Volume: il melo

Sezione: coltivazione

Capitolo: parassiti animali

Autori: Edison Pasqualini, Gino Angeli

Introduzione

I sistemi agricoli (agroecosistemi) si possono dividere in primari, secondari e terziari in rapporto al grado di complessità raggiunto. Nel primario le specie presenti sono in equilibrio oscillante, di diversa ampiezza: per esempio alcune specie di insetti possono diventare dannose, ma a intervalli di anni o decenni (es. foreste). Al secondario appartengono sistemi sostanzialmente stabili e meno complessi (per es. agrumeti, noccioleti). Nel sistema terziario alcune specie si manifestano dannose anche più volte all’anno (con intervalli spesso molto ravvicinati) e in grado di raggiungere con frequenza alti livelli di popolazione (frutteti specializzati, colture annuali). Questa è, in sostanza, la prima modificazione concreta dell’ambiente alla quale gli insetti rispondono in modo spesso spettacolare e sorprendente, ma non inatteso. Nel sistema terziario, poiché più semplificato, si offrono agli insetti dannosi le migliori condizioni di sviluppo a causa di una concentrazione delle risorse alimentari. In pratica è come se fornissimo loro un supermercato al quale affluire numerosissimi, fino a competere seriamente con noi per l’ambita mela. Nell’ambito del sistema agricolo terziario il meleto rappresenta, senza dubbio, un esempio di agrosistema fortemente semplificato, nel quale numerosi insetti e acari (oltre 400 specie diverse) aggrediscono i vari organi della pianta durante tutto il ciclo vegetativo, causando danni più o meno rilevanti. Ovviamente solo alcune specie fitofaghe sono molto pericolose (specie chiave), per le quali si interviene durante il corso della stagione vegetativa con ripetute applicazioni insetticide, mentre molte altre specie procurano in genere danni economicamente accettabili. Tuttavia anche queste vanno sorvegliate affinché le popolazioni non assumano dimensioni rischiose. Di seguito si descriveranno alcune delle principali specie presenti su melo in Italia, le quali appartengono essenzialmente agli ordini dei Lepidotteri e degli Emitteri.

Lepidotteri

Fra i lepidotteri la specie universalmente più dannosa è Cydia pomonella. Questa specie è classificata come specie “chiave”, vale a dire che, senza interventi di contenimento delle popolazioni, i danni possono essere gravi e compromettere anche l’intera produzione. C. pomonella è, infatti, una specie carpofaga, cioè che si sviluppa solo a carico dei frutti. Molte altre specie di lepidotteri attaccano il melo, per esempio la tignola orientale del pesco (Cydia molesta), particolarmente pericolosa negli ultimi decenni, soprattutto su frutti prossimi alla maturazione. Fra le specie carpofaghe vanno ricordati i “ricamatori” (Pandemis cerasana, P. heparana, Archips podanus, Argyrotaenia ljungiana, Adoxophies orana) così chiamati per le caratteristiche rosure che provocano sulla superficie dei frutti. Queste specie occupano aree diverse di sviluppo e hanno etogrammi anche molto differenti. Non vanno poi dimenticati i “rodilegno” (Cossus cossus e Zeuzera pyrina) che si sviluppano a carico del legno delle piante e per questo potenzialmente molto dannosi. Altre specie sono ora meno pericolose che in passato, per esempio i microlepidotteri minatori (Leucoptera malifoliella, Lithocolletis blancardella), l’iponomeuta (Yponomeuta malinellus) e l’orgia (Orgyia antiqua) che, in particolari condizioni, possono comunque assumere dimensioni potenzialmente critiche.

Carpocapsa, baco o verme delle mele (Cydia pomonella)

La carpocapsa appartiene all’ordine dei Lepidoptera e alla famiglia Tortricidae. È una specie originaria della regione mediterranea e la sua distribuzione è ritenuta coincidente con quella del melo. Si è diffusa nelle altre regioni del mondo con il commercio della frutta, l’esportazione delle piante ecc., tanto che è ora praticamente cosmopolita. C. pomonella attacca principalmente melo, pero e noce, ma può vivere anche a spese dei frutti di cotogno, sorbo, albicocco, susino, pesco, kaki e, meno comunemente, infestare quelli di mandorlo, nespolo del Giappone, melograno, biancospino, rosa, ciliegio, arancio e castagno. Anche il melone può essere una fonte di nutrimento. Gli adulti presentano le ali anteriori (apertura fra 15 e 22 mm) di colore grigio ardesia con una inconfondibile macchia più scura rotondeggiante alla estremità. Nei soli maschi, nella parte inferiore dell’ala anteriore, è presente una macchia sub-rettangolare. L’uovo, che ha una forma lenticolare (o a piatto rovesciato) misura in media 1,25 × 0,95 mm. Appena deposto è di colore bianco opalescente (stadio lattiginoso), dopo 2-4 giorni di incubazione compare un anello incompleto di colore rosso (stadio anello rosso) e prima della schiusura si rende visibile la capsula cefalica (stadio testa nera). Il numero delle generazioni varia da 1 a 4 (e oltre) in funzione della latitudine, dell’altitudine e dell’andamento climatico stagionale ecc. Per quanto riguarda l’Italia, si segnalano una-due generazioni per il Trentino e per l’Alto Adige, così come per il Veneto, mentre ne risultano tre per l’Emilia-Romagna e per l’Italia meridionale. L’inverno è trascorso dalle larve mature (V età), racchiuse in una tipica posizione a “C”, entro un bozzolo situato solitamente nelle screpolature della corteccia o nel terreno. I primi adulti sfarfallano entro aprile (i maschi prima delle femmine = proterandria), continuano a emergere per oltre un mese e possono vivere altrettanto. Gli accoppiamenti avvengono al tramonto con temperature intorno ai 16° C. Le femmine depongono le uova (mediamente 60-80) sulle foglie vicine alle fruttificazioni o direttamente sui frutti (soprattutto quelle estive). Il periodo di incubazione può variare da 5 a 16 giorni. Le larve nascono in genere al mattino e sono subito molto vivaci. Trascorrono da qualche ora a qualche giorno all’esterno (vagabondaggio) in funzione della temperatura, dell’umidità, dell’evaporazione e della luce. Durante tale periodo, e prima di penetrare nel frutto, le larve neonate possono rodere lievemente la superficie delle foglie e dei frutti, ributtando le parti staccate dopo averne spremuto il contenuto cellulare. In qualche caso possono nutrirsi di foglie e getti (fino a maturità, ma in condizioni di laboratorio). Le larve entrano nel frutto in seguito alla prima muta, dopo avere scavato una celletta a forma di spirale. La galleria è sempre diritta e diretta ai semi di cui si nutrono e che sono fondamentali per lo sviluppo (coevoluzione). Esse si riempiono di rosura e rosume ricacciato all’esterno dei frutti e che ne indica la presenza in modo inequivocabile. Nel frutto attaccato si trova comunemente una sola larva, raramente due, se durante il percorso non si sono incontrate, in quanto le larve hanno costumi cannibali. Raggiunta la maturità le larve escono dal frutto e si portano verso luoghi adatti per la formazione del bozzolo e per incrisalidarsi. Se il frutto cade a terra le larve si dirigono in genere verso il colletto delle piante. C. pomonella è vittima di molti parassitoidi che si nutrono sia delle uova (oofagi), sia delle larve (larvali), nonché di entrambi gli stadi (ovolarvali). Numerose specie inoltre sono parassite delle larve nei bozzoli. I predatori hanno meno importanza e fra questi si ricordano miridi, crisopidi e tripidi che lo sono prevalentemente a carico delle uova. Anche nematodi e virus contribuiscono alla limitazione naturale di C. pomonella per la quale, considerando anche le avversità abiotiche, si calcola che la mortalità da uovo ad adulto si aggiri intorno al 90% e al 99% da uovo a uovo.

Tignola orientale del pesco (Cydia molesta = Grapholita molesta)

La tignola orientale del pesco appartiene all’ordine Lepidoptera e alla famiglia Tortricidae. Di origine orientale (Cina, Giappone), Cydia molesta si è diffusa in numerose zone del mondo compreso il Nordamerica dove è stata descritta da Busck nel 1913. In Europa è presente quasi ovunque. In Italia è stata segnalata per la prima volta nel 1920 in Liguria. C. molesta è polifaga e vive a spese di sole specie della famiglia delle Rosacee, a eccezione di una Mirtacea (Eugenia myrianthus), segnalata in Argentina. Gli adulti di C. molesta, di colore bruno o grigio scuro, con 4-5 linee bianche, sono più piccoli di quelli di carpocapsa e hanno un’apertura alare di 12-15 mm. Le uova sono lenticolari di dimensioni leggermente inferiori a quelle di C. pomonella, non superando il millimetro di diametro. Le larve neonate sono chiare, mentre quelle mature sono di colore rosa da più o meno chiaro fino al rossiccio e misurano 10-14 mm. Il capo è marrone chiaro, mentre all’estremità del corpo è presente una caratteristica formazione a forma di pettine dotato di 4-5 denti detta proprio “pettine anale”. Il pettine rende possibile distinguere le larve di C. molesta da quelle di C. pomonella che ne sono prive. La possibilità di riconoscerle è di fondamentale importanza per la difesa (scelta dei prodotti e momenti di applicazione), dato che possono essere presenti contemporaneamente nei frutteti. A differenza di quelle di C. pomonella, le larve di C. molesta non raggiungono quasi mai la sede dei semi. Le trappole sessuali rendono possibile conoscere la fenologia degli sfarfallamenti dei maschi i quali possono spostarsi anche per distanze notevoli (fino a un paio di km). In particolare le femmine fecondate sembra possano raggiungere distanze maggiori rispetto sia ai maschi sia a quelle vergini. Questa specie passa l’inverno come larva matura dentro un bozzolo nascosto nella corteccia delle piante o nel terreno e compie 4-5 generazioni all’anno. I primi adulti sfarfallano in marzo-aprile, i successivi da fine maggio-inizio giugno a inizio ottobre e si sovrappongono parzialmente. Gli adulti hanno abitudini crepuscolari, le femmine sono più longeve dei maschi e possono vivere oltre 15 giorni. Gli accoppiamenti avvengono normalmente al crepuscolo e una femmina può deporre in media da 50 fino a 200 uova (all’inizio bianche poi rossicce) isolate, prima sui germogli poi sui frutti. In Italia è principalmente legata al pesco su cui attacca prima i getti poi i frutti. Con il progredire delle generazioni e a cominciare dall’invecchiamento dei germogli del pesco si sono osservati attacchi più o meno gravi in pereti e meleti, che in alcuni casi sono risultati superiori al 40%. Le femmine ovidepongono una o più uova in qualsiasi parte del frutto, ma con maggior frequenza in prossimità dell’apertura calicina e nella parte apicale, in vicinanza del picciolo. In frutteti misti per specie e varietà, condizione normale per alcune aree frutticole, è stato possibile osservare una preferenza di attacco scalare, a partire da quelle cultivar più vicine alla maturazione. Le infestazioni sembrano causate soprattutto da popolazioni provenienti dall’esterno dei frutteti, piuttosto che da quelle indigene, e legate all’emissione di sostanze volatili odorose emesse dai frutti in maturazione (cairomoni). Le infestazioni più importanti su melo si rilevano dapprima su Golden Delicious e poi su Stayman.

