Volume: il pesco

Sezione: paesaggio

Capitolo: pesco in Italia

Autori: Giuseppe Barbera

Il pesco arriva relativamente tardi nel paesaggio colturale italiano. Nonostante il suo nome botanico, Prunus persica, sembri indicare una provenienza mediorientale è, infatti, tra le ultime specie da frutto a giungere, in periodo classico, nelle regioni mediterranee dopo l’addomesticamento in coltura avvenuto nella regione mediorientale nota come Mezzaluna fertile o, ancora prima, nell’Estremo Oriente. Nei territori bagnati dal mare Mediterraneo si vuole che il pesco arrivi ai tempi di Alessandro il Macedone, anche se l’individuazione di un suo frutto scolpito in pietra, risalente al 600 a.C., nel santuario di Era sull’isola di Samo prossima alla Turchia, testimonierebbe una precedente conoscenza da parte dei Greci di oriente. In Italia arriverà ancora più tardi, nel I secolo d.C. secondo la Naturalis historia di Plinio. Questa testimonianza consente di avere piena consapevolezza del valore attribuito a frutti considerati a quel tempo esotici, coltivati da pochi anni anche nelle regioni del Nord e in quelle orientali, come si evince dalla provenienza delle varietà citate dall’autore latino. Al contempo la presenza di frutti in una pittura parietale proveniente da Ercolano, e oggi conservata al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, testimonia della presenza del pesco anche nei giardini vesuviani, negli horti aristocratici e nei più piccoli e modesti orto-frutteti (hortuli) romani. Gli alberi di pesco, che per le loro esigenze colturali non possono, nell’ambiente ecologico italiano, naturalizzarsi o spontaneizzarsi nonostante la buona capacità germinativa dei loro semi, sono presenti nei giardini antichi e certamente coltivati in coltura promiscua in ambienti percettivamente ed ecologicamente non dissimili da quelli rappresentati nelle pitture murarie della Casa del Frutteto di Pompei. Il pesco, quindi, si diffonde negli spazi chiusi e policolturali dei giardini urbani o periurbani del cosiddetto “giardino mediterraneo”, all’interno di architetture complesse o semplicemente protetto da muri, alberi o arbusti spinosi. In papiri di epoca bizantina rinvenuti nella città di Ravenna e risalenti al VI secolo si ritrova il termine persiceta con riferimento a piccoli impianti arborei presenti nel territorio urbano e suburbano. Da tale termine deriverà il toponimo di San Giovanni in Persiceto (Bologna) che dal XVI secolo è rappresentato anche nel suo stemma da un albero di pesco in frutto. Al contrario, non deve trarre in inganno il toponimo “pesco” frequente nell’Italia centro-meridionale (Pescosolido, Pescopagano, Pesco Sannita…) che indica non tanto l’albero quanto, con terminologia regionale, “una cima, uno spuntone di roccia”. Il toponimo persicetum fa comunque ritenere che già nel Medioevo fossero presenti piccoli impianti specializzati. La forma di coltura prevalente nei giardini rimane però quella promiscua e in ogni caso doveva trattarsi di impianti di estensione molto limitata. Erano, e lo saranno a lungo, frutti per privilegiati, coltivati in spazi privilegiati. Lo dimostra una novella di ispirazione boccaccesca della fine del ’400, del bolognese Sabadino degli Arienti, dove proprio la pesca è il frutto utilizzato per sottolineare la differenza di status gastronomico tra poveri e ricchi, tra messer Lippo, proprietario del giardino, e Zuco Padella, villano che va ogni notte a rubarvi pesche e che, preso in trappola e innaffiato con acqua bollente, viene così apostrofato: “Un’altra volte lassa stare le fructe de li miei pari e mangia de le tue, che sono le rape, gli agli, porri, cipolle, e le scalogne col pan de sorgo”.

