Volume: il pesco

Sezione: coltivazione

Capitolo: parassiti animali

Autori: Piero Cravedi

Introduzione

L’area di origine del pesco è considerata la Cina dove si trova spontaneo e da cui si è diffuso in altre aree dell’Asia quali l’antica Persia e le zone del Caucaso, dove sono presenti le forme con cui Greci e Romani sono giunti in contatto. Questa premessa serve a ricordare che la coltivazione del pesco si è estesa progressivamente dall’Estremo Oriente fino all’Europa. A seguito delle grandi scoperte geografiche il pesco è successivamente arrivato anche nei nuovi continenti. La tipologia dei trasporti dei secoli scorsi ha consentito il movimento delle piante senza gli insetti a esse infeudati nell’area di origine. Per vari secoli, quindi, il numero di insetti dannosi al pesco si è mantenuto ridotto. In alcune aree dell’Europa e dell’Asia solo alcune specie polifaghe si sono adattate alla nuova coltura senza manifestare livelli di dannosità particolarmente elevata. La situazione è drammaticamente mutata nella seconda metà dell’Ottocento, per una serie di cause tra cui la frequenza, il volume e la velocità dei trasporti, che dal quel periodo hanno iniziato progressivamente a intensificarsi. Si sono quindi verificati, tra la fine dell’800 e la prima metà del ’900, importanti “ricongiungimenti” tra piante e loro insetti nonché invasioni di fitofagi in nuovi ambienti. Preoccupa, inoltre, il fatto che l’introduzione di specie dannose da altri continenti stia continuando nonostante le severe norme di quarantena. Di seguito verranno descritti i principali parassiti animali (insetti e acari) presenti nel nostro Paese e responsabili di danni, più o meno rilevanti, su pesco. I diversi fitofagi sono stati raggruppati su base sistematica (ordine e famiglia) e, per ciascuno di essi, sono illustrati i principali aspetti relativi al ciclo biologico e ai danni che arrecano sui vari organi della pianta. Nella parte conclusiva di questo capitolo sono fornite le linee guida per l’attuazione di un efficace programma di difesa in linea con i disciplinari di produzione integrata.

Lepidotteri

Fra i lepidotteri, la tignola orientale del pesco, Cydia molesta, è la specie di maggiore importanza per la dannosità e l’ampia distribuzione. Danni molto simili vengono provocati dall’Anarsia lineatella, la cui distribuzione è maggiormente localizzata. Sui frutti, particolarmente delle nettarine, si segnalano sporadici attacchi a opera di larve di Nottuidi. Le specie più frequentemente responsabili sono Mamestra brassicae, M. oleracea, Peridroma saucia. In vari casi è stata rilevata una correlazione con lo sviluppo della vegetazione erbacea che, quando raggiunge i rami bassi del pesco, può agevolare lo spostamento delle larve. Gli attacchi si manifestano improvvisamente, per cui è indispensabile privilegiare la prevenzione con l’accurata gestione dell’inerbimento dei pescheti. Il piralide Euzophera bigella può attaccare i frutti in prossimità della raccolta. Sulle foglie si possono verificare infestazioni, anche di elevata intensità, a opera di microlepidotteri minatori del genere Phyllonorycter. Nei frutteti adeguatamente difesi, l’intensità dell’infestazione tende a regredire naturalmente.

Tignola orientale del pesco (Cydia molesta). Costituisce la specie di maggiore importanza. I suoi attacchi tendono ad aumentare nel corso della buona stagione sicché sono le cultivar a maturazione tardiva quelle che corrono i rischi maggiori. Le cultivar precoci, invece, sfuggono in gran parte agli attacchi. Per questo negli ambienti meridionali si è a lungo ritenuto che C. molesta non costituisse un grave problema. L’aumento dell’importanza della peschicoltura nelle regioni del Sud ha comportato anche la necessità di ampliare la gamma di varietà per coprire un più esteso periodo di raccolta. Come conseguenza si è registrato l’aumento della dannosità di C. molesta. Le larve, che a maturità sono lunghe 10-14 mm, sono di colore rosato con capsula cefalica e placca protoracica e anale bruno chiaro. La placca anale è caratterizzata dal possedere un pettine con 4-5 denti che può essere osservato con l’uso di una semplice lente di ingrandimento. Questa particolarità assume importanza per riconoscere le larve di C. molesta che sono molto simili a quelle di Cydia pomonella. A completo sviluppo le larve di C. pomonella hanno lunghezza maggiore (18-20 mm), ma nelle età intermedie hanno dimensioni e colore che possono trarre in inganno. Altra specie che ha larve che possono essere scambiate per quella di C. molesta è la tignola delle susine Cydia funebrana. Infestazioni miste si possono trovare quando sono confinanti pescheti e impianti di susino. Le larve di C. funebrana sono lunghe, a completo sviluppo, 11-15 mm e possiedono, sul decimo segmento, un pettine anale di 5-6 denti, ma la colorazione del loro dorso è di intenso rosso carminio. Gli adulti di C. molesta hanno ali anteriori di colore bruno-grigiastro. Anch’essi sono molto simili a quelli di C. funebrana e più volte è stata segnalata la cattura di una specie con le trappole a feromone dell’altra. Nei casi in cui ci fossero dubbi è opportuno ricorrere alla preparazione degli apparati copulatori dei maschi catturati. Si possono fare preparati temporanei che possono essere agevolmente osservati anche con una semplice lente di ingrandimento. La prima segnalazione di C. molesta in Italia risale al 1920. Da allora si è progressivamente estesa a tutti i territori in cui si coltiva il pesco. La tignola orientale è una specie piuttosto polifaga, in grado di sviluppare su germogli e frutti di varie piante. Oltre a numerosi fruttiferi, possono essere infestate anche piante ornamentali quali Lauroceraso, Cotoneaster e Rosa. Queste piante possono costituire una fonte di infestazione per i frutteti limitrofi. A lungo si è ritenuto che la polifagia di C. molesta avesse scarso rilievo pratico e che solo il pesco potesse essere considerato l’ospite realmente danneggiato. Negli ultimi anni la situazione è cambiata e ora anche sul melo e sul pero devono essere effettuati interventi di difesa dalle infestazioni di C. molesta. Sul pesco gli attacchi delle larve di prima generazione interessano prevalentemente i germogli. Nelle generazioni successive le larve orientano progressivamente la loro preferenza verso i frutti. I rischi di danno aumentano con il progredire della stagione e si accentuano in prossimità della raccolta.

