Volume: il pero

Sezione: paesaggio

Capitolo: pero in Italia

Autori: Giuseppe Barbera

La Convenzione europea del paesaggio sottolinea le funzioni di interesse generale che il paesaggio svolge “sul piano culturale, ecologico, ambientale e sociale” e osserva che “costituisce una risorsa favorevole all’attività economica e che, se salvaguardato, gestito e pianificato in modo adeguato, può contribuire alla creazione di posti di lavoro”. Affermazioni particolarmente vere in Italia dove la straordinaria variabilità dei caratteri naturali e la complessa e antichissima storia umana hanno dato luogo a una grande ricchezza di paesaggi, formati dal millenario intreccio di piante, animali, tecniche, rapporti sociali, che si manifestano come una grande risorsa da tutelare e valorizzare proprio in ragione di quelle funzioni che la Convenzione pone a generale premessa. Nel Paese delle “cento agricolture” come è stata definita l’Italia e in epoca di globalizzazione e di omologazione, questa grande diversità si mostra come una risorsa che si manifesta in altrettante produzioni legate alla qualità e alla tipicità territoriale e in numerosi servizi (ambientali, turistici, ricreativi, culturali) che costituiscono spesso l’unica possibilità di reddito integrativo per aziende agricole poste ai margini del mercato per i limiti connessi alla localizzazione territoriale (in collina o in montagna), estensione ( ridotta e frazionata dimensione), forma di conduzione (part time). In tal senso, ormai da anni si muove parte importante del settore agricolo italiano con il sostegno della Politica Agricola Comunitaria (PAC) e la sua traduzione in leggi e normative nazionali e regionali. Molte produzioni occupano importanti posizioni di mercato contribuendo alla salvaguardia ambientale di aree marginali altrimenti destinate al degrado, basandosi non solo su intrinseche caratteristiche di pregio qualitativo legate a varietà locali e tecniche tradizionali, ma anche sui valori storici e paesaggistici. Il paesaggio diventa elemento costitutivo della qualità: si trasferisce nei prodotti dopo essersi manifestato nei valori estetici del territorio e nei suoi caratteri ecologici, riflesso di sistemi produttivi tradizionali in armonia con un sostenibile uso delle risorse. I successi del vino e dell’olio hanno aperto la strada a iniziative di tutela e di valorizzazione di molte altre produzioni agricole che si manifestano in paesaggi che esprimono valori ambientali ed estetici che si traducono in opportunità di valorizzazione economica, sia in termini di prodotti sia di servizi. Tanto più questo avviene o è possibile quanto più la coltura è radicata nella storia e nel paesaggio, tanto più si sviluppa in sistemi colturali differenziati, tanto più si manifesta in forme e prodotti che tra i caratteri rappresentativi hanno anche la qualità estetica. È questo il caso del pero, antichissima coltura diffusa in tutto il territorio nazionale, presente con le specie selvatiche nei sistemi naturali o semi naturali, oggetto con la specie domestica di coltivazione nei giardini, nei frutteti familiari, in quelli della frutticoltura industriale: presenza costante nel paesaggio utile e bello, “fruttifero e dilettevole” come si diceva una volta, delle regioni italiane.

