Volume: il riso

Sezione: paesaggio

Capitolo: risaie in Italia

Autori: Davide Papotti, Carlo Brusa

Paesaggi agricoli e paesaggi del riso

Talvolta, uscendo dalle città e inoltrandoci nella campagna, percepiamo con nettezza questa diretta opposizione fra l’addensato urbano degli edifici e gli spazi verdi delle colture, interpretandola automaticamente come una distinzione fra creazione dell’uomo e opera della natura. Mille messaggi tendono a confermare questa visione. Basta pensare, per esempio, al marketing turistico prodotto dagli agriturismi, o alle pubblicità televisive degli alimenti che, costruendo un paesaggio campestre idilliaco, rinvigoriscono questa contrapposizione fra, da una parte, ciò che è inesorabilmente “artificiale”, le città, e, dall’altra, ciò che è percepito e rappresentato come “naturale”, le campagne. La dicotomia, che è alla base di tanti aspetti economici, sociali e culturali della civiltà occidentale, tende a nascondere il fatto che le campagne sono il risultato di una millenaria azione di intervento dell’uomo, che in un primo tempo si manifesta attraverso opere di regolazione idraulica, di disboscamento, di consolidamento dei terreni e, successivamente, di messa a coltura dei terreni, di regolazione dei confini dei campi, di strutturazione delle sedi rurali ecc. L’attività agricola è tradizionalmente produttrice di paesaggi. L’assetto delle campagne che vediamo oggi in Italia costituisce il risultato di lavori proseguiti lungo la storia, di macrointerventi strutturanti e di microinterventi quotidiani, di grandi progetti centralizzati e di piccole pratiche individuali. I paesaggi del riso rappresentano uno dei paesaggi agricoli più artificiali che si possano immaginare, in quanto la loro geometrica strutturazione è il frutto di lavori di disboscamento, di livellazione, di costruzione di argini, di partizione degli appezzamenti, di definizione di una rete di canali e di strade di comunicazione ecc. Eppure, in virtù delle caratteristiche generali che essi presentano, della prevalenza, all’interno del panorama visuale, degli elementi fisici (terra, acqua, aria, che nella piattezza delle aree coltivate acquistano un insolito risalto), delle tinte verdi delle piantine, della ricchezza di uccelli, migratori e stanziali, che trovano nelle distese allagate in primavera e in estate un perfetto habitat di caccia, di sosta o di nidificazione, essi ci appaiono nondimeno come ambienti “naturali”, espressione delle forze primigenie e di quel brulichio di vita vegetale e animale cui associamo l’idea di “natura”. Lo scrittore Guido Ceronetti, ammirando le paludi e le aree allagate durante i suoi viaggi per la penisola italiana (i cui resoconti sono raccolti nei volumi Viaggio in Italia, del 1985, e Albergo Italia, del 1987), parla delle paludi come incarnazioni territoriali del “cesto mosaico della vita”. Le risaie ci appaiono pertanto come incubatori di vita vegetale e animale, e in questo aspetto risiede parte del loro fascino spaziale.

Risaia “naturale” e risaia “artificiale”

Come afferma Sergio Baratti, “[gli ambienti risicoli] si sono ormai fissati nella memoria storica collettiva fino ad apparire ‘naturali’; d’altra parte, la coscienza che questi ambienti sono anche la testimonianza di tante fatiche umane che si sono susseguite nei secoli aggiunge una qualificazione culturale particolare che indubbiamente influenza positivamente il modo stesso di guardare e apprezzare il paesaggio”. Per approfondire questo delicato rapporto fra natura e cultura sotteso all’ambiente di risaia, una prima importante distinzione da farsi è quella che distingue, per utilizzare la terminologia impiegata da Silvano Tintori, la “risaia naturale” (o “semi-naturale”) dalla “risaia artificiale”. Con il termine “risaia naturale” si intende la semina di riso in zone già paludose e allagate, con la quale in un certo senso si sfrutta un ambiente naturale, senza sovvertirne le caratteristiche di base. Con “risaia artificiale”, invece, si indica il risultato di una sistemazione dei terreni e della rete di irrigazione al fine di creare apposite “camere” di coltivazione allagabili. In entrambi i casi, potremmo parlare di un ruolo pionieristico dei paesaggi della risicoltura. Questa coltura agricola segna una delle prime operazioni di “addomesticamento” di uno degli ambienti più ostili all’uomo, la palude, segno tangibile di un dominio della natura sull’attività umana. Le zone paludose, fossero esse costiere (il riso peraltro si contraddistingue per la sua resistenza alla presenza di sali nelle acque di sommersione e nei terreni) o correlate alla rete di fiumi e affluenti di una pianura interna, hanno rappresentato storicamente un ostacolo rilevante, anche se certamente non insormontabile, per l’insediamento, per le attività agricole e per i trasporti. La trasformazione di una palude in una “risaia naturale” ha rappresentato in molte aree immediatamente peri-fluviali una delle prime fasi di forte “antropizzazione” del paesaggio: uno dei gradini chiave di quella lunga scala di trasformazione che ha portato all’attuale paesaggio monocolturale diffuso nelle aree di produzione risicola dell’Italia settentrionale. La “geografia delle paludi” dell’Italia settentrionale segnò la localizzazione delle prime aree di coltivazione, come ci ricorda uno degli agronomi che hanno dedicato maggiori attenzioni allo studio del riso, Antonio Tinarelli: “Ovunque, le prime coltivazioni furono attuate soltanto nei terreni a palude; nelle bassure e tra i boschi, dove il ristagno dell’acqua era assicurato e permanente per le frequenti esondazioni dei corsi d’acqua che pur modificavano con frequenza il proprio alveo a seguito di ogni importante evento meteorico. Alla fine del ’500, in pratica, il riso era coltivato in tutte le aree umide della valle del Po, laddove le paludi assicuravano una sommersione naturale continua nelle camere di coltura”.