Anarsia (Anarsia lineatella). Appartiene alla famiglia dei Gelechidi. Una caratteristica degli adulti di questa famiglia è rappresentata dall’apparato boccale dotato di palpi labiali molto lunghi, rivolti verso l’alto e con apice appuntito. Questo carattere è ben evidente anche in A. lineatella. Le ali anteriori sono di forma lanceolata, di colore grigio punteggiato di nero. Quelle posteriori sono più chiare. In condizioni di riposo le ali vengono tenute abbassate lungo il corpo, conferendo un aspetto caratteristicamente allargato. A. lineatella è responsabile di attacchi ai germogli e ai frutti simili a quelli provocati da C. molesta. Alla ripresa vegetativa le larve erodono gemme e fiori per completare il loro sviluppo. Questa attività, molto precoce, risulta dannosa su piante appena innestate, mentre è di importanza ridotta sulle piante già sviluppate. Le larve di A. lineatella sono facilmente riconoscibili per la colorazione bruna con membrane intersegmentali più chiare che conferiscono un aspetto “zebrato”. Nella fase iniziale i danni provocati da A. lineatella sono ben riconoscibili e separabili da quelli di C. molesta, che sfarfalla, infatti, circa un mese prima. In seguito, a causa dell’accavallamento delle generazioni, la separazione presenta maggiori incertezze e solo il rinvenimento delle larve consente la corretta attribuzione del danno. Solo il primo sfarfallamento è però nettamente separato da quelli successivi. I periodi in cui sono presenti le larve delle tre generazioni corrispondono approssimativamente al mese di giugno, dall’ultima decade di luglio a fine agosto e da metà settembre. Le larve della terza generazione sono quelle destinate a svernare e a completare il loro sviluppo alla ripresa vegetativa. La distribuzione di anarsia non è omogenea e in alcune zone risulta più dannosa che in altre. Questa specie può attaccare anche altre drupacee ed è una specie chiave per l’albicocco. Il monitoraggio viene effettuato con trappole a feromone. Si segnala, però, che le catture non sempre forniscono una buona rappresentazione del rischio di attacco per la coltura. Sono, inoltre, disponibili in commercio erogatori di feromoni per l’inibizione degli accoppiamenti.

Tignola subcorticale (Euzophera bigella). Questa specie è caratterizzata da un’elevata polifagia. L’adulto ha ali anteriori di colore grigiastro con due strie traversali più chiare. Il colore della larva è tendenzialmente grigiastro. La biologia dell’euzofera non è completamente conosciuta. Le larve si nutrono di tessuti corticali e subcorticali di varie piante arboree. Sono, però, segnalate infestazioni sui frutti in fase di maturazione di varie specie. A lungo si è ritenuto che le lesioni di vario tipo e in particolare quelle che si verificano a seguito di grandinate fossero determinanti per il verificarsi degli attacchi. Da alcuni anni, però, a partire dal mese di luglio fino a tutto settembre, si sono verificati danni sia su pesco sia in altri fruttiferi, anche su frutti completamente integri.

Rincoti o Emitteri

La maggior parte dei Rincoti vive a carico di piante. In questo ordine la fitofagia raggiunge i più alti livelli di specializzazione, da cui derivano sia la dannosità diretta sia quella connessa alla trasmissione di virus e di fitoplasmi.

