Volume: il pero

Sezione: coltivazione

Capitolo: parassiti animali

Autori: Edison Pasqualini, Franco Laffi

Introduzione

Le principali specie di insetti che attaccano il pero e che possono danneggiare direttamente i frutti o la pianta nelle sue varie parti appartengono agli ordini dei Lepidotteri e degli Emitteri. Quelle che attaccano i frutti sono dette “carpofaghe” e fra queste la più dannosa è Cydia pomonella (= carpocapsa). Questa specie è considerata “chiave”, vale a dire che per contenerla a livelli economicamente accettabili sono sempre necessarie contromisure di varia natura (biologica, biotecnologica, chimica ecc.). A questo proposito va sottolineato che i tipi di intervento e il loro numero possono avere influenza su altre comunità di specie presenti e che questi effetti si possono riassumere nella regola delle “3 R”, cioè Resistance (resistenza della specie obiettivo), Resurgence (densità maggiori di specie già presenti) e Replacement (rimpiazzo di specie che scompaiono con altre nuove) e che altro non sono che le risposte dell’ambiente alla introduzione di sostanze chimiche per contenere le specie dannose. Nella difesa integrata (IPM = Integrated Pest Management) si dà grande importanza a tali possibili eventi poiché dalla ragionevole difesa da C. pomonella dipende la sorte di molte altre specie dannose e utili. Fra i Lepidotteri che aggrediscono i frutti si ricordano anche i Tortricidi ricamatori, che provocano solo erosioni superficiali ai frutti (ricami) e spesso si limitano a cibarsi di sole foglie fresche. Altre specie di Lepidotteri aggrediscono i rami e i tronchi: anche in questo caso i danni sono di notevole entità e si ripercuotono nel tempo. Le due specie più importanti sono Zeuzera pyrina e Cossus cossus che scavano gallerie di differente tipologia nel legno di rami e tronchi interrompendo, di fatto, il flusso linfatico e conducendo a morte parti di pianta e spesso l’intero albero. Fra i Rincoti o Emitteri, le famiglie degli Psillidi e dei Coccidi possono considerarsi le principali e ne fanno parte alcune specie molto temute. Fra le psille Cacopsylla pyri (= psilla comune del pero) è la specie più rappresentata, mentre fra le cocciniglie Quadraspidiotus perniciosus è la più diffusa. C. pyri è caratterizzata da una abbondate produzione di sostanze zuccherine (melata), che imbratta la vegetazione e i frutti, e per questo è causa di notevoli deprezzamenti economici, ma può anche trasmettere malattie (fitoplasmosi) come recentemente accertato. Q. perniciosus è causa sia di deprezzamenti commerciali dei frutti sia del deperimento dell’intera pianta nei casi più gravi. Le specie di acari fitofagi che colpiscono le piante coltivate, e quindi anche il pero, appartengono alle famiglie dei Tetranchidi e degli Eriofidi. La prima di queste famiglie comprende specie che per la capacità di produrre fili sericei, che a volte finiscono per dare origine a fitte ragnatele, prendono comunemente, anche se in modo improprio, il nome di ragnetti. Alla seconda appartengono specie molto più piccole, con il corpo fortemente allungato e dotate soltanto di due paia di zampe, poste nella parte anteriore del corpo. Le specie che possono creare difficoltà alle coltivazioni di pero sono Panonychus ulmi, chiamato comunemente ragnetto rosso dei fruttiferi, Epitrimerus pyri, conosciuto come eriofide rugginoso ed Eriophyes pyri, noto come eriofide vescicoloso. La prima di queste specie, segnalata quasi come una curiosità nei trattati dei primi del Novecento, è andata sempre più assumendo importanza a partire dal dopoguerra, fino a costituire una temibile avversità che è stata poi ridimensionata, specialmente su melo, pero e vite, a partire dagli anni ’80 con l’introduzione della lotta guidata prima e integrata poi. Su pero, anche se gli attacchi sono in genere meno intensi che su altre piante ospiti, le situazioni sono risultate più complesse per il ruolo che Panonychus ulmi può svolgere anche nell’insorgenza di una temibile fisiopatia, nota come brusone, che in un primo tempo era stata attribuita esclusivamente a fattori climatici. Epitrimerus pyri è stato segnalato nel nostro Paese soltanto agli inizi degli anni ’60, si è poi diffuso successivamente fino a diventare una avversità di una certa importanza, soprattutto sulle cultivar a buccia chiara, a partire dagli anni ’70. Eriophyes pyri rappresenta invece un fitofago “storico”, classificato già dalla metà dell’800, e presente ovunque sui peri non sottoposti a regolare difesa fitosanitaria. Sparito praticamente con l’introduzione della frutticoltura specializzata, è ricomparso sporadicamente di recente, soprattutto sui giovani impianti.