Paesaggio risicolo fra natura e cultura

Il paesaggio risicolo rappresenta in molti casi l’evoluzione di un ambiente naturale semi-paludoso o almeno correlato da una forte presenza d’acqua. La localizzazione di molte aree di produzione risicola si è infatti assestata come azione pionieristica di “conquista” all’agricoltura di terreni alluvionali soggetti a perenne o periodica immersione. Come afferma il geografo Eugenio Turri, le coltivazioni di riso sfruttarono le aree del cosiddetto “disordine idraulico”, dove le acque dominavano l’assetto territoriale e dove la presenza umana doveva fare i conti con paludi, stagni, acquitrini, corsi d’acqua ecc. Osservando gli ordinati meccanismi paesaggistici che sottendono l’attuale risicoltura, sembrerebbe dunque possibile percepire sia una sorta di linea di continuità fra la base naturale sottesa alla risicoltura e l’aspetto contemporaneo, sia un effettivo salto di qualità nella capacità di “addomesticare” il territorio. Le fotografie aeree bene restituiscono l’aspetto geometrico e regolare che caratterizza la partizione colturale. Una trama di appezzamenti che forma una sorta di “scacchiera”, un mosaico agricolo in cui ciascuna camera di coltivazione rappresenta una tessera compositiva. Per comprendere la distanza, in termini di aspetto paesaggistico, fra un “prima” e un “dopo” l’introduzione della risicoltura in un determinato territorio, può essere utile ricordare l’ammirato rispetto con cui, nella redazione dell’inchiesta sull’agricoltura italiana capitanata dal conte Stefano Jacini alla metà dell’Ottocento, si faceva riferimento al lavoro svolto dall’uomo nell’area lombardo-piemontese della pianura: “Si è alterata perciò la superficie di molta parte della pianura. Insomma si è dovuto costruire, per così dire, la terra che doveva nutrirci nello stesso modo che i Veneziani hanno costruito la loro stupenda città. In questa sorgono grandiosi edifici e sublimi capi d’arte, dove un dì regnava lo squallore della laguna; fra noi si ammira la più ricca vegetazione d’Europa sul piano che la natura avesse condannato alle paludi, alle sabbie e alle ghiaie”.

Geografia storica dei paesaggi del riso

La geografia storica del riso in Italia ci restituisce le esigenze territoriali di questa coltura, impegnativa dal punto di vista tecnico-idraulico e bisognosa di un investimento intensivo su scala spaziale medio-grande, ma remunerativa dal punto di vista delle rese. Per coltivare il riso occorrono infatti una certa disponibilità di terreni pianeggianti, ricchezza di risorse idriche e un clima temperato. Gi storici presumono che nell’Italia meridionale vi siano state coltivazioni di piccole dimensioni già nel corso del Medioevo, probabilmente in prossimità di conventi e di insediamenti, civili e religiosi, dove si praticava la coltivazione di piante medicamentose. L’Oryza sativa era considerata e utilizzata all’epoca, infatti, come una pianta officinale. I primi atti documentari legati alla coltivazione del riso seguono la geografia delle pianure e dei fiumi disseminati lungo la penisola italiana: dalla piana del fiume Serchio nei contorni di Pisa (cui si riferisce il primo documento scritto legato alla coltivazione di riso, conservato negli archivi della penisola, risalente alla metà del Quattrocento) alle pianure della Lomellina (appartenente all’epoca ai domini del ducato milanese degli Sforza), a quelle del delta del Po. Uno dei più famosi documenti relativi alla “preistoria” italiana del riso è proprio relativo all’invio di dodici sacchi di riso donati nel 1475 da Galeazzo Maria Sforza al Duca di Ferrara, che progettava la messa a coltura con questo cereale dei difficili terreni paludosi della bassa pianura ferrarese. Nei territori del Ducato milanese le risaie erano dunque, a questa altezza cronologica, già relativamente consolidate. Alcune stime dell’estensione di coltivazioni risicole nella regione lombarda fanno pensare che le risaie avessero un’estensione di circa 5000 ettari a cavallo fra XIV e XV secolo, per poi ampliarsi nel giro di soli cinquant’anni, fino a raggiungere una superficie dieci volte superiore, vicina ai 55.000 ettari, nel 1550. La coltivazione del riso si diffuse con successo in tutta l’Italia settentrionale nel corso del XVI e del XVII secolo, principalmente lungo due direttrici: verso ovest in Piemonte e verso est in Veneto e in Friuli. Ben presto cominciarono le regolamentazioni per legge alla messa a coltura di risaie, principalmente legate a due motivi: la necessità di salvaguardare la produzione di altri cereali e il timore di epidemie malariche. A fronte di un relativo successo tecnico-economico della risicoltura, che fu alla base di una notevole estensione delle coltivazioni, iniziò proprio nel XV secolo la formazione di un cospicuo corpus giuridico di grida ed editti che vietavano la coltivazione del riso a una determinata distanza dalle mura urbane e dagli altri insediamenti umani. La geografia storica del riso è fatta di un continuo rapporto fra spinte centrifughe ed espansive da una parte e di ridimensionamenti centripeti e riduttivi dall’altra. Fin dall’inizio dell’epoca moderna la risicoltura si presenta come una delle tipologie colturali più soggette a indirizzi di politica agricola e sanitaria decisi dagli organi di governo.

