Volume: il riso

Sezione: storia e arte

Capitolo: risaie e malaria

Autori: Barbara Manachini

La malaria è un problema antico

“È bene sfatare la leggenda tanto radicata nella pubblica opinione che la risaia è malsana.”
Così affermava il professore senatore Camillo Golgi, Premio Nobel per la Medicina nel 1906, al III Congresso risicolo Internazionale che si tenne nell’ottobre dello stesso anno. Egli appoggiava la sua affermazione con cifre statistiche relative alle condizioni sanitarie delle province risicole. Considerando come indice la mortalità per malaria, si notava che nei comuni risicoli era addirittura inferiore alla media italiana. Era però ancora vivo, nel Nord Italia, il ricordo dell’epidemia di malaria del 1890, proprio in coincidenza con la grande diffusione della coltura del riso, soprattutto nel Novarese e nel Vercellese. Da due secoli la coltura era stata praticamente sospesa a causa delle pestilenze del XVI secolo, a seguito delle quali, a Saluzzo e a Vercelli, erano addirittura state emanate leggi contro la coltivazione del riso. L’opposizione a questa coltivazione dipendeva soprattutto dai miasmi provocati dalla stagnazione dell’acqua nelle risaie, anche se era stato stabilito che esse dovevano essere collocate almeno a 10 miglia dall’abitato. La legge del 16 giugno 1907 estese quindi molto opportunamente alle zone coltivate a riso le disposizioni contro la malaria. Questa legge doveva sostituire quella del ministro Cantelli del 1866 che, come il successivo regolamento del 29 gennaio 1903, tra i lavori insalubri non prendeva in considerazione quelli nelle risaie. Il problema delle paludi era già stato affrontato con la legge n. 869 del 25 giugno 1882, meglio nota come “legge Baccarini”. Presentando la sua proposta nel 1878, in qualità di Ministro dei Lavori Pubblici, Alfredo Baccarini affermava che la bonifica era indispensabile per circa 200.000 ettari di territorio, e lo “scopo di questa bonificazione [era] principalmente il miglioramento della pubblica igiene, e in via secondaria l’incremento dell’agricoltura”. La legge Baccarini parlava ancora genericamente e ambiguamente di “bonifica igienica”, intendendo con tale concetto l’eliminazione delle acque e la messa a coltura dei terreni per impedire le “fermentazione del germe malarico”. Col regio decreto del 30 dicembre 1923 n. 3256 si approvava infine il testo unico sulle bonifiche delle paludi e dei terreni paludosi e si introduceva il principio della manutenzione dei canali e dell’importanza della “piccola bonifica”, che includeva interventi antianofelici nelle acque scoperte. La legge rispondeva pienamente alle esigenze del Sud e delle Isole, in cui la malaria infieriva maggiormente a causa del grande dissesto dei bacini idrografici. Ma non si scorgeva alcun rapporto diretto riso-malaria. La coltivazione del riso in Italia è del resto molto recente, infatti, benché i Romani conoscessero questo cereale, non lo coltivavano. La malaria era invece diffusa nel bacino del Mediterraneo da molto tempo: qualcuno sostiene addirittura che la malaria sarebbe stata trasmessa alla specie umana da scimpanzé infetti ben 50.000 anni fa. Già Ippocrate (460-377 a.C.) dette la descrizione di una malattia caratterizzata da febbri intermittenti, che potrebbe essere la malaria. Una descrizione di malattie dovute a miasmi si trova nel De Rerum Natura (La natura delle cose) di Tito Lucrezio Caro (I sec. a.C.). Egli aveva scritto l’opera per “divulgare in terra latina le ardue scoperte dei greci” e in particolare di Epicuro (344-270 a.C.), secondo il quale molte malattie erano dovute a “miasmi”, gruppi di atomi maleodoranti, che si staccavano dalle sostanze in decomposizione e risultavano nocivi e talvolta mortali per gli umani e gli animali. Il nome mala-aria = aria cattiva viene quindi dal latino ed è associato ai miasmi delle paludi. Già negli autori romani Varrone (116-27 a.C.), Vitruvio (80/70-23 a.C.) e Columella (4-70 d.C.), si trovano addirittura accenni alle zanzare come propagatrici della malaria. Il buon governo dell’agricoltura e dell’ambiente attuato dai Romani ostacolò alquanto la diffusione della malaria, anche se la presenza di Plasmodium falciparum, il protozoo più patogeno, oggi non più presente in Italia, sembra sia stata dimostrata in reperti ossei di epoca romana nella Valle del Tevere. Tutte queste notizie ci fanno comprendere che la malaria preesisteva da lungo tempo alla coltivazione del riso, introdotta in Sicilia dagli arabi nell’VIII secolo d.C. La coltivazione passò poi a Napoli e nel XV secolo raggiunse Milano, proprio allo scopo di bonificare e rendere produttive ampie zone paludose, tanto che il riso veniva chiamato l’“oro delle paludi”. Questo “oro” aveva il suo prezzo: quanti lavoravano o vivevano vicino alle risaie si ammalavano di “malaria” o “chacchesia” e ciò era ben conosciuto con un termine molto indicativo, “paludismo”, come riportato ancora al Museo del riso di Valencia. Con questo termine si intendeva un complesso di febbri infettive, indicato già nei testi medici del XVIII secolo con i nomi di terzana, quartana, febbre stagionale o febbre intermittente. La vera causa del paludismo era sconosciuta e spesso si associavano malattie diverse come malaria, tifo, epatite, tubercolosi. Nelle risaie si avevano cioè le stesse malattie che erano proprie delle paludi, che si manifestavano soprattutto in primavera-estate, prima o durante la monda praticata dalle mondine. Nel 1877, nel romanzo In risaia, così la Marchesa Colombi (pseudonimo dell’italiana Maria Antonietta Torriani) descriveva le mondine nel Nord Italia: “dopo una sola settimana di lavoro si avviano tra le nebbie del mattino sfiaccolate, pallide, con gli occhi infossati, le braccia penzoloni, come una processione di fantasmi”. Cure mediche praticamente non se ne facevano. Si avevano piuttosto pratiche magiche: amuleti e bevande di vario tipo. Ma fu proprio in quel periodo che le malattie cominciarono a essere considerate come un grave problema, da affrontare dal punto di vista scientifico e sociale.