Baco o verme delle mele e delle pere (Cydia pomonella)
Questo Lepidottero, conosciuto fin dal tempo di Teofrasto di Ereso, vissuto fra il IV e III sec. a.C. è ricordato anche dagli antichi romani quali Catone il Censore, Plinio il Vecchio e Columella. In tempi più recenti, Aldrovandi nel 1535, Redi nel 1668 e Linneo nel 1758 la descrivono come Tinea pomonella, che è il nome originario della specie. C. pomonella è diffusa in tutti i Paesi del mondo ed è una delle specie economicamente più importanti per i danni che provoca e per i costi delle contromisure per limitarli. Normalmente conosciuta come carpocapsa, sverna come larva matura nelle screpolature della corteccia o nel terreno. Gli adulti presentano le ali anteriori di colore grigio cenere attraversate da striature trasversali da marrone a nere e con una macchia più scura rotondeggiante all’estremità di quelle anteriori che li rendono praticamente inconfondibili. L’apertura alare varia da 15 a 22 mm. L’uovo, che ha una forma a piatto rovesciato con il corion (guscio) reticolato, misura in media 1,25 x 0,95 mm. Appena deposto è di colore bianco opalescente (stadio lattiginoso), in seguito vira verso il giallo-arancio e dopo 2-4 giorni di incubazione compare un anello incompleto di colore rosso (stadio anello rosso). Prima della schiusura si rende visibile la capsula cefalica (stadio testa nera). Lo sviluppo larvale si compie attraverso cinque stadi (età). La larva matura ha una forma cilindrica, misura 1,5-2 cm di lunghezza ed è solitamente di un colore rosa intenso (variabile spesso in funzione del tipo di alimentazione: per esempio il colore è più carico nelle larve che si sono sviluppate sulle noci rispetto a quelle provenienti dalle pere). La crisalide, lunga circa 1 cm, è di colore rossastro. Le larve sono guidate alla ricerca di un ricovero dove passare l’inverno dal “tigmotattismo” (istinto a ricercare le anfrattuosità) e dal “fototropismo negativo” (istinto a evitare la luce). Nel frutto attaccato si trova comunemente una sola larva, raramente due e solo se durante il percorso non si sono incontrate, poiché hanno costumi cannibali. Le larve possono penetrare nel frutto da un punto qualsiasi, ma anche dal picciolo o dalla cavità calicina (molto comune nelle pere). Le larve neonate vagano per un po’ di tempo (vagabondaggio) prima di penetrare nei frutti sui quali provocano una scalfittura a spirale sulla buccia, quindi penetrano nella polpa raggiungendo i semi di cui si nutrono. Le larve che si nutrono sulle pere hanno uno sviluppo più rapido rispetto a quelle che si alimentano sulle mele e queste ultime sono, a loro volta, più precoci rispetto a quelle che hanno infestato le noci. Gli adulti si accoppiano subito dopo lo sfarfallamento e le femmine iniziano immediatamente a deporre le uova. In genere una femmina può deporre in totale 60-80 uova, ma anche oltre, su altrettanti frutti. Gli accoppiamenti e le deposizioni avvengono solo al crepuscolo e sono regolati da limiti termici precisi (non avvengono con meno di circa 15-16 °C). C. pomonella compie tre generazioni in un anno in Emilia-Romagna. C. pomonella è vittima di molti parassitoidi che si nutrono sia delle uova (oofagi), sia delle larve (larvali), che di entrambi gli stadi (ovolarvali). Numerose specie inoltre sono parassite delle larve nei bozzoli. Si calcola che la mortalità da uovo ad adulto si aggiri intorno al 90%, e al 99% da uovo a uovo.