Il pero nel paesaggio naturale

La familiarità del pero con il paesaggio naturale italiano è evidenziata dalla diffusa presenza, su tutto il territorio nazionale, di specie selvatiche quali il perastro (Pyrus pyraster) e il pero mandorlino (Pyrus amygdaliformis): presenze di antichissima origine ma, negli ultimi anni, incrementate dagli interventi di rimboschimento e di rinaturalizzazione che numerose regioni (Sicilia, Toscana, Sardegna) hanno promosso dando seguito al regolamento CE 2080/92, oppure al Piano di sviluppo rurale 2000-2006. Il perastro, precursore della specie domestica (come osserva anche Darwin ne L’origine delle specie) e delle sue numerosissime varietà, è diffuso in tutta la penisola e nelle isole, dalle zone costiere fino alle regioni di montagna non oltre la zona del faggio. Secondo Fenaroli e Gambi, il pero “vive sporadico o a piccoli gruppi nei boschi di latifoglie, sulle pendici sassose, sugli arbusteti e anche fra le rupi di tutta l’Italia dal piano fino a 1500 m e con maggiore frequenza nell’Appennino centro meridionale”. Specie eliofila si afferma particolarmente ai margini dei boschi, nelle radure, nella macchia, nei boschi degradati e nei pascoli, protetto dalle spine dal morso degli animali. Si può trovare (per esempio nel sub-Appennino Dauno) a formare, come specie prevalente, macchie a cui frequentemente si associano il lentisco, il biancospino comune, il pruno selvatico, il paliuro. Gli esemplari di aspetto arbustivo assumono con il tempo, se indisturbati, portamento arboreo. Può anche trovarsi nei querceti, a costituire, dove le condizioni edafiche lo consentono, il piano dominato in compagnia dell’acero campestre, del frassino minore e del pruno selvatico. Il pero mandorlino ha, invece, una distribuzione più spiccatamente meridionale per la sua elevata aridoresistenza: vive nei boschi di querce sempreverdi e caducifoglie, in particolare in quelli di leccio e roverella, nelle macchie e nelle garighe, nelle siepi, nelle fiumare, nelle boscaglie, nei cespuglieti, nei terreni incolti pascolati. La grande adattabilità dei peri selvatici all’ambiente climatico italiano – come scriveva già nel ’300 il bolognese Pier de Crescenzi “quest’albero sostiene ogni stato d’aere, perciochè assai convenevolmente fruttifica nell’aere caldo, nel freddo e nel temperato” – il buon adattamento a ogni tipo di suolo compresi, come è evidente in Calabria e in Sicilia, quelli argillosi e compatti, l’uso del suo legno come combustibile e per lavori di intaglio e intarsio, quello dei frutti per i maiali e, se necessario, dopo ammezzimento per gli uomini, la resistenza al pascolo e agli incendi ne motivano la grande diffusione lungo la penisola e nelle isole. Nelle campagne italiane è frequente trovare grandi esemplari isolati che segnano il paesaggio con la loro vistosa fioritura, con l’ombra estiva, con il tappeto di frutti caduti al suolo e appetititi da numerosi mammiferi selvatici (tasso, volpe, lepre, faina, riccio ecc.) e da molte specie di uccelli. Alcuni, come il gigantesco perastro di Terranova di Pollino, in Basilicata, alto 15 m e con una circonferenza superiore ai 4, partecipano all’elenco degli alberi monumentali italiani censiti dal Corpo forestale dello Stato. La spiccata eliofilia dei peri selvatici li rende particolarmente frequenti non solo, come esemplari isolati o in piccole macchie nelle radure e nei terreni incolti, ma anche ai margini dei boschi. La loro presenza, evidenziata in primavera dalla abbondante e spettacolare fioritura bianca dei corimbi, è da sempre significativa nel paesaggio italiano. Testimonianze antiche se ne hanno fin dall’Alto Medioevo. Per esempio, come riporta un Codice diplomatico longobardo, lungo i margini dei boschi prossimi a Brescia, dove “il confine si inoltra poi attraverso il fossato della comunità del villaggio di Bedolla, prosegue lungo un prato fino a un palo piantato e più avanti ad un pero inciso; poi attraverso un terreno disboscato fino a un ramo biforcuto infisso e oltre ancora fino a un pero anch’esso inciso”. Dal Nord della penisola all’estremo Sud, il pero partecipa ovunque al paesaggio medievale: in Sicilia venivano piantati dai proprietari per recingere i vigneti o dai forestarii regi per segnare i confini. La presenza del pero selvatico nel paesaggio italiano è, in effetti, antichissima: lo dimostra il ritrovamento di suoi frutti già negli insediamenti neolitici del nord della penisola. Alle funzioni culturali ed estetiche dei peri presenti nei paesaggi naturali e seminaturali, siano essi selvatici che ingentiliti attraverso l’innesto, si uniscono quelle ambientali che risultano evidenti in ciò che, nel moderno paesaggio agrario rimane della vegetazione naturale permanente, cioè nelle siepi. Le siepi conservano e incrementano, così, la biodiversità che garantisce complessità e stabilità agli ecosistemi e agli agrosistemi fondati su tecniche di agricoltura sostenibile. Nelle siepi vivono gli insetti impollinatori e quelli utili all’agricoltura biologica, gli uccelli insettivori. Osservandole sotto la lente della landscape ecology, le siepi sono sistemi il cui ruolo, in rapporto alla biodiversità, non dipende solo da quella che conservano al loro interno, ma anche dal partecipare essi stessi a quella “di paesaggio”, come sistemi lineari “vivi”, come corridoi, alla rete ecologica. Paesaggi dove strisce, fasce e lembi di vegetazione naturale e seminaturale rappresentano elementi di una maggiore complessità ecologica, immersi in sistemi altamente antropizzati con matrice agraria monoculturale. Nelle siepi, i peri selvatici trovano condizioni ideali per svilupparsi occupando con gli esemplari arborescenti il piano intermedio (l’altezza della chioma raggiunge i 3-5 m), con quelli arbustivi il piano basale (0,5-3 m).