Sviluppo dei paesaggi risicoli in Italia nell’Ottocento e nel Novecento

Un momento di svolta nella geografia storica del riso fu il XIX secolo. In questo periodo le colture risicole, assestatesi su una distribuzione geografica abbastanza simile a quella attuale, vissero, al pari di quanto stava accadendo sul fronte agricolo in tutta la penisola, un sostanziale miglioramento tecnico-scientifico dovuto all’avanzamento del sapere nei campi delle selezioni varietali, dell’uso dei concimi, delle tecniche di coltivazione, dell’ingegneria idraulica e delle conoscenze agronomiche. Anche il riso, dunque, visse da protagonista la parte finale di quella che è chiamata la “seconda rivoluzione agricola”, che, nel corso dell’epoca moderna, contribuì a trasformare radicalmente i paesaggi agrari di tutta Europa. Con il progredire delle conoscenze tecniche e scientifiche in diversi settori, anche la capacità antropica di incidere sul paesaggio divenne sempre più incisiva. Per quanto riguarda l’estensione delle coltivazioni risicole, si è calcolato che durante il periodo napoleonico le risaie in Italia avessero un’estensione di circa 120.000 ettari. Al di là dell’unificazione italiana e grazie allo slancio alle coltivazioni prodotto dall’apertura del Canale Cavour, l’estensione delle risaie arrivò al valore attuale, vicino ai 230.000 ettari. Il Canale Cavour collega il corso del Po a quello del Ticino, con un tracciato di 85 km da Chivasso, provincia di Torino, a Galliate, provincia di Novara. Esso fornisce acqua, prelevandola dal fiume Po (fino a una capacità massima di 100 metri cubi al secondo), a una larga fascia della Pianura Padana occidentale. Dagli anni dell’unificazione in poi la produzione di riso in Italia subisce avanzamenti e contrazioni legati a diversi fattori: concorrenza internazionale, variazione varietale, epidemie di infestanti, regolazioni giuridiche ecc. La localizzazione delle colture tende però a stabilizzarsi sempre di più nel cuore produttivo, rappresentato dall’area lombardopiemontese delle province di Pavia, Novara e Vercelli.

Distribuzione attuale dei paesaggi risicoli in Italia

Teoricamente la coltivazione risicola potrebbe trovare applicazione quasi ovunque in Italia. I paesaggi risicoli italiani, se analizzati su scala comparativa con altre realtà internazionali, si pongono nella fascia di latitudine più settentrionale fra le varie aree di coltivazione mondiali. Anche solo considerando il continente europeo, il distretto risicolo lombardo-piemontese, congiuntamente ad alcune aree del Veneto e della Lombardia sud-orientale, rappresenta una delle aree di coltivazione più settentrionali di questo cereale, insieme ad alcune zone della Francia e della Romania. All’interno dei confini della penisola italiana, la coltivazione del riso è oggi presente in scenari territoriali assai diversi. Anche se la maggior parte della produzione è concentrata nell’area del distretto risicolo lombardo-piemontese (le quattro province di Novara, Vercelli, Milano e Pavia, contigue territorialmente, coprono circa il 90% della produzione italiana, e oltre il 50% di quella europea), le statistiche pubblicate annualmente dall’Ente Nazionale Risi attestano che nel 2007 vi erano coltivazioni risicole in ben ventotto province appartenenti a nove regioni (Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Emilia Romagna, Toscana, Calabria, Sicilia, Sardegna). Facile immaginare come questa accentuata varietà di localizzazione colturale si accompagni a un’estrema diversità di scenari territoriali, differenti dal punto di vista morfologico, pedologico, climatico ecc. Le fonti archivistiche ricordano poi che la coltura del riso fu praticata, o perlomeno sperimentata, in altre sette regioni della penisola. All’interno della variegata realtà geografica italiana, solo quattro regioni risultano dunque “estranee” alla pratica della risicoltura, principalmente per ovvi ed evidenti limiti della morfologia montana: Valle d’Aosta, Trentino-Alto Adige, Liguria e Umbria. Questi sintetici dati ci fanno capire come l’ambiente geografico della penisola, sia pur assai mosso da un punto di vista morfologico e delle altimetrie, abbia rappresentato, grazie allo sviluppo delle tecniche colturali e al lavoro intensivo svolto storicamente dalla manodopera, uno scenario ospitale per la coltivazione del riso. L’accresciuta competitività sul piano commerciale e le moderne esigenze di riorganizzazione della produzione hanno poi operato una progressiva selezione delle aree di coltivazione, portando alla concentrazione nelle aree di pianura ove fossero disponibili in larga quantità delle risorse idriche. Oggi la coltivazione risicola si estende su circa 230.000 ettari, con lievi oscillazioni annuali.

Caratteristiche del paesaggio risicolo: dalla localizzazione alla descrizione, all’interpretazione

Finora abbiamo sottolineato, nell’approccio ai paesaggi della risicoltura, un criterio di localizzazione: comprendere, cioè, dove le coltivazioni di questo cereale siano posizionate sul territorio nazionale e in che tipologia di ambienti. L’aspetto localizzativo, però, rappresenta solo un piano di indagine fra quelli privilegiati da un approccio basato sulle discipline geografiche. Sapere dove sono posizionati gli oggetti sulla superficie terrestre rappresenta una conoscenza importante, ma non esaurisce certo la complessità delle relazioni fra l’uomo e la componente spaziale, che trovano nel concetto di paesaggio un’espressione primaria. Comprendere la localizzazione dei paesaggi del riso è una tappa preliminare a ogni approfondimento sul tema, ma non esaurisce certo la complessità del rapporto fra produzione agricola e contesto territoriale. Si tratta dunque di estendere il discorso sui paesaggi in due direzioni. Da una parte soffermandosi sulla loro natura compositiva, aprendo perciò una dimensione descrittiva che identifichi e commenti le caratteristiche principali e le fattezze più significative dei paesaggi del riso. In secondo luogo, occorre poi addentrarsi in uno sforzo di interpretazione, per capire quali siano i valori economici, sociali e culturali incarnati da questi paesaggi e al contempo comprendere quale sia stata l’evoluzione di tali caratteri nel tempo.