Rodilegno rosso (Cossus cossus)

Cossus cossus appartiene alla piccola famiglia dei Cossidae, ordine Lepidoptera ed è una farfalla di dimensioni medio grandi, a volte gigantesche. L’apertura alare di C. cossus è mediamente di circa 80 mm (da 65 a 100 mm). Le ali anteriori sono zigrinate da una moltitudine di piccole linee sinuose trasversali e distinte sul colore scuro dell’ala. Una femmina depone da 300 a 800 uova in gruppi di 10-15 elementi, in genere nelle screpolature della parte bassa delle piante o al colletto. L’uovo è di forma ellittica, di colore bruno-rossastro striato di nero longitudinalmente e misura circa 1,2 × 1,7 mm. Le larve, che appena nate sono gregarie, penetrano negli strati sottocorticali poi nel cambio dove svernano e vivono esclusivamente all’interno delle piante. Esse emanano un caratteristico e sgradevole odore di cuoio vecchio molto forte e possono raggiungere una lunghezza di 10 cm. Il colore è rosso scuro nella parte dorsale e giallastro in quella ventrale. Le larve scavano singole gallerie che di norma hanno sezione ellittica e sono dirette sia verso l’alto sia verso il basso della pianta, oltre che intorno al tronco, più frequentemente nella zona del colletto. Dai fori esce continuamente un liquido rossastro mescolato a rosume stopposo e rossastro. Per tutto il secondo anno le larve continuano a scavare gallerie penetrando anche profondamente all’interno del legno. Passano quindi il secondo inverno allo stato di larva il cui sviluppo si completa nella primavera successiva. La crisalide è caratterizzata da una doppia serie trasversale di spine affilate che ne favoriscono il movimento verso l’uscita della galleria poco prima dello sfarfallamento; è di colore rosso mattone e misura 4-5 cm. Prima dell’incrisalidamento le larve si dirigono verso l’uscita della galleria allargandone l’ultimo tratto e otturandolo con residui legnosi. L’incrisalidamento ha luogo in un bozzolo ottenuto da secreti e detriti legnosi. Dopo 15-30 giorni le crisalidi si dirigono verso l’esterno emergendo parzialmente dal tronco. Quindi sfarfallano gli adulti il cui volo inizia in maggio, è massimo in giugno e termina in settembre. Gli adulti hanno abitudini esclusivamente notturne. Il rodilegno rosso vive a spese di un gran numero di piante da frutto e forestali a foglia larga, ma si trova frequentemente anche in alberi deperiti, abbattuti o morti. In particolare attacca melo, ciliegio, pero, susino, cotogno, albicocco, pesco, olivo, castagno e vite. È stato segnalato anche sugli agrumi. Fra le piante forestali si ricordano quercia, salice, tiglio, platano, betulla, acero, pioppo, e molte altre. È stato descritto inoltre su barbabietola e carciofo. I danni provocati da C. cossus consistono in un generale e progressivo indebolimento delle parti attaccate e successiva morte dell’intera pianta a causa dell’interruzione del flusso della linfa. Il legno di piante quali il pioppo e il noce subisce danni irreparabili a causa delle profonde gallerie provocate dalle larve.

Rodilegno giallo (Zeuzera pyrina)

Appartiene, come il rodilegno rosso, all’ordine Lepidoptera e alla piccola famiglia Cossidae (10 specie appartenenti a 6 generi). Per il suo aspetto è universalmente conosciuta come Leopard moth (farfalla leopardo) a causa delle ali bianche con macchie puntiformi nere dai riflessi blu, distribuite su tutto il corpo dell’adulto. Le ali sono strette e la loro apertura nelle femmine è compresa fra 60 e 70 mm, mentre nei maschi non oltrepassa i 40-50 mm. Gli adulti compaiono in giugno e gli sfarfallamenti proseguono fino ad agosto, con riprese anche a settembre. Fra la fine di giugno e l’inizio di luglio, è frequente notare crisalidi vuote in parte fuoriuscenti dalle gallerie. Le uova possono essere deposte a centinaia (anche 2000) in gruppi di 2-3 elementi fino a qualche centinaio in differenti luoghi: inserzione dei piccioli delle foglie, gemme, screpolature di rami giovani, punti di innesto ecc. Le uova sono di forma ovoidale, di circa 1 × 1,3 mm, di colore giallo chiaro appena deposte e rosa salmone in seguito. Le larve, a completo sviluppo, raggiungono e superano i 6 cm e sono anch’esse caratterizzate da una numerosa serie di punti neri ben visibili (tranne le neonate nelle quali non sono presenti). Le crisalidi sono lunghe circa 4 cm, hanno una colorazione bruno-giallastra e sono provviste di spinette o uncini con i quali si spostano per raggiungere l’uscita delle gallerie. Questa specie può compiere una generazione in 1 o 2 anni in funzione dell’area e delle relative condizioni climatiche. Le larve di una stessa ovatura si costruiscono, appena nate, un nido con fili sericei dentro il quale rimangono per 1 o 2 giorni. Successivamente si dirigono velocemente verso le estremità dei rametti dove ha luogo l’attacco primario, consistente in penetrazioni (gallerie assiali) all’interno della vegetazione fresca. In tempi successivi le larve escono (migrano) per ripenetrare in parti più basse della pianta. Le larve non più piccole possono penetrare nei rami grossi o nel tronco direttamente attraverso la corteccia, nel melo, e più frequentemente attraverso dardi o borse, nel pero. In entrambi i casi le larve danno origine prima a gallerie sinuose dalle quali ne parte una longitudinale e ascendente che percorre anche l’interno di rami grossi e dalla quale la larva espelle rosume e rosura sotto forma di cilindretti rossastri attraverso un foro, spesso chiuso con un diaframma sericeo. Gli attacchi primari terminano in genere verso la fine di agosto, mentre le migrazioni possono continuare fino a ottobre e oltre e anche nella primavera successiva. Le penetrazioni nei grossi rami e nei tronchi appaiono in genere a fine luglio e continuano fino a settembre-ottobre. L’inverno è trascorso in diapausa o, nelle zone con climi più miti, con uno sviluppo rallentato. Le gallerie scavate dalle larve interrompono il flusso linfatico dei rami e dei tronchi che pertanto possono disseccare. I danni possono essere molto gravi su impianti giovani nei quali una sola larva può causare la morte di una intera pianta. In genere consistono in disseccamento di rami, stroncamento di interi grossi rami ecc.

Ricamatori dei frutti
Nell’ambito di questo gruppo di insetti fitofagi rientrano varie specie che causano danni prevalentemente ai frutti, provocando rosure più o meno ampie e profonde dell’epidemide (ricamature).

Tortrice verde-gialla (Pandemis cerasana)

L’insetto appartiene sempre all’ordine Lepidoptera, ma alla famiglia Tortricidae. L’adulto ha un’apertura alare compresa fra 16 e 22 mm. Il colore delle ali anteriori varia fra il giallo ocra e il giallo cuoio con un reticolo molto vaporoso. Le ali posteriori sono di colore grigio scuro. Le uova sono deposte sulle foglie in ooplacche di colore giallastro, di varia forma e composte anche di molti elementi (oltre 300). Possono essere lunghe 1-2 cm o circolari, mentre ogni uovo ha forma lenticolare con diametro di poco superiore al millimetro. La larva a completo sviluppo (matura) misura 2 cm di lunghezza, ha un colore verde brunastro e presenta delle grandi verruche (zone nelle quali sono inseriti numerosi peli) che sono di colore chiaro subito dopo la muta, mentre normalmente hanno un colore brunastro. Il colore del cranio varia da giallo-verde a ocra e presenta 2 tacche longitudinali scure su ciascuna metà della capsula cefalica. È una specie polifaga e vive a spese delle foglie di numerose piante. In particolare può attaccare quercia, acero, betulla, sorbo, ribes, rosa, frassino, pomacee, drupacee ecc. Nell’Italia settentrionale compie due generazione all’anno e passa l’inverno allo stadio di larva giovane all’interno di un bozzolo sul tronco o sui grossi rami. I primi adulti compaiono intorno alla metà di maggio, mentre quelli della prima generazione (secondo volo dell’anno) intorno alla metà di luglio. Di conseguenza le larve della prima generazione sgusciano a cominciare, all’incirca, dai primi di giugno, mentre quelle della seconda (che sono quelle che andranno a svernare) dai primi di agosto. Le crisalidi si formano con maggior frequenza all’interno di foglie accartocciate o unite fra loro (cartocci), oppure in punti di contatto fra vari organi vegetativi (frutti, foglie e rami). Le uova vengono deposte esclusivamente sulle foglie (soprattutto sulla pagina inferiore) di cui le larve si nutrono erodendone sia il parenchima sia i lembi. Normalmente, ma non sempre, esse raggiungono i frutti, potendo provocare anche danni rilevanti, solo quando sono vicine alla maturità. I danni consistono in erosioni e arrotolamenti, di solito longitudinali, delle foglie (soprattutto quelle apicali), nonché di accorpamenti di più di esse a formare “cartocci” facilmente individuabili. Le larve svernanti possono aggredire anche i mazzetti fiorali. I danni più temuti sono quelli ai frutti, in genere provocati principalmente da larve della prima generazione vicine alla maturità. Essi consistono in erosioni superficiali dell’epicarpo (ricamature) e possono essere anche di notevole estensione. Normalmente si possono notare con maggiore frequenza in corrispondenza di punti di contatto fra un frutto e una foglia o fra due frutti ecc., mentre praticamente mai su frutti che non hanno punti di contatto con altri organi. In frutteti dove si interviene con insetticidi selettivi si possono riscontrare elevate percentuali di parassitizzazione larvale, soprattutto a opera di Imenotteri Calcidoidei Eulofidi. Le larve sono molto sensibili a infezioni batteriche e sono vittime di numerosi predatori generici.

Tortrice verde (Pandemis heparana)

La tortrice verde appartiene all’ordine Lepidoptera, famiglia Tortricidae. È presente in tutto il Centro e Nord Europa, in Medio Oriente e a Est fino nell’Estremo Oriente russo, in Corea e in Giappone. In Italia è diffusa nelle regioni più a Nord. Gli adulti sono di forma e dimensioni comparabili a Pandemis cerasana (apertura alare compresa fra 16 e 22 mm) e si distinguono facilmente da quest’ultima per i colori più scuri. Le ali anteriori sono, infatti, di colore compreso fra il bruno-giallastro e il brunorossiccio, con campo basale e banda mediana bruno scuro, mentre quelle posteriori sono di colore grigio scuro. Le uova vengono normalmente deposte sulle foglie in ooplacche di 30-50 elementi ciascuna, per un totale di 200-300 uova per femmina. Le larve, a completo sviluppo, raggiungono 2,5 cm di lunghezza. Esse sono facilmente riconoscibili per il colore verde chiaro del corpo, con verruche dello stesso colore o più chiare. La crisalide ha una lunghezza compresa fra 10 e 12 mm, è di colore bruno-rosso scuro. P. heparana è polifaga e vive su molte piante, soprattutto arboree. Oltre che su pomacee e drupacee può vivere su molte altre specie forestali fra cui quercia, acero, betulla, tiglio, sorbo, frassino ecc. Compie 2 generazioni in un anno e, come tutte le specie del genere Pandemis, lo svernamento avviene allo stadio di larva giovane (seconda o terza età) dentro un bozzolo sericeo. La ripresa dell’attività larvale coincide con quella vegetativa e lo sviluppo termina verso la fine di maggio. In questo periodo le larve si nutrono di gemme, germogli e fiori che avvolgono con fili sericei. Tra giugno e luglio sfarfallano gli adulti che daranno origine alla prima generazione dell’anno. Le larve di questa prima generazione continuano a sgusciare per tutto il mese di giugno e per gran parte di luglio. Quelle sgusciate in quest’ultimo periodo possono entrare in diapausa in una percentuale che è tanto maggiore quanto più lo sviluppo è avanzato (anche 100%). Il secondo volo si verifica in agosto-settembre e le larve della seconda generazione possono rimanere attive fino a ottobre inoltrato. Gli adulti sono notturni e il volo inizia alla fine del crepuscolo, è massimo intorno alle ore 23 e continua debolmente fino all’alba. Gli sfarfallamenti di questa specie sono normalmente sovrapposti, a differenza di quelli di P. cerasana che sono completamente distinti. Le larve giovani possono arrecare danni insignificanti alle foglie. Normalmente esse si costruiscono, lungo la nervatura della pagina inferiore delle foglie, un tubo sericeo dal quale scavano dei piccoli fori nell’epidermide e nel parenchima, rispettando però l’epidermide superiore. Quelle più sviluppate si cibano a carico di tutto lo spessore del lembo, partendo sia dai bordi sia dalle fossette scavate dalle larve giovani. I danni più gravi sono a carico dei frutti sui quali le larve possono provocare estese erosioni superficiali, soprattutto nei punti in cui una foglia aderisce a un frutto. Questi danni si possono manifestare già in maggio-giugno sui giovani frutti, ma sono particolarmente gravi, tra luglio e agosto, su quelli più sviluppati.

