Volume: il pero

Sezione: ricerca

Capitolo: portinnesti

Autori: Silviero Sansavini

Introduzione

La moderna pericoltura intensiva ha trovato nel cotogno (Cydonia oblonga) il principale portinnesto che ha aperto la strada agli impianti a media e alta densità (> 2000-3000/alberi/ha); ha ridotto la taglia degli alberi (< 3,0-4,0 m di altezza), ne ha favorito la precocità di messa a frutto e ha migliorato la qualità delle pere rispetto ai vari franchi (P. communis e P. betulifolia), precedentemente diffusi in Italia. Grazie alla selezione di alcuni cloni di cotogno, avvenuta principalmente in Inghilterra (East Malling) e Francia (INRA, Angers), sono oggi disponibili numerose linee clonali dotate di requisiti che li rendono di volta in volta adattabili a svariate condizioni ambientali, oppure idonei per varie tipologie di impianto e finalità di coltivazione. Ciononostante, e pur disponendo ormai di una rilevante casistica sperimentale sul comportamento dei singoli cloni in varie combinazioni di innesto, si è ancora alla ricerca di soluzioni oggettivamente più favorevoli di quelle attualmente realizzabili, sia per rendere idonea la coltivazione del pero in terreni subcalcarei, clorosanti e pesanti, sia per indurre una maggiore nanizzazione dell’albero, superiore o almeno uguale a quella del cotogno MC (il più debole di quelli diffusi), sia per mantenere nel tempo un’elevata costanza produttiva, sia per evitare le conseguenze della disaffinità di innesto, e infine per adattare la coltura a densità alte o altissime (> 3000-5000 alberi/ha). In passato, un elemento discriminante era dato anche dalla suscettibilità dei vari cloni a virosi e fitoplasmi (a esempio il clone BA29 si è rivelato più suscettibile del Sydo) e poi era anche importante la predisposizione al taleaggio (ora abbandonato) e la capacità di rizogenesi, tanto che l’orientamento ormai generalizzato dei vivaisti è a favore del metodo della margotta di ceppaia (stool bed). Questa tecnica, in tutto il mondo, è la più conveniente via di propagazione sia sul piano economico, sia tecnico, garantendo la migliore sicurezza sanitaria con i relativi controlli. Non interessa perciò nemmeno la micropropagazione del cotogno, che si rende invece necessaria per la propagazione di alcuni portinnesti ibridi di franco a scarsa capacità rizogena (vedi serie OHxF). La micropropagazione, d’altra parte, è utilizzata anche per moltiplicare in vitro alcune varietà di pero, quindi senza portinnesto, al fine di adattare la coltura a particolari condizioni avverse del suolo. Dunque, la pericoltura intensiva è ancora alla ricerca del portinnesto ideale, di fronte al quale sta un’offerta commerciale piuttosto ampia: nel tentativo di coprire le numerose variabili della domanda dei frutticoltori, mirate a una più soddisfacente scelta connessa alle condizioni degli impianti (varietà e portinnesti, disaffinità di innesto, interazione pianta/suolo/ambiente). Poiché l’Emilia-Romagna è la regione a maggiore diffusione del pero e quella il cui vivaismo copre oltre l’80% del fabbisogno annuo nazionale di piante di pero, riportiamo i dati aggiornati del Servizio Fitosanitario Regionale relativi sia al numero degli astoni di pero certificati per stato sanitario e rispondenza genetica, sia ai portinnesti utilizzati annualmente.

Cotogni

Il miglioramento genetico a livello del cotogno ha avuto due principali protagonisti: la stazione inglese di East Malling (ora Hort. Res. Int.) che ha lungamente selezionato i cotogni, licenziando prima il clone MA, poi l’MC e infine l’MH, e la Stazione INRA di Angers che, all’interno del cotogno di Angers ha selezionato il clone Sydo e dal cotogno di Provenza il clone BA29. Una citazione merita l’Istituto di Coltivazioni Arboree di Pisa che selezionò negli anni ’60, per merito di F. Scaramuzzi, la serie CtS (clone 212 e altri). Come è ben noto, nel loro insieme i cotogni incidono sulla pericoltura italiana per circa il 92%; anche negli altri Paesi europei prevale largamente l’utilizzo del cotogno, a differenza del Nord America, dove prevalgono cloni di pero ibridi e il franco stesso di P. communis e altre specie orientali (per esempio P. calleryana). La ragione sta negli impianti, che sono di tipo intensivo in Europa (per i quali il cotogno è assai più indicato) rispetto a quelli semintensivi o a bassa densità della California e dell’Oregon. Sul piano applicativo i cloni di cotogno che hanno avuto maggiore successo in Italia, come documentano i dati della certificazione vivaistica, sono soltanto quattro (Sydo, BA29, MA, MC), tutti noti da molti anni e scelti in funzione del diverso gradiente di nanizzazione (rispetto al franco) e per un grado di affinità di innesto con le varietà coltivate, variabile ma compatibile con le densità scelte. A questi soggetti, la cui affermazione è suffragata da un’ampia casistica sperimentale, si è recentemente aggiunto il clone inglese MH (sperimentato come clone QR 193-16), le cui performance non sembrano però superiori a quelle di Sydo e MC. Il profilo dei cotogni più diffusi è riportato di seguito.