Caratteristiche del paesaggio risicolo

Il paesaggio risicolo presenta alcune caratteristiche strutturali di fondo che ne delineano gli aspetti identitari. Innanzitutto, ovviamente, dei paesaggi risicoli risalta subito la piattezza, l’orizzontalità degli scenari di coltivazione. Lo spianamento delle singole superfici dove il cereale viene seminato è legato alla necessità colturale di assicurare un allagamento uniforme alle piantine in fase di crescita. All’interno di un campo occorre avere le differenze altimetriche più basse possibili, per evitare appunto che l’acqua si concentri in alcune aree, sommergendo le piantine, e ne lasci scoperte altre. Questo aspetto della piattezza, però, rappresenta solo l’aspetto primario, l’elemento di base della grammatica orizzontale dei paesaggi risicoli. Non solamente, infatti, il singolo campo (la cosiddetta “camera”) deve essere perfettamente orizzontale al suo interno, ma deve essere allineato e coordinato, in quanto a dislivelli altimetrici, con le camere circostanti e con la rete idrografica che permette l’afflusso e il deflusso dell’acqua. L’orizzontalità è dunque senza dubbio un aspetto caratterizzante del paesaggio risicolo, ma essa nasconde in realtà una complessa strutturazione di microlivelli di terreno, in modo che l’acqua possa procedere per gravità da una camera all’altra, o perlomeno con un equilibrio idraulico il più efficiente possibile. Il rapporto fra acqua e terra prevede uno scambio in entrambe le direzioni: la rete di canali serve ad apportare acqua per l’irrigazione nei momenti in cui c’è bisogno di sommergere le piantine, ma anche per il deflusso delle acque ove vi siano livelli troppo alti o quando occorre vuotare le camere e tornare alle condizioni di “asciutta”. L’apparato di irrigazione si presenta dunque come uno strumento duttile di regolazione dei terreni di coltura, che asseconda il “respiro” idraulico dei campi gestendo l’“inspirazione” e l’“espirazione” necessarie alla crescita del cereale. Alla base di questi delicati equilibri, dunque, vi è un’attenta articolazione di micro-dislivelli, anche solo di pochi centimetri, che permettono una caduta per gravità dell’acqua dalla camera posizionata più in alto a quella posizionata più in basso. La tessitura territoriale delle camere di coltivazione influenza e imposta anche la presenza arborea, che contrasta, con la propria verticalità, la dominante orizzontale del paesaggio risicolo. I filari di alberi vengono infatti posizionati preferenzialmente lungo i canali d’acqua (spesso la doppia fila di alberi sulle due sponde crea una sorta di “effetto-sottolineatura” al percorso dell’acqua) e lungo i bordi dei campi, a “rinforzo” del ruolo divisorio incarnato dagli arginelli rialzati e anche con funzione protettiva del terreno dei campi contro il vento.

Risaia come paesaggio idraulico

Alla base del funzionamento idraulico del territorio vi è non solo la rete di canali e di rogge che portano l’acqua ai campi, ma anche una serie di manufatti che regolano i deflussi: paratie, chiuse, dighe, scolatori, cunei partitori, incastri, pompe, barraggi che permettono la regolazione puntuale del sistema attraverso la chiusura e l’apertura controllata delle vie di scorrimento. L’immagine esteticamente apprezzabile delle risaie allagate, di quel “mare apparente” composto per alcuni mesi all’anno di innumerevoli camere ricoperte da un sottile velo d’acqua, è dunque il risultato finale di una complessa serie di operazioni di regolazione dell’afflusso della risorsa liquida espletate attraverso una costellazione di manufatti idraulici. Il paesaggio della risaia, oltre a presentarsi come un paesaggio agricolo, appare dunque immediatamente anche come un “paesaggio idraulico”, come un contenitore territoriale nel quale l’afflusso e il deflusso di acqua cambiano le condizioni climatiche, il grado di umidità, le potenzialità colturali e, non ultimo, le fattezze estetiche del paesaggio stesso. L’aspetto attuale del paesaggio della risaia, come ci ricorda Emilio Sereni, uno dei massimi storici dei paesaggi agrari in Italia, è il frutto stesso delle tecniche di regimazione idraulica: “Sulla tessitura del paesaggio agrario, l’apertura di un nuovo canale d’irrigazione o l’utilizzazione delle acque di un nuovo fontanile ha spesso un effetto addirittura travolgente: alle esigenze dell’irrigazione, e del nuovo sistema agrario che essa comporta, si debbono ormai adeguare, col percorso dei canali, le forme regolari dei campi, e persino i limiti dei poderi e delle proprietà, secondo i rigidi schemi che le nuove tecniche stesse impongono”. Il controllo della risorsa idrica diventa così un elemento fondamentale per l’accesso al potere. Il paesaggio d’acqua della coltura risicola trova dunque nell’elemento liquido non solo un principio ordinatore e un fattore pressoché ubiquamente attivo nel dare indirizzo all’aspetto estetico e visuale, ma anche l’incarnazione di un’espressione di potere. Chi ha il controllo sull’acqua possiede indirettamente il controllo sul territorio, perché la sicurezza, la stabilità e la produttività di quest’ultimo dipendono dall’approvvigionamento idrico. In questo senso, secondo la brillante intuizione di Eugenio Turri, si può parlare anche in questo contesto geografico del riso come “pianta di civilizzazione”. La celebre espressione era infatti stata coniata dal geografo francese Pierre Gourou, che aveva a lungo studiato i sistemi di produzione risicola dell’Asia sudorientale. Con la definizione di “pianta di civilizzazione” Gourou aveva riconosciuto al riso il rango di coltura in grado di influenzare a catena non solo la produzione agricola, ma lo stesso assetto territoriale, l’equilibrio ecologico, la struttura sociale e le pratiche culturali. In questo senso il riso, anche in contesti geografici meno esotici, come nel caso italiano, è in grado di avvicinare le caratteristiche del cosiddetto “modo di produzione asiatico”. Secondo Turri, quest’ultimo rappresenta “un modo tutto speciale di produzione, le cui peculiarità dipendevano soprattutto dal meccanismo irrigatorio che, non potendo essere gestito nella sua stessa vastità e complessità dal singolo coltivatore, dipendeva da un’entità superiore, organizzatrice”.