Cacecia (Archips podanus)

Gli adulti di questo lepidottero, appartenente alla famiglia Tortricidae, sono caratterizzati da dimorfismo sessuale sia per le dimensioni sia per il colore. Il maschio ha una apertura alare compresa fra 19 e 23 mm e ha le ali anteriori vivacemente colorate di bruno-marrone chiaro, mentre le ali posteriori sono di colore grigio-bruno alla base e giallobruno verso l’apice. Le femmine hanno un’apertura alare maggiore di quella dei maschi variabile da 23 a 27 mm. Il loro colore è più uniforme e tutto il campo basale è percorso da linee trasversali scure. Le ali posteriori sono simili a quelle del maschio. Le uova sono deposte in ooplacche sulla pagina superiore delle foglie. Ciascuna femmina può deporre da 300 a 375 uova riunite in 6-8 gruppi di una cinquantina di unità ognuna. Esse sono ricoperte di una leggera secrezione cerosa e hanno lo stesso colore delle foglie. Le larve mature sono riconoscibili per la colorazione verdastra del corpo, più scuro sulla parte dorsale, dalle grandi verruche più chiare del corpo, dalla testa bruno-marrone brillante. La crisalide è di colore bruno-rossastro brillante più o meno scuro, che viene mantenuto anche dall’esuvia. È una specie praticamente presente in tutta Europa, ma vive anche in Asia Minore e nel Sud della Russia, in Siberia e fino al Giappone. È stata segnalata anche in America del Nord. In Italia è comune nei frutteti di melo e pero dell’Emilia-Romagna. A. podanus è una specie molto polifaga e le larve vivono a spese di numerose piante da frutto, forestali e ornamentali, oltre che su molte piante erbacee. Fra i generi delle piante ospiti più comuni si ricordano: Malus, Pyrus, Prunus, Ribes, Vitis, Salix, Tilia, Abies, Betula, Fraxinus, Trifolium ecc. In Italia questa specie compie tre generazioni all’anno. Le larve svernanti riprendono l’attività con l’inizio della primavera (fine marzo-primi di aprile) e le prime crisalidi si formano circa un mese dopo, normalmente all’interno di foglie arrotolate. Il primo volo degli adulti si verifica in maggio, con il maggior sfarfallamento nella seconda decade del mese. Il secondo volo si manifesta in genere a partire dall’inizio di luglio, il massimo si verifica intorno alla metà dello stesso mese e termina in genere ai primi di agosto. Un terzo volo, di norma meno consistente dei primi due, si manifesta in settembre. I danni causati da questa specie sono simili a quelli descritti per P. cerasana. Consistono, infatti, in arrotolamenti o unioni di foglie con erosioni di vario tipo che non sono da considerare dannose. Qualche danno può invece verificarsi a carico dei fiori, ma solamente in casi di popolazioni larvali molto numerose o in anni di scarsa fioritura. Generalmente tali ricamature sono localizzate in corrispondenza di punti di contatto fra più frutti o, più facilmente, fra un frutto e una foglia. La generazione larvale più temibile è quasi sempre la prima, quella cioè presente nel mese di giugno e nella prima parte di luglio.

Capua (Adoxophyes orana)

La capua appartiene all’ordine Lepidoptera, famiglia Tortricidae. Tra i Tortricidi ricamatori presenti nelle aree melicole del Nord Italia Adoxophyes orana è ritenuta, assieme a Pandemis heparana, il fitofago di maggiore interesse economico. La specie, ampiamente polifaga, vive preferibilmente a spese del melo e del pero, ma può attaccare altre piante da frutto nonché alcune piante forestali ed erbacee. La prima segnalazione a sud delle Alpi avvenne in Trentino-Alto Adige nel 1949, regione ove si è poi stabilmente insediata. Attualmente è presente, seppure con ciclicità, in tutte le regioni italiane al confine sud delle Alpi mentre la sua presenza e dannosità nell’areale della Pianura Padana sono saltuarie, probabilmente legate a esigenze ecologiche delle larve che sembrano mal sopportare le elevate temperature estive. La specie sviluppa 2 generazioni all’anno; in primavera, alla ripresa dell’attività vegetativa, le larve svernanti di 2a-3a generazione si localizzano sui germogli e sui mazzetti fiorali che intessono con lunghi fili sericei, sino a formare i caratteristici nidi a ricamo. Gli adulti della generazione svernante compaiono con una scalarità di circa un mese, iniziando a volare da fine maggio. Il secondo volo inizia nella prima decade di agosto e si prolunga per almeno quattro settimane. La femmina depone fino a 300 uova, in placchette di 40-100 elementi sia su foglie sia su frutti. Sono le larve delle generazioni estive, di giugno-luglio e di agosto-settembre, a causare i danni più importanti; essi consistono in erosioni della pagina inferiore delle foglie ma soprattutto della cuticola e del mesocarpo dei frutti, con conseguenti marcescenze che rendono la produzione non commercializzabile. La perdita di produzione talvolta raggiunge livelli del 35-40%.

Eulia (Argyrotaenia ljungiana)

L’eulia appartiene all’ordine Lepidoptera, famiglia Tortricidae. Gli adulti hanno una apertura alare compresa fra 12 e 15 mm. Le ali anteriori sono di colore ocra chiaro con larghe bande trasversali ferruginose, con una piccola macchia marrone nella parte anteriore. Quelle posteriori sono grigio argento con frange biancastre. La dimensione di maschi e femmine è simile. Le uova sono giallastre, di forma discoidale e deposte in ooplacche di oltre un centinaio di unità nella pagina inferiore delle foglie. La larva matura raggiunge 15-18 mm di lunghezza ed è di colore verdastro con sfumature brune. La placca protoracica è giallo-verdastra con sfumature scure. Il pettine anale conta 6-8 denti. La crisalide è di colore giallo-verde scuro. Argyrotaenia ljungiana vive a spese di molte piante fra le quali la vite, il melo, il pero, il mais, la quercia, la lavanda, il pioppo, varie specie del genere Prunus, il pino, la mora ecc. Le larve rodono l’epidermide e il parenchima della pagina inferiore delle foglie dopo avere tessuto una sottile tela. La pagina superiore viene rispettata. Possono rodere anche i frutti provocando caratteristiche erosioni (ricami) di piccole dimensioni e raggruppate. Sui frutti le erosioni sono spesso localizzate nei punti di contatto fra di essi o con altri organi (foglie e rami). Sulle varietà tardive di melo le rosure sono più frequenti attorno al picciolo. Questa specie svolge 2-3 generazioni per anno in funzione della latitudine e dell’altitudine. Sverna come crisalide riparata in vari siti (tronco, foglie cadute a terra ecc.). I primi adulti si osservano in aprile, quelli successivi in giugno-luglio e agosto-settembre. I danni sono a carico delle foglie, in particolare per la prima generazione, mentre più frequentemente sui frutti per quelle successive, con particolare riferimento alle varietà tardive di melo e pero.

 

Bombice antico (Orgyia antiqua)

Appartiene all’ordine Lepidoptera e alla famiglia Limantriidae caratterizzata da dimensioni medie e robuste. I maschi hanno le ali anteriori di colore marrone ocra, abbastanza uniforme, con 2 bande trasversali a zig-zag e una macchia semilunare biancastra su ciascuna di esse. Quelle posteriori sono bruno-rossastre con una frangia di peli dorati. L’apertura alare è di circa 3,5-4 cm. Le femmine, lunghe circa 1,5-2 cm, prive di ali, hanno corpo grosso e tozzo, di colore bruno e ricoperto di lunghi peli scuri. Le uova sono piuttosto grosse, di forma semisferica, di colore bianco con un anello bruno. Sono deposte in gruppi di 120-150 direttamente sulle esuvie delle crisalidi o nelle vicinanze, su foglie spesso unite ai rami. Le larve a maturità sono lunghe circa 4 cm e sono di colore grigio cenere con una banda dorsale scura interrotta da quattro vistosi pennelli giallo-brunastro nei primi quattro segmenti addominali. Presentano tubercoli color arancione e ciuffi di peli bianchi, neri e gialli. O. antiqua compie 4 generazioni l’anno e sverna come uovo deposto in gruppi di oltre un centinaio di elementi, localizzati spessissimo sul bozzolo vuoto della femmina, la quale è poco mobile e generalmente fecondata subito dopo lo sfarfallamento. Le larve sgusciano durante tutto il mese di maggio. Esse si nutrono delle foglie, dapprima rispettando le nervature, quindi divorandole completamente. Dalla seconda età in poi possono nutrirsi anche a carico dei frutticini che erodono più o meno superficialmente (ciò vale soprattutto per melo e pero). La crisalide si forma in un bozzolo biancastro e non molto fitto incollato ai rametti o alle foglie. Entro la fine di giugno sfarfallano gli adulti che daranno origine alla seconda generazione. Il secondo volo si verifica normalmente verso la fine di luglio, mentre il terzo e il quarto in agosto e ottobre. A ognuno di essi, dopo un paio di settimane dall’inizio, fa seguito l’infestazione larvale (escluso l’ultimo poiché sono le uova a passare l’inverno). Attacca soprattutto le rosacee arboree, in particolare le pomacee e le drupacee, ma è frequente anche su piante boschive (querce, frassini, olmi) e meno su aghifoglie (pini, abeti, larici ecc.). Può attaccare anche piante erbacee (per es. ricino). I danni sono a carico delle foglie e dei frutti. I primi sono in genere poco temuti, mentre lo sono quelli ai frutti che possono essere erosi superficialmente anche per notevoli estensioni. In genere tali erosioni si verificano durante la prima generazione larvale quando i frutticini sono in accrescimento.

Microlepidotteri fillominatori
Nell’ambito di questo gruppo rientrano insetti fitofagi che provocano delle mine fogliari.