Malaria e scienza

Verso la fine del 1800 lo studio della malaria divenne veramente scientifico. Si scoprì che un ottimo rimedio per la malaria era il chinino, derivato dall’albero di China (Cinchona officinalis, originario del Sud America), da cui si otteneva l’unica medicina a quel tempo in grado di curare efficacemente la malaria, anche se questa, talvolta, recidivava a distanza di anni. Nel 1892 Angelo Celli, che più tardi divenne Direttore dell’Istituto di Igiene Sperimentale dell’Università La Sapienza di Roma, fu eletto alla Camera dei Deputati e fondò l’agenzia del chinino di Stato per estendere la cura anche ai poveri. Nel 1898 il gruppo di ricerca di Giovan Battista Grassi arrivò alla grande scoperta: la malaria umana dipende da un parassita, un protozoo che venne ascritto al genere Plasmodium e che viene inoculato da una zanzara del genere Anopheles. Lo stesso giorno dell’annuncio della scoperta fu costituita la Società Italiana per lo Studio della Malaria (SISM), di cui era membro molto attivo anche il Celli. A seguito si costituirono diverse altre società analoghe, tra le quali la Società Italiana per lo studio della malaria, la Lega Nazionale per la lotta contro la malaria e l’Istituto Superiore di Malariologia Ettore Marchiafava (ISM). Nel 1899 Grassi, con il collega Bastianelli, dimostrò che il ciclo vitale del plasmodio richiede necessariamente la zanzara come vettore, dopo aver dimostrato la presenza del plasmodio nelle sue ghiandole salivari. Il Grassi espose la sua tesi nel libro Studi di uno zoologo sulla malaria del 1900, dove rappresentava con bellissime tavole a colori il ciclo del plasmodio e le diverse specie di zanzare vettrici. Questo dimostra come, anche con semplici strumenti di lavoro, si può arrivare a grandi scoperte, che il Grassi espose al II Congresso Risicolo Internazionale del 1903 a Mortara (Pavia). Anche il I Congresso Internazionale del 1901 fu in Italia e precisamente a Novara. Nel 2001, proprio in occasione del centenario la Fondazione Agraria Novarese (presidenza A. Cerina) diede vita al progetto “Per una Cultura del Riso” che ha portato alla realizzazione dell’Esposizione Itinerante e relativi cataloghi I mille riflessi del riso e alla pubblicazione dei due volumi Terre d’acqua in Italia e Terre d’acqua nel Mondo. Tali volumi sono stati successivamente tradotti in inglese, in occasione della 4th International Temperate Rice Conference, che si è tenuta a Novara nel 2007. Il Grassi, attraverso i suoi studi, dimostrò che “la risaia è fomite soltanto indiretto della malaria” e dette indicazioni sulla cura e la prevenzione, che fortunatamente furono seguite dagli organi competenti. All’inizio del XX secolo la malaria era un problema molto serio in Italia, che si cercava di affrontare in tutti i modi. Le risaie erano ormai coltivate in moltissime province, per un totale di oltre 200.000 ettari di terreno, con una quantità media di prodotto annuale di oltre 7 milioni di ettolitri di riso. La popolazione dei comuni risicoli, 2,5 milioni di abitanti, rappresentava quasi il 9% della popolazione italiana ed era concentrata soprattutto in Lombardia e Piemonte, in particolare a Vercelli, Novara, Mortara. A dimostrazione delle pessime condizioni dei lavoratori nelle risaie, Ercolani ricorda che essi erano quelli che maggiormente si astenevano dal lavoro durante gli “scioperi agrari”. Già nel 1902, su proposta della SISM, era stata approvata la libera distribuzione del chinino. I casi di malaria nel mondo erano circa 2 milioni all’anno, con oltre mezzo milione di morti. In quegli anni si scoprì, soprattutto per merito di studiosi italiani, l’intero ciclo della malaria.

Ciclo della malaria

La malaria è dovuta a quattro specie di protozoi trasmessi dalle punture di zanzare del genere Anopheles. Essi infettano i globuli rossi del sangue dell’uomo o di altri vertebrati, tra cui bovini e suini. Dopo un’incubazione da 1 a 6 settimane, in relazione alla specie di plasmodio, si manifestano i primi sintomi, che sono aspecifici: cefalea, astenia, mialgia, malessere generalizzato. Seguono i caratteristici accessi febbrili, preceduti da brividi scuotenti. La temperatura corporea raggiunge i 40-41 °C. Il ciclo biologico del Plasmodium comprende una fase sessuata, che si svolge solo nelle zanzare femmine, e una fase asessuata, che si svolge nell’animale o nell’uomo: all’interno dei globuli rossi i plasmodi, detti in questa fase merozoiti, si riproducono molte volte, finché il loro numero non determina la rottura dei globuli stessi. Così, liberi nel sangue, essi possono invadere nuovi globuli rossi, evento che corrisponde agli accessi febbrili tipici della malaria. Dopo un certo numero di questi cicli, all’interno dei globuli rossi possono comparire forme protozoarie sessualmente differenziate, dette gametociti (gamonti). Se ingeriti col sangue umano o animale da una zanzara, nell’intestino dell’insetto, i gametociti maschili (microgametociti) e femminili (macrogametociti) si fondono, dando origine agli zigoti, da cui derivano gli sporozoiti, che si portano nelle ghiandole salivari. Quando, dopo 2 o 3 giorni, la zanzara femmina ha bisogno di un altro “pasto di sangue” per produrre le uova, iniettando la sua saliva nell’individuo punto per evitare che il sangue coaguli, inietta anche gli sporozoiti e così la malattia si diffonde. Il ciclo si interromperebbe se la zanzara non potesse deporre le numerosissime uova prodotte in acque stagnanti, che rappresentano l’habitat ideale per il loro sviluppo. Questo habitat si può trovare non solo nelle paludi, ma anche nelle risaie non ben condotte.

Plasmodium di interesse umano e zanzare vettrici

I vettori della malattia in Italia erano principalmente Anopheles labranchiae e Anopheles sacharovi, entrambe appartenenti al complesso maculipennis, e Anopheles superpictus. Anopheles labranchiae fu il principale vettore nelle zone del Centro-Sud e nelle isole maggiori. In Sicilia e in Sardegna questa specie fu rinvenuta anche a 1000 m sopra il livello del mare. Anopheles sacharovi era presente principalmente nelle aree costiere, in Sardegna e nel Nord-Est della Penisola dove Anopheles labranchiae era assente. Anopheles superpictus era diffuso principalmente in Sicilia e in Calabria. Invece Anopheles superpictus era vettore secondario soprattutto nel Nord Italia. La zanzara più comune e più fastidiosa, allora come oggi, appartiene prevalentemente al genere Culex, che già il Grassi aveva notato non essere vettrice e aveva indicato un pratico metodo per distinguerla dalle specie vettrici. Oggi sappiamo che la specie più temibile come vettrice di protozoi è Plasmodium falciparum, diffusa soprattutto in Africa. È questa specie che causa la malattia chiamata “terzana maligna”, caratterizzata da febbri intermittenti, e che è responsabile della maggior parte delle morti. In Italia erano invece molto diffuse le due specie Plasmodium vivax e P. ovale. La prima specie fu descritta proprio dal Grassi assieme a Feletti nel 1890, mentre solo nel 1922 fu distinta la specie P. ovale da Stephens. Esse davano origine a una malattia detta “terzana benigna”, caratterizzata da decorso benigno, con febbre ogni 48 ore. Erano trasmesse da Anopheles maculipennis, un complex che in laboratorio risultò essere un complesso di almeno 8 specie, morfologicamente quasi indistiguibili, non tutte in grado di trasmettere la malaria. La terzana spesso recidivava, a distanza di mesi o anni. Eppure c’era un detto, riportato nel romanzo In risaia, che sembra mettere in relazione questo tipo di malaria con qualche guarigione: la terzana i giovani li risana. Partì forse da questa considerazione W. Jaurreg che, nel 1917, mise a punto un metodo per curare i malati affetti da neurosifilide, una malattia sessualmente trasmissibile che determina paralisi progressiva, oggi curata con antibiotici. Egli iniettava nei malati sangue proveniente da soggetti malarici, contenente il Plasmodium vivax. Questa terapia, nota come “malarioterapia”, provocava accessi febbrili benigni, che risultavano utili ai malati. La quartana invece è la malaria dovuta alla specie P. malariae, è caratterizzata da febbri ogni 72 ore e ha decorso benigno.

Lotta alla malaria e vittoria

Con la bonifica delle paludi, con cure sanitarie, con apposita profilassi, già prima della Seconda guerra mondiale l’incidenza della malaria era molto diminuita. Si era agito in modi diversi e integrati in tutti i punti del ciclo del parassita e sulle diverse cause legate a questa malattia. – sul vettore Anopheles: si combattevano gli adulti con sostanze repellenti e/o con insetticidi; si cercava di eliminare le larve immettendo nelle paludi sostanze che, come il petrolio, galleggiando sull’acqua impediscono alle larve di respirare, oppure immettendo pesci larvivori, come il famoso Gambusia, importato nel 1920 dagli Stati Uniti; – sul plasmodio: con il chinino e derivati, distribuito gratuitamente negli ambulatori antimalarici; – sull’uomo: con protezione meccanica delle abitazioni (zanzariere, tende ecc.); con appositi vestiti che venivano forniti a quanti, come i ferrovieri, dovevano frequentare ambienti malarici; si proibiva il lavoro nelle risaie all’alba o dopo il tramonto, “quando la mosca cede alla zanzara” come scrive Dante Alighieri; – sull’ambiente: si bonificarono le paludi e si cercò di attuare una buona conduzione delle risaie, affinché non riproducessero, sia pure in piccolo, le condizioni delle paludi; l’acqua doveva essere sempre mantenuta in leggero scorrimento, in modo che non potesse mai ristagnare. L’inizio della Seconda guerra mondiale portò a una recrudescenza della malattia, con una stabile ipoendemicità nella Pianura Padana, a causa delle aree rurali che vennero abbandonate, del sistema di regolazione delle acque non più ben funzionante, della diminuzione del numero di bovini e suini come fonti di sangue per le zanzare, e persino a causa dei crateri prodotti dalle bombe, che si riempivano di acque stagnanti. Negli anni successivi, grazie al miglioramento delle condizioni economiche, alla ripresa del lavoro agricolo e al ripristino dell’ambiente idrogeologico, l’incidenza delle malaria diminuì di nuovo. Ma fu soprattutto con l’uso massiccio del DDT (dicloro-difeniltricloroetano), un insetticida ad azione residua (che aveva cioè la durata dell’intera stagione endemica maggio-ottobre), che si ottennero importantissimi risultati. Il primo esperimento sulla validità del DDT fu condotto nel 1945 nelle Paludi Pontine. A seguito del buon risultato, nel 1946 furono trattate con grandi dosi di DDT diverse altre zone: la Maremma, varie località della Sicilia e le coste del Veneto e dell’Emilia. Nel 1947 l’uso del DDT fu esteso su tutto il territorio nazionale. Certamente vi furono anche effetti indesiderati: a causa dell’indiscriminata azione sugli insetti e della diminuzione degli uccelli che di essi si cibavano, si stava arrivando in molti Paesi a quella che l’ecologista statunitense Carson chiamava “Primavera silenziosa”, titolo di un suo famosissimo saggio che portò alla riduzione o all’abolizione dell’uso del DDT. Ma la malaria, con quest’ultimo ritrovato, fu praticamente debellata. L’ultimo caso di malaria fu segnalato nel 1962 a Cefalù (Palermo) e ciò comportò nuovamente l’impiego di DDT anche per la bonifica degli ambienti domestici, come si evince dalle scritte sugli edifici. Tutto ciò dimostra molto chiaramente quanto Golgi e Grassi avessero ragione: non erano le risaie all’origine della malaria, ma gli ambienti insalubri, le paludi, in cui la coltivazione del riso veniva all’inizio collocata, sia per rendere produttive le paludi, sia per ottenere un grande raccolto, con rese superiori a quelle del grano. Oggi i casi di malaria che si verificano nel nostro Paese, dovuti a viaggi o a immigrazione, vengono accuratamente tenuti sotto controllo, in modo che il problema non si ripresenti mai più.


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