Tignola orientale del pesco (Cydia molesta)
È un Lepidottero appartenente, come la carpocapsa, alla famiglia dei Tortricidi. È una specie più legata al pesco, ma è divenuta molto comune in tempi recenti anche sulle pomacee e in particolare su pero. Gli adulti sono di ridotte dimensioni: le ali hanno un’apertura di 12-15 mm e quelle anteriori sono di colore bruno-grigio scuro, con 4-5 linee bianche sfumate al margine. Le uova sono lenticolari e simili a quelle di C. pomonella, ma di dimensioni leggermente inferiori non superando il millimetro di diametro. Le larve neonate sono chiare, mentre quelle mature sono di colore rosa tendente al rossiccio e misurano 10-14 mm. Il capo è marrone chiaro. All’estremità dell’addome è presente una formazione a pettine ben evidente che rende possibile distinguere le larve di C. molesta da quelle di C. pomonella che ne sono prive. La possibilità di riconoscerle è di fondamentale importanza per la difesa (scelta dei prodotti e momenti di applicazione), dato che possono essere presenti contemporaneamente nei frutti. A differenza di quelle di C. pomonella, le larve di C. molesta non raggiungono quasi mai la sede dei semi. Le crisalidi misurano meno di 1 cm. Gli adulti hanno abitudini crepuscolari, le femmine sono più longeve dei maschi e possono vivere due-tre settimane. Gli accoppiamenti avvengono normalmente al crepuscolo e una femmina depone in media da 50 fino a 200 uova, prima bianche poi rossicce, in genere collocate isolatamente sui frutti. Lo sviluppo embrionale (all’interno dell’uovo) si compie in circa 5-7 giorni, mentre quello postembrionale si completa attraverso 5 stadi larvali e dura anche un mese. Gli adulti possono spostarsi per distanze notevoli fino a un paio di chilometri. In particolare le femmine fecondate possono raggiungere distanze maggiori rispetto a quelle vergini, e anche rispetto ai maschi, poiché naturalmente indotte alla ricerca di luoghi adatti dove deporre le uova. C. molesta è un Lepidottero polifago che vive a spese di sole specie della famiglia delle Rosacee a eccezione di una Mirtacea (Eugenia myrianthus) segnalata in Argentina. In Italia, oltre al pesco, melo, pero e cotogno sono segnalati come ospiti l’albicocco, il mandorlo, il susino, il nespolo, il lauroceraso ecc., causando danni sia ai frutti sia ai germogli. Mentre su melo il ciclo può essere completo, su pero non ci sono conferme di tale comportamento. In generale su melo si possono notare attacchi ai germogli e ai frutti già in primavera, mentre su pero la comparsa dei danni si manifesta con maggiore frequenza tardivamente a carico dei soli frutti dal mese di luglio-agosto. Gli attacchi sembrano causati da popolazioni che migrano nei pereti attratte da sostanze odorose emesse dai frutti in maturazione (cairomoni). I frutteti sono, infatti, colonizzati in funzione della specie (prima il pero poi il melo) e dal momento di maturazione dei frutti (prima le varietà precoci poi le altre, in successione). I danni sono in particolare a carico dei frutti sui quali possono essere deposte anche decine di uova. In un caso in un solo frutto sono state raccolte fino a 35 larve. Questa specie, pertanto, non ha atteggiamenti cannibalistici come la carpocapsa, dalla quale si distingue anche per costruire gallerie nella polpa dei frutti che in genere non penetrano molto in profondità.

Rodilegno rosso (Cossus cossus)
Appartiene a una piccola famiglia di Lepidotteri (Cossidi) di dimensioni medio grandi. L’apertura alare è, infatti, mediamente di circa 80 mm, potendo oscillare da 65 a 100 mm. Le ali anteriori sono zigrinate da una moltitudine di piccole linee sinuose trasversali e distinte sul colore scuro dell’ala. L’uovo è di forma ellittica, di colore bruno-rossastro striato longitudinalmente di nero e misura 1,2 x 1,7 mm. Le larve, che emanano un caratteristico e sgradevole odore di cuoio vecchio molto forte, possono raggiungere una lunghezza di 10 cm. Il colore è rosso scuro nella parte dorsale e giallastro in quello ventrale. La crisalide è caratterizzata da una doppia serie trasversale di spine affilate, inserite su ciascuno dei segmenti addominali dal II al VII, che ne favoriscono il movimento verso l’uscita della galleria poco prima dello sfarfallamento. Il colore è rosso mattone e misura 4-5 cm. Le larve, che appena nate sono gregarie, penetrano nella corteccia prima dell’inverno, si insediano nei tronchi e, nella primavera successiva, riprendono l’attività individualmente. Scavano pertanto singole gallerie che di norma sono a sezione ellittica dirette sia verso l’alto sia verso il basso della pianta, oltre che intorno al tronco, più frequentemente nella zona del colletto. Dai fori esce continuamente un liquido rossastro (dal caratteristico odore di cuoio alterato) mescolato a rosume stopposo rossastro. Per tutto il secondo anno le larve continuano a scavare gallerie penetrando anche profondamente all’interno del legno. Passano quindi il secondo inverno allo stato di larva il cui sviluppo si completa nella primavera successiva. Prima dell’incrisalidamento le larve si dirigono verso l’uscita della galleria allargandone l’ultimo tratto e otturandolo con residui legnosi. L’incrisalidamento ha luogo in un bozzolo ottenuto da secreti e detriti legnosi. Dopo 15-30 giorni le crisalidi, per mezzo delle spinette di cui dispongono, si dirigono verso l’esterno emergendo parzialmente dal tronco. Quindi sfarfallano gli adulti il cui volo inizia in maggio, è massimo in giugno e termina in settembre. Gli adulti hanno abitudini esclusivamente notturne. Il rodilegno rosso vive a spese di un gran numero di alberi da frutto e forestali a foglia, ma si trova frequentemente anche in alberi deperiti, abbattuti o morti. In particolare attacca melo, ciliegio, pero, susino, cotogno, albicocco, pesco, olivo, castagno e vite. È stato segnalato anche sugli agrumi. Fra le piante forestali si ricordano quercia, salice, tiglio, platano, betulla, acero, pioppo, e molte altre. È stato descritto inoltre su barbabietola e carciofo. I danni provocati da C. cossus consistono in un generale e progressivo indebolimento delle parti attaccate e successiva morte dell’intera pianta a causa della interruzione del flusso della linfa. È originariamente uno xilofago secondario, vivendo a suo agio in grossi tronchi di alberi vecchi con corteccia screpolata su cui gli adulti si mimetizzano bene, mentre è un temibile fitofago primario sui fruttiferi, con tendenza a localizzarsi al colletto e nella zona radicale. Il legno di piante quali il pioppo e il noce subiscono danni irreparabili a causa delle gallerie causate dalle larve che ne compromettono il pregio. Le gallerie possono essere profonde e in genere hanno un andamento circolare, parallelo al terreno. È vittima di molti parassitoidi e predatori. Tra questi ultimi si ricordano gli uccelli insettivori quali il picchio che si nutre delle larve, ma anche di altri uccelli o pipistrelli che cacciano gli adulti. Le larve di C. cossus sono frequentemente attaccate da funghi entomopatogeni. Sono causa di mortalità naturale anche infezioni virali e infestazioni causate da nematodi.