Cemiostoma (Leucoptera malifoliella)

È una fra le specie più importanti del gruppo dei microlepidotteri (così definiti per le ridotte dimensioni), appartenente all’ordine Lepidoptera, famiglia Lyonetiidae. L’apertura alare dell’adulto è compresa fra 6 e 8 mm. La colorazione di fondo degli adulti è grigio chiaro-piombo-metallico. Il torace, l’addome e il fondo delle ali anteriori hanno la medesima colorazione e presentano, sul margine distale, delle macchie bianche separate fra loro da orlature color ocra. Le frange alari sono molto sviluppate agli apici e all’estremità inferiore del bordo tanto da dare un aspetto arrotondato alle ali. Quelle posteriori sono strette, di un colore grigio piombo uniforme e anch’esse fortemente frangiate. Ogni femmina depone una cinquantina di uova di forma discoidale, ispessite, debolmente bombate e provviste di una debole depressione centrale di circa 0,3 mm di diametro. Le uova, deposte sulla pagina inferiore delle foglie all’interno delle nervature laterali, sono di colore grigio appena deposte, ma imbruniscono rapidamente. L. malifoliella è stata segnalata in tutti i Paesi dell’Europa centrale e meridionale. È presente inoltre dalla Crimea al Medio Oriente e nelle montagne dell’Asia centrale. Per contro è assente nelle regioni nord europee e in Siberia, mentre diviene rara sul litorale mediterraneo. Questa specie è polifaga, ma legata a piante frutticole e forestali a foglia larga. In particolare, attacca il melo e il pero, ma anche ciliegio, cotogno ecc. Tra quelle forestali si ricordano l’ontano e la betulla. Sverna di norma sul tronco (sotto la corteccia) come crisalide racchiusa in un bozzolo tenuto da bande sericee a forma di “H”. Il numero delle generazioni varia da 3 a 4-5 rispettivamente nell’Italia settentrionale e meridionale. Lo sfarfallamento si ha, normalmente, nel mese di aprile durante il quale iniziano anche le deposizioni. Le uova sono incollate alla pagina inferiore delle foglie nelle quali le larve neonate penetrano senza uscire all’esterno. Le larve, una volta insediatesi sotto all’epidermide superiore delle foglie, iniziano la loro attività causando delle erosioni ad andamento circolare (mine) che assumono l’aspetto di placca spiralata (eliconomio) di colore marrone. Il secondo volo dell’anno, relativamente alle condizioni dell’EmiliaRomagna, si verifica verso la seconda metà di giugno con conseguente infestazione larvale nel mese di luglio. Fino a questo punto le generazioni sono distinte fra loro, mentre successivamente si possono avere sovrapposizioni. Le larve dell’ultima generazione si spostano in gran numero verso il tronco o le grosse branche dove svernano come crisalide dopo essersi costruite il caratteristico bozzolo. I danni diretti consistono nella riduzione della superficie fogliare attiva, che può compromettere il processo di maturazione dei frutti. Sono inoltre particolarmente temuti i danni di tipo indiretto, quelli in pratica dovuti alla formazione di bozzoli sui frutti, in genere nella cavità calicina, che sono causa di deprezzamento della produzione. In condizioni normali L. malifoliella non reca danni poiché ben contenuta da numerosi entomofagi che svolgono un ruolo fondamentale nel suo controllo tanto che le percentuali di parassitizzazione delle crisalidi svernanti, per esempio, si aggirano spesso intorno all’80%. Questa specie, insieme con altre simili, è in regressione rispetto al passato.

Litocollete (Phyllonorycter blancardella)

Il litocollete appartiene all’ordine Lepidoptera, famiglia Gracillariidae. Gli adulti hanno un’apertura alare compresa fra 8 e 9 mm. Le ali anteriori sono di colore bianco brillante, sulle quali spiccano alcune striature rosso-brunastre a riflessi metallici. Le striature hanno decorso longitudinale nella metà vicina al corpo, mentre sono trasversali nella parte distale. Le ali posteriori sono ridotte a strette lame munite di considerevoli frange. Le uova sono sempre deposte isolatamente sulla pagina inferiore delle foglie, specialmente nella parte centrale. Sono di forma lenticolare appiattita (0,3 mm di diametro), di colore chiaro e difficilmente individuabili poiché inserite fra i peli cuticolari. Le larve di questa specie sono di due tipi. Il primo ha un’alimentazione plasmofaga, si nutre cioè del succo delle cellule, mentre quelle del secondo tipo sono istofaghe, nutrendosi cioè a spese delle cellule del tessuto a palizzata. La crisalide si forma nelle mine dalle quali fuoriesce per una parte. È di colore marrone scuro, della lunghezza di circa 2 mm. Questa specie è diffusa in tutta l’Europa temperata e occidentale, ma si estende in tutta la Siberia fino alla costa pacifica e in Giappone. Recentemente è stata introdotta negli Stati Uniti. Il numero di generazioni varia in funzione delle condizioni climatiche. Per esempio nell’Europa settentrionale svolge normalmente 2 generazioni ogni anno, mentre nelle aree mediterranee le generazioni possono essere 3 o 4. Lo svernamento ha luogo come crisalide nelle foglie cadute a terra o anche parzialmente interrate. Il primo sfarfallamento avviene in aprile, generalmente prima o durante la fioritura dei meli. Dalle uova deposte sulla pagina inferiore delle foglie nascono le larve che vi penetrano direttamente e lì vivono, all’interno di una mina che si manifesta con un sollevamento del lembo fogliare, poi caratterizzata da piccole macchie chiare sottoepidermiche, corrispondenti ai morsi delle larve praticati nell’attraversamento del tessuto a palizzata (aspetto marmorizzato). Al termine dello sviluppo, la larva si costruisce un bozzoletto sottile e la crisalide fuoriesce leggermente dalla parte inferiore delle mine. Il secondo volo dell’anno ha luogo in giugno, mentre il terzo e il quarto sono spesso sovrapposti a partire da luglio fino a settembre. P. blancardella vive su melo e pero, ma anche su sorbo, nespolo, cotogno ecc. I danni di questa specie sono a carico delle foglie che, se molto attaccate, possono anche cadere, ma in genere i danni sono da considerarsi secondari e limitati. P. blancardella è vittima di numerosi parassitoidi che ne limitano le popolazioni. Fra questi si ricordano: Apanteles lautellus, A. bicolor, A. circumscriptus, Cirrospilus pulcher, Sympiesis sericeicornis, Pediobius sanguis, Tetrastichus amethystinus.

Tignola o ragna del melo (Yponomeuta malinellus)

Questo insetto appartiene all’ordine Lepidoptera, famiglia Yponomeutidae. Gli adulti hanno ali di colore bianco la cui apertura è di circa 20 mm. Quelle anteriori sono punteggiate di macchie nere, mentre quelle posteriori sono grigie e frangiate. Le uova sono deposte in agglomerati di 20-95 elementi di forma convessa, ovale e su più strati, con dimensioni da 4 a 10 mm. Le ovature, che sono di colore giallo appena deposte per poi virare al marrone, sono deposte su rami di 2 anni. Le larve neonate sono di colore giallo, mentre quelle successive sono di colore grigio-blu subito dopo la muta, per poi assumere, nelle età successive, una colorazione progressivamente più chiara fino a diventare giallo-grigia prima della muta successiva. Ciascun segmento larvale ha 2 punti neri, nero è anche il colore del cranio. La lunghezza delle larve mature è di circa 18-20 mm. La crisalide è gialla e misura 8-9 mm. Y. malinellus è diffusa in tutta Europa, nell’Africa del Nord, in Nord America e in Asia. In Italia è presente su piante isolate e in particolare in Trentino-Alto Adige. Questa specie sverna come larva giovane sotto le proprie ooplacche dalle quali fuoriescono nella primavera successiva (aprile). Quindi penetrano all’interno delle foglie divorandone il contenuto e formando mine anche di notevole dimensione. Successivamente escono dalle mine per imbrigliare altre foglie con una fitta “ragnatela” e cibarsene completamente. Questa operazione può continuare su altri gruppi di foglie fino a sviluppo larvale completo. All’interno di tali formazioni di foglie raggruppate (nidi) si formano le crisalidi dalle quali prendono origine gli adulti che si possono osservare principalmente in luglio. Y. malinellus può causare danni più o meno seri agli apici dei getti e alla produzione quando la defogliazione è severa.

Rincoti o Emitteri

Fanno parte di questo ordine insetti che per alimentarsi pungono le piante per succhiarne il contenuto. Si possono avere inoltre emissioni di sostanze zuccherine e trasmissione di agenti patogeni infettivi. Gli Emitteri o Rincoti (a cui appartengono oltre 50.000 specie) sono suddivisi in due grandi sottordini (Eterotteri e Omotteri) che sono stati di recente oggetto di profonde modifiche sistematiche. Nella nuova classificazione, infatti, i sottordini sono quattro: Prosorrinchi, Archenorrinchi, Clipeorrinchi e Sternorrinchi. A quest’ultimo appartengono le superfamiglie più importanti dal punto di vista dei danni che possono provocare alle colture, vale a dire gli Psylloidea (a cui appartengono le psille), Aleyrodoidea (o aleirodidi), Aphidoidea (gli afidi) e Coccoidea (le cocciniglie). Fra le psille rivestono importanza per il melo quelle legate alla trasmissione di agenti infettivi che causano gli scopazzi (apple proliferation = AP) e cioè Cacopsylla melanoneura e picta. Altrettanto temute sono alcune specie di cocciniglie di cui Quadraspidiotus perniciosus è la più importante. Agli afidi appartiene una specie chiave (Dysaphis plantaginea = afide cenerognolo del melo) che, insieme con Aphis pomi, è la specie maggiormente diffusa. Altre specie sono presenti frequentemente, ma non dannose nella pratica.

Afide grigio del melo (Dysaphis plantaginea)

L’afide grigio del melo appartiene all’ordine Rhyncota, famiglia Aphididae. È una delle specie di afidi più temute per la coltura del melo ed è catalogato come specie “chiave”, vale a dire che livelli di popolazione anche molto limitati sono praticamente sempre ritenuti in grado di procurare danni. L’adulto (fondatrice attera) ha un corpo globoso, di colore verde scuro fino a nero rossastro ricoperto di cera biancastra polverulenta, una lunghezza di circa 2,4 mm. La forma alata ha capo, torace e sifoni nerastri e addome di colore verdastro-marrone scuro, con una grande macchia nera centrale e 2 strisce nere trasversali. Gli ospiti primari sono il melo e il cotogno, quelli secondari sono piante erbacee del genere Plantago (in particolare P. lanceolata). Le uova che svernano sono deposte isolate, principalmente alla base delle gemme o nelle screpolature della corteccia e cominciano a schiudere dalla metà di marzo. Le giovani neanidi, che appena nate sono di colore verde scuro fino al rossastro, si coprono di polvere di cera grigia che dà il caratteristico aspetto cenerognolo. La fecondità di una fondatrice è di circa 70 individui, mentre la longevità è di circa 20 giorni. La prima generazione è formata quasi interamente da individui atteri. Sull’ospite primario si possono avere 3-4 generazioni, fino a un massimo di 6. Dopo la schiusura le forme giovanili raggiungono gli apici vegetativi e infestano le foglie. Di norma si insediano sulla pagina inferiore, vicino alla nervatura centrale, che si arrotola su se stessa, provocandone l’incurvamento, deformazioni e bolle. La migrazione verso gli ospiti secondari ha inizio in maggio-giugno e termina in genere entro luglio. Sugli ospiti secondari si possono avere da 3 a 8 generazioni. Dall’inizio di ottobre a novembre inoltrato compaiono femmine anfigoniche che, dopo l’accoppiamento, depongono le uova, isolatamente, a ridosso delle gemme o nelle screpolature del legno dell’ospite primario (melo). Le uova sono giallo chiaro appena deposte, quindi diventano nere e lucide, di forma ovale e allungata. Ciascuna femmina può deporre in media 4-5 uova. D. plantaginea inietta saliva nelle piante, che causa gravi arrotolamenti e distorsioni delle foglie e deformazioni nei frutti. Può inoltre pungere i fiori provocandone l’aborto. L’afide grigio produce anche abbondante melata che può imbrattare altre foglie e i frutti, sui quali possono svilupparsi funghi. L’arrotolamento delle foglie e la melata possono influire sulla crescita delle piante se le infestazioni sono elevate e persistenti negli anni. I danni alla produzione possono essere anche molto gravi se non si interviene in modo opportuno almeno fino alla fase di frutto-noce, oltre la quale i frutti non subiscono deformazioni. Molti fattori abiotici possono influenzare le pullulazioni di D. plantaginea. Per esempio le piogge, nel momento delle migrazioni, possono distruggere una notevole quantità di forme alate o decimare le colonie sulle Plantago spp. Il numero delle uova invernali deposte è fortemente influenzato dalla data e dall’importanza della defogliazione; infatti le varietà nelle quali le foglie cadono precocemente sono molto meno infestate di quelle a caduta tardiva. Il vento forte influenza questo fenomeno e inoltre agisce direttamente sulle popolazioni.