Variabilità stagionale dei paesaggi risicoli

Proprio in virtù del calendario degli allagamenti delle camere con acqua, la variabilità stagionale del paesaggio risicolo è alta. Nel periodo di sommersione, che va all’incirca da aprile ad agosto (le tecniche colturali adottate sono diversificate, per cui si può avere la semina in asciutto oppure direttamente in acqua, si possono adottare irrigazioni turnate che alternano periodi in asciutta a periodi di sommersione ecc.), il paesaggio risicolo appare come una campagna inusitatamente allagata, all’interno della quale emergono con chiarezza i confini dei campi, orli rialzati sul piano di coltivazione, che definiscono una sorta di “reticolo” sovrimposto sul territorio. Altro elemento che svetta sono le strade, asfaltate o sterrate, che uniscono come cordoni ombelicali le singole cascine alla rete viaria. L’elemento edilizio delle cascine appare perfettamente integrato al sistema di coltivazione, delineando quasi delle “isole” abitative che emergono sulle risaie allagate. Ovvio che nel periodo di non-allagamento, che coinvolge dunque principalmente l’autunno e l’inverno, il paesaggio risicolo sia meno marcatamente originale, e si avvicini, nel suo aspetto visuale, a quello della campagna pianeggiante circostante le aree di coltivazione risicola. La risaia, dunque, ritrova in autunno quella che Pierre Restany chiama l’“asciuttezza della sua linearità”. Ciò nonostante, la suddivisione degli appezzamenti in camere, i piccoli arginelli laterali, la presenza dei canali di irrigazione permette di riconoscere le risaie anche nel periodo meno appariscente. Nell’avvicendarsi delle stagioni in risaia Eugenio Turri vede una perfetta consonanza fra azione umana e cicli naturali: “Del territorio della risicoltura vercellese si può dire che come pochi altri esso fa sentire il respiro stagionale coinvolgente vita fisica e vita antropica, con le piogge di primavera e i fiumi alimentati dallo scioglimento delle nevi alpine, cui corrisponde in pianura la semina nelle risaie allagate: adesione perfetta, cronometrica, del lavoro umano al meccanismo naturale, idrografico”.

Carattere evolutivo e dinamico del paesaggio risicolo

Il paesaggio risicolo, proprio perché così profondamente sedimentato nel tempo (la sua creazione, come si è ricordato in precedenza, affonda di oltre sei secoli nella storia), potrebbe apparire come tendenzialmente “immobile” e “immutabile”. In realtà, come avviene per tutti i paesaggi, esso rappresenta il risultato di una lunga evoluzione ed è soggetto a continui, anche se impercettibili, cambiamenti. Il paesaggio rappresenta dunque l’ultimo fotogramma di un film che mette in scena l’evoluzione costante del territorio. Attraverso le fonti archivistiche è possibile ricostruire l’evoluzione storica dei paesaggi risicoli. Oltre ai documenti legati al possesso dei terreni, al catasto, all’acquisto di sementi, alla ricerca di manodopera, alle concessioni di derivazione delle acque, cioè a tutte le transazioni di tipo sociale ed economico che rimangono registrate per iscritto, anche le rappresentazioni artistiche (disegni, quadri, incisioni ecc.) e soprattutto la cartografia storica permettono di immaginare i differenti aspetti che i paesaggi risicoli hanno assunto nel corso dei secoli. La cartografia conservata presso gli enti di bonifica e i comprensori di irrigazione restituisce a grande scala l’intensità e la frequenza degli interventi pianificatori e dei mutamenti programmati dall’uomo. Le essenziali carte catastali e i piani di escavazione dei canali, delle derivazioni, delle rogge restituiscono una rappresentazione paesaggistica impregnata di uno sguardo tecnico e ingegneristico sul territorio, non privo, tuttavia, di sintetici richiami (una tinta di colore, un riferimento grafico alla presenza di alberi, un toponimo, un dettaglio) alla valenza estetica del paesaggio che andava profilandosi in parallelo agli interventi di regolazione.