Zeuzera, perdilegno o rodilegno giallo (Zeuzera pyrina)
Appartiene, come il rodilegno rosso, alla famiglia dei Cossidi. Per il suo aspetto è universalmente conosciuta come Leopard moth (farfalla leopardo); le ali sono bianche con macchie puntiformi nere e con riflessi blu, uniformemente distribuite su tutto il corpo dell’adulto. Le ali sono strette e la loro apertura nelle femmine è compresa fra 60 e 70 mm, mentre nei maschi non oltrepassa mai i 40-50 mm. Le uova sono di forma ovoidale, di circa 1 x 1,3 mm, di colore giallo chiaro appena deposte e rosa salmone in seguito. Generalmente sono deposte in gruppi di qualche centinaio di esemplari (in laboratorio una femmina può deporre 1000-2000 uova) sotto la corteccia o in tutte le fessure nelle quali la femmina possa introdurre il suo robusto ovopositore. Le larve, a completo sviluppo, sono lunghe anche oltre 6 cm e sono anch’esse caratterizzate da una numerosa serie di punti neri ben visibili (tranne le neonate nelle quali non sono presenti). Le crisalidi sono lunghe circa 4 cm, hanno una colorazione bruno-giallastra e sono provviste di spinette o uncini con i quali si spostano per raggiungere l’uscita delle gallerie. Questa specie può compiere una generazione in uno o due anni, in funzione dell’area e delle relative condizioni climatiche, ma vi sono zone in cui sono presenti, con differenti valori percentuali, entrambe le situazioni. Di norma, infatti, dalle uova deposte precocemente prenderà origine una discendenza che si completa entro l’anno successivo, mentre per quelle deposte tardivamente il ciclo si completerà due anni dopo. Nel primo caso le larve passano in tale stato un solo inverno, mentre nel secondo caso sverneranno per due volte. Gli adulti di Z. pyrina sfarfallano da giugno a settembre, con maggiore intensità fra la fine di giugno e l’inizio di luglio, periodo nel quale è frequente notare le crisalidi vuote fuoriuscenti per un tratto dalle gallerie. Le larve di una stessa ovatura si costruiscono, appena nate, un nido con fili sericei dentro il quale rimangono per uno o due giorni. Successivamente si dirigono velocemente verso le estremità dei rametti dove ha luogo l’attacco primario, consistente in penetrazioni (gallerie assiali) all’interno della vegetazione fresca. In tempi successivi le larve escono (migrano) per ripenetrare in parti più basse della pianta. Le larve non più piccole possono penetrare, con diverse modalità, nei rami grossi o nel tronco direttamente attraverso la corteccia nel melo e più frequentemente attraverso dardi o borse nel pero. In entrambi i casi le larve danno origine a gallerie sinuose, dirette verso l’alto, della lunghezza anche di 30-40 cm. Gli attacchi primari terminano in genere verso la fine di agosto, mentre le migrazioni possono continuare fino a ottobre e oltre, anche nella primavera successiva. Le penetrazioni nei grossi rami e nei tronchi appaiono in genere a fine luglio e continuano fino a settembre-ottobre. Le gallerie scavate dalle larve interrompono il flusso linfatico dei rami e dei tronchi che pertanto possono disseccare. I danni possono essere molto gravi su impianti giovani nei quali una sola larva può causare la morte di una intera pianta. La predazione di uova e di larvette da parte delle formiche è molto importante. Infatti le popolazioni di Z. pyrina possono venire ridotte fino a valori del 98-99%. Anche gli uccelli insettivori, nutrendosi sia di larve che di adulti (meno mimetici di quelli di C. cossus), contribuiscono notevolmente al contenimento delle popolazioni di questa specie. Mortalità di un certo rilievo sono state segnalate a opera di nematodi, funghi, batteri e virus. In genere il parassitismo è debole.