Afidi (Superfamiglia Aphidoidea. Famiglia Aphididae)
Varie caratteristiche che hanno consentito agli insetti il successo nella conquista di ogni ambiente delle terre emerse si trovano combinate negli afidi. Il loro ciclo biologico classico prevede l’alternanza di generazioni di femmine che si riproducono senza accoppiarsi, ossia per partenogenesi, con un più o meno regolare inserimento di una generazione anfigonica, cioè con la presenza di entrambi i sessi e quindi con accoppiamento, fecondazione e deposizione dell’uovo destinato a svernare. Vengono così assicurati un periodico aumento della variabilità genetica e la selezione di quei caratteri che consentono l’adattamento all’ambiente. La problematica connessa all’insorgenza di fenomeni di resistenza agli insetticidi è strettamente connessa alla modalità di riproduzione della specie considerata. La prodigiosa capacità che gli afidi hanno nello sfruttare condizioni favorevoli deriva dal fatto che le femmine attere delle generazioni partenogenetiche hanno un ritmo riproduttivo assai veloce, in quanto raggiungono rapidamente la maturità sessuale senza completare l’acquisizione dei caratteri dell’adulto. Si deve inoltre considerare che negli afidi si verifica il fenomeno noto come “inscatolamento delle generazioni”. Le femmine partenogenetiche della maggior parte degli afidi, fra cui quelle dannose al pesco, sono vivipare e le neanidi neonate hanno già avviato nei loro ovari lo sviluppo degli embrioni delle generazioni successive che, quindi, si succedono in tempi brevissimi. Negli afidi non si ha, dunque, una successione di generazioni ben separate tra loro. Quando le condizioni sono favorevoli, si ha una tumultuosa proliferazione che porta a rapidissimi incrementi numerici delle popolazioni. I campionamenti degli afidi del pesco devono dunque tener conto di questo comportamento ed essere frequenti e accurati, particolarmente alla ripresa vegetativa e in tutto il periodo primaverile. Il ciclo biologico di base (olociclo) prevede frequentemente anche una variazione di piante ospiti (olociclo dioico). Le piante del genere Prunus sono gli ospiti primari di alcuni afidi, che su di esse compiono la generazione anfigonica, svernano e compiono poi le prime generazioni primaverili di femmine partenogenetiche. Questo è il comportamento tipico dell’afide verde Myzus persicae, dell’afide sigaraio Myzus varians e dell’afide farinoso Hyalopterus amygdali. L’afide bruno, Brachycaudus schwartzi, compie invece interamente il suo ciclo nella parte aerea del pesco (olociclo monoico omotopo). Altri afidi manifestano comportamenti variabili. L’afide nero, Brachycaudus persicae, compie di norma l’intero ciclo su pesco, ma sono segnalate anche parziali migrazioni su piante erbacee della famiglia delle scrofulariacee. Su pesco può compiere un olociclo con deposizione dell’uovo durevole nei ripari della corteccia, ma, più frequentemente, si ha la migrazione di femmine attere sulle radici ove svernano. Lo spostamento si verifica già nel periodo estivo. In questo ciclo non compare la generazione anfigonica (anolociclo eterotropo). Sul pesco si possono trovare anche altre specie di afidi la cui importanza è però da considerare trascurabile. Oltre ai danni diretti, meritano menzione anche quelli dovuti alla trasmissione di virus. Per le drupacee il ruolo degli afidi è rilevante nella diffusione del virus della vaiolatura o sharka (PPV).

Afide verde (Myzus persicae). Nonostante il suo nome comune, questo afide ha una colorazione variabile. Oltre a popolazioni di colore verde chiaro, sono frequenti quelle giallastre e altre con tonalità rossastre. Nella scelta dell’ospite primario è molto selettivo e manifesta una spiccata preferenza per il pesco. Al contrario si comporta, invece, nei confronti delle piante erbacee che rappresentano i suoi ospiti secondari. Risultano così infestate varie piante sia spontanee sia coltivate, in campo e in serra. L’afide verde è responsabile della trasmissione di virus a numerose colture, sicché è fatto oggetto di frequenti trattamenti insetticidi che accrescono il rischio della selezione di ceppi resistenti. Nelle aree a peschicoltura specializzata è certamente l’afide di maggiore importanza. Lo svernamento avviene sul pesco sotto forma di uovo durevole di un colore nero brillante. La schiusa delle uova avviene piuttosto precocemente e le prime femmine partenogenetiche, le fondatrici, si possono trovare già prima della fioritura. La mortalità delle uova svernanti è elevatissima sicché all’inizio della primavera le popolazioni di partenza sono generalmente piuttosto basse. La capacità riproduttiva di questo afide è prodigiosa e se le condizioni ambientali sono favorevoli si possono verificare rapidissimi incrementi delle infestazioni. Le colonie si localizzano sui germogli in fase di rapido sviluppo. Sulle nettarine, però, possono essere coinvolti anche i frutticini, che, essendo privi della tipica tomentosità delle pesche, risultano particolarmente vulnerabili. Le punture determinano aree decolorate che rimangono evidenti con la crescita del frutto. La vigoria delle piante ha una diretta conseguenza sulla moltiplicazione degli afidi. Una concimazione equilibrata rende, quindi, le piante meno vulnerabili.

