Volume: il pomodoro

Sezione: paesaggio

Capitolo: pomodoro in Italia

Autori: Davide Papotti

Una "geografia del pomodoro"?

Nei ricordi scolastici di ciascuno di noi affiorerà inevitabilmente l’immagine di un sussidiario che, nella sezione di geografia, fornisce i principali dati relativi a uno stato o a una regione (estensione in chilometri quadrati, numero di abitanti, principali città ecc.); con, immancabili, i “principali prodotti agricoli”. La geografia di un prodotto agricolo non si esaurisce però nella sola messa a fuoco della diffusione delle coltivazioni, cioè in un’analisi del dove esso viene coltivato all’interno di un contesto territoriale delimitato. La distribuzione dei fenomeni sulla superficie terrestre è solamente una (anche se certamente una delle più popolari e condivise) delle linee di indagine che il sapere geografico può frequentare. Nella “cassetta degli attrezzi” interpretativa proposta dalla geografia non esiste solamente la categoria statica della distribuzione, una sorta di fotografia istantanea, scattata in un determinato momento storico, del “cosa è dove”; esiste per es. anche la prospettiva dinamica della diffusione, lo studio delle modalità con cui un determinato oggetto di indagine (nel caso preso qui in analisi la coltivazione del pomodoro) si è espanso a partire da una o più aree di origine. Le modalità con cui un elemento si diffonde sulla superficie terrestre possono infatti fornire utili informazioni sui valori che ispirano l’azione umana sul territorio e sulle strategie che una società adotta nei processi di territorializzazione. Anche le forme stesse dei paesaggi, le fattezze con cui essi si presentano ai nostri occhi, rappresentano un sorta di archivio delle azioni che l’uomo ha compiuto in un determinato territorio. Le singole situazioni paesaggistiche che troviamo sulla superficie terrestre rappresentano il risultato dell’incontro fra le caratteristiche ambientali di un determinato territorio (la conformazione morfologica, il clima, la struttura e tessitura dei terreni, la presenza di acque ecc.) e le azioni storiche compiute dalle comunità che tali territori hanno trasformato nel corso del tempo. Le colture agricole hanno avuto un ruolo primario nei processi di trasformazione del paesaggio, e per questo lo studio delle forme che esse assumono nei vari contesti geografici di apparizione costituisce una proficua direzione di ricerca per comprendere al meglio il ruolo economico, sociale e culturale delle pratiche agricole.

Paesaggi del pomodoro

La coltura del pomodoro è diffusa, anche solo rimanendo nel contesto nazionale italiano, in diversi scenari geografici. Essa caratterizza diversi ambiti territoriali: dalle pianure alluvionali della Lombardia alle coste campane affacciate sul Tirreno, dal Tavoliere agli altopiani delle Murge in Puglia, dalle valli della Basilicata alle costiere della Calabria, dal pedemonte collinare emiliano alle colline della Sicilia. I regolari filari delle piante di pomodoro caratterizzano dunque aree assai diversificate, contribuendo a una sorta di coerenza visuale dei paesaggi rurali italiani, a una visione di insieme che mostra da un lato diffusi caratteri di affinità e dall’altro specifiche unicità ambientali. La geografia del pomodoro, come quella di altre colture, si esprime in una sorta di cartografia a macchia di leopardo, con concentrazioni in alcune aree e parziali “vuoti” in altre. Il pomodoro rappresenta nondimeno un “tema portante” di molta agricoltura della penisola, pur presentando dirette correlazioni visuali con differenti tipologie paesaggistiche. La riconoscibilità della coltura, sia per la forma regolare degli impianti sia per la tipicità del frutto, contribuisce d’altronde a farne uno scenario facilmente identificabile, anche all’interno di “teatri” paesaggistici diversificati. L’adattabilità agronomica della coltura trova in un certo senso un parallelo in un’adattabilità “paesaggistica”, che permette a questa coltivazione di inserirsi in differenti scenari ambientali. Il rapporto con il paesaggio circostante può rimandare a una semplice e generica associazione tipologica (essere dunque correlato a una categoria generale di fattezza territoriale, come per es. una costa marina, un’estesa pianura, un sistema collinare), oppure può suggerire, attraverso la presenza di elementi facilmente riconoscibili, precise localizzazioni geografiche (come nel caso, per es., delle coltivazioni di pomodoro che si estendono ai piedi del Vesuvio). Avviene dunque, sfogliando un atlante iconografico delle coltivazioni di pomodoro nella penisola, qualcosa di simile a ciò che si prova di fronte a un album fotografico di famiglia, quando si possono osservare una o più persone – sempre le medesime – ritratte in luoghi diversi. Le coltivazioni di pomodoro non hanno solamente una funzione “attiva” d’intervento sugli aspetti visuali dei paesaggi rurali italiani, nel senso che contribuiscono a definire l’assetto territoriale di una determinata area geografica; in un certo senso esse sono anche caratterizzate, in funzione “passiva”, dalla varietà degli scenari territoriali. Dalle coordinate di fondo dello spazio geografico nel quale le coltivazioni sono immerse esse traggono parte del loro profilo identitario: la loro percezione visuale viene mediata dalle caratteristiche di base del territorio che le circonda.