Il pero nel paesaggio agrario tradizionale

L’innesto in situ dei peri selvatici rappresenta probabilmente la prima tappa della diffusione della specie domestica in Italia dando luogo a una forma di frutticoltura che Pavari definiva “silvana” e paragonava alla olivicoltura nata con l’innesto dell’olivastro. Oggi si definirebbe un sistema agroforestale e multifunzionale con alberi disordinatamente disposti fuori da ogni regolare sesto di impianto, di interesse economico pressoché nullo ma di grande valore ambientale e paesaggistico. Sopravvivono, praticamente su tutto il territorio nazionale, grandi peri nati da antichi innesti costituiti con antiche varietà non più in coltura e perciò importanti da conservare all’interno di strategie di conservazione della biodiversità. Dal paesaggio della pericoltura “silvana”– su cui si sofferma tutta la letteratura agronomica classica, da Palladio al De Crescenzi il quale suggerisce anche i primi processi di intensificazione consigliando di intervenire sui peri selvatici con il diradamento, l’innesto, la potatura per alzare la chioma ed evitare il morso di alberi a fusto generalmente ramificato fin dal basso, l’impianto di semenzali distanziati almeno trenta piedi – ai pereti veri e propri il passo è breve. Per le necessità agronomiche, i fabbisogni di acqua e concimi, la necessaria sorveglianza, gli alberi di pero sono coltivati nei pressi degli insediamenti, all’interno di ortofrutteti promiscui in grado di fornire nel tempo svariate produzioni per l’autoconsumo o per i piccoli mercati e in grado di valorizzare al meglio il lavoro e le risorse necessarie. L’esempio più antico e più illustre di frutteto promiscuo è quello di Alcinoo nell’Odissea e i versi che Omero gli dedica nella sua opera sono tra i più illustri nella letteratura dei giardini, ma anche assolutamente efficaci nel definire i caratteri del sistema produttivo e del suo paesaggio. Quello di Alcinoo è un orto frutteto promiscuo con fruttiferi e ortaggi che producono in ogni stagione, adiacente a una vigna e chiuso da una siepe, prossimo alle porte del palazzo e ricco di acqua. È il paesaggio del “giardino mediterraneo” produttivo, ma allo stesso tempo esteticamente apprezzabile nelle continue fioriture e fruttificazioni, nel disegno regolare, nella presenza di numerosi fonti, nel fornire con l’acqua e con la chioma degli alberi frescura e ombra preziosa. Il modello greco – un giardino chiuso, polispecifico, con alberi disposti in sesto – si troverà anche nel paesaggio romano dei piccoli ortofrutteti (hortuli) che cingono la città dove si risiede in dimore temporanee (tabernae) e si venerano i sacri Lari. Ma la coltura promiscua si manifesta nel paesaggio italiano non solo negli spazi periurbani, ma anche in quelli più vasti delle pianure e delle colline. La sua origine è romana – lo cantava Virgilio nei primi versi delle Georgiche – gli alberi si sovrappongono ai cereali, associando così sullo stesso campo colture permanenti e colture erbacee temporanee (e alle quali si associa una porzione di bosco per ghiande e legname) e si manifesta in una molteplicità di forme. Le più illustri sono quelle delle piantate padane, con i campi sistemati a prode, in forma rettangolare divisa dalle alberate sui lati più lunghi del campo, dove le viti si legavano ai