Afide verde del melo (Aphis pomi)

L’insetto, appartenente all’ordine Rhynchota, famiglia Aphididae, è di colore verde-giallastro con capo, torace e codicola scuri. La lunghezza del corpo va da 1,3 a 2,3 mm. La forma alata ha generalmente il capo e il torace nero e l’addome giallo-verde con lunghezza simile alla forma attera. A. pomi vive principalmente su melo e pero, ma occasionalmente anche su biancospino, nespolo, sorbo e cotogno. Il melo è comunque l’ospite preferito. Benché l’afide verde sia soggetto ad ampie fluttuazioni, generalmente compare all’inizio della stagione. A. pomi è una specie monoica e sverna come uovo nelle screpolature delle gemme a frutto e dei germogli cresciuti nell’anno precedente. Le uova, deposte generalmente in gruppi, sono piccole, ovali, lucenti e nere. Esse schiudono poco prima della fioritura, quando appaiono le prime foglioline. Le neanidi, di colore verde scuro, dopo la nascita si dirigono immediatamente verso l’estremità dei germogli, sulle gemme in procinto della rottura. Le fondatrici danno origine, per partenogenesi, a nuovi individui, generalmente durante la fioritura. Questa specie rimane su melo per tutta la stagione e compie fino a 20 generazioni o più in un anno. Inizialmente si nutre sulle foglie dei giovani germogli, sulle quali si formano colonie molto numerose. Successivamente si portano sulla nuova vegetazione ma, con l’aumentare della popolazione, possono colonizzare anche le foglie più vecchie. I danni maggiori si possono verificare su piante giovani, deprimendone e ostacolandone la crescita e stimolando l’emissione di branche laterali. I danni sono dovuti altresì alla melata che imbratta foglie e frutti. Le foglie possono perdere la loro normale funzione anche in seguito ad accartocciamenti irregolari a cui seguono indebolimento dei getti e caduta. I frutti possono essere invasi da funghi che causano rugginosità, deformazioni e conseguente minore qualità commerciale. In genere il vento e le piogge concorrono alla limitazione dell’afide verde.

Afide dalle galle rosse (Dysaphis devecta)

L’afide dalle galle rosse appartiene all’ordine Rhynchota, famiglia Aphididae. Gli adulti atteri sono di colore blu-grigio con addome parzialmente sclerificato nella parte dorsale. I sifoni cilindrici sono corti e anneriti. La lunghezza del corpo è compresa fra 1,8 e 2,5 mm. Gli adulti alati sono di colore lilla-grigio, lunghi fra 1,6 e 2,5 mm, anch’essi con un’ampia sclerotizzazione toracica e addominale. Questa specie, diffusa solamente in Europa, è presente in Italia soprattutto al Nord, nelle zone a forte concentrazione melicola. D. devecta, che sverna come uovo, ha un ciclo monoico e compare in primavera molto precocemente, in genere durante la fase di orecchiette di topo. Si dirige verso le foglioline che attacca e punge provocando la formazione delle galle dentro le quali continua a svilupparsi e riprodursi. Le forme anfigoniche compaiono dopo 3 generazioni partenogenetiche. Prima dell’estate, pertanto, vengono deposte le uova destinate a svernare. Questa specie infesta la pagina inferiore delle foglie, provocandone arrotolamenti che si colorano successivamente di rosso vivo. Non causa, in pratica, danni alla produzione. Il gruppo di varietà più sensibile è quello delle Golden Delicious.

Afide verde migrante (Rhopalosiphum insertum)

L’insetto appartiene all’ordine Rhynchota, famiglia Aphididae. L’adulto attero, di colore verde-oliva pallido, ha una lunghezza del corpo compresa fra 1,8 e 2,4 mm. L’addome presenta una sfumatura longitudinale dorsale più chiara e 4 tacche nere per lato. La codicola e i sifoni, lunghi circa due volte la codicola, sono più scuri, tendenti al bruno. È una specie dioica i cui ospiti primari sono le parti aeree delle pomacee e quelli secondari il colletto o le radici delle graminacee. Occasionalmente può compiere un ciclo completo sugli ospiti secondari tra la parte aerea, sulla quale vengono deposte le uova, e le radici della stessa graminacea (ciclo paramonoico eterotopo). Sverna sull’ospite primario come uovo. Le fondatrici (presenti a marzo) e le successive generazioni vivono a spese delle foglie, dei germogli e soprattutto dei mazzetti fiorali. Fin dalla prima generazione compaiono le forme alate migranti. In genere, poco dopo la fioritura, la specie abbandona gli ospiti primari che, nel mese di maggio, ne sono completamente liberi, e migra su quelli secondari di cui frequenta i colletti e le radici. Su tali ospiti compie in genere 10-11 generazioni. In autunno, dalla metà di ottobre circa, le forme alate tornano sugli ospiti primari che possono venire infestati in modo notevole. In tale periodo le colonie si trovano nella pagina inferiore delle foglie e vi rimangono fino a novembre inoltrato. Le femmine depongono le uova, di colore nero, a gruppi o isolate, nelle screpolature della corteccia. I danni sulle pomacee sono soprattutto a carico delle foglie che si piegano in modo da formare una specie di cilindro più o meno serrato. Sulle graminacee può trasmettere il virus del nanismo giallo dell’orzo (virus persistente).

Afide lanigero del melo (Eriosoma lanigerum)

L’insetto, appartenente all’ordine Rhynchota, famiglia Aphididae, ha una lunghezza di 2 mm, forma ovale, colore rosso scuro, violaceo o bruno, quasi nero. Le antenne sono corte, rostro potente e cornicoli molto corti che appaiono come un anello leggermente sporgente. Anche le zampe sono corte. La forma alata ha il capo e il torace di colore nero lucido e addome bruno. La lunghezza è di circa 3 mm. Questa forma secerne lunghi filamenti cerosi di colore bianco da ghiandole ciripare situate nella parte dorsale dell’addome. È fondamentalmente legata al melo, sebbene occasionalmente sia stata osservata su Crataegus, Pyracanta, Cotoneaster, sorbo e pero. L’areale di origine è negli USA, dove rappresenta una delle maggiori avversità nelle zone di coltivazione del melo. In Italia ha un ciclo monoico legato principalmente al melo. Il ciclo è praticamente sostenuto dalle virginopare attere che si riproducono per partenogenesi. Da fine estate possono comparire, anche sugli eventuali ospiti secondari, le forme sessupare e gli individui anfigonici che possono deporre le uova invernali. Ciascuna femmina depone un solo uovo. In ogni caso le fondatrici che nascono dalle uova durevoli nella primavera successiva muoiono senza essersi alimentate. Lo svernamento avviene principalmente come neanide di prima o seconda età (stadi molto resistenti al freddo), nelle screpolature, in genere della parte più bassa della corteccia dei tronchi o dei rami, in ferite, gallerie ecc. Raramente sverna sulle radici e solo in condizioni di terreno sabbioso e asciutto. Le colonie in primavera sono ben visibili sulle parti legnose (tronchi, branche, rami e rametti), in particolare in corrispondenza di ferite, tagli di potature, gallerie causate da specie xilofaghe. In genere si compiono fino a 20 generazioni. Le colonie sono formate da individui di colore rossastro o porpora completamente ricoperte da lanugine di cera bianca. Le iniezioni di saliva causano una notevole riproduzione neoplastica (galle, tumori) che, negli anni successivi, si manifesta con evidenti screpolature della corteccia. I tumori, le masse nodulari o i tessuti galligeni sulle radici non consentono un regolare sviluppo delle piante con conseguente rallentamento o blocco della crescita. In particolare ciò è più evidente su terreni argillosi che con terreni sabbiosi, soprattutto in seguito a periodi secchi che favoriscono la rottura delle radici e una più facile aggressione degli afidi. Sulla parte aerea gli attacchi sono spesso situati dove già sono presenti ferite (potatura, gallerie di altri insetti ecc.). Possono essere colonizzati anche i piccioli delle foglie sui rametti di 1-2 anni. In genere sui rametti attaccati si originano cancri che non consentono lo sviluppo delle gemme a frutto. In presenza di elevate popolazioni la melata prodotta e la crescita di fumaggini possono creare problemi. Sui tumori o sulle grosse ipertrofie radicali si insediano, inoltre, funghi che sono responsabili dell’aggravamento delle condizioni di sviluppo delle piante e del loro repentino indebolimento fino alla morte per disseccamento. La gravità dell’attacco e la sensibilità della cultivar sono determinanti per l’entità dei danni. In particolare tra le varietà resistenti si ricordano Annurca, Jonathan, Early Harvest, Golden Delicious. I portinnesti resistenti sono spesso utilizzati per diminuire le possibilità e la gravità degli attacchi alla parte radicale e quindi aerea. L’afide lanigero è vittima di numerose specie di predatori di svariati ordini e famiglie (Ditteri Sirfidi, Neurotteri Crisopidi, Coleotteri Coccinellidi ecc.) e di parassitoidi. In particolare l’Imenottero Calcidoideo Aphelinus mali, di origine americana, svolge un ruolo molto importante. La parassitizzazione in genere raggiunge livelli molto elevati, anche oltre il 90%.

Tingide del pero (Stephanitis pyri)

L’insetto, appartenente all’ordine Rhynchota, famiglia Tingidae, è di forma appiattita con antenne lunghe. Il capo e il protorace sono provvisti di processo sferico somigliante a una ampolla. Le ali anteriori sono trasparenti e reticolate, con macchie nere sfumate, disposte a formare una sorta di “H”. Le uova sono di colore nero lucente, di forma ellittica, inserite obliquamente nel tessuto fogliare della pagina inferiore, lungo la nervatura principale e coperte con una goccia di liquido escrementizio. Le neanidi e le ninfe sono caratterizzate da numerosi processi spinosi di colore chiaro nel capo e nell’addome. In Italia è presente dappertutto. La tingide del pero ha, come ospiti principali, melo, pero, susino, ciliegio, biancospino, rosa, rododendro, azalea, piracanta, sorbo e castagno dolce. Gli adulti svernano nel terreno sotto le foglie secche o sotto la corteccia e riprendono l’attività verso la metà di aprile, accoppiandosi. Le uova vengono deposte dagli inizi di maggio, per circa un mese, raggiungendo anche il centinaio di unità. Le neanidi rimangono nella pagina inferiore delle foglie e raggiungono la maturità in circa 20 giorni. Come gli adulti si cibano di fluidi intracellulari. In giugno prende avvio la seconda generazione alla quale ne succedono una terza e anche una quarta compatibilmente con il sopraggiungere della stagione fredda. I danni non sono solo diretti (sottrazione di fluidi) ma anche per conseguenze delle numerose lesioni: necrosi e disseccamenti fogliari, deposito di liquidi escrementizi che ostruiscono gli stomi con la melata prodotta. Forti infestazioni possono causare una defogliazione completa.

Psilla del biancospino (Cacopsylla melanoneura)

La psilla appartiene all’ordine Rhyncota, famiglia Psyllidae. Gli adulti svernanti sono di colore bruno rossiccio, mentre quelli estivi sono verde brillante. Le uova sono di colore giallo-arancio, non hanno in pratica il filamento apicale e vengono deposte oblique, cioè non adagiate come nelle altre specie. In Italia C. melanoneura è molto comune nelle regioni settentrionali nelle quali è tra le specie maggiormente presenti. Le piante ospiti sono il biancospino e altre rosacee (Malus e Pyrus spp.). Questa specie è stata ritrovata anche su Taxus baccata, oltre che su molte piante rifugio o occasionali di differenti famiglie. Svolge un’unica generazione l’anno. Gli adulti passano l’inverno su conifere del genere Taxus, Abies, Pinus, su piante spontanee ecc. Dal biancospino (Crataegus spp.), che è un ospite comune, gli adulti possono passare scalarmente al melo non ancora in vegetazione (sono presenti già prima dell’ingrossamento delle gemme). Sul melo si nutrono e si accoppiano. Le uova vengono deposte in gruppi (anche 200 per femmina) su perule, foglioline o boccioli fiorali per un periodo che può durare anche 40 giorni. Le neanidi colonizzano i mazzetti e si trovano frequentemente localizzate sulle pagine inferiori delle foglie della rosetta, o alla base dei piccioli, dove è prodotta melata. Gli adulti della nuova generazione spariscono dal melo subito dopo la loro comparsa. C. melanoneura compare sui meli con anticipo (ingrossamento delle gemme) rispetto a C. picta (che in genere compare nella fase di orecchiette di topo). Le neanidi e le ninfe producono melata che può causare crescite stentate dei germogli o deformazione dei lembi fogliari, ma non hanno, nella pratica, importanza economica. C. melanoneura è stata identificata quale vettore del fitoplasma degli “scopazzi del melo” (apple proliferation phytoplasma = APP). Il periodo critico per la trasmissione è tra febbraio e marzo in corrispondenza del picco di massima intensità della popolazione (ma anche prima per opera di individui svernanti già infetti).