Afide sigaraio (Myzus varians). Morfologicamente è simile alla specie precedente. Le differenze rilevabili in campo, con l’aiuto di una lente, riguardano la colorazione della parte terminale dei sifoni e degli articoli antennali che nell’afide sigaraio sono scuri. I sintomi sono, invece, molto più semplici da riconoscere in quanto le foglie attaccate si arrotolano a sigaro lungo la nervatura principale. I sintomi sono rilevabili anche dopo la migrazione dell’afide su piante del genere Clematis che rappresentano gli ospiti secondari. Questo afide, piuttosto sensibile ai trattamenti insetticidi, può dare origine a infestazioni di rilievo in aree collinari ove la peschicoltura è meno intensiva, oppure su piante isolate o in piccoli frutteti familiari.

Afide farinoso (Hyalopterus amygdali). Si riconosce per la colorazione verdognola e la secrezione cerosa che ricopre il corpo. Le colonie si localizzano sulla pagina inferiore delle foglie che rimangono distese. Questo afide produce abbondante melata, che provoca l’occlusione degli stomi creando condizioni di asfissia delle foglie e dei germogli. H. amygdali compie il suo olociclo fra il pesco (che rappresenta l’ospite primario) e alcune graminacee spontanee. A fine primavera migra sulla canna di palude (Phragmites communis) e su altre graminacee spontanee. La migrazione può essere parziale e le colonie che rimangono sul pesco possono rendere necessari interventi anche nei mesi estivi. Sono però molto temute le infestazioni precoci, contro le quali è importante intervenire, anche solo con trattamenti localizzati sulle prime piante infestate.

Afide bruno del pesco (Brachycaudus schwartzi). Le punture dell’afide bruno inducono accartocciamenti fogliari molto simili a quelli di M. persicae. Le differenze morfologiche tra le due specie sono marcate. La codicola è breve e di forma semicircolare. La colorazione del corpo è bruna con fasce nerastre ben evidenti nell’area dorsale del torace e dell’addome. Sovente l’afide bruno e l’afide verde formano colonie miste. L’afide bruno compie il suo ciclo interamente sulla parte aerea del pesco.

Afide nero del pesco (Brachycaudus persicae). Morfologicamente è simile alla specie precedente, da cui è però facilmente riconoscibile per il colore nero lucente. Le sue infestazioni possono essere molto limitate. Già a fine inverno si può avere la colonizzazione della parte aerea con insediamenti sui rametti e sulle gemme, all’inizio del rigonfiamento, da parte delle femmine che hanno trascorso i mesi più freddi sulle radici. Successivamente le colonie possono interessare i fiori e i frutticini. Più avanti nella stagione si localizzano sui piccioli e lungo le nervature principali delle foglie. Non si hanno deformazioni fogliari. Sono particolarmente temute le infestazioni precoci.

Afidone corticicolo delle drupacee (Pterochloroides persicae). La presenza di questo afide è stata segnalata nelle regioni dell’Italia meridionale a partire dal 1975. La specie è ritenuta originaria del Medio Oriente, dove compie l’olociclo monoico su piante del genere Prunus. In Italia non è mai stato segnalato il ciclo completo con lo svernamento allo stato di uovo. Nelle aree meridionali italiane le femmine partenogenetiche sono in grado di sopportare le temperature invernali non eccessivamente rigide dando origine a un anolociclo. Questo afide ha dimensioni grandi (lunghezza da 2,5 a 4,2 mm) ed è di colore bruno con maculature nere. Le infestazioni si localizzano sulla corteccia della base del tronco e delle branche principali. Si ha una produzione di melata molto abbondante su cui sviluppa una vistosa fumaggine. Le infestazioni si manifestano alla ripresa vegetativa, ma raramente raggiungono livelli preoccupanti e rimangono limitate a una parte delle piante del frutteto.

Cocciniglie (Superfamiglia Coccoidea)
Le cocciniglie manifestano i più spinti adattamenti alla vita a carico delle piante. Pur essendo sistematicamente vicine agli afidi, hanno comportamento biologico assai diverso. Una delle prime considerazioni sulle cocciniglie riguarda la differenza fra i due sessi. Oltre a un vistoso dimorfismo, maschi e femmine differiscono anche per lo sviluppo postembrionale attraverso trasformazioni successive differenti, portando ad adulti che si stenta a credere siano maschi e femmine della stessa specie. I maschi sono alati. Solo le ali anteriori sono ben sviluppate, mentre al posto di quelle posteriori sono presenti due “bilanceri”, per cui è facile commettere l’errore di scambiarli per Ditteri. I maschi adulti hanno vita molto breve, non si nutrono e hanno esclusivamente funzione riproduttiva. Le femmine, invece, hanno un aspetto che denota la loro specializzazione. Nell’ambito della superfamiglia si rileva una progressiva perdita di mobilità delle femmine. Tra le cocciniglie di maggiore rilevanza per il pesco si ricorda la famiglia dei Diaspididi. In tale famiglia le femmine sono mobili solo allo stato di neanide di prima età. Dopo un breve spostamento per allontanarsi dalla madre, le neanidi si fissano, iniziano ad alimentarsi e danno origine a femmine adulte prive di zampe. In altre famiglie la mobilità è maggiore e le femmine possiedono zampe, anche se variamente ridotte e funzionanti. L’apparato boccale è caratterizzato da stiletti notevolmente allungati che, allo stato di riposo, vengono tenuti arrotolati in una tasca interna (crumena). Le specie appartenenti alla famiglia dei Diaspididi non emettono melata. Varie specie polifaghe di Diaspididi si possono trovare anche sul pesco, ma solo la cocciniglia bianca del gelso e del pesco Pseudaulacaspis pentagona e la cocciniglia di S. José Quadraspidiotus perniciosus hanno rilevanza per diffusione e dannosità. Entrambe le specie sono state introdotte accidentalmente in Europa tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento. Le ricerche nei paesi d’origine dei loro antagonisti naturali e l’introduzione delle specie ritenute più efficaci rappresentano esempi classici di lotta biologica. Antonio Berlese ottenne, all’inizio del Novecento, ottimi risultati con la diffusione di Encarsia berlesei, Imenottero parassitoide di P. pentagona. In seguito, anche per la cocciniglia di S. Josè venne introdotta Encarsia perniciosi. L’azione di questi parassitoidi non consente, però, di rinunciare ad altri interventi di difesa. L’individuazione di momenti ottimali in cui effettuare i trattamenti e la scelta dei principi attivi devono comunque tener ben presente la necessità di interferire il meno possibile con l’entomofauna utile.