pioppi, ai gelsi, agli olmi e si inframezzavano ai peri e ai meli e quelle delle alberate della collina mezzadrile toscana, talmente bella che ha fatto dire a un geografo francese: “La campagna toscana è stata costruita come un’opera d’arte. Questa gente si è costruita i suoi paesaggi rurali come se non avesse altra preoccupazione che la bellezza. La campagna toscana è sistemata come un giardino”. Altro importante esempio di frutticoltura promiscua è quello delle pendici sud-occidentali dell’Etna, in Sicilia, dove in un reticolo di muretti a secco di pietra lavica e sulle pendici trasformate da terrazzamenti si ritrovano ancora, con splendide fioriture e magnifici colori autunnali, frutteti promiscui costituiti da varietà locali di peri, meli, susini, ciliegi. Una efficace descrizione del paesaggio della coltura promiscua è in Morettini: “l’olivo si coltiva in filari; negli interfilari si praticano, in avvicendamento, le comuni colture erbacee da granella, da foraggio ed ortive. Lungo il filare, all’olivo si associa ordinariamente la vite, più raramente alberi da frutto a varie specie. Talora la vite e i frutteti si coltivano anche in filari intramezzati a quelli dell’olivo. Non sempre la distinzione dell’area occupata dalle piante arboree e dalle erbacee è ben netta, essendo in genere la coltura di quest’ultime estesa uniformemente su tutta l’area. Nei dintorni di Firenze si riscontrano i tipi più complessi ed intricati di consociazione dell’olivo con altre piante arboree ed in pari tempo con l’erbacee. Infatti, all’olivo si consociano, oltre che le piante erbacee, la vite, i peschi, i peri, i meli, i gelsi ecc. con una promiscuità spinta al massimo”. La coltura promiscua rispondeva perfettamente all’esigenza di diversificare la produzione e le specie venivano scelte anche in modo da non sovrapporre le esigenze colturali incrementando l’efficienza del lavoro del mezzadro e della famiglia. Assicurava quindi la sopravvivenza e un certo reddito, formava paesaggi di celebrata bellezza e, insieme, poiché come ricorda Boriani “l’agricoltura dell’albero non ha mai solo prodotto ma anche conservato”, ha sempre assicurato la riproducibilità dei processi (il ciclo della materia e dell’acqua, i flussi di energia) che riducono o annullano la necessità di sussidi esterni e sono alla base della conservazione e della fertilità del suolo. Una agricoltura sostenibile, quindi, nella quale lo spazio agrario veniva organizzato sia a livello di agrosistema (per esempio con le consociazioni) sia a livello aziendale (nell’integrazione con la zootecnia) e di paesaggio (tra sistemi agrari e seminaturali diversi). Perché questa molteplicità di funzioni venisse sviluppata era necessario disporre di elevati livelli di diversità biologica e quindi di numerose specie e varietà in coltura. Questo consentiva di disporre di prodotti diversificati e di un sistema che ricorreva per il suo funzionamento a risorse e processi endogeni (fissazione dell’azoto atmosferico, controllo biologico) risultando autonomo dal punto di vista energetico e in grado, nel caso di stress biotici o abiotici negativi, di mantenere o recuperare le sue funzioni. Si formava quello che oggi si definisce un “mosaico paesaggistico”, garante insieme di qualità estetica e ambientale degli spazi produttivi agricoli.