Psilla (Cacopsylla picta)

Come la specie precedente, C. picta (= C. costalis) appartiene all’ordine Rhyncota, famiglia Psyllidae. Gli adulti svernanti sono di colore scuro, mentre quelli estivi hanno un aspetto verde brillante. Le uova sono di colore bianco-giallastro. C. picta è una specie probabilmente molto rara, presente nelle aree frutticole dell’Italia settentrionale (area di Nord-Est). Oltre che su melo (M. domestica, M. sylvestris e Prunus armeniaca) è stata segnalata su conifere e su piante erbacee spontanee del genere Brassica, Mentha, Avena, Vicia, Pisum ecc. Su melo gli adulti compaiono di norma nella fase fenologica di orecchiette di topo, cioè qualche tempo dopo C. melanoneura, che in genere è osservabile già nella fase di ingrossamento delle gemme. Le uova sono deposte singolarmente sulle foglioline non ancora completamente aperte, o appena distese. Una femmina può deporre scalarmente (30-40 giorni) fino a 160 uova. Le neanidi e le ninfe si nutrono a spese della pagina inferiore delle foglie originando una melata tipicamente puntiforme. Gli adulti compaiono scalarmente per oltre un mese (fra giugno e luglio), ma dal melo spariscono in tempi brevi. La melata prodotta dalle neanidi e dalle ninfe non è in genere causa di danni diretti ai frutti, che però possono venire imbrattati e colonizzati da fumaggine nerastra. C. picta è, come C. melanoneura, un vettore del fitoplasma degli “scopazzi del melo”.

Psilla del melo (Cacopsylla mali)

Gli adulti (3-4 mm) sono in generale di colore fra il verde chiaro e il bruno rossastro. Le femmine presentano un pronoto di colore prevalentemente rossastro, mentre i maschi di colore bruno-verdastro, così come l’addome per entrambi i sessi. Le ali sono ialine, disposte a tetto. C. mali si differenzia da Cacopsylla pyricola, con la quale potrebbe essere confusa, per la mancanza di una macchia nera sulle ali nella zona posteriore. Le uova (0,4 mm di lunghezza) hanno un breve peduncolo conico e un breve filamento apicale. Sono di colore bianco, appena deposte, poi di colore giallo e quindi rossastro quando prossime alla schiusura. Le neanidi e le ninfe sono di colore compreso fra il giallo e il verde con macchie e striature trasversali nere. C. mali compie 1 sola generazione per anno. Sverna allo stato di uovo deposto in piccoli gruppi (3-10 elementi) nelle screpolature trasversali della corteccia o delle lamburde del melo o, più raramente, del cotogno. La fecondità media per femmina è di circa un centinaio di uova. Le prime neanidi compaiono fra marzo e aprile (più o meno nel periodo di rottura delle gemme) e sono in genere osservabili, anche in gruppi numerosi, sulle gemme ingrossate o nei corimbi. Gli adulti compaiono fra maggio e giugno e possono rimanere su melo o migrare su altre piante (olmo, nocciolo ecc., su cui estivano senza nutrirsi), per tornare a ovideporre su melo in autunno. C. mali arreca in Italia danni trascurabili, mentre è descritta come dannosa in Centro Europa. I danni sono causati dalle punture o dalle ustioni della melata prodotta da neanidi e ninfe a carico di gemme, foglie (che non si distendono completamente) e fiori (aborti e avvizzimenti). Le punture sui frutti possono dare origine a malformazioni.

Cocciniglia di S. José (Quadraspidious perniciosus)

La cocciniglia di S. Josè appartiene all’ordine Rhyncotha, famiglia Diaspididae. È una cocciniglia praticamente presente in tutto il mondo ed è una delle specie più dannose. È caratterizzata da un notevole dimorfismo sessuale. Le femmine, infatti, sono costantemente senza ali (attere), quasi sempre apode (senza zampe) e con il corpo non suddiviso, mentre i maschi sono di norma alati (il paio anteriore normali e quelle posteriori non funzionali). Nei Diaspini, famiglia a cui appartiene Q. perniciosus, le sostanze cerose emesse, insieme ai resti larvali delle età precedenti, formano caratteristici scudetti circolari o subcircolari. La riproduzione può essere anfigonica (sono presenti i 2 sessi) o partenogenetica (le femmine originano individui senza accoppiarsi). Q. perniciosus è ovovivipara (non sono visibili le uova, ma solo le neanidi) e il numero di uova per femmina varia da alcune centinaia ad alcune migliaia. La cocciniglia di S. José sverna sulle piante come neanide di prima o seconda età, ma anche eccezionalmente come femmina. Normalmente le femmine compaiono in marzo-aprile, sono quindi fecondate e danno origine mediamente a 100-150 nuovi individui. Essi conquistano in tempi brevi nuova vegetazione (rametti) e frutti sui quali si fissano e si nutrono. Nel corso di un anno si susseguono 3 generazioni. Le cocciniglie, in generale, sono importanti insetti fitofagi che attaccano un considerevole numero di piante coltivate. Alcune specie sono monofaghe, altre polifaghe e possono infestare sia le parti epigee sia quelle ipogee. La cocciniglia di S. José colonizza i tronchi, i rami e i frutti iniettando saliva che nei tessuti provoca arrossamenti circolari ben visibili sia sui rami (sollevando la corteccia) sia sulla buccia dei frutti. I danni consistono in prelievi di linfa da un unico punto per individuo. Le piante attaccate possono anche disseccare completamente, mentre i frutti subiscono un irrimediabile danno commerciale. È una specie ritenuta originaria del Nord della Cina, arrivata nella valle californiana di S. José (da cui il nome) nel 1873. In Italia è presente dal 1920 circa. La cocciniglia di S. José presenta scudetti circolari grigi con follicolo centrale nelle femmine, mentre quelli maschili sono ellittici, dello stesso colore e con follicoli eccentrici. Attacca moltissime piante spontanee, forestali e da frutto (oltre 200) con particolare preferenza per le Rosacee.

Coleotteri

I Coleotteri (dal greco koleòpteros “dalle ali inguainate”, composto di koleòn “guaina” e pteròn “ala”), comprendono oltre 300.000 specie fino a ora descritte. Vivono in differenti habitat e sono diffusi universalmente. In questo ordine sono comprese specie anche molto dannose, sia da adulti sia da larve, in molti e differenti ambienti. Alcune specie sono utili (entomofaghe, impollinatrici, coprofaghe ecc.). In particolare sono qui descritte 2 specie di una certa importanza per il melo: Anthonomus pomorum e Melolontha melolontha.

Antonomo del melo (Anthonomus pomorum)

Si tratta di un coleottero appartenente all’ordine Coleotteri, famiglia Curculionidae di colore bruno-rossastro, di forma ovale, che misura da adulto 4-5 mm; si distingue dal congenere antonomo del pero (Anthonomus pyri) per possedere sulle elitre a riposo una tipica fascia biancastra con decorso a “V”. Tipico fitofago della primavera, le sue piante ospiti sono Rosacee Pomoidee, in particolare il melo e secondariamente il pero. Specie comune nelle regioni dell’Europa centro-settentrionale, nei meleti italiani è diffusa ovunque, sebbene sia tipica degli ambienti a melo posti ad altitudini più elevate (>500 m s.l.m.). Da sempre incluso fra i fitofagi minori del melo, ha assunto lo status di insetto da controllare nell’ultimo ventennio del secolo scorso in seguito al minor utilizzo di insetticidi a largo spettro. Attualmente la sua presenza e la sua dannosità sono circoscritte a limitate aree del Trentino-Alto Adige, Piemonte, Valtellina e FriuliVenezia Giulia. Sviluppa una generazione all’anno; in primavera, gli adulti che hanno svernato sotto la corteccia o in vari ricoveri alla base delle piante rientrano in attività alla ripresa vegetativa pungendo le gemme a fiore e poco dopo si accoppiano. Dal momento in cui tra le perule delle gemme è presente una striscia bianco/verdastra inizia l’ovideposizione; l’antonomo, dopo aver provocato un foro nella gemma vi depone singole uova. Dopo circa una settimana schiudono le larve che rodono gli organi interni di ciascun fiore impedendone la schiusura. Entro una singolare ed evidente sfera di petali di colorazione bruna si forma la pupa. I fiori infestati rimangono generalmente attaccati alla pianta fino alla schiusura degli adulti che avviene fra metà maggio e giugno. Gli adulti neosfarfallati rimangono sulla pianta all’incirca un mese prima di estivare e svernare nei loro ricoveri, per ricominciare il ciclo nella primavera successiva. In questa fase si nutrono erodendo le foglie più tenere o i frutti in accrescimento e provocando su questi ultimi delle piccole lesioni e/o deformazioni del frutto, spesso confuse con punture di miridi e rincoti. Se il numero di fiori/pianta è equilibrato i danni da antonomo sono generalmente trascurabili, tuttavia in alcune situazioni viene perduta fino al 70% della fioritura e perciò il danno può risultare economicamente apprezzabile. Il contenimento naturale, operato prevalentemente da imenotteri incneumonidi (per es. Scambus pomorum) e da braconidi, può contenere anche il 50% della popolazione giovanile e adulta di antonomo. L’entità della popolazione adulta svernante si valuta da fine febbraio utilizzando la tecnica di battitura con ombrello entomologico (frappage). La soglia di intervento proposta è di 20-30% di branchette con antonomo.

Maggiolino (Melolontha melolontha)

Il maggiolino appartiene all’ordine Coleotteri, famiglia Scarabeidae. La sua elevata polifagia, le dimensioni relativamente importanti (25-30 mm) ed i caratteristici voli in massa osservabili da aprile a giugno all’imbrunire, fanno di questo insetto una delle poche specie fitofaghe molto conosciute anche fra i non addetti del settore. Il maggiolino, storicamente temuto per le cicliche defogliazioni inferte a numerose piante arboree, ha assunto nell’ultimo trentennio status di potenziale fitofago del melo per i danni a opera delle popolazioni larvali. Queste infatti svolgono il proprio ciclo nel terreno nel primo mezzo metro di profondità, interessando perciò tutte le radici della pianta coltivata. In particolare ne risentono i moderni impianti a melo innestati su portinnesti nanizzanti caratterizzati da apparato radicale posto nei primi 30 cm di terreno. L’adulto del maggiolino ha torace nero mentre le elitre, che ne ricoprono il dorso, sono di colore rosso-marrone. Nel mese di aprile gli adulti escono con gradualità dal terreno e volano al tramonto verso le più vicine radure boschive, prevalentemente latifoglie (quercia, carpino, acero, ciliegio, betulla, noce ecc.), nutrendosi attivamente dei tessuti verdi. L’attività di alimentazione perdura circa 2 settimane, fase nella quale avvengono anche gli accoppiamenti. Trascorso questo periodo, le femmine ritornano sui terreni da cui sono sfarfallati e depongono alcune decine di uova a pochi cm di profondità; le femmine possono ritornare a nutrirsi sulle latifoglie altre volte per poi ritornare e deporre altre uova. Le larve nascono da metà giugno si nutrono principalmente di radici. La fase larvale dura almeno due anni dopodiché si impupano a fine estate del secondo anno, e nella primavera del terzo anno sfarfalleranno gli adulti. Specie comune in gran parte degli Stati europei, in Italia colonizza soprattutto il Centro-Nord e relativamente al melo alcuni distretti della Val D’Aosta, del Trentino-Alto Adige, Piemonte e Friuli. Le larve di maggiolino, lunghe fino a 40 mm, sono a forma di “C”, biancastre, con capo e zampe aranciate e la parte terminale dell’addome ingrossata rispetto al resto del corpo. Esse prediligono ambienti freschi e terreni sciolti. Per quantificare la popolazione larvale presente si scava una decina di buche nel terreno (50 × 50 cm) e profonde 40-50 cm. Sebbene non vi sia una soglia economica, per il melo, si ritiene che una presenza media di 5-10 larve/m2 sia già in grado di determinare un danno reale alla pianta.