Cocciniglia bianca del gelso o del pesco (Pseudaulacaspis pentagona). La cocciniglia bianca del gelso e del pesco sverna come femmina fecondata e la prima deposizione delle uova avviene in primavera. Nelle aree a clima più mite dell’Italia meridionale le prime uova vengono deposte già all’inizio di aprile, mentre in zone più settentrionali l’ovideposizione va da fine aprile a inizio maggio. Una femmina ovidepone per circa due settimane; le uova di colore arancione daranno origine a femmine, quelle biancastre a maschi. Una volta schiuse le uova, le neanidi neonate si allontanano dalla madre; quelle maschili, in particolare, tentano di aggregarsi formando ammassi che diventano ben evidenti con la formazione dei bianchi follicoli. Dopo la fase mobile di dispersione le neanidi si fissano e iniziano a formare il tipico follicolo. Lo sviluppo postembrionale delle femmine passa attraverso un secondo stadio di neanide e da adulte hanno il corpo di colore arancione ricoperto da un follicolo subcircolare biancastro (2-2,8 mm), con le esuvie delle neanidi di I e II età in posizione eccentrica. Lo sviluppo postembrionale maschile avviene attraverso due stadi di neanide, uno di prepupa e uno di pupa. I maschi adulti possiedono un paio di ali funzionanti, un apparato boccale atrofico e vita molto breve. In un anno la specie compie due o tre generazioni.

Cocciniglia di S. Josè (Quadraspidiotus perniciosus). La cocciniglia di S. Josè sverna come neanide di I età nella fase di punto nero; il follicolo neoformato delle neanidi è di colore biancastro, progressivamente, però, imbrunisce fino a diventare nero nelle neanidi svernanti. I maschi hanno un secondo stadio di neanide e poi quelli di prepupa e pupa. Gli adulti sono alati. Le femmine hanno invece solo un secondo stadio di neanide a cui segue l’adulto; da adulte hanno corpo giallo ricoperto da un follicolo grigio (1,8 mm) con esuvie subcentrali. Le femmine completano il loro sviluppo e si accoppiano in primavera. Q. perniciosus è specie vivipara: nell’arco dell’anno si susseguono tre generazioni, in gran parte sovrapposte. La grande scalarità con cui si ha la presenza di neanidi è il motivo per cui si attribuisce fondamentale importanza ai trattamenti contro le neanidi svernanti.

Cicaline
Alcune specie della famiglia Cicadellidae (Homoptera, sezione Auchenorrhyncha), che fino all’inizio dell’estate vivono prevalentemente su specie erbacee, si possono poi spostare su piante arboree. Frequentemente questo comportamento è attribuito ad Asymmetrasca decedens. Su agrumi, le sue punture provocano la “maculatura gialla”, alterazione nota anche come “fetola”. Negli ambienti meridionali anche i pescheti, particolarmente quelli irrigui, possono risentire di elevata presenza di cicaline. Il fenomeno, a lungo ritenuto limitato all’area mediterranea, si sta verificando anche nei frutteti dell’Italia settentrionale. Il pesco è danneggiato prevalentemente nella fase di allevamento.

Miridi
Questa famiglia appartiene al sottordine degli Heteroptera e presenta una minore specializzazione alla fitofagia. Alcuni miridi sono predatori di insetti e di acari e come tali considerati utili e studiati per il loro possibile utilizzo in lotta biologica. Altri sono però fitofagi. Su pesco sono noti i danni provocati da Lygus rugulipennis, Adelphocoris lineolartus e Calocoris norvegicus. I danni maggiori si verificano a carico degli apici vegetativi delle piante in allevamento. Poiché i miridi sono abbondanti sulle piante erbacee, è opportuno gestire accuratamente il loro sviluppo nel frutteto. Le misure di prevenzione sono quelle che consentono i migliori risultati.