Evoluzione storica del paesaggio risicolo

L’aspetto attuale del paesaggio risicolo nelle principali aree di coltivazione della penisola italiana rappresenta il frutto di una strutturazione consolidatasi progressivamente durante i secoli. La maggior parte dei territori delle aree di produzione italiana rappresenta dunque il risultato di azioni storiche che affondano nel cuore della storia medievale e moderna. L’attuale assetto del territorio nelle zone di produzione risicola piemontese e lombarda, per esempio, è il frutto di lavori di bonifica e di regimazione delle acque iniziati in epoca romana. Anche se la coltivazione del riso si è presumibilmente diffusa in quest’area solamente a partire dalla seconda metà del XV secolo, i lavori di consolidamento e di preparazione dei terreni agricoli sulle quali si svilupperanno le risaie erano iniziati molto prima, e avevano ricevuto un contributo fondamentale dal lavoro di dissodamento e di bonifica promosso dalle grandi abbazie religiose. La coltivazione del riso, avvenuta in Italia settentrionale dapprima nell’area della Lomellina e del Basso Milanese, e poi diffusasi nelle altre province lombarde, piemontesi, venete ed emiliano-romagnole, si presenta dunque come il risultato di imponenti lavori di regolazione idraulica, e insieme come un ulteriore volano di sviluppo per il consolidamento della rete irrigua e dei terreni di coltivazione. In generale il processo di trasformazione territoriale comportò una forte opera di disboscamento, per cui le superfici a copertura forestale vennero drasticamente ridotte per lasciare spazio ad aree colturali non interrotte da ostacoli. Il fenomeno del disboscamento è inoltre proseguito anche in epoca recente in ragione della meccanizzazione di gran parte delle fasi di coltivazione (semina, spargimento dei fertilizzanti e degli antiparassitari, raccolta ecc.). I potenti trattori e le altre macchine agricole che hanno permesso di ridurre esponenzialmente l’apporto di manodopera hanno richiesto però, viste le necessità di manovra e di movimento, un’ulteriore “pulizia” del paesaggio risicolo da ostacoli di natura morfologica e vegetale. Eugenio Turri bene riassume il lungo tragitto temporale che ha portato alla formazione dell’attuale paesaggio risicolo nel distretto produttivo piemontese: “Il prodigio della risicoltura nella pianura piemontese è stato proprio questo: di aver dato ordine al sistema delle acque (fluviali e di risorgiva) e aver promosso in modi razionali, efficienti, la coltivazione del cereale, sostenuta da tutto quell’insieme di strutture inserite organicamente nel territorio, trasformato in una sorta di macchina produttiva”. Il paesaggio risicolo contemporaneo è composto da camere di maggiori dimensioni rispetto al passato, ed è inoltre caratterizzato da una minore frequenza di siepi e di filari alberati di contorno. In un certo senso il paesaggio della risicoltura si è progressivamente “desertificato” e ha perso parte della sua caratteristica biodiversità. Anche la commistione fra risicoltura e altre colture caratteristiche dell’intensiva agricoltura padana (in particolare mais e pioppeti) rappresenta un assetto territoriale sviluppatosi in un passato piuttosto recente. Oggi l’alternarsi di queste colture dominanti nel regolare mosaico degli appezzamenti di terra della Pianura Padana rappresenta uno dei “paesaggi tipici” più caratteristici di diverse zone della Pianura Padana. Anche dal punto di vista della frequentazione umana il paesaggio risicolo si è “desertificato”. La grande quantità di manodopera che la coltura risicola occupava fino agli anni Sessanta del Novecento è stata progressivamente sostituita da una meccanizzazione spinta. Oggi i trattori impiegati nella risicoltura sono macchine sofisticatissime in grado di svolgere con grande efficacia operazioni, come la semina e lo spargimento di diserbanti, in tempi incredibilmente ristretti rispetto a solo quaranta o cinquant’anni fa. Già a metà degli anni Settanta del Novecento il geografo torinese Francesco Adamo parlava, a proposito di certe aree del Piemonte, di “agricoltura senza agricoltori” suggerendo, attraverso l’efficace formula sintetica, la progressiva “scomparsa” della presenza umana dai paesaggi della risicoltura.

Insediamento umano nel paesaggio risicolo

La diffusione del moderno sistema di coltivazione risicola ha condotto a una ridefinizione in chiave intensiva dell’organizzazione agricola delle aree coinvolte. La risicoltura è una tipologia di coltivazione piuttosto intensiva, che abbisogna di forti investimenti tecnici e, fino alla metà del XX secolo, anche di una forte partecipazione di manodopera impiegata stagionalmente. Nel maggior distretto risicolo della penisola, quello lombardo-piemontese, la frammentazione delle grandi estensioni latifondiarie ha prodotto una più frequente dispersione della trama insediativa su territorio. Questa necessità di creare numerosi punti di presidio territoriali ove ospitare la manodopera e le attrezzature necessarie per la coltivazione ha portato lentamente, nel corso dei secoli, alla messa a punto di una tipologia insediativa che è divenuta caratteristica dell’area: la cascina. La cascina (che deriva etimologicamente dalla forma antica cascio a intendere “cacio”, “formaggio”, origine spiegabile con la presenza integrata di allevamento e di pratiche agricole nella cascina) si presenta come un complesso di edifici di norma uniti a formare un rettangolo o un quadrato. La scansione degli edifici sui quattro lati prevede un’alternanza di destinazioni abitative (sia padronali sia per i contadini) e di usi agricoli (stalle, magazzini, depositi, fienili, granai ecc.). Il complesso edilizio si presenta nel suo insieme come una sorta di castrum romano, di accampamento quasi fortificato (di norma le vie di accesso alla cascina potevano essere chiuse con grandi portoni; sovente si trovano dei torrioni ai quattro angoli del complesso di edifici).

La cascina, “iconema” centrale del paesaggio risicolo

Nel sistema agricolo della risicoltura la posizione della cascina è decisa non solo in base alla distribuzione delle terre da coltivare, ma anche in relazione alla rete di canali e di rogge per l’approvvigionamento di acqua. La casa rurale è quasi sempre posta in condizioni di facile accessibilità a un corso d’acqua, sia per l’approvvigionamento diretto di acqua sia per necessità di trasporto. Le cascine si presentano dunque come snodi centrali del paesaggio risicolo, gangli cui fanno riferimento sia il tessuto idrografico sia la rete dei trasporti. Eugenio Turri definisce la “grande corte, la cascina acquattata nel verde, tra gli specchi d’acqua delle risaie” come l’“elemento base di tante cellule territoriali (grandi e medie proprietà) che si pongono anche come iconemi fondamentali del paesaggio della Bassa Vercellese (come del Novarese e della Lomellina)”. La parola “iconema”, secondo Turri, deve intendersi “come unità elementare di percezione, come segno all’interno di un insieme organico di segni, come sineddoche, come parte che esprime il tutto, o che lo esprime con una funzione gerarchica primaria, sia in quanto elemento che meglio d’altri incarna il genius loci di un territorio sia in quanto riferimento visivo di forte carica semantica del rapporto culturale che una società stabilisce con il proprio territorio”. Le cascine, dunque, appaiono come puntuali presidi di attività antropica che costellano le estensioni colturali, a testimonianza di un indissolubile rapporto fra uomo e ambiente naturale, fatto di quotidiane frequentazioni e di un capillare controllo del territorio.