Il paesaggio della coltura intensiva

Negli ultimi 50 anni, in effetti, nelle aree più favorite per caratteristiche ambientali e idonee a ospitare i sistemi colturali propri della frutticoltura industriale, i processi di intensificazione produttiva hanno perseguito la semplificazione genetica, agronomica ed ecosistemica, determinando il diffondersi di ordinamenti monoculturali caratterizzati da paesaggi banali ed omologhi, tipici delle pianure irrigue e definibili come paesaggi-industria. Grandi frutteti omogenei coprono superfici geometricamente definite non più da siepi, ma da confini prevalentemente segnati da strade e protette da recinzioni artificiali. Si tratta di impianti monospecifici (non monovarietali perché la biologia fiorale della specie necessita della compresenza di cultivar impollinatrici) percettivamente tra loro non distinguibili seppure negli anni del processo di affermazione della pericoltura industriale non piccole innovazioni siano avvenute lungo la strada di una progressiva e crescente intensificazione nel disegno degli impianti e nella forma degli alberi. Seguire progressivamente le vicende della coltura è seguire processi di espansione colturale che nell’affermare un modello monoculturale basato su alcune comuni indicazioni (impianti monospecifici, alte densità di impianto, meccanizzazione ecc.) hanno portato alla messa in coltura di territori prima considerati di scarso interesse agronomico, affermando il paesaggio dell’albero da frutto anche là dove esso sembrava impossibile. La pericoltura specializzata italiana deve la sua affermazione ed espansione a intraprendenti singoli agricoltori e a strutture consortili o cooperativistiche che hanno colto, a partire dai primi anni del XX secolo, le occasioni offerte dall’apertura di nuovi mercati internazionali adesso agevolmente raggiungibili in conseguenza del miglioramento delle vie di comunicazione e della diffusione di più veloci e affidabili (per prodotti facilmente deperibili) mezzi di trasporto e le occasioni offerte dalla tecnica agronomica in rapida evoluzione per l’influenza della rivoluzione industriale e chimica e per i primi risultati di una moderna ricerca e sperimentazione. In molte regioni del Nord si intraprendono, a partire da quegli anni, grandi trasformazioni fondiarie indirizzate soprattutto al governo delle acque che rendono idonee alla frutticoltura molte terre di pianura e di collina come è il caso, per il pero, delle argille calanchive delle colline di Brisighella (Ravenna) (a opera del Consorzio di Sistemazione dei Bacini Montani) e delle terre di bonifica nella pianura di Rovigo. Nei suoli ben drenati si diffondono nuove varietà, molte di provenienza estera, nuove forme di allevamento e cresce, obiettivo primario, la resa produttiva degli impianti. La frutticoltura delle regioni del nord assumerà definitivamente i caratteri della specializzazione monocolturale solo dalla seconda metà del secolo scorso, con la progressiva affermazione della meccanizzazione, l’incremento delle densità di impianto, la diffusione dei fertilizzanti inorganici, degli agrofarmaci, dell’irrigazione e del drenaggio, delle reti antigrandine. Si passa così progressivamente da impianti con sesti in quadro, a rettangolo, a quinconce o settonce, contrassegnati da una forte rigidità spaziale a impianti in filari. Cambiano forma gli alberi passando dalle forme a vaso o a piramide, a quelle a palmetta, ai fusetti, ai sistemi a V e grazie alla diffusione di portinnesti nanizzanti aumentano le densità di impianto che da 150-200 alberi/ha giungono a 1000-1500 (intorno al 1970 con impianti a palmetta con parete fruttificante alta anche 4 m e spessa solo 80 cm raccoglibili con carri raccolta), a 3000-4000, ma anche 7000 alberi/ha. Le necessità produttive della pericoltura intensiva contemporanea cambiano anche percettivamente il paesaggio. L’aumentata densità degli impianti e la contestuale riduzione della mole degli alberi si accompagnano a processi di intensificazione colturale che concorrono nel determinare per la frutticoltura italiana quella che Sansavini definisce “la sua più lunga complessa e critica fase evolutiva”: le superfici diminuiscono, i sistemi produttivi basati su forti input energetici esterni al sistema (fertilizzanti, agrofarmaci, macchine, irrigazione, varietà brevettate) mostrano preoccupanti limiti economici e ambientali. Perplessità e preoccupazioni raccolte dagli agricoltori e dalla ricerca con lo studio di modelli produttivi sostenibili basati non più sulla semplificazione dei sistemi e dei paesaggi che ne conseguono, ma sulla ricerca di una maggiore complessità genetica e formale (strutturale) degli impianti che riduca l’apporto di input energetici esterni e migliori la percezione paesaggistica. Si può fare riferimento in proposito alla riproposizione delle siepi anche nei pereti industriali per la capacità che esse hanno di ospitare una fauna in grado di ridurre le popolazioni di insetti nocivi – vedi le ricerche condotte in Francia da Rieux et al. per il controllo della psilla – difficilmente contenibili con i metodi tradizionali di lotta chimica nei moderni pereti industriali. Non si tratta certamente di riproporre il modello colturale promiscuo – la cui scomparsa comunque preoccupa nell’ambito delle politiche di difesa dei paesaggi tradizionali – ma di apprendere da esso.