Ricamatrice dei frutti (Pandemis cerasana)
È un Lepidottero Tortricide di piccole dimensioni la cui apertura alare è compresa fra 16 e 22 mm. Il colore delle ali anteriori varia fra il giallo ocra e il giallo cuoio con un reticolo molto vaporoso. Le ali posteriori sono di colore grigio scuro. Le uova sono deposte sulle foglie in ovature di colore giallastro, di varia forma (lunghe 1-2 cm o circolari) e composte anche di molti elementi (fino a oltre 300). Ogni uovo ha forma lenticolare con diametro di poco superiore al millimetro. Le larve sono di colore verdastro e sono lunghe circa 2 cm a maturità. La crisalide è lunga da 8 a 13 mm e appare di colore variabile dal bruno chiaro al bruno scuro. I primi adulti compaiono intorno alla metà di maggio, mentre il secondo sfarfallamento intorno alla metà di luglio. Le uova vengono esclusivamente deposte sulle foglie (soprattutto sulla pagina inferiore) di cui le larve si nutrono erodendone sia il parenchima che i lembi. Normalmente, ma non sempre, esse raggiungono i frutti, potendo causare anche danni consistenti. I danni, provocati esclusivamente dalle larve, consistono in erosioni e arrotolamenti di solito longitudinali delle foglie (soprattutto quelle apicali), nonché di accorpamenti di più di esse a formare “cartocci” facilmente individuabili. Le larve svernanti possono aggredire i fiori. I danni più temuti sono quelli ai frutti, in genere provocati principalmente da larve vicine alla maturità, consistenti in “morsi” ravvicinati, in parte contigui, sulla buccia e assimilabili, con un po’ di fantasia, a una sorta di ricamo. Normalmente tali esiti si possono notare con maggiore frequenza in corrispondenza di punti di contatto fra un frutto e una foglia o fra due frutti, mentre praticamente mai su frutti che non hanno punti di contatto con altri organi o parti di pianta.

Psilla comune del pero (Cacopsylla pyri)
Questa specie appartiene all’ordine dei Rincoti al quale appartengono in genere insetti di piccole dimensioni e con apparato boccale pungente succhiatore. Vi fanno parte un numero di specie fortemente dannose per moltissime piante coltivate. I danni sono prodotti per sottrazione di linfa dai tessuti vegetali, trasmissioni di virosi ecc. In particolare, alcune specie sono note per la grande emissione di “melata”, composta da sostanze zuccherine, che imbratta la vegetazione e i frutti rendendoli non più commerciabili. Su pero vivono alcune specie di tali insetti detti comunemente “psille”; fra questi la più diffusa in Italia è Cacopsylla pyri. Le ali sono praticamente trasparenti nella forma estiva e molto più scure in quella invernale. Queste ultime sono, in genere, più grandi e possono raggiungere 3 mm di lunghezza. Le uova sono provviste di una appendice appuntita, per l’ancoraggio dell’uovo al substrato vegetale, oltre che di un filamento caudale di circa 0,6-0,8 mm (circa ¼ del diametro). Le neanidi (3 età) e le ninfe (2 età), che gli anglosassoni chiamano solo ninfe, sono di colore giallo con parti solide scure sul capo (placche), sul torace (tacche, punti e bande lineari) e sull’addome. Gli abbozzi alari, presenti solo nelle ninfe, sono di colore scuro. Cacopsylla pyri è una delle più temute specie dannose alla coltura del pero. Gli adulti sono caratterizzati da un polimorfismo stagionale (forme svernanti ed estive) e sessuale regolato da fotoperiodo e temperatura, oltre che dall’attività vegetativa delle piante. Gli adulti (maschi e femmine) svernano nel frutteto, ma anche al di fuori su altre piante, e riprendono a deporre le uova con le prime giornate invernali soleggiate (2-3 giorni consecutivi con temperature massime oltre 10 °C). Essi pungono le gemme (punture di alimentazione). Le uova (300-400 per femmina in questa fase) vengono deposte, di norma in gruppi di 4-10 elementi, dapprima nelle screpolature dei rametti, quindi su altri organi vegetativi compresi piccioli e foglioline. Le neanidi, immerse nella gocciolina di melata e attive nel prelievo di linfa, si possono più facilmente osservare, oltre che sulle foglioline appena distese, intorno alla zona calicina dei frutticini appena formati, costrette a tale localizzazione per le condizioni climatiche in genere non favorevoli alla loro dispersione. Gli adulti “estivi” della nuova generazione sono più fecondi (600 uova per femmina in media) e daranno origine alla popolazione maggiormente temuta (metà-fine maggio in Emilia-Romagna). Le uova sono in genere deposte lungo la nervatura principale della pagina inferiore delle foglie dei germogli freschi. Le neanidi che ne prendono origine restano sulla pagina inferiore, mentre le ninfe si dirigono in genere alla base del picciolo delle foglie (ascelle) sulle quali possono ritornare dopo l’ultima muta. La produzione di melata in questa fase è massima, così come il potenziale danno arrecato sia alle piante (danni diretti per sottrazione di sostanze nutritive) sia ai frutti (danni indiretti di natura commerciale). Le generazioni successive sono in genere meno temute per una sorta di estivazione che ne limita le popolazioni e ne riduce la pericolosità, sebbene si possano attendere anche pullulazioni tardive di fine estate. In presenza di forti infestazioni la melata può imbrattare tutte le parti verdi della pianta, inibendo la fotosintesi, la respirazione, favorendo ustioni ecc., nonché i frutti, che subiscono un notevole deprezzamento commerciale. C. pyri è inoltre temuta anche perché vettore del fitoplasma del deperimento (moria) del pero (pear decline phytoplasma), in particolare su impianti giovani. Sia le forme giovanili sia gli adulti trasmettono l’agente della moria, mentre la trasmissione da un anno all’altro può essere sostenuta anche dagli individui svernanti infetti.