“Manutenzione” dei paesaggi risicoli

Ogni paesaggio agricolo è bisognoso di cura continua per assicurare la propria operatività e la propria funzionalità. Più un meccanismo paesaggistico è complesso nell’interattività delle proprie componenti, maggiore sarà il suo bisogno di “manutenzione”. Il presidio pressoché quotidiano e continuato delle aree agricole si configura come una necessaria opera di continuo aggiustamento e fluidificazione degli ingranaggi che assicurano la base produttiva. L’attenzione necessaria verso il territorio appare macroscopicamente ineludibile proprio nell’ambiente della risaia, che è fondato su un delicatissimo equilibrio idraulico, sulla necessità del livellamento dei campi, su una miriade di canali di irrigazione che capillarmente raggiungono ogni appezzamento, sulla rete di argini e arginelli che separano una camera dall’altra. Proprio in ragione della lunga tradizione storica che ha portato all’attuale aspetto dei paesaggi risicoli, la loro salvaguardia sembra oggi assumere non solamente un ruolo di difesa di questo comparto produttivo agricolo, ma anche di conservazione della memoria storica. All’interno di quest’ottica, il paesaggio stesso si presenta come una sorta di archivio a cielo aperto delle tecniche ingegneristiche e della capacità di adattamento e di affinamento del sistema che hanno condotto nel corso dei secoli a continue modifiche e miglioramenti. Il paesaggio del riso richiede una manutenzione perenne, correlata peraltro all’equilibrio idrogeologico dei territori circostanti, perlomeno all’interno del sistema del bacino idrografico. L’afflusso di acqua che sta alla base delle tecniche di sommersione è strettamente correlato alla gestione della risorsa idrica a livelli di bacino, che procede poi a sua volta in parallelo alla gestione agro-forestale e alle politiche di urbanizzazione. In questo senso la risicoltura si inserisce in un più ampio ventaglio di pianificazione territoriale e di gestione delle risorse.

Paesaggio risicolo: risorsa economica e valore territoriale

La Convenzione Europea del Paesaggio, documento approvato dagli Stati membri del Consiglio d’Europa nel 2000 e ratificato dall’Italia nel 2006, ci ricorda la natura poliedrica del concetto di paesaggio. Il paesaggio è oggi da intendersi come risorsa tout court, anche in senso economico, come si può leggere nei preamboli della Convenzione: “Constatando che il paesaggio svolge importanti funzioni di interesse generale, sul piano culturale, ecologico, ambientale e sociale e costituisce una risorsa favorevole all’attività economica, e che, se salvaguardato, gestito e pianificato in modo adeguato, può contribuire alla creazione di posti di lavoro”. Per questo l’analisi qualitativa del paesaggio è entrata a far parte delle valutazioni di pianificazione territoriale. Il dato va tenuto presente quando si parla di salvaguardia del paesaggio; preservare un paesaggio non significa solamente investire in un bene che passivamente richiede risorse per la propria sopravvivenza e che nulla restituisce in cambio, se non la propria più o meno riconosciuta piacevolezza estetica. Impegnarsi nella conservazione di un paesaggio significa anche favorire la sopravvivenza di un’economia che intorno a esso trova le proprie radici. Questo aspetto è giustamente emerso nelle discussioni relative alla politica agricola comunitaria (PAC) e ai sussidi di cui gode l’agricoltura italiana. Altrettanto certamente, però, il valore del paesaggio non si esaurisce nelle componenti economiche. Come correttamente afferma uno studioso che ha dedicato al riso molte ricerche, l’ingegner Sergio Baratti: “Nel territorio delle tre province risicole – Novara, Vercelli e Pavia – alle sorti della risicoltura risultano strettamente connessi non solo gli assetti economici ma anche quelli territoriali e paesaggistici”.

Paesaggi enogastronomici e valenze turistiche

Uno dei punti di forza dei paesaggi risicoli è la potenzialità di divenire elemento di attrazione turistica. Una delle caratteristiche forti del prodotto “riso” è proprio, nelle parole di Sergio Suardi “il secolare legame storico, ambientale, culturale, economico e sociale che lo lega indissolubilmente alle ‘terre d’acqua’ in cui esso viene coltivato”. Questo legame può essere utilizzato nella costruzione di una potenziale appetibilità turistica per i paesaggi risicoli, specialmente quelli del distretto lombardo-piemontese. Pensiamo per esempio a forme di turismo “dolce” e sostenibile come l’agriturismo, il birdwatching, il turismo enogastronomico, che potrebbero trovare, a vario titolo e con diverse ottiche, un privilegiato scenario nelle terre di produzione risicola. I paesaggi del riso potrebbero entrare nel mercato delle destinazioni turistiche con il vantaggio di un prodotto nuovo e inedito. La valorizzazione estetica operata sui paesaggi del riso da tante ricerche fotografiche e indagini antropologiche potrebbe trovare uno sbocco nella promozione turistica dei luoghi di produzione di questo cereale. Anche il ruolo sempre più importante ricoperto nella commercializzazione da parte delle indicazioni geografiche tipiche (nel caso del riso la DOP – Denominazione di Origine Protetta e la IGP – Indicazione Geografica Tipica), attraverso la forte enfasi sul territorio di produzione e sulle sue caratteristiche storico-geografiche, sembra costituire una promettente dimensione di valorizzazione del paesaggio risicolo. La diffusione di un marchio produttivo strettamente correlato a un’immagine territoriale porta con sé la promettente prospettiva di una maggiore riconoscibilità e di un maggiore apprezzamento dei paesaggi che caratterizzano l’area di produzione tipica. Quando uno specifico prodotto ottiene la certificazione (come nel caso della certificazione IGP posseduta dalla varietà “Vialone nano veronese” o della recentissima — agosto 2007 — certificazione DOP ottenuta da sette varietà di “Riso di Baraggia Biellese e Vercellese”), in un certo senso è tutto il suo territorio a ottenere una indiretta e ufficiosa “certificazione di qualità”, in quanto il valore del prodotto enogastronomico riflette il valore delle specificità territoriali all’interno delle quali esso viene prodotto.