MA. È il clone più vecchio di East Malling (selezione dell’anteguerra, migliorativa all’interno della popolazione del cotogno di Angers). Pur essendo facile da propagare per margotta di ceppaia, di fatto, è stato superato da Sydo (con cui si equivale per la riduzione di vigoria indotta nel nesto), che gli è stato preferito nella scelta degli impianti di pero nel Sud Europa (Italia, Francia, Spagna). Piuttosto rapida è la messa a frutto, ma risulta piuttosto sensibile ai freddi invernali e al pear decline.

Sydo. È il clone di cotogno di Angers più diffuso in Europa. Ha una migliore resa rispetto a MA nella propagazione per margotta di ceppaia e sembra anche meno suscettibile ai fitoplasmi. È invece suscettibile come gli altri cotogni al fireblight. In prove estere su alcune varietà, Sydo non si è dimostrato superiore a MA; ma accertamenti condotti in Italia, Francia e Belgio ne confermano invece la bontà e ne giustificano la preferenza. Nelle zone colpite da pear decline il Sydo viene preferito al cotogno BA29. Anche ai fini dei sesti di impianto il Sydo sopporta densità superiori a quelle del BA29, cioè minori distanze sulla fila (inferiori a 1-1,5 m).

BA29. Questa selezione francese (INRA) di cotogno di Provenza (la sigla si rifà all’azienda sperimentale “Bois l’Abbé” a BeaucouzéAngers), introdotto alla fine degli anni ’60, ha avuto un grande successo in Italia negli anni ’80-’90, perché si è rivelato di facile propagazione, ha dimostrato di essere il cotogno con maggiore capacità di adattamento ai suoli, anche non ideali per fertilità, pesantezza (terreni argillosi) e per insufficiente freschezza; e in più, BA29 ha rivelato minore suscettibilità a clorosi (è un cotogno che tollera un contesto relativamente alto di calcare). In Francia, gli alberi di pero delle principali varietà su BA29 si sono dimostrati più vigorosi (+10-20%) rispetto a Sydo ed MA (ma non sempre in Italia) e relativamente più produttivi (anche per l’assenza di sintomi di disaffinità di innesto); il punto debole del BA29, oltre alla vigoria degli alberi, eccessiva nei terreni molto fertili, è la scarsa tolleranza nei confronti delle malattie infettive come fitoplasmi e virus. Negli anni ’90 gli attacchi più gravi di deperimento dei pereti intensivi in Emilia-Romagna (dove fu colpito il 30% degli impianti) furono quelli su BA29. Il BA29 si è rivelato il cotogno più adatto nei climi più caldi del Sud Europa, specie laddove il cotogno MC va in sofferenza. È moderatamente suscettibile al fireblight.