Pesco nei giardini
Nel XVI secolo, alberi di pesco troveranno posto nei pomari (o giardini di frutti o fruttiere) delle ville fiorentine rinascimentali (la famiglia Medici annovera il pesco tra le sue passioni botaniche) e nei broli, tipici dell’Emilia-Romagna, della Lombardia e del Veneto dove, generalmente a esclusione della vite, dell’olivo e del gelso, che potevano essere posti all’esterno, si coltivava insieme agli altri fruttiferi. Fin dal XV secolo erano coltivati anche nella bassa collina piemontese. I famosi ritratti di Justo Utens delle ville medicee, quelli che illustrano le ville di Poggio a Caiano e della Petraia, mostrano la presenza di alberi da frutto (e tra questi probabilmente il pesco) di non grande taglia e a chioma tondeggiante. I broli, urbani o periurbani, ma comunque frutteti recintati annessi alla dimora, potevano avere dimensione diversa. Tra i più grandi si ricorda quello di San Lorenzo Maggiore a Milano: su 17 pertiche (poco più di un ettaro) alla fine del Quattrocento erano in coltura 9 meli, 58 susini, 19 ciliegi, 2 peri, 6 noci e ben 130 peschi. Gli alberi da frutto venivano potati non solo a vaso ma anche in forma nana e a spalliera, contro le mura di recinzione o a controspalliera, parallelamente a questi su supporti di legno intrecciato. I frutti nani, antesignani dei contemporanei minialberi, erano realizzati con opportune potature con finalità sia estetiche sia funzionali. Nelle regioni nordiche, fino all’Ottocento, i peschi si continuarono a coltivare allevati in forma di spalliere addossate a muri che le proteggevano dai venti freddi e le riscaldavano con il calore del sole raccolto di giorno e ceduto di notte. Celebri le spalliere reali di Versailles opera di La Quintinie, il giardiniere di Luigi XIV, di cui si diceva che deliziasse la dea Pomona con la sua arte, quelle piemontesi del Conte di Cavour e anche quelle del nonno di Goethe: “Mi sembrava di trovarmi nel giardino di mio nonno, ove le spalliere sovraccariche di pesche eccitavano l’avida golosità del nipotino, e soltanto la minaccia di essere scacciato da quel paradiso, solo la speranza di ricevere dalla mano dell’avo benefico i frutti più rossi e più maturi, riuscivano ad acquietare un po’ la bramosia fino al momento opportuno” (La campagna di Francia, 1822). Spazi promiscui erano certamente quelli dei giardini meridionali che, a partire dalla dominazione islamica, assumeranno quella qualificazione di “fruttiferi e dilettevoli” che manterranno fino a oggi, almeno lì dove l’aggressione e il disordine urbanistico hanno risparmiato i paesaggi agrari tradizionali.