Tisanotteri

Questo ordine comprende specie di piccole dimensioni (alcuni mm), dotate di un apparato boccale adatto a pungere e succhiare. La singolarità più evidente è che tale apparato è asimmetrico in quanto solo una delle due mandibole, quella sinistra, è ben sviluppata e stilettiforme. A questo stiletto si aggiungono gli altri due, che derivano dalla modificazione delle mascelle a formare un complesso che viene portato all’interno di un cono boccale. La puntura avviene mediante l’estroflessione dei tre stiletti del cono boccale. Per la brevità degli stiletti le punture sono poco profonde e avvengono generalmente a carico di tessuti poco consistenti oppure ancora in fase di accrescimento. Spesso i sintomi risultano evidenti a distanza di tempo a causa dell’anomalo sviluppo dei tessuti colpiti. Si notano così deformazioni varie, necrosi, variazioni di colore, rugginosità a carico di foglie e frutti. I frutti delle nettarine sono vulnerabili agli attacchi di alcune specie di tisanotteri appartenenti alla famiglia Thripidae (Thysanoptera, Terebrantia), che è la più importante nelle regioni temperate. Le femmine di Thrips meridionalis e, in misura minore, Thrips major si portano sui bottoni fiorali delle nettarine. Le uova vengono deposte entro i filamenti degli stami. Le neanidi nascono durante la fioritura e si nutrono pungendo l’ovario da poco fecondato. La presenza dei tripidi è maggiore in aree collinari. In prossimità della maturazione i frutti delle nettarine possono essere ancora danneggiati dai tripidi. Nel periodo estivo è T. major la specie più abbondante nell’Italia settentrionale, mentre al Sud i danni maggiori sono provocati da Frankliniella occidentalis.

Ditteri

Nell’ambito di quest’ordine va segnalata la famiglia dei Tefritidi, le cui larve sviluppano a carico dei frutti. A questa famiglia appartengono anche la mosca delle olive Bactrocera oleae e la mosca delle ciliegie, Rhagoletis cerasi.

Mosca mediterranea della frutta (Ceratitis capitata). Questa mosca è molto polifaga e le sue larve si sviluppano praticamente su tutti i frutti. Negli ambienti a clima mediterraneo è in grado di compiere una serie continua di 6-7 generazioni annue. A nord dell’Appennino incontra difficoltà a superare il periodo invernale, ma appare accertato che, almeno in alcune località favorevoli, questo avvenga. Anche in assenza di svernamento, negli ambienti settentrionali, a causa degli intensi trasferimenti di frutta dal meridione, le popolazioni di C. capitata possono raggiungere, a fine estate, elevata intensità. Nell’Italia del Nord, quindi, C. capitata può saltuariamente infestare le varietà tardive di pesche, oltre alle pomacee. Ben diversa è invece la situazione al Sud. Il pesco è interessato generalmente da fine giugno-inizio luglio. Le cultivar che maturano dopo tale periodo devono, quindi, essere difese dagli attacchi di C. capitata. I frutti diventano sensibili in corrispondenza dell’invaiatura. La mosca è in grado di compiere lunghi spostamenti e interessare in momenti successivi colture con diverse epoche di maturazione dei frutti. Risulta importante il monitoraggio degli adulti per avere indicazioni attendibili sul momento in cui iniziare la lotta. Si possono così evitare danni nei casi di una presenza anticipata rispetto a una data presunta, oppure si può evitare di effettuare trattamenti non necessari in caso di ritardi nella comparsa. Il monitoraggio degli adulti può essere effettuato con trappole cromotropiche gialle. Sarebbe opportuno effettuare il monitoraggio degli adulti anche nelle aree settentrionali per poter prevenire i danni di infestazioni che sono saltuarie, ma che, nelle annate in cui si verificano, possono essere molto gravi.

Coleotteri Scolitidi e Buprestidi

Le piante debilitate da carenza idrica possono essere infestate da Scolitidi. La specie più frequente è Scolytus rugulosus. Le gallerie interessano il floema di fusti e rami di modeste dimensioni e inducono la produzione di gomma. I danni maggiori sono quelli a carico di piante giovani. L’esecuzione di irrigazioni di soccorso può costituire un valido mezzo di prevenzione. La mancanza di possibilità irrigue comporta il rischio di attacchi del Buprestide Capnodis tenebrionis. Le larve scavano gallerie subcorticali al colletto che risultano particolarmente gravi per le piante in vivaio e nei primi anni di impianto. La situazione di rischio, ben nota per gli ambienti mediterranei, sta progressivamente interessando anche aree più settentrionali in Italia e in varie altre parti dell’Europa. Il ricorso all’irrigazione, considerato come un intervento di elevata efficacia, non sempre consente di eliminare le infestazioni.