Cocciniglia di S. José (Quadraspidiotus perniciosus)
È praticamente presente in tutto il mondo ed è una delle specie più dannose alla frutticoltura. Appartiene alla famiglia dei Coccidi (ordine Rincoti) che è caratterizzata in particolare da un notevole dimorfismo sessuale. Le femmine sono costantemente senza ali (attere), quasi sempre apode (senza zampe) e con il corpo non suddiviso. I maschi sono di norma alati (il paio anteriore normali, quelle posteriori non funzionali). Nei Diaspini, famiglia a cui appartiene Q. perniciosus, le sostanze cerose emesse, insieme ai resti larvali delle età precedenti, formano dei caratteristici scudetti circolari o subcircolari. La riproduzione può essere anfigonica (sono presenti i due sessi) o partenogenetica (le femmine originano individui senza accoppiarsi). Q. perniciosus è ovovivipara (non sono visibili le uova, ma solo le neanidi) e il numero di uova per femmina varia da alcune centinaia ad alcune migliaia. La Cocciniglia di S. José sverna sulle piante come neanide di I o II età, ma anche eccezionalmente come femmina. Normalmente le femmine compaiono in marzo-aprile, vengono fecondate e danno quindi origine mediamente a 100-150 nuovi individui. Essi conquistano in tempi brevi la nuova vegetazione (rametti) e i frutti, sui quali si fissano e si nutrono. Nel corso di un anno si susseguono tre generazioni. Le cocciniglie, in generale, sono importanti insetti che attaccano un considerevole numero di piante coltivate. Alcune specie sono monofaghe, altre polifaghe e possono infestare sia le parti epigee sia quelle ipogee. La Cocciniglia di S. José colonizza i tronchi, i rami e i frutti iniettando saliva che provoca nei tessuti arrossamenti circolari rossastri ben visibili sia sui rami (sollevando la corteccia) sia sulla buccia dei frutti. I danni consistono in prelievi di linfa da un unico punto per individuo. Le piante possono anche disseccare completamente, mentre i frutti subiscono un irrimediabile danno commerciale.

Oplocampa o tentredine delle perine (Hoplocampa brevis)
È un Imenottero della famiglia dei Tentredinidi le cui larve presentano 6-8 pseudozampe addominali oltre a quelle vere toraciche. Gli adulti, rappresentati quasi esclusivamente da femmine che si riproducono senza l’intervento del maschio, depongono le uova nel talamo dei calici dei fiori, spesso non ancora completamente aperti. Le larve possono svilupparsi a spese di un solo frutticino, ma più spesso su 2-3 scavando gallerie verso i semi. In sostanza esse, dopo alcuni giorni dalla nascita (3-4) e una prima muta, scavano una galleria nella parte centrale del frutticino in formazione. Poi la larva fuoriesce per aggredirne un altro o due. Una volta mature, le larve si lasciano cadere nel terreno dove si impupano per poi sfarfallare nella primavera successiva. I danni possono essere anche gravi (sebbene in caso di abbondante produzione non sia facilmente quantificabile e, paradossalmente, potrebbe anche tornare utile per una maggiore pezzatura dei frutti sani), ma si verificano solo in determinate condizioni. Per verificarsi deve necessariamente esservi contemporaneità fra la fioritura e la deposizione delle uova. Gli adulti, infatti, sono attirati dal colore bianco dei fiori del pero e non da quello di altre piante. Sono molto utili trappole cromatiche di colore bianco, ottenuto con vernice all’ossido di zinco, ai fini di un razionale programma di lotta contro questo fitofago, consentendo la cattura degli adulti.