Pesco nel paesaggio agrario
Fino a tutto il XIX secolo il pesco, praticamente diffuso in tutte le regioni italiane, occupa gli spazi del giardino e del frutteto promiscuo. Le pesche iniziano a essere frutti non elitari solo all’inizio del secolo scorso, quando sono state inserite in sistemi agricoli e contesti sociali ben diversi da quelli che fino ad allora le producevano. La sua diffusione in coltura specializzata ha avuto inizio in EmiliaRomagna, alla fine del XIX secolo, nell’imolese e pochi anni dopo a Massa Lombarda in modo particolare, sia in pianura sia nella fascia collinare. La diffusione sugli ampi spazi della coltura specializzata, che continuerà per tutto il secolo, si fonda inizialmente sulla diffusione di due tecnologie che consentono alla specie di superare gravi crisi. Si fa riferimento alla poltiglia bordolese, che all’inizio del ’900 convinse gli agricoltori a coltivare pesco nonostante la sua grande suscettibilità alle malattie crittogamiche e, nel secondo dopoguerra, dopo la morte per asfissia radicale di pescheti estesi su ben 4000 ettari nel basso ravennate, la diffusione di adeguati interventi di drenaggio. Nel Novecento, inizialmente in Veneto, nelle campagne di Verona e in Romagna intorno a Lugo, Cesena e Forlì, si sviluppa la peschicoltura moderna con nuove forme di allevamento degli alberi e nuove varietà, in seguito al successo dei primi pionieri e per l’intraprendenza di agricoltori che nelle loro aziende condotte a mezzadria fecero posto ai primi frutteti specializzati o formarono le prime cooperative. Da allora Veneto ed Emilia (in questa regione il pesco si trova per il 10% circa ancora in ambiti collinari) ebbero la prerogativa delle pesche, mentre anche in Toscana, dalle colline fiorentine, la coltura scenderà nelle zone pianeggianti prossime all’Arno, pur mantenendo un certo spazio nel Mugello, dove tuttora resistono coltivazioni tradizionali. Nello stesso periodo il pesco si diffonde nel meridione (in Campania, dove nella provincia di Napoli era consociato con melo, pero e susino, in impianti irregolari anche perché formati da piante non coetanee, e in Sicilia, nelle campagne di Catania e nelle zone costiere della provincia di Palermo), confermando anche con la sua presenza quello che è ritenuto dallo storico Piero Bevilacqua “lo sforzo più originale e cospicuo (in investimento di capitali e rimodellamento del territorio, in innovazione agronomica e in risanamento dell’habitat, in iniziativa imprenditoriale e modificazione del paesaggio) compiuto dai ceti agricoli per valorizzare, in età contemporanea, le campagne di questa grande area della penisola”. Il paesaggio frutticolo mediterraneo, nella sua lenta evoluzione millenaria, mantiene a lungo alcune proprietà fondanti che sono alla base della sua specificità tradizionale: il carattere periurbano (attorno alla città, al villaggio, al borgo, alla fattoria, alla dimora), chiuso e protetto, policolturale e polispecifico, multifunzionale, la stretta relazione con la cultura, la continua fonte di ispirazione artistica. La peschicoltura contemporanea delle regioni settentrionali e, a partire dagli anni Novanta, anche quella meridionale, dovendo competere sul mercato globale e ricorrere a sofisticate tecnologie per ridurre i costi produttivi in termini di lavoro ed energia, hanno però abbandonato la struttura spaziale del giardino promiscuo in quanto inadeguata e si sono indirizzate verso nuovi territori dotati di ampi spazi, di suoli fertili, di acqua irrigua, di un sistema di trasporti e di infrastrutture efficienti. Nei nuovi impianti, a partire dagli anni Sessanta si sono diffusi i sistemi monocolturali intensivi ad elevata densità di impianto, formati da alberi che hanno profondamente modificato le loro originali dimensioni e la loro architettura, sostenuti o protetti da elementi artificiali (pali in fibrocemento, reti antigrandine, teli in materia plastica per la coltura sotto serra). Il disegno dei frutteti, in ragione delle necessità della moderna frutticoltura e in relazione ai caratteri dell’ambiente e alle scelte tecniche (portinnesti, varietà, gestione del suolo…), è profondamente mutato. Si è passati dalle forme tradizionali a bassa densità con 250-500 alberi/ha a forme a media densità (500-1000 alberi/ha) e ad alta densità (1000-3000 alberi/ha). L’incremento della densità, che ha determinato evidenti modifiche a scala di paesaggio, è stato accompagnato da alberi che hanno assunto forme diverse: in volume (vaso e sue varianti), in parete (palmette, fusetto), in doppia parete inclinata (a Y o a V). La diffusione di varietà a ridotto fabbisogno in freddo ne ha, inoltre, consentito l’espansione in ambienti dove le necessità delle antiche varietà non consentivano la presenza in grande coltura del pesco. Il vaso, ancora largamente diffuso, soprattutto negli impianti meridionali e insulari, è la forma tradizionale e “naturale” del pesco, superata nel dopoguerra dalle forme in parete, evoluzione delle spalliere e controspalliere di storica memoria. La doppia parete, invece, è la forma che più si diffonde recentemente nella Piana del Sele, nella Piana di Sibari, nel Metaponto. Forme ancora più intensive, con densità che possono giungere anche a 5000 piante/ha basate su alberi di forma bassa (alberelli o cespugli, frutteti prato), sono state tentate in Sicilia e sotto serra, ma con risultati produttivi non sempre ritenuti soddisfacenti.