Ditteri

È un ordine vastissimo che comprende specie di varie dimensioni, abitudini, habitat ecc. Comprende specie di notevole importanza anche agraria per le numerose colture attaccate e i danni provocati in particolare dalle larve. Su melo riveste un certo interesse Dasyneura mali.

Cecidomia fogliare (Dasyneura mali)

L’insetto appartiene all’ordine Diptera, famiglia Cecidomyiidae. Gli adulti sono di colore giallo sporco, della dimensione di 2-2,5 mm di lunghezza, mentre le larve, che sono prive di zampe, misurano al massimo 2 mm. Dasyneura mali è originaria dell’Europa da dove si è diffusa nelle Americhe (introdotta nel 1912) e nella Nuova Zelanda. In Italia è comune ovunque. È specificamente legata al melo e il suo ciclo biologico è molto influenzato dalle condizioni climatiche. Nel corso della stagione vegetativa si susseguono 3-5 generazioni legate alla presenza di germogli freschi. D. mali si sviluppa, infatti, a spese delle foglie del melo sulle quali provoca arrotolamenti verso la parte superiore, nella parte distale di entrambi i lembi. La cecidomia sverna come larva dentro un bozzolo. Durante la fioritura compaiono gli adulti che si accoppiano in tempi molto brevi poiché la loro vita media non supera i 2-3 giorni. Le femmine depongono sulle foglie gruppi di 20-50 uova. In questo periodo si originano gli arrotolamenti delle foglie causati dall’attività trofica delle larve che, quando mature, si lasciano cadere al suolo per impuparsi nel terreno a qualche centimetro di profondità. Non è praticamente dannosa in impianti in produzione, mentre in vivaio può generare danni rallentando lo sviluppo dei germogli e l’attività fotosintetica. In sua presenza sembrano aggravarsi i danni da Tortricidi ricamatori che trovano riparo dentro le foglie accartocciate.

Acari

Gli acari appartengono alla classe degli aracnidi e sono caratterizzati dal possedere 4 paia di zampe (3 paia sulle larve), tranne gli eriofidi che posseggono 2 paia di zampe in tutti gli stadi dello sviluppo post-embrionale. Di importanza marginale come fitofagi, hanno assunto, a partire dalla metà del secolo scorso, un ruolo importante con danni rilevanti su molte colture, tra cui il melo, in seguito alla rottura dell’equilibrio biologico causato principalmente dall’uso eccessivo di fitofarmaci ad ampio spettro d’azione e poco selettivi nei riguardi dell’entomofauna utile.

Eriofide del melo (Aculus schlechtendali)

È un acaro fitofago importante del melo, che appartiene alla famiglia degli Eriophydae. Colonizza sia piante abbandonate o poco trattate sia frutteti commerciali. Danni su melo in Italia sono stati segnalati in Emila-Romagna, Trentino-Alto Adige, Piemonte e Valtellina a partire dal 1976, ma è soprattutto negli ultimi 15 anni che un significativo incremento di frutticoltori lamentano la difficoltà di gestione delle infestazioni di questo eriofide. Viene segnalata questa problematica soprattutto in ambienti collinari e su talune cultivar quali Braeburn, Fuji, Golden Delicious e Jonagold. L’eriofide del melo è un acaro atipico, caratterizzato da minuscole dimensioni (110-200 micron di lunghezza), dall’aspetto vermiforme e dalla presenza di sole due paia di zampe. Sul melo la specie sverna come femmina del tipo invernale chiamata deutogina, sotto le perule delle gemme o nelle anfrattuosità della corteccia. Alla ripresa vegetativa colonizza le parti verdi della pianta determinando alterazioni sia alle foglie sia ai frutti. Dalla forma invernale si origina la forma estiva o protogina costituita da maschi e femmine e dalla colorazione giallo tenue. Nel centro-nord Italia si svolgono fino a 4-5 generazioni all’anno. Sulle foglie i sintomi dell’azione trofica si manifestano con una decolorazione della lamina della pagina inferiore che da verde vira gradatamente al giallo ocra fino a una tonalità bronzea talvolta confondibile con la sintomatologia da ragnetto rosso, ma distinguibile dal fatto che l’eriofide non altera la colorazione della pagina superiore. Nei casi più gravi la foglia diventa fragile e tende a ripiegarsi a doccia verso l’alto lungo la nervatura principale, simulando uno stress idrico. Dopo una prima fase nella quale l’eriofide si sviluppa sui mazzetti fogliari e sui ricettacoli fiorali, da fine fioritura in poi colonizza anche le foglie dei getti e in particolare quelle apicali sulle quali generalmente raggiunge livelli di popolazione che possono toccare a luglio picchi di 1000-2000 eriofidi/foglia. Generalmente sui giovani impianti (2-5 anni) molto concimati e perciò a forte lussureggiamento la presenza dell’acaro è maggiore, sia in termini assoluti sia in termini di durata stagionale. Su di essi infatti non è infrequente trovare elevati livelli di popolazione anche a fine agosto. Il danno ai frutti è osservabile con chiarezza alla raccolta ed è rappresentato prevalentemente da interferenze sulla colorazione della buccia, con riduzione della tonalità gialla o rossa di fondo e su cultivar quali Golden Delicious, ridotta presenza della caratteristica “faccetta rossa”. Forti attacchi riducono inoltre il peso medio dei frutti e la pezzatura, con conseguente maggiore incidenza dello scarto. Meno importante sembra essere invece l’effetto dell’eriofide sulla rugginosità della buccia che, almeno su Golden Delicious e Jonagold, sembra manifestarsi soltanto con intensi attacchi precoci che interessano i frutticini da poco allegati. I nuovi orientamenti intervenuti negli ultimi decenni nella melicoltura italiana, con l’introduzione di nuove varietà talvolta più sensibili, il maggior periodo di lussureggiamento estivo (foglie apicali verdi) e l’adozione di nuove pratiche agronomiche che mirano a soddisfare le sempre maggiori esigenze del mercato (frutta colorata e con sfaccettatura, assenza di rugginosità e maggiore pezzatura), sono ritenuti fattori favorevoli allo sviluppo di questo acaro. I maggiori problemi si registrano in ambienti collinari e su talune cultivar quali Golden Delicious, Braeburn, Fuji e Jonagold. Nella generalità dei casi la soglia di 180-200 eriofidi per foglia a metà giugno non risulterebbe in grado di determinare deprezzamenti sostanziali alla produzione di mele Golden Delicious. Questo livello di popolazione corrisponde con la manifestazione di qualche leggera bronzatura delle foglie sulla pagina inferiore. Per le varietà meno suscettibili al danno quali le cultivar del gruppo Red Delicious, Renetta del Canada e Granny Smith, la soglia economica può incrementare a 400-800 eriofidi/foglia. Una considerazione a parte meritano le produzioni ottenute sotto rete antigrandine; queste infatti risentono maggiormente degli effetti negativi dell’attacco e perciò a parità di condizioni (varietà, epoca ecc.) la soglia d’intervento si riduce di almeno un 50%. L’individuazione della soglia di presenza dell’eriofide sulle foglie e lo studio della dinamica di popolazione sono informazioni necessarie per una gestione integrata del problema. La ridotta dimensione dell’acaro (110-200 micron di lunghezza), rappresenta tuttavia un evidente limite per la loro osservazione diretta, anche con l’ausilio di una lente. I metodi di conteggio allo stereo microscopio e l’utilizzo delle tecniche di lavaggio sono adottate per lo più a scopi di ricerca. Nella pratica di campo solitamente si procede al rilievo della loro sintomatologia; il frutticoltore preparato dopo aver individuato le prime foglie bronzate dall’acaro (solo sulla pagina inferiore) dovrà intervenire specificatamente.

Ragnetto rosso dei fruttiferi (Panonychus ulmi)

Questo acaro tetranichide rappresenta l’acaro fitofago più diffuso nei meleti; specie cosmopolita, si sviluppa sulle foglie di numerose specie vegetali. La specie, ignorata in Italia fino al 1948, è diventata di estrema attualità negli anni ’70-’80. P. ulmi è ritenuto dannoso poiché si alimenta incidendo l’epidermide fogliare con i cheliceri; si alimenta sia sulla pagina superiore, interessando il tessuto a palizzata, sia sulla pagina inferiore, raggiungendo il tessuto lacunoso. Dalle cellule vegetali danneggiate fuoriesce il materiale citoplasmatico e dei cloroplasti con conseguente diminuzione dell’attività fotosintetica e incremento della traspirazione fogliare. Le foglie attaccate assumono una colorazione grigio-bronzea, fenomeno chiamato di bronzatura. L’entità dei danni provocati alla pianta è in funzione del livello di infestazione e del tempo per il quale esso si mantiene. Il danno interessa lo sviluppo vegetativo delle piante, particolarmente nei primi anni d’impianto, ma soprattutto interferisce negativamente sulla produzione, sulla colorazione della buccia, riduce la pezzatura dei frutti, il grado zuccherino e ritarda la maturazione. L’acaro svolge, nel corso dell’anno, da 4 a 9 generazioni, le quali, dalla seconda in poi tendono ad accavallarsi, data la scalarità di schiusura delle uova invernali. Le uova svernanti, chiamate “durevoli”, a forma di cipolla e dal colore rosso intenso, svernano talvolta in folti gruppi sulle parti legnose delle piante, specialmente attorno ai punti di inserzione dei giovani rami, alla base delle gemme e sotto il ritidoma. Da aprile inizia la schiusura e le giovani larve, dal colore inizialmente arancione chiaro e quindi rosse, si spostano colonizzando le foglioline e attraverso gli stadi giovanili successivi di protoninfe e deutoninfe si sviluppano in forma adulta. Gli adulti di prima generazione compaiono entro 3-4 settimane dopo la schiusura mentre per le generazioni successive in un arco di tempo più breve, anche in sole 2 settimane. Le femmine, lunghe circa 0,4 mm, sono globose e di una colorazione che con l’età vira dal rosso chiaro allo scuro e portano sul dorso numerose setole inserite su tubercoli bianchi, carattere quest’ultimo utile nel riconoscere la specie anche utilizzando una lente di campo. I maschi, leggermente più piccoli e piriformi, sono anch’essi facilmente distinguibili. Ogni femmina depone mediamente una trentina di uova il cui colore varia dal verde chiaro all’arancione. Da giugno in poi possono essere presenti sulle foglie tutti gli stadi di sviluppo. Le uova destinate a svernare vengono deposte con scalarità da fine agosto a ottobre. Oltre ai fitofagi già citati, sul melo possono essere presenti altre specie; fra queste il ragnetto rosso comune Tetranychus urticae che, pur privilegiando le specie erbacee, può saltuariamente colonizzare il melo a stagione inoltrata, spostandosi dal cotico sottostante diventato meno appetibile o eliminato con il diserbo. La presenza invece di Tetranychus viennensis, Eotetranichus pomi e di Bryobia rubrioculus si riscontra prevalentemente in frutteti trascurati o abbandonati.