Paesaggi della coltura del pomodoro

La coltivazione del pomodoro è riconoscibile, nella stragrande maggioranza delle sue apparizioni, per il caratteristico ordine geometrico che essa imposta nei campi, con veri e propri “filari” di piante (tecnicamente detti a “fila semplice” oppure a “fila binata” a seconda che abbiano una o due serie di piantine in parallelo). Questi impianti regolari, grazie alla loro ritmica successione, creano una sorta di “effetto-striatura” nel paesaggio agricolo. Il risultato è l’allineamento delle prospettive visuali di osservazione lungo le quali tende a scorrere lo sguardo di chi contempla il paesaggio stesso; quest’ultimo sembra in un certo senso “suggerire” le direzioni ottiche preferenziali per la sua lettura, fornendo precise “istruzioni per l’uso” per la sua contemplazione. La coltivazione a file ravvicinate, con ridotti intervalli fra una linea di piante e la successiva, può far sì che il paesaggio dei campi di pomodoro appaia, soprattutto da una prospettiva visuale perpendicolare all’orientamento delle file stesse, come un ininterrotto “tappeto verde”, un’uniforme copertura vegetale del terreno. La densità colturale, va ricordato, dipende anche dalla varietà di pomodoro coltivata (a frutto allungato, a frutto tondo, cherry ecc.), che determina un differente assetto strutturale del campo. Le caratteristiche dei paesaggi del pomodoro variano ovviamente a seconda della morfologia dei territori, che possono assecondare gli aspetti visuali di omogeneità e di regolarità (come accade per es. nelle aree di pianura) oppure, al contrario, proporre varietà di prospettive e di punti di fuga (come accade nelle aree collinari, o comunque in presenza di pendii). La coltura del pomodoro, infine, può essere combinata con altre colture, di tipo sia arboreo che erbaceo, con cui è compatibile. Accade dunque, specialmente nel Mezzogiorno, di trovare colture miste di pomodoro e di ulivo, in cui la trama del campo è ordinata dalle piantine del primo, con elevazioni di alberi isolati o a filare del secondo. Anche gli alberi di frutta possono trovarsi in coltivazioni di consociazione con il pomodoro, con conseguente creazione di paesaggi agricoli più movimentati e variati rispetto alla monocoltura. Di altissima efficienza produttiva erano le colture consociate con il San Marzano dell’Agro Noverino-Sarnese, dove su piccoli appezzamenti la coltivazione in verticale del famoso pomodoro lasciava spazi tra le file per altre colture orticole in successione fra loro (basilico, fagiolo, carota, lattuga, prezzemolo ecc.). Quando le colture a ciclo autunno-vernino venivano trapiantate tra gli spazi tanto da sostituire automaticamente le piante di pomodoro distrutte dal freddo, si realizzavano le cosiddette colture a staffetta. In casi come questi si vengono dunque a formare paesaggi agricoli in un certo senso “ibridi”, che valorizzano insieme la biodiversità vegetale e la piacevolezza estetica del paesaggio.