Percezione del paesaggio del pesco

Il ricorso alla letteratura, così come alla pittura, è utile a dare ragione della presenza particolare del pesco e della sua partecipazione al paesaggio colturale italiano. Alla frutticoltura promiscua fanno riferimento, per esempio, importanti poeti e narratori italiani che aiutano, al di là delle cifre della statistica che pure evidenziano la netta prevalenza della coltura promiscua fino al secondo dopoguerra, a dare ragione dei valori estetici del pesco. Cesare Pavese (La luna e i falò, 1968), per esempio, racconta di una coltura che trovava spazio anche nei giardini chiusi dai quali, secondo la stagione, si mostravano pesche belle come Silvia e Irene, ragazze ventenni di un suo romanzo: “dalla vigna le guardavo come si guarda due pesche troppo alte sul ramo”. Giovanni Pascoli, in una poesia nella raccolta Myricae, scrive: “In un cimitero… vidi roseo, fresco/vivo, dal muro sorgere un sottile/ramo di pesco/figlio d’ignoto nocciolo, d’allora/ sei tu cresciuto tra gli ignoti morti?/E ora invidi i mandorli che indora/l’alba negli orti?”. Nella metà del XX secolo, il pesco è ancora prevalente nella frutticoltura promiscua. Il valore paesaggistico di un pesco sta in effetti non tanto nell’apparenza del singolo albero o degli impianti (questi, oggi, prendono anzi forme e densità incompatibili con i paesaggi tradizionali) quanto piuttosto nei caratteri estetici della sua fioritura e anche nella straordinaria varietà e bellezza dei colori dei suoi frutti. Lo scrittore tedesco Herman Hesse è in tal senso emblematico: raccontando di un pesco spezzato dal soffio violento del föhn, lo descrive così: “Non è che diventino molto vecchi, questi alberi, e non appartengono alla schiatta dei giganti e degli eroi, sono teneri e gracili, ipersensibili alle ferite, la loro linfa resinosa ha qualcosa del sangue antico dei nobili, persin troppo selezionato” (Il pesco, 1945). Ulteriore prova della fragilità che si riconosceva all’albero è data dalla credenza un tempo diffusa nelle campagne di Marsiglia dove si pensava che fossero così suscettibili che anche un uomo con la febbre che si appoggiasse al loro tronco fosse pernicioso! Sono piuttosto i fiori e i frutti a costituire l’aspetto esteticamente più interessante dall’albero di pesco. Dei primi, il cui colore e dimensione variano in funzione del tipo, sono magnifica testimonianza le straordinarie fioriture colorate di fine inverno, inizio primavera. Alla bellezza dei fiori di pesco fa del resto riferimento una celeberrima canzone moderna. Chi non conosce Fiori rosa, fiori di pesco di Lucio Battisti? Ma sono anche i frutti a suscitare stimoli che si traducono in sentimenti di benessere e piacere e in espressioni della creatività artistica attraverso la letteratura e le arti figurative. Già nel 1914 scriveva L. Savastano (Arboricoltura), uno dei padri della moderna arboricoltura italiana: “L’uomo con le frutte appaga un doppio bisogno, del gusto e dell’estetica: con esso aggiunge una serie di cibi alla sua mensa; e nelle loro forme svariate e nei coloriti vivi, che dopo i fiori rappresentano l’organo più ornamentale dell’albero, egli soddisfa anche il suo gusto estetico”. Il frutto del pesco, sotto questo punto di vista, ha pochi concorrenti per la variabilità che offre: secondo la varietà mostra differenti colorazioni (il fondo può andare dal verdastro al giallo aranciato e il sovracolore dal rosso chiaro al vivo, talvolta cupo) e la buccia può risultare più o meno tomentosa o glabra. Anche in questo caso soccorre la creazione letteraria: si può citare Federico Garcia Lorca, che in Canti gitani celebra i cieli estivi di agosto che appaiono: “Controluce a un tramonto/Di pesca e di zucchero/E il sole nell’interno della sera/Come l’osso in un frutto”. Oppure C.E. Gadda, che nei frutti dei mercati di Milano osserva “… la prima pubertà della pesca agostana” (Mercato di frutta e verdura, 1960). Fiori e frutti sono del resto soggetti frequenti della pittura: basta ricordare gli alberi in fiore dipinti da Van Gogh, La canestra di frutta del Caravaggio, le pesche impressioniste dipinte da Manet.

Paesaggi temporanei

La durata di un pescheto, che si manifesta oggi in un rapido turn over varietale, degli impianti e della forma d’allevamento adottati, è anch’essa un carattere paesaggistico peculiare che si svela nella breve durata. Autorevole testimonianza proviene addirittura da Galileo Galilei, che nel Dialogo sopra i due massimi sistemi (Giornata prima) rileva come “i peschi, gli ulivi, hanno pur radice ne i medesimi terreni, sono esposti a i medesimi freddi, a i medesimi caldi, alle medesime piogge e venti, e in somma alle medesime contrarietà; e pur quelli vengono distrutti in breve tempo, e questi vivono molte centinaia d’anni”. Alla brevità della vita del pesco fa anche riferimento Vincenzo Tanara, in un classico della letteratura agronomica (L’economia del cittadino in villa, 1644), con un’annotazione che diventa una metafora: “Il Persico… per la sua breve durata, si può dire simbolo della vita humana”. I paesaggi sono in rapido mutamento, anche in ragione dei cambiamenti climatici in atto, però in molte aree non hanno ancora perso una forte qualità estetica. Ciò avviene nonostante i grandi cambiamenti sociali e tecnologici, il grande incremento di biodiversità specifica e intraspecifica, i diffusi fenomeni di urbanizzazione e infrastrutturazione. Per il pesco, ma anche per gli altri fruttiferi, si formano in continuazione nuovi paesaggi, che dovrebbero nascere anche dal confronto disciplinare con la pianificazione territoriale e con l’ecologia del paesaggio; andrebbero non più creati solo dalle fondanti ragioni produttive, ma anche disegnati in ragione della loro qualità estetica non necessariamente legata alla tradizione ma, come insegnano anche le più recenti tipologie di impianto e le nuove forme di allevamento, alla contemporaneità.


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