Eriofide rugginoso (Epitrimerus pyri)
L’azione di questo eriofide risulta particolarmente dannosa sui frutti di alcune cultivar di pero a buccia chiara, come per esempio William e Decana del Comizio. I primi sintomi dell’attacco cominciano a rendersi evidenti sui frutticini a partire dalla metà di maggio, con microlesioni sull’epidermide che risultano più marcate sul peduncolo e attorno alla cavità calicina. Alla raccolta i frutti più colpiti possono apparire totalmente rugginosi e di pezzatura inferiore alla media. Su quelli invece meno attaccati la rugginosità interessa solo parzialmente la superficie esterna del frutto e risulta soprattutto concentrata attorno alla zona calicina, da cui si estende ad alone verso il resto del frutto. Sulle foglie l’attacco si manifesta sulla pagina inferiore con aree rugginose brunastre che tendono a confluire e a interessare l’intera lamina; in seguito le foglie colpite si deformano ripiegandosi a doccia verso l’alto e, in caso di forte infestazione, vanno incontro a parziale caduta che interessa l’apice dei rametti. Lo svernamento è sostenuto dalle femmine invernali o deutogine riunite in piccoli gruppi riparati tra le screpolature della corteccia, alla base delle gemme e sotto le perule esterne di queste ultime. Alla schiusura delle gemme si portano sulle foglioline e sui mazzetti fiorali dove iniziano a nutrirsi e a deporre le uova. Le generazioni successive di femmine estive o protogine (lunghe 0,14-0,16 mm) e di maschi, che dalle uova traggono origine, si localizzano soprattutto nelle parti più tomentose degli organi verdi, come piccioli, calici dei fiori, frutticini e pagina inferiore delle foglie in prossimità della nervatura principale. Verso la metà dell’estate gradualmente ricompaiono le femmine deutogine destinate a raggiungere i luoghi di svernamento.

Eriofide vescicoloso (Eriophyes pyri)
Questa specie provoca la formazione, soprattutto sulle foglie, di caratteristiche vescicole del diametro di alcuni millimetri e di consistenza spugnosa. I primi sintomi dell’attacco compaiono sulla pagina inferiore delle giovani foglie sotto forma di piccoli rigonfiamenti, di colore verdastro, privi di apertura verso l’esterno. In seguito nella zona centrale di queste neoformazioni, che si rendono evidenti anche sulla pagina superiore, compare un piccolo foro mentre il loro colore vira dapprima al rossastro e successivamente, per necrosi dei tessuti, al bruno-nerastro. Col passare del tempo le vescicole tendono a confluire formando sulle foglie, che nel frattempo si sono fortemente deformate, ampie aree nerastre nelle quali i tessuti possono facilmente andare incontro a lacerazioni. In caso di forti infestazioni le vescicole possono comparire anche sui peduncoli, sui calici dei fiori e sui frutticini che daranno origine alla raccolta a frutti leggermente deformati e con caratteristiche tacche rugginose. L’eriofide passa l’inverno nascosto sotto le perule delle gemme dove, alla ripresa vegetativa, inizia a nutrirsi e deporre le uova. Mano a mano che le perule si divaricano gli eriofidi penetrano nelle gemme, fino a insediarsi negli abbozzi delle foglioline e dei fiori che si stanno sviluppando. La formazione delle vescicole, che compariranno sulle giovani foglie e sui peduncoli fiorali, inizia già all’interno delle gemme. Il tempo necessario per la loro comparsa dal momento delle punture degli eriofidi varia da 3 a 7 giorni mentre sono richiesti da 6 a 15 giorni prima che compaiano, sulla pagina inferiore delle foglie, i piccoli fori attraverso i quali le femmine, in genere una sola per vescicola, entrano nel tessuto spugnoso di nuova formazione per iniziare a riprodursi. Quando le vescicole, durante il periodo estivo, risulteranno completamente esaurite verranno abbandonate dagli eriofidi. Vescicole di nuova formazione su foglie giovani si possono comunque riscontrare sulle piante fino a estate inoltrata.