Stagionalità dei paesaggi del pomodoro

Come avviene per molte altre colture, il pomodoro presenta paesaggi leggermente differenziati a seconda del calendario stagionale e, di conseguenza, a seconda delle fasi del processo di coltivazione. I medesimi processi di crescita della pianta prima e del frutto poi contribuiscono a far variare l’aspetto cromatico dei campi, che passano dal verde tenero e chiaro delle piantine appena trapiantate al colore verde più scuro della pianta cresciuta, dal monocromo paesaggio verde dei frutti ancora in fase di maturazione alle punteggiature di rosso legate alla maturazione dei pomodori. Attraverso questi lievi cambiamenti, che possono apparire dettagli, ma che in realtà influenzano in maniera rilevante la percezione visuale, i paesaggi del pomodoro esprimono la propria dinamicità di fondo. Come la maggior parte dei paesaggi agricoli, essi vivono non solo di alternanze stagionali, ma anche di lievi variazioni giornaliere e di graduali cambiamenti legati al ciclo vegetativo delle colture. Il più efficace impatto visuale, congiuntamente alla maggior riconoscibilità cromatica, si ottiene ovviamente durante la tarda fase di maturazione, quando il frutto della pianta assume il caratteristico colore rosso. Un campo di pomodori diventa in questa fase ancora più facilmente riconoscibile, per l’unicità dell’accostamento cromatico fra il verde della pianta e l’acceso tono rosso del frutto. Il paesaggio cambia radicalmente dopo il raccolto, quando i campi, a seguito del passaggio dei macchinari appositamente impiegati, assumono un aspetto desolato di devastazione, nel quale i regolari filari delle pianta lasciano spazio a disordinati affastellamenti di residui vegetali, costellati di quando in quando dalle macchie rosse dei frutti rimasti a terra o caduti durante le operazioni. Il colore rosso brillante del pomodoro non cessa con la raccolta di caratterizzare i paesaggi, ma accompagna con la sua vistosa presenza tutte le fasi di lavorazione. Nelle aree che accanto ai campi di coltivazione possiedono anche impianti per la lavorazione del frutto e per la produzione di conserve e di altri derivati, i trattori e i carri usati per il trasporto costruiscono nelle settimane del raccolto veri e propri “fiumi rossi” che seguono specifiche traiettorie. I pomodori caduti involontariamente a terra durante il trasporto, similmente alle briciole utilizzate da Pollicino nella fiaba, svelano il percorso effettuato dai carri nel tragitto dal luogo di produzione al luogo di trasformazione.

Paesaggi tecnologici

La tecnologia utilizzata nelle coltivazioni agricole, sia essa relativa alle pratiche di semina, a quelle di irrigazione o a quelle di raccolta, contribuisce a connotare i paesaggi del pomodoro. La scelta di allineare le piante a fila semplice o a fila binata, per esempio, oppure la determinazione della distanza degli assi fra le bine, comportano un impatto sulla matrice paesaggistica della coltivazione di pomodoro. Anche le diverse tecniche di irrigazione portano con sé un differente portato infrastrutturale. Se si sceglie l’infiltrazione laterale attraverso solchi, la scansione delle file di piante e la loro densità verranno direttamente influenzate. La tecnologia non ha effetti solamente sulla struttura di base della coltivazione, ma determina anche la presenza – o l’assenza – di elementi tecnici che contribuiscono a connotare il paesaggio. La posa di tubazioni per l’irrigazione a goccia od il posizionamento di cannoni per lo spargimento a pioggia, per es., possiedono un diverso impatto infrastrutturale sul terreno, con differenti componenti visuali inserite nel paesaggio. Il livello di meccanizzazione di un’area agricola influenza la percezione dei paesaggi anche attraverso la frequenza di passaggio di mezzi come i trattori o la dotazione di macchinari da impiegare nella varie fasi di coltivazione.