Paesaggi della geografia culturale: immagini letterarie, cinematografiche, musicali e promozione del territorio

La percezione dei paesaggi reali viene sempre di più mediata da filtri di natura culturale. I nostri sentimenti nei confronti dei luoghi, i nostri immaginari geografici, la natura delle nostre aspettative di viaggio, le preferenze nel recarsi in una località o in un’altra nascono e si sviluppano in dialogo con un complesso universo massmediatico. Le immagini territoriali presentate sui quotidiani, in televisione, sulle riviste specializzate, nei cataloghi di viaggio, in televisione, su Internet e attraverso molti altri canali informativi contribuiscono, in quanto paesaggi “virtuali”, alla messa a fuoco dei paesaggi concreti, reali, che sperimentiamo direttamente attraverso i nostri sensi. Esiste dunque una sorta di parallelismo fra i processi economici, che tendono a influenzare dall’esterno (attraverso il ruolo di politiche economiche e agricole sviluppate in un “altrove” politico-burocratico: i centri decisionali a livello regionale, nazionale o continentale) lo sviluppo, la gestione, perfino l’estensione dei paesaggi del riso, e i processi culturali. La formazione di immagini territoriali e di “retoriche” del territorio è spesso eterodiretta, non nasce in loco ma viene gestita e diffusa a differenziati livelli transcalari. La percezione dei paesaggi reali non può essere più compresa se non si tengono in considerazione queste forze immateriali che contribuiscono alla loro interpretazione, al loro apprezzamento, alla loro “appetibilità” turistica. Il panorama iconografico legato ai paesaggi del riso è complesso, e in esso si intersecano produzioni culturali, politiche di valorizzazione del territorio, immagini di marketing turistico, strategie di marketing territoriale ecc. Questi canali di produzione di immagini territoriali attingono a loro volta dal patrimonio storicodocumentario disponibile in relazione ai luoghi. Basti pensare, per esempio, all’importanza delle immagini territoriali correlate ad alcune opere artistiche, come nel caso del film Riso amaro di Giuseppe De Santis. Uno dei repertori iconografici “forti” con cui viene interpretato e valorizzato il paesaggio risicolo oggi è proprio quello legato al mondo primo-novecentesco delle mondine, quando masse di lavoratrici confluivano nelle zone di produzione risicola per la stagione estiva del riso. Questa periodica migrazione per lavoro ha rappresentato all’epoca un formidabile veicolo di moltiplicazione delle immagini territoriali correlate alla coltivazione del riso, portando migliaia e migliaia di donne provenienti da altre parti d’Italia nella zona di produzione lombardopiemontese. La forza comunicativa del repertorio iconografico legato a quest’epoca si riflette oggi all’interno di un diffuso revival neo-ruralistico che porta all’apprezzamento del “com’era una volta”, dei “sapori genuini” di un tempo, delle tradizioni agricole del passato. All’interno di questo repertorio di paesaggi immateriali sono da interpretare le strategie di promozione dei musei della civiltà contadina, il recupero delle celebrazioni festive legate al calendario agricolo, la rivisitazione in chiave eclettica e postmoderna del mondo contadino di un tempo. I paesaggi connessi alla produzione culturale finiscono per influenzare incisivamente la percezione dei paesaggi reali. Per questo motivo non si può ignorare, nella descrizione dei paesaggi geografici, il ruolo svolto dai paesaggi mediatici e ideologici che attraversano una società in un determinato periodo storico.

Nuovi paesaggi del riso: le frontiere del futuro

I paesaggi del riso, lo si è osservato in più punti, provengono da lontano, affondano le loro radici nella storia. Oggi sono però chiamati ad affrontare nuove sfide e ad accettare cambiamenti e sollecitazioni. L’organizzazione e la pianificazione paesistica sono sempre di più correlate a differenti scale normative. Le politiche europee, per esempio, attraverso la promulgazione e la ratifica della Convenzione Europea del Paesaggio, stanno sempre di più sollecitando una nuova governance paesaggistica, che tenga anche in debita considerazione le politiche partecipative di coinvolgimento delle popolazioni locali. Le stesse ragioni d’essere dei paesaggi risicoli sono nelle mani delle politiche agrarie comunitarie, che attraverso la regolazione dei sussidi e dei dazi di importazione del prodotto possono determinare l’espansione, la contrazione o la crisi di questo comparto produttivo. Dall’altra parte è la tecnologia a proporre nuove direzioni di sviluppo. La sfida delle varietà di riso geneticamente modificate, per esempio, è un punto interrogativo sul quale l’Unione europea e i vari Stati che la compongono si stanno confrontando dal punto di vista politico come da quello scientifico. L’adozione di questo tipo di coltivazioni provocherebbe cambiamenti nei metodi di organizzazione colturale (per es. legati ai problemi di separazione dalle colture tradizionali) che avrebbero un diretto impatto sui paesaggi della risicoltura. Sull’altro versante, anche le tecniche di coltivazione biologica, i cui prodotti stanno consolidando sempre di più la propria posizione sul mercato, rappresentano una tendenza non priva di ricadute sugli ordinamenti territoriali. Le politiche adottate in una direzione o nell’altra influenzeranno comunque i paesaggi della risicoltura. Addirittura i paesaggi umani, quelli che il sociologo indiano Arjun Appadurai chiama gli ethnoscape, cioè, letteralmente, paesaggi etnici, stanno cambiando, con la presenza di manodopera immigrata nel settore risicolo. È notorio, per esempio, come più volte segnalato sulla rivista Il risicoltore, che manodopera femminile di origine cinese sta recuperando il ruolo e i compiti delle antiche mondine in alcune aziende a conduzione biologica. Le tensioni cui è sottoposto il mondo della risicoltura sono plurime e provenienti da diverse direzioni. I paesaggi del riso, come sempre hanno fatto nella storia, continueranno a riflettere tanto le permanenze quanto i caratteri innovativi.

 


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