Difesa

Per quanto riguarda la difesa insetticida e acaricida, il melo richiede, rispetto alle altre piante da frutto, il maggior numero di trattamenti, soprattutto per il gran numero di specie fitofaghe che vivono e che si alimentano a sue spese. Per questa ragione il melo è stata la prima coltura sulla quale è stata adottata la difesa integrata (Integrated Pest Management = IPM) che rappresenta attualmente il principale metodo di lotta che persegue l’obiettivo di intervenire solo quando è strettamente necessario (treat-when-necessary), nell’ottica della riduzione massima possibile dell’impiego di preparati chimici. Nel rispetto di tale concetto di base sono state sperimentate e applicate strategie innovative operando una selezione attenta delle novità e delle alternative via via disponibili. Per difendere le produzioni dalle più importanti specie fitofaghe esistono varie soluzioni anche integrabili fra loro. Fra queste, gli insetticidi occupano una posizione predominante perché in genere efficaci su più specie, spesso contemporaneamente presenti, di facile uso e con costi accessibili. Ma altre tecniche si stanno proponendo da qualche tempo con molto interesse. Per esempio quelle che si basano sull’impiego dei feromoni sessuali o quelle biologiche con batteri e virus sono le più comuni, anche se, al contrario della maggior parte degli insetticidi, sono specie-specifiche, e quindi applicabili in pratica solo in determinate condizioni e con costi a volte rilevanti. Gli insetticidi di più recente sintesi sono caratterizzati da minore spettro di azione rispetto a quelli del passato e spesso con una specifica attività su precisi stadi di sviluppo. Per questo motivo è assolutamente necessario che siano distribuiti con precisione sullo stadio sensibile della/e specie target, pena risultati non soddisfacenti, spesso attribuiti ad altri fenomeni. Tale corretta applicazione, se non rispettata, può portare, assieme ad altre condizioni di sviluppo favorevoli (per esempio quelle climatiche), alla crescita delle popolazioni che diventano pertanto più aggressive. L’attività degli insetticidi è stata messa in discussione in tempi recenti dalla comparsa del fenomeno di resistenza che è un processo ereditario, ancora non pienamente chiarito e comunque molto complesso. Per esempio non è necessariamente frutto di una spinta pressione chimica; possono essere coinvolti più meccanismi di detossificazione ancora non conosciuti. In Europa, e in particolare in Italia e nelle popolazioni sud-orientali della Francia, la resistenza della carpocapsa agli insetticidi è stata rilevata per la prima volta negli anni ’90 per diflubenzuron, mentre nello stesso periodo si osservavano i primi insuccessi in Svizzera e in Spagna. Lo spettro di resistenza di alcune di queste popolazioni è di recente sensibilmente aumentato includendo avermectine, benzoiluree, benzoilidrazine, neonicotinoidi, organofosfati, lattoni macrociclici e piretroidi. La ridotta efficacia degli insetticidi su C. pomonella è stata collegata a meccanismi non-specifici come un aumento della metabolizzazione enzimatica e/o modificazione del bersaglio molecolare specifico di un gruppo chimico. I principali sistemi enzimatici coinvolti nella resistenza agli insetticidi, nelle popolazioni di carpocapsa, sono l’ossidasi a funzione mista (MFO) e il glutatione-S-transferasi (GST) ed esterasi (EST). Una mutazione kdr nel canale voltaggio-dipendente del sodio è coinvolta nella resistenza ai piretroidi, mentre una variazione genetica dell’acetilcolinesterasi (AchE) è stata identificata in un ceppo di laboratorio selezionato per la resistenza all’azinphos-methyl. Passando a esaminare le linee di difesa insetticida, la specie verso la quale è diretto il maggior numero di interventi è da sempre C. pomonella e, da qualche tempo, anche C. molesta. Le 2 specie hanno un etogramma molto differente: C. pomonella è praticamente insediata solo su pomacee (e noce), mentre C. molesta è polifaga e può vivere a spese di molte Rosacee, per lo più drupacee (pesco e nettarine). Entrambe le specie sono in una fase molto aggressiva e fonte di preoccupazione per popolazioni più elevate e, per la sola C. molesta, per colture e aree colonizzate. Le ragioni sono molto dibattute e riconducibili a una maggiore pressione (vale a dire popolazioni più elevate) le cui cause potrebbero essere, come già accennato, l’insorgere di resistenza pratica per C. pomonella (fenomeno però puntiforme) e le risposte ai mutamenti climatici per entrambe. Nella pratica ciò può tradursi in un generale incremento delle popolazioni. Le 2 specie sono molto temute per i consistenti danni che possono provocare e verso di esse si applica non meno del 60-70% del totale degli insetticidi distribuiti. La difesa per questi e altri lepidotteri può essere praticata scegliendo fra diverse opzioni. Gli insetticidi utilizzabili appartengono ad alcuni gruppi chimici fra cui CSI (Chitin Syntesis Inhibitors) e MAC (Moulting Agonist Compounds), fosforganici, neonicotinoidi, spinosine, oxidiazine ecc. Molto utilizzati sono oggi i regolatori della crescita (CSI e MAC). I primi sono caratterizzati da una peculiare attività sulle uova e da un prolungato periodo di efficacia. Il principale problema, già considerato, è la precisione del timing che obbliga a intervenire prima della deposizione delle uova, pena drammatiche diminuzioni di attività. La loro applicazione strategica è pertanto corrispondente all’inizio delle generazioni, prima che prenda avvio la deposizione delle uova. Per i MAC il timing più opportuno è stato individuato in qualche tempo prima della schiusura delle uova di C. pomonella (stadio di testa-nera). Le trappole sessuali e i campionamenti visivi, oltre al modello previsionale, sono gli strumenti raccomandati per stabilire con precisione i tempi delle applicazioni. Gli IGR sono dotati di un buon profilo tossicologico nei confronti dei principali gruppi di ausiliari, quindi rivestono un ruolo primario nella difesa. Per la lotta alla carpocapsa sono fortemente raccomandati i feromoni sessuali, che sono sostanze prodotte da organi diversi del corpo e usate dagli animali per comunicare fra di loro. Quelli degli insetti sono solitamente emessi dalle femmine per attrarre i maschi, ovviamente della stessa specie, all’accoppiamento. Morton Beroza (USDA) ebbe l’idea di utilizzare i feromoni sessuali per interrompere (disrupt) l’accoppiamento (mating). Si stima che tale metodo sia applicato, a livello mondiale, su circa 600.000 ettari di differenti colture per difendersi, in particolare, da alcune specie di Lepidotteri e su 166.000 ettari per la sola C. pomonella. L’efficacia di tale metodo è assodata per alcune specie quali C. molesta, Keiferia lycopersicella e Pectinophora gossypiella, mentre per altre, fra cui la carpocapsa, la questione è dibattuta e, tranne che in alcuni casi (per esempio negli stati di Washington e California in USA e in Alto Adige in Italia), non è ancora possibile applicarlo su larga scala. Le condizioni che ne limitano l’espansione sono sostanzialmente 3: popolazioni di basso livello, area trattata isolata e poche generazioni per anno (1 o 2). Nella pratica, con elevate popolazioni si possono avere alti livelli di accoppiamenti (70-80%) rispetto a quelli osservati in frutteti non confusi, mentre in quelli in cui la popolazione è bassa il loro livello sembra soppresso fino al 30-35%. In ogni caso è stato dimostrato che se l’accoppiamento è ritardato per 4-6 giorni (mate location) rispetto a condizioni normali il numero delle uova deposte diminuisce anche del 50% e oltre, e la fertilità è ulteriormente ridotta. L’integrazione tra la confusione sessuale e alcuni trattamenti specifici è comunque una tattica praticabile e le raccomandazioni per la sua adozione sono ampiamente condivise. Anche il virus della granulosi della carpocapsa continuerà con ogni probabilità a essere uno strumento tenuto in grande considerazione, sebbene la sua attività sia principalmente indicata per la prima generazione e in particolare per popolazioni di limitata densità. Le altre specie di lepidotteri, in particolare i tortricidi ricamatori, ma anche O. antiqua, sono ben contenute da trattamenti a base di Bacillus thuringiensis serovar kurstaki (Btk), da insetticidi regolatori della crescita degli insetti (IGR) e da prodotti di altre famiglie chimiche di recente introduzione (oxidiazine, spinosine), oltre che da esteri fosforici ancora disponibili. La difesa è come sempre basata sulle catture di adulti nelle trappole sessuali, sulle informazioni dei modelli previsionali di sviluppo e sull’applicazione delle soglie di intervento basate sul numero di adulti catturati nelle trappole (15 in una o 30 in 2 settimane) o dalla percentuale di getti infestati (5% per le generazioni estive). Per A. orana è disponibile anche un formulato a base del Virus della Granulosi (AoGV). I microlepidotteri minatori sono attualmente di poco interesse rispetto al passato. In ogni caso alcuni neonicotinoidi, spinosine e anche regolatori della crescita (IGR) si sono dimostrati molto efficaci. Per il rodilegno rosso (C. cossus) e giallo (Z. pyrina) si fa molto affidamento sull’impiego di feromoni sessuali applicati secondo il metodo della cattura di massa (ma risultati sperimentali hanno messo in evidenza che anche quelli ottenuti con la confusione sessuale forniscono dati positivi). Cinque-dieci trappole per ettaro sono in genere sufficienti a contenere le popolazioni. Per la prima specie non ci sono in pratica alternative efficaci, mentre per la seconda 1-2 trattamenti con insetticidi del gruppo dei regolatori della crescita forniscono risultati apprezzabili, sempre se applicati nei momenti opportuni (quindi basandosi sulle catture delle trappole di sorveglianza). Il polisolfuro di calcio per Q. perniciosus fornisce ancora ottimi risultati. Le principali ragioni di tale scelta sono: 1) l’unico stadio presente al momento dell’applicazione (neanidi svernanti di prima o seconda età); 2) la minore tossicità di tale prodotto rispetto alla maggioranza delle altre possibili soluzioni. Per contenere la cocciniglia di S. José in un diverso momento dell’anno (maggio-giugno e/o oltre) sarebbero necessari altri e numerosi interventi (per esempio con esteri fosforici), in genere più tossici per le specie utili presenti e quindi meno adatti alle tecniche di difesa integrata. Gli afidi, e in particolare D. plantaginea, sono tenuti a freno da insetticidi dotati di elevata sistemicità quali quelli del gruppo dei neonicotinoidi applicati in pre o post-fioritura, in funzione delle aree frutticole. Un trattamento è in genere sufficiente per contenere le popolazioni di questa specie e per limitare le altre eventualmente o contemporaneamente presenti. Alcune interessanti indicazioni sperimentali sono recentemente emerse nella difesa da E. lanigerum, che sembra in una fase di recrudescenza. Anche in questo caso i neonicotinoidi si sono dimostrati di notevole efficacia. Il contenimento dell’antonomo era in passato indirizzato a ridurre la popolazione adulta svernante in procinto di ovideporre, utilizzando insetticidi ad azione abbattente. Attualmente la difesa si va progressivamente orientando verso principi attivi più specifici e in tal senso si stanno valutando formulati CSI (inibitori della sintesi della chitina) ed RCI a base ormonale. Per il controllo delle infestazioni del maggiolino si stanno adottando tecniche di difesa diretta (chimica) o indiretta (agronomica). Tra le pratiche agronomiche segnaliamo l’utilizzo di reti antigrandine; queste, disposte sul terreno prima dell’inizio del volo degli adulti e lasciate fino al termine della loro attività di rientro, impediscono di fatto l’ovodeposizione. Relativamente alla difesa diretta, in molte aree europee sono state messe a punto tecniche di contenimento indirizzate alle larve nel terreno; fra i prodotti utilizzabili va segnalato il fungo Beauveria brongniartii, la cui azione di disfacimento dei tessuti larvali risulta tuttavia molto lenta. Si tratta di pratiche dimostratesi interessanti, ma particolarmente onerose sia in termini operativi sia di costo. Infine, la difesa chimica tradizionale indirizzata agli adulti o alle larve risulta di fatto poco utilizzata nel contesto melicolo.


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