Acari

Sul pesco si possono verificare infestazioni sia da acari tetranichidi sia da eriofioidei. Panonychus ulmi e Tetranychus urticae sono i tetranichidi più frequenti. L’aggravarsi della dannosità degli acari è stato considerato come un sintomo di squilibrio provocato dall’eccessivo ricorso a mezzi chimici di lotta privi di selettività. L’adozione di strategie di difesa più attente nell’evitare effetti collaterali negativi ha infatti comportato una progressiva diminuzione dell’importanza degli acari tetranichidi. Per cause difficili da individuare con certezza, limitatamente ad alcune aree e in certe annate, sono segnalate pullulazioni di acari. Nelle aree meridionali con temperature elevate aumenta la frequenza di T. urticae, mentre al settentrione la specie più importante rimane P. ulmi. Bisogna inoltre ricordare anche un altro aspetto negativo che riguarda il rischio di fenomeni allergici o di irritazioni cutanee a carico del personale addetto alla raccolta dei frutti. Sovente i trattamenti contro gli acari sono effettuati anche per questa motivazione. Gli eriofioidei si caratterizzano per le piccole dimensioni, per l’aspetto vermiforme e per possedere solo due paia di zampe. Per il pesco merita di essere segnalato l’eriofide delle drupacee, Aculus fockeui. Provoca sintomi evidenti particolarmente verso la fine dell’estate. Le foglie assumono una colorazione argentea, per cui è noto anche come agente del falso mal del piombo. Si possono verificare anche attacchi nel periodo primaverile. In queste infestazioni precoci le foglie presentano una maculatura giallastra e il margine ripiegato verso l’alto. Le infestazioni più frequenti sono quelle che si verificano a fine stagione. Raramente sono necessari specifici interventi di difesa.

