primi mesi dell’anno indicano per il 2008 un raccolto record nell’emisfero settentrionale e buone prospettive anche per quello meridionale.

Evoluzione delle politiche agrarie

Un fattore su cui si dovrà riflettere con grande attenzione, specialmente alla luce di ciò che è avvenuto fra 2007 e 2008, è costituito dall’evoluzione delle politiche agrarie a livello mondiale ed europeo. Sul piano del primo è probabile che, superata la fase dell’emergenza, riprenda il cammino delle politiche intese ad ampliare l’apertura dei mercati alla concorrenza e a ridurre i meccanismi protezionistici preesistenti o di recente introduzione. Ciò dovrebbe contemplare una ripresa del volume degli scambi assistita da un nuovo periodo di incremento della produzione da conseguire grazie a un rinnovato impegno di tutti i Paesi a favorire la ricerca e l’introduzione di innovazione anche in campo risicolo. Sul piano delle politiche europee, alla luce del trend di riforma della Politica agricola comune della Ue, seguito a partire dal 1992 e via via consolidato nei successivi passaggi, si deve ritenere che le proposte avanzate dalla Commissione nel maggio 2008 in vista della revisione prevista per lo stesso anno porteranno a una riduzione del sostegno residuo al riso e dei pagamenti accoppiati che ancora rimangono in vigore. Per altro verso il pagamento unico regionalizzato potrebbe compiere nuovi passi verso la completa generalizzazione eliminando un altro fattore di vantaggio per il riso. Il momento generale potrebbe rendere meno preoccupante una transizione verso la realizzazione di questi obiettivi, tuttavia non si deve dimenticare che le prospettive del mercato mondiale possono mutare anche in tempi relativamente brevi e che, quindi, i prezzi potrebbero ritornare indietro allineandosi al classico modello che vede come tendenza consolidata di lungo periodo la riduzione relativa dei prezzi agricoli. In un contesto di questo genere rimangono aperti molti interrogativi sulla possibilità di continuare a soddisfare la crescente domanda mondiale di riso e, per la risicoltura europea, di riuscire a conservare un suo peso nello scenario mondiale, in linea con quanto è avvenuto sino a ora. In questo senso sembra essenziale una riflessione sugli indirizzi di fondo della Politica agricola europea che non possono limitarsi a gestire il passaggio verso un mercato più libero, ma dovrebbero prendere in più attenta considerazione il rafforzamento della struttura produttiva con l’introduzione di innovazione tecnologica finalizzata al miglioramento dei rendimenti produttivi e al recupero di competitività. Si tratterebbe di un’importante modifica a una politica di sostanziale depotenziamento produttivo realizzata negli ultimi anni e testimoniata dalla riduzione circa a zero degli incrementi delle rese in Europa e dal rallentamento parallelo di quelli registrati a livello mondiale. Da questo punto di vista le difficoltà del 2007 rappresentano un campanello d’allarme che non deve essere sottovalutato e, nello stesso tempo, indicano la direzione in cui muoversi, cercando di comprendere la lezione della rivoluzione verde degli scorsi decenni.

Prospettive della domanda

Gli incrementi di domanda rilevati nei Paesi emergenti dell’Asia e in quelli della sottonutrizione di tutto il mondo possono essere minacciati dall’incremento dei prezzi e, infatti, si è già visto che molti Paesi hanno scelto di adottare misure cautelative per proteggere i loro mercati. Tuttavia non si può fare a meno di ricordare che un ritorno al protezionismo, soprattutto se praticato con modalità “fai da te”, può essere controproducente proprio per quei Paesi che le adottano. Infatti l’imposizione di barriere di protezione di diverso genere limita gli scambi e rende meno efficiente il mercato. Anche l’intento di frenare la speculazione finanziaria sui mercati mobiliari di tutto il mondo deve essere valutato con molta prudenza. Il blocco dei mercati a termine, realizzato in India per ragioni essenzialmente politiche, è risultato del tutto inefficace ai fini che si proponeva, anche perché in realtà i mercati a termine sono uno strumento di stabilizzazione dei prezzi. I fenomeni speculativi perciò ne risulterebbero incrementati, anziché frenati. Il problema di fondo quindi è quello di favorire gli scambi per incrementare la disponibilità di prodotto, soprattutto a favore dei Paesi maggiori consumatori che risentono delle carenze alimentari più gravi. Per incrementare la domanda occorre tuttavia investire in innovazione e in tecnologia in modo da far salire i rendimenti produttivi che invece negli ultimi anni hanno ridotto il loro tasso di incremento. Come si è visto la situazione attuale ha indotto molti osservatori a riaprire il dibattito sulla questione dell’utilizzo degli Ogm. Al di là dell’emergenza, che spesso non è buona consigliera, però, sarà comunque necessario riprendere in considerazione gli aspetti legati alla produttività delle piante coltivate, un tema che non può essere a lungo trascurato se non si vuole penalizzare il futuro di una consistente quota della popolazione mondiale.

 


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