Il pero nei giardini

Gli alberi di pero partecipano alla formazione del giardino europeo, nelle sue diverse specificazioni paesaggistiche, in ragione della forma degli alberi, della loro appariscente fioritura, della forma particolare dei frutti. Ragioni di questa presenza si trovano innanzitutto, ricorda Elvio Bellini, nella “particolare duttilità del pero a essere foggiato in diverso modo e forme… per la particolare attitudine di questa pianta a sopportare ripetuti e mortificanti interventi di potatura”. Piante di pero hanno in modo particolare occupato un posto privilegiato nei giardini francesi, dove i giardinieri piegavano gli alberi alla moda del formalismo geometrico appiattendoli contro un muro con forme di allevamento a palmetta, a ventaglio, a cordone, a candelabro. Maestro di tali potature era Jean Baptiste de la Quintiniye, il giardiniere di cui si diceva che deliziasse con la sua arte Pomona, dea romana della frutta, creatore tra il 1678 e il 1683 del jardin potager di Versailles e che, insieme a André le Nôtre, fu l’artefice dei grandi giardini barocchi di Luigi XIV. Ma l’arte topiaria ha origini più antiche sia nella tradizione del giardino classico romano sia in quello rinascimentale dove si era diffusa la moda dei frutteti nani dove meli, peri e albicocchi trovavano posto. Testimonianza di questa particolare forma di frutticoltura ornamentale si ha nel capitolo “Del giardino di un re” della Agricoltura Sperimentale di Agostino del Riccio alla fine del XVI secolo: “Adesso mi si fa avanti il giardino de’ frutti nani, che invero si puote dir senza fallo che sia di gran contento delle gentildonne et delle giovinette donzelle figliuole loro, che sovente per lor salvezza et diporto vanno con gran contento in un giardinetto ove siano cotali piante nane, et gran contento se ne pigliano, massimamente quando i frutti picoli son carichi di pomi loro di varie spezie, et con gran gusto tal fiata pigliano con le lor mani morbide et bianche come la neve, et con piacevolezze se le porgono a vicenda. Non piccolo piacere ne prende il Re, quando anch’egli per suo diporto et spasso, va in un giardino tale.” Il valore ornamentale del pero dipende anche dalla varietà di forme dei suoi frutti con una abbondanza che non si riscontra nelle altre specie da frutto: la vecchia classificazione di Chasset, ancora oggi usata per distinguere le varietà coltivate, ne distingue 16. La peculiarità della forma delle pere sconfina in altri campi del sapere a dimostrare la sua eccezionalità. Nella musica e nella pittura, per esempio, visto che ai tempi delle avanguardie artistiche del Novecento Erik Satie scriveva tre suite per pianoforte che chiama “Trois morceaux en forme de poire” spiegando a Claude Debussy che grazie a questo titolo la sua musica non potrà più essere accusata di mancare di forma. Man Ray dedicherà un quadro alla pera di Satie, che ha forma simile alle Kaiser. Anche per i fiori, il pero è molto apprezzato sia nelle sua forma domestica sia in quella selvatica come sta a testimoniare la splendida fioritura del viale di perastri alti 16 m di Camporosso (Udine). Gli alberi di pero, verranno “espulsi” dai giardini europei con l’avvento del giardino barocco. Per la delizia dei sensi rimarranno nei “broli” delle residenze rurali dell’aristocrazia padana, nei pomari e nelle fruttiere dei giardini toscani, e ancora oggi, nei residui spazi promiscui, utili e belli del “giardino mediterraneo”.


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