Paesaggi artificiali delle serre

Una forma particolare di paesaggio viene creata da un apparato tecnologico infrastrutturale, quello delle serre, specificamente progettato e costruito per “artificializzare” il ciclo di crescita delle piante, fornendo loro temperature e livelli di umidità più favorevoli e controllabili. Le serre possono essere di diversa forma (con copertura arrotondata o a spiovente, per es.), di diverse dimensioni (in lunghezza, in larghezza e in altezza) e costruite con differenti materiali (legno o metallo). La coltivazione del pomodoro contribuisce alla diffusione, sul territorio della penisola italiana, delle serre. In alcune aree di pianura, nelle quali possono essere agevolmente utilizzati impianti di copertura di notevoli dimensioni – come avviene per esempio nel caso della Piana del Sele in provincia di Salerno – le aree di coltivazione del pomodoro possono essere quasi interamente attrezzate con apposite serre. Questo tipo di impianto produttivo possiede un forte impatto visuale sui paesaggi rurali. Da un lato esso contribuisce a rendere la coltura stessa quasi “invisibile”, o perlomeno poco visibile: non è facile, di fronte a una distesa di serre chiuse, comprendere a prima vista quale tipologia di coltivazione esse racchiudono al loro interno. Dall’altro lato, ovviamente, la presenza massiccia delle serre rende estremamente riconoscibile la destinazione agricola dei suoli, che risultano, almeno in certi casi, pressoché interamente coperti da queste strutture artificiali impiantate dall’uomo. Il paesaggio agricolo raggiunge dunque in questi casi una sorta di vertice del livello di artificialità, presentandosi con colori e forme assolutamente estranee al tradizionale panorama colturale.

Paesaggi umani e coltivazione del pomodoro

I paesaggi non sono caratterizzati solamente dalle componenti fisiche del territorio, o dagli elementi vegetali e animali che su di esse si insediano. Componente importante dei paesaggi in generale, e di quelli agricoli nello specifico, è quella umana: non solo, ovviamente, in termini di infrastrutture e di elementi tangibilmente visibili (case, strade, edifici vari ecc.), ma anche in termini di vera e propria apparizione degli uomini e delle donne negli scenari spaziali. Un campo pieno di contadini intenti al lavoro è ovviamente ben diverso da un campo che appare “disabitato”, che si caratterizza per l’assenza dell’attore primario impegnato nelle sue attive “recite”. Eugenio Turri nel suo volume Il paesaggio come teatro (1998) parla proprio di questa componente teatrale come di un aspetto costitutivo delle dinamiche paesaggistiche: “L’importanza dello scenario non è solo nella sua funzione di contenitore, perché in generale è esso stesso a suggerire i toni della rappresentazione […] a ispirare la gioia o la paura, il senso del dramma o il senso del ridicolo, della grandezza o della piccolezza delle vicende umane, quindi a dare il senso della recitazione che è poi riconoscere l’importanza di una scenografia appropriata al tipo di vicende e al tipo di linguaggio in ogni rappresentazione teatrale”. La presenza di figure umane contribuisce, sia pur nella volatilità delle loro apparizioni, a connotare i paesaggi come vissuti, come abitati, come brulicanti di attività. Oppure, al contrario, l’assenza di persone in uno scenario agricolo suggerisce una sensazione di “vuoto”, di “abbandono”, visto che l’evidente attore principale delle trasformazioni territoriali non appare direttamente, ma solo in virtù delle tracce che ha lasciato. Per questo motivo, perché sono in grado di influenzare direttamente il gradiente di presenza umana nel territorio, le tecnologie adottate per la semina, per l’irrigazione, per il raccolto, hanno un diretto influsso sui “paesaggi umani” che animano gli scenari spaziali. Nell’analisi dei paesaggi umani si può introdurre un’ulteriore variabile, recependo il suggerimento concettuale proposto da Arjun Appadurai con il termine “ethnoscape” (letteralmente: “paesaggio etnico”). Con “ethnoscape” Appadurai (1996) intende “quel panorama di persone che costituisce il mondo mutevole in cui viviamo: turisti, immigrati, rifugiati, esiliati, lavoratori ospiti, e altri gruppi e individui in movimento costituiscono un tratto essenziale del mondo e sembrano in grado di influenzare la politica delle (e tra le) nazioni a un livello mai raggiunto prima”. I paesaggi del pomodoro sono coinvolti in pieno da questi flussi etnici, in quanto gran parte dell’attuale manodopera stagionale impegnata nella fase di raccolta –in particolar modo, ma non esclusivamente, nelle regioni meridionali– è composta da cittadini stranieri. Il lavoro agricolo nei campi, dunque, rappresenta uno dei luoghi dove i moderni paesaggi etnici mettono in scena la propria visibilità.