Ragnetto rosso dei fruttiferi (Panonychus ulmi)
Gli attacchi di questo acaro tetranichide determinano alterazioni cromatiche delle foglie il cui colore vira gradualmente dal verde al bronzeo e al giallastro. Sul pero questo fitofago svolge inoltre un ruolo importante sulla comparsa e sulla intensità dell’alterazione nota comunemente come brusone, che si manifesta con un improvviso imbrunimento e disseccamento del lembo fogliare e successiva caduta delle foglie. Quando si verificano condizioni ambientali favorevoli allo sviluppo della fisiopatia (soprattutto alte temperature) è sufficiente infatti anche una modesta presenza dell’acaro per provocare, sulle cultivar più sensibili (in particolare William e Conference) manifestazioni del fenomeno molto più gravi di quelle che si manifesterebbero in assenza totale del fitofago. Le uova durevoli svernanti, di colore rosso intenso e a forma di cipolla, con un lungo peduncolo inserito apicalmente, vengono deposte a partire da settembre, attorno ai punti di inserzione dei giovani rami e alla base delle gemme. Dalle uova fuoriescono, dall’inizio di aprile, le prime larve che si portano sulle giovani foglie dove cominciano a nutrirsi. Da esse si otterranno poi protoninfe, deutoninfe e adulti. Dalla primavera all’autunno si susseguono numerose generazioni che finiscono per sovrapporsi determinando spesso la contemporanea presenza sulle foglie di tutti gli stadi di sviluppo del fitofago. Le femmine adulte presentano il corpo di forma ovale, lungo circa 0,36-0,40 mm e largo 0,22-0,26 mm, di colore rosso piuttosto chiaro subito dopo la muta e tendente a imbrunirsi col passare del tempo. Le setole dorsali sono inserite su caratteristici tubercoli di colore biancastro che costituiscono, nella pratica di campagna, un carattere distintivo molto importante in quanto si possono osservare con una semplice lente contafili.

Difesa

La difesa dagli insetti fitofagi, come da altri artropodi dannosi, ha assunto un’importanza fondamentale con l’avvio della frutticoltura intensiva, soprattutto nel secondo dopoguerra. Il frutteto specializzato costituisce infatti un ambiente ideale e fonte di cibo praticamente inesauribile per le specie fitofaghe dalle quali è ovviamente necessario difendersi per ottenere produzioni di qualità. Ciò ha costretto i frutticoltori a tutelarsi ricorrendo a strategie di difesa nel tempo sempre più raffinate e precise, ma soprattutto sempre più rispettose dell’ambiente. La difesa dagli insetti dannosi va affrontata avendo una visione d’insieme dei problemi fitosanitari al fine di evitare che la scelta di linee d’intervento contro alcuni fitofagi finiscano poi per lasciare ampio spazio allo sviluppo di altri o per provocare inaccettabili danni all’entomofauna utile e all’equilibrio biologico del frutteto. È per tale motivo che una corretta gestione della difesa insetticida deve rispondere sempre a questi tre interrogativi: se, come e quando intervenire.
Se intervenire: introduce il concetto di soglia economica di intervento (definisce il limite oltre il quale il danno economico che il fitofago può provocare non è accettabile); tale soglia viene valutata attraverso specifici campionamenti.
Come intervenire: la strategia è condizionata ovviamente dal tipo di soluzione scelta, ponendo particolare attenzione, oltre agli aspetti fitoiatrici ed economici, anche a quelli relativi agli effetti sull’uomo e sugli ecosistemi. Nel caso si ricorra a un insetticida/acaricida, dovranno essere attentamente valutati gli aspetti collaterali dei vari preparati. Si deve tenere conto, in altre parole, della selettività verso le comunità delle specie utili presenti nell’area coltivata. Si devono conoscere quali sono le specie sensibili, quale il loro stadio di vita più esposto, quali gli effetti immediati e cronici ecc. In questo modo, cioè rispettando quello che di utile c’è anche in un ambiente paradossalmente molto semplificato come il frutteto, si possono ottenere sostanziali aiuti dall’attività di tali comunità, che si traducono in un minore numero di interventi. Si mira in pratica a valorizzare quanto più possibile le specie utili presenti.
Quando intervenire: corrisponde all’individuazione dei momenti ottimali di intervento. Un elemento di grande utilità è fornito dai modelli previsionali di sviluppo disponibili per i più importanti fitofagi: la decisione sull’opportunità di eseguire un trattamento è condizionata dalla presenza degli stadi dannosi dell’insetto bersaglio e soprattutto dalla densità delle popolazioni. I principali mezzi di lotta contro i fitofagi sono ancora oggi rappresentati dagli insetticidi di sintesi. La ricerca in questo settore è costantemente orientata verso nuovi preparati con attività sempre più specifica e nel contempo rispettosi dell’artropodofauna utile e dell’ambiente. I regolatori della crescita (IGR - MAC), rappresentano il caso più evidente. Altri mezzi di difesa sono rappresentati da insetticidi di origine naturale; per esempio per combattere le larve di Lepidotteri si ricorre spesso