Difesa

Le prime ricerche di difesa integrata del pesco risalgono agli inizi degli anni ’70 del secolo scorso. Nel tempo sono poi aumentate le conoscenze sulla biologia del complesso di specie potenzialmente dannose e dei loro antagonisti naturali. Sono stati meglio conosciuti gli effetti collaterali degli agrofarmaci e dell’insieme delle pratiche di coltivazione, consentendo così l’applicazione, ormai consolidata da tempo, dei concetti di produzione integrata. Le numerose e prolungate esperienze condotte nelle diverse regioni italiane consentono ora di applicare con sicurezza metodiche di lotta antiparassitaria rispettose dell’ambiente. Un grande contributo al conseguimento del progresso compiuto negli ultimi decenni è derivato dall’impiego dei feromoni sia per il monitoraggio sia per la lotta contro i lepidotteri. La messa a punto di modelli previsionali sullo sviluppo di specie dannose e l’aumentata disponibilità di reti di rilevamento agro-meteorologiche hanno consentito di migliorare la tempestività e la precisione nelle individuazioni dei momenti in cui effettuare i trattamenti insetticidi con principi attivi dotati di maggiore efficacia e minori effetti collaterali negativi. Nei riguardi di Cydia molesta, per l’individuazione della necessità di effettuare un trattamento insetticida e del momento migliore per l’intervento, sono largamente utilizzate le trappole a feromone. Le trappole di C. molesta devono essere collocate entro la metà di aprile. La fertilità degli adulti del primo sfarfallamento annuale è inferiore a quella che si ha successivamente. Inoltre, nel periodo primaverile le larve manifestano una spiccata preferenza per i germogli, trascurando i frutticini a causa della loro elevata consistenza. Pertanto, la soglia di intervento che viene adottata per il primo volo è più elevata. In Emilia-Romagna si consiglia di intervenire solo al superamento di una media di 30 catture settimanali per trappola. In seguito la soglia si abbassa a 10 catture settimanali per trappola. La soglia basata sulle catture con trappole a feromone, molto semplice da utilizzare, lascia però varie incertezze. La disponibilità di diversi modelli di trappole porta a ottenere risultati incostanti e difficilmente confrontabili fra loro. Per quanto riguarda, invece, gli insetticidi utilizzabili si constata una progressiva diminuzione degli esteri fosforici, la disponibilità di vari regolatori di crescita e l’avvento di nuovi prodotti con interessanti meccanismi d’azione. Esiste anche la possibilità di utilizzare preparati microbiologici a base di Bacillus thuringiensis oppure di far ricorso ai feromoni secondo il metodo della confusione o del disorientamento sessuale. L’uso dei feromoni come mezzo di lotta, ammesso anche dalle norme sull’agricoltura biologica, ha comportato un ulteriore miglioramento nell’adozione di metodi di difesa rispettosi dell’ambiente. La crescente attenzione a ridurre ed eliminare completamente la presenza di residui di agrofarmaci nei prodotti agricoli ha imposto strategie di difesa in grado di consentire la drastica riduzione dei trattamenti chimici in prossimità della raccolta. L’uso combinato di interventi con insetticidi convenzionali nella prima fase dell’anno e di feromoni o preparati microbiologici all’avvicinarsi della maturazione dei frutti viene molto apprezzato anche nella cosiddetta agricoltura “convenzionale”. I feromoni possono essere utilizzati anche come mezzo diretto di lotta secondo metodi noti come confusione sessuale o disorientamento. Entrambi i metodi si basano sull’interferenza dei segnali che le femmine dei Lepidotteri emettono per richiamare i maschi. Risulta quindi possibile inibire gli accoppiamenti e abbassare la dannosità della specie senza l’uso degli insetticidi tradizionali. L’impiego dei feromoni per la lotta contro C. molesta e altri lepidotteri dannosi è fortemente raccomandato dall’agricoltura ecocompatibile, sia biologica sia integrata. Anche per anarsia valgono molte considerazioni già esposte per C. molesta sia per il monitoraggio sia per la lotta. In merito ai feromoni di anarsia merita però ricordare che, allo stato attuale, la loro affidabilità è inferiore a quella di altre specie e che, a volte, pur con basse catture, si sono verificati danni di particolare gravità. Le soglie adottate in Emilia-Romagna, a causa dell’incertezza evidenziata, sono state prudentemente indicate in 7 catture settimanali per trappola oppure 10 catture per trappola effettuate nell’arco di 2 settimane. I metodi della “confusione” e del “disorientamento” si possono applicare anche per anarsia, pur con qualche risultato meno soddisfacente rispetto a quelli ottenuti contro C. molesta. Anche contro anarsia si ha la possibilità di impiego di preparati a base di Bacillus thuringiensis, che manifestano ottima efficacia. Per quanto riguarda la lotta contro gli afidi, in particolare contro M. persicae, questa deve avvenire secondo una strategia che assicuri una buona efficacia e non favorisca l’affermarsi di popolazioni resistenti. Un successo nella lotta contro gli afidi si è ottenuto con la disponibilità degli insetticidi del gruppo dei neonicotinoidi. La loro efficacia è molto elevata, ma è opportuno non ripetere il loro impiego nell’arco dell’anno. I trattamenti più efficaci sono quelli più precoci che possono essere rivolti alle fondatrici nella fase dei bottoni rosa o contro le colonie primarie prima della fioritura (3% di organi infestati). I rischi maggiori riguardano i frutti delle nettarine, che possono essere danneggiati direttamente. Per le nettarine la soglia, anche dopo la fioritura, rimane del 3% di germogli infestati. Per pesche e percoche, dopo la fioritura la soglia viene innalzata orientativamente al 10% di germogli infestati. Una seconda specie di afidi, che deve essere attentamente considerata per l’abbondante melata che produce, è l’afide farinoso Hyalopterus amygdali. Questo afide ha anche la particolarità di non migrare completamente negli ospiti secondari. Le colonie che rimangono sul pesco possono raggiungere densità elevata e richiedere interventi di difesa. Perciò si ritiene importante verificare la presenza durante l’intera buona stagione e intervenire, anche con trattamenti localizzati sulle prime piante infestate. Quando la presenza è elevata le piante sono fortemente danneggiate. La produzione di melata richiama vari insetti pronubi, per cui è bene intervenire il più presto possibile. La strategia di lotta contro le due principali specie di cocciniglie è differente a causa del loro diverso ciclo biologico. Contro P. pentagona ha grande importanza intervenire sulle neanidi della prima generazione nel mese di maggio. La maggiore scalarità di comparsa delle neanidi di Q. perniciosus rende invece fondamentale, per questa seconda specie, intervenire contro le neanidi svernanti. Le femmine emettono feromoni sessuali. In commercio sono disponibili trappole a feromone per la cattura dei maschi sia di P. pentagona sia di Q. perniciosus. Nel periodo invernale si può intervenire efficacemente contro la cocciniglia di S. Josè, che sverna come forma giovane. I trattamenti contro P. pentagona consentono risultati inferiori in quanto lo svernamento avviene come femmina adulta, ben protetta dallo scudetto completamente formato. Sulle piante in riposo si possono usare il polisolfuro di calcio oppure olii bianchi. Nel caso si decidesse di utilizzare, contro Q. perniciosus, insetticidi che agiscono come regolatori di crescita, il momento più adatto è alla ripresa di attività che si verifica a fine inverno, in corrispondenza della muta a neanidi, di seconda età e poi a femmina adulta. Per P. pentagona si dovrà, invece, attendere la comparsa delle prime neanidi che avviene generalmente durante il mese di maggio. Le operazioni di potatura consentono un’accurata ispezione delle piante e l’eliminazione dei rami più intensamente infestati. La presenza di cocciniglie riveste una rilevante importanza sia per la qualità della produzione sia per la vitalità delle piante. L’attenta osservazione può, quindi, consentire di intervenire quando le popolazioni sono ancora basse. Per la difesa delle nettarine dai tisanotteri nelle zone a rischio sono necessari specifici trattamenti da effettuare appena prima della fioritura o alla caduta dei petali. Un altro momento che comporta rischio di danno è quello che precede di poco la raccolta dei frutti. La diversa consistenza dei frutti a partire dall’invaiatura li rende vulnerabili alle punture di F. occidentalis, negli ambienti meridionali e di altre specie, tra cui molto frequente è T. major nelle aree settentrionali. La lotta chimica trova difficoltà per la vicinanza del momento della raccolta. Un’efficace misura di prevenzione consiste nella gestione delle piante erbacee spontanee nel pescheto e nella scelta delle colture negli appezzamenti limitrofi. Si è visto che nell’erba medica sono spesso presenti elevate popolazioni di tripidi, per cui gli sfalci devono essere effettuati in modo da non provocare la loro migrazione nelle nettarine nella fase di invaiatura dei frutti.


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