Paesaggi sensoriali del pomodoro

I paesaggi del pomodoro non si rivolgono solamente al senso tradizionalmente più correlato all’osservazione del territorio, la vista, ma si caratterizzano, perlomeno in caso di coltivazioni estensive, anche per un aspetto olfattivo. La fase della raccolta, sia essa effettuata a mano in cassette oppure a macchina in contenitori di maggiori dimensioni, comporta sempre la caduta a terra di qualche frutto, che rimane sul terreno a marcire. La decomposizione dei frutti rimasti nei campi dopo la raccolta produce in poco tempo un caratteristico odore, che può diffondersi anche a diversi chilometri di distanza, raggiungendo talvolta aree urbane contigue a quelle colturali. La presenza di questo caratteristico, ancorché poco piacevole, odore enfatizza la percezione del calendario agricolo, e nello specifico segnala l’avvio del periodo di raccolta.

Paesaggi gustativi e storia culturale

Il paesaggio del pomodoro rappresenta ovviamente anche un riflesso delle abitudini alimentari di una popolazione. La estensione, la frequenza e la distribuzione delle coltivazioni di pomodoro si fanno specchio dei regimi alimentari dominanti, a una determinata altezza cronologica, in uno specifico territorio. L’accresciuta capacità tecnica e commerciale di trasporto delle derrate agricoli ha svincolato i territorio dall’obbligo dell’autoproduzione e dell’autosufficienza, e gli scaffali ortofrutticoli rappresentano oggi quasi un atlante del mondo, con merce proveniente dalle più diverse regioni. Nondimeno, un certo legame di “tipicità” caratterizza ancora i paesaggi agricoli dei paesi con forte tradizione colturale storica come l’Italia. Si potrebbe dunque riassumere scherzosamente tale relazione con la formula: “Dimmi in che paesaggi agricoli vivi e ti dirò che cosa mangi”. I paesaggi del pomodoro diffusi nella penisola, in questa prospettiva, possono essere osservati come un riflesso dell’importanza di questo ortaggio nella dieta alimentare degli italiani, e in particolare nella cosiddetta “dieta mediterranea”, che vede il pomodoro protagonista nel condimento di uno dei piatti più tipici e nazionali: la pasta.

Paesaggio del pomodoro e valorizzazione delle tipicità geografiche

La valorizzazione di un prodotto agricolo passa oggi anche attraverso la promozione dei paesaggi nei quali esso viene coltivato. L’affermazione e il consolidamento delle politiche di riconoscimento delle tipicità geografiche (Indicazione Geografica Protetta e Denominazione di Origine Protetta) portata avanti dall’Unione Europea ha avuto fra le sue conseguenze una rinnovata attenzione del mercato verso i territori di produzione. Il marketing non ha mancato di seguire questa nuova pista geografica di valorizzazione, e l’immaginario iconografico legato al territorio si sposa sempre di più, nella prassi promozionale, alle immagini del prodotto stesso. Le rinnovate richieste di qualità del pubblico contemporaneo, le aspettative di un cibo “buono, pulito e giusto” (per utilizzare il trittico interpretativo proposto da Carlo Petrini nel suo omonimo libro sottotitolato Principi di nuova gastronomia, del 2005) e la attenzione verso la “filiera corta” di produzione (che assicuri un prodotto agricolo coltivato il più possibile in loco) hanno riportato al centro del discorso la componente territoriale. In questo senso le immagini dei paesaggi del pomodoro acquisiscono una nuova importanza nella comunicazione di marketing del prodotto, in quanto si fanno portatrici di valori positivi. La ricerca di un “buon pomodoro” si incrocia dunque con la immagine dei “bei paesaggi” all’interno dei quali esso viene prodotto.

 


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