MC. È il cotogno più nanizzante, fra quelli in commercio, e perciò idoneo a costituire pereti a elevata densità (oltre 3000-4000 alberi/ha). Facile da propagare, contiene la vigoria degli alberi per un 20-40% in più rispetto a MA, tanto che gli alberi crescono meno e hanno una taglia non superiore a 2-2,2 m. La disaffinità di innesto è tollerata come quella dell’MA, ma i sintomi possono apparire più facilmente se le piante sono colpite da malattie infettive o si coltivano in terreni clorosanti. È generalmente preferito nel Nord Europa per gli impianti ad alta densità (ma teme i freddi invernali più degli altri cotogni), mentre nel Sud Europa, specie nell’Italia centro-meridionale, teme le alte temperature che riscaldano il suolo oltre misura e possono bloccare l’attività radicale e di conseguenza quella vegetativa. Anche per questo richiede un’accuratissima gestione del suolo, preferibilmente la fertirrigazione. L’apparato radicale è molto superficiale e teme perciò qualsiasi tipo di lavorazione del suolo. L’MC ha un’alta efficienza produttiva (cioè consente rese molto alte, ma a scapito della pezzatura delle pere, che si riduce spesso se lo stato dell’albero non è perfetto). Su varietà tipo Conference e su alberi avanti in età, il rischio di conseguire pezzature ridotte e irregolari è alto, mentre su Decana del Comizio (a frutti molto grossi) questo inconveniente può diventare un vantaggio. Il tentativo di inserire un intermedio vigoroso non sempre si è rivelato sufficiente a riportare gli alberi a una costanza di equilibrio vegeto-produttivo. L’albero su cotogno MC ha una carriera più breve rispetto a BA29 e Sydo, arriva presto alla senescenza, per cui occorre mettere in conto una durata economica più breve (per esempio 15 anni invece di 20-25). I vantaggi del cotogno MC sono ben evidenziati nella gestione del pereto, che costa molto meno di quella abituale, data la ridotta dimensione dei filari e la facilità di governo. Varietà tipo William e Kaiser, con alta disaffinità di innesto, è bene in ogni caso che abbiano l’intermedio, mentre Abate Fétel, Conference e Decana del Comizio danno ottima risposta con innesto diretto, purché siano collocati in terreni fertili, freschi, con buona struttura fisica. Le prove dell’Università di Bologna, al DCA di Cadriano, ne hanno dimostrato la convenienza fino a densità di oltre 4000 alberi/ha, con impianti a “V” e a fusetto.

Adams. Questo cotogno, che porta il nome di un vivaista belga che lo selezionò negli anni ’70, si è molto affermato in Olanda oltre che in Belgio, ma non in Italia, nonostante gli ottimi risultati sperimentali conseguiti dalle prove dell’Università di Bologna, fin dagli anni ’80. È considerato un cotogno a vigoria intermedia fra MC e Sydo o MA. Normalmente l’efficienza produttiva è elevata o superiore a quella di MA. In passato risulta essere stato erroneamente confuso con l’MC. In Olanda si sostiene che l’Adams sia il cotogno che esalta più di tutti la pezzatura dei frutti e l’attecchimento dell’albero dopo trapianto. Subisce come l’MC i danni da basse temperature invernali. È accertato che l’affinità di innesto non è buona su Williams. Si propaga bene come l’MA per margotta di ceppaia. Un clone francese dell’Adams risanato è stato siglato C332.

Cotogno CtS 212. Questo clone oggetto di ripetute prove sperimentali è il più interessante fra una serie di cloni selezionati all’Università di Pisa e derivati da probabile incrocio fra un cotogno da frutto e MA. Si propaga bene sia per margotta di ceppaia sia per talea. Sopporta elevati contenuti di calcare attivo, fino a oltre l’8%. È molto suscettibile al fireblight. C’è contraddizione sull’effetto nanizzante: per alcuni è fra i cloni più vigorosi di cotogno (ragione per cui non sarebbe stato diffuso), per altri è incluso nella vigoria intermedia dei cotogni, subito al di sotto di MA. Induce precoce fruttificazione ed elevata produttività. Manifesta disaffinità di innesto con Abate Fétel, William e Kaiser. È considerato idoneo per terreni freschi, fertili, non siccitosi, anche subcalcarei, poco tollerante verso le situazioni di reimpianto di peri. Suscettibile alle malattie infettive. A oltre 20 anni dalla sua introduzione, non risulta inserito fra i soggetti della certificazione vivaistica.

MH. Cotogno selezionato a East Malling come QR 193-16, perché nelle prove inglesi aveva migliorato la pezzatura dei frutti rispetto a MC, mentre sembra indurre una vigoria compresa fra MC e MA. Induce una messa a frutto più lenta rispetto a MC, ma una buona efficienza produttiva. Non si hanno dati sperimentali italiani. Ciò nonostante il clone è stato immesso nella linea commerciale per la certificazione vivaistica del nostro Paese.

Franchi clonali

I franchi clonali di maggiore successo nel mondo sono stati gli ibridi americani OHxF (Old Home x Farmingdale), i più noti dei quali sono i cloni OHF 40, 69 e 87; poi vi è la serie sudafricana BP diffusa negli anni 70 (BP1, 2, 3), che hanno fallito in Italia e in Europa. Un’altra serie BP è stata selezionata in Svezia, dove è utilizzata per la resistenza al freddo. Più recentemente l’Università di Bologna (DCA) ha licenziato due franchi, Fox 11 e Fox 16, mentre a Geisenheim (in Germania) è stato ottenuto Pyrodwarf (Old Home x B. Luisa di Avranches, che è ancora in fase di lancio). In Europa, il programma più importante di breeding, per la verità, l’aveva condotto l’INRA di Angers, che negli anni ’60-’70 aveva preannunciato numerose selezioni clonali di franchi ottenute dal lavoro di Brossier e poi continuato da Michelesi; cloni molto interessanti erano la serie RV e la serie Rétuzière per l’alto livello di nanizzazione, ma, sembra a causa del loro stato sanitario (originariamente insoddisfacente), furono poi – dopo risanamento – nuovamente riselezionati fino a essere in gran parte abbandonati. Solo il clone diffuso col nome Pyriam, risulta essere ora commercializzato in Francia. Non conosciamo ancora dati sperimentali italiani.

Serie OHxF. L’ Oregon State University (USA), dopo un lungo lavoro selettivo a opera di M.N. Westwood, lanciò negli anni ’60-’70 una serie di franchi clonali ottenuti da incroci delle cultivar Hold Home × Farmingdale, varietà coltivate nell’anteguerra e piuttosto resistenti al fireblight. In Italia, dopo avere scartato i cloni nanizzanti OHxF51 e 333 (per le loro scarse performance), l’attività commerciale si è orientata su alcuni cloni seminanizzanti, più vigorosi del cotogno BA29, soprattutto il Farold® 40 che, pur essendo meno produttivo ed efficiente di MC, si è affermato per la coltivazione di William (avendo anche buona affinità di innesto) in suoli clorosanti ma freschi, per impianti a densità medie o relativamente basse, ha dato buoni risultati produttivi anche per la pezzatura delle pere, che in altre varietà è apparsa invece leggermente ridotta rispetto al cotogno. Come soggetto, ne viene confermata la positiva influenza indotta sulla resistenza al fireblight nel nesto. Altro clone della serie OHxF è il Farol 69, vigoroso quasi come il franco, con ottima resistenza ai freddi invernali, al fireblight e sembra anche ai fitoplasmi, ma con efficienza produttiva inferiore rispetto al cotogno o allo stesso pero franco. Un terzo clone, Farol 87, invece, è meno vigoroso del franco, rispetto al quale, con la cultivar William, induce una migliore efficienza produttiva, ed è affine per l’innesto con tutte le cultivar provate. Induce precocità di messa a frutto e resistenza al fireblight. Il clone OHxF 87 è preferito per William e altre varietà coltivate negli Stati americani del nord-ovest. Si propaga non facilmente, sia per talea erbacea sia per micropropagazione, come gli altri due cloni OHxF.

Serie Fox. L’Università di Bologna (D. Bassi, B. Marangoni e M. Tagliavini), ha selezionato negli anni ’80 due cloni, Fox 11 e Fox 16, ottenuti da semenzali della vecchia pera da cuocere Volpina e moltiplicabili solo per micropropagazione. Entrambi non sono portinnesti nanizzanti e hanno vigoria di poco inferiore a quella del franco; sono stati proposti in alternativa al cotogno, dove questo fornisce mediocri risultati. Secondo le osservazioni finora condotte sulla cultivar William, in vari frutteti del ravennate (a densità di circa 800-1000 alberi/ha) il Fox 11, più del Fox 16 si comporta bene e si mette a frutto relativamente presto, inducendo ottima fruttificazione (anche per la forma delle pere); con altre varietà invece (per esempio Kaiser) la messa a frutto sarebbe più lenta che con William. Il Fox 11, ed eventualmente il Fox 16, rimangono dunque, al pari dei Farold, portinnesti idonei per le varietà di pero disaffini al cotogno e per terreni inadatti ai cotogni. Attualmente vi sono altri cloni Fox in osservazione al DCA (Bologna), che saranno licenziati non appena completata la sperimentazione.

Pyrodwarf. È un portinnesto tedesco relativamente recente, ottenuto negli anni ’80 da incrocio delle cultivar Old Home e B. Luise d’Avranches. Come indica il nome, è stato selezionato per la sua capacità nanizzante, che si colloca fra MC e Sydo. Si moltiplica bene per talea e micropropagazione ed è adatto per l’alta densità di impianto. Attualmente alcuni vivaisti se ne contendono la propagazione nel Nord Europa, ma in Italia dopo le prime osservazioni condotte dal CIV di Ferrara ne hanno rivelato alcuni aspetti negativi (elevata emissione di polloni e irregolarità nella fruttificazione). Occorrerà perciò attendere altri risultati per suggerirne o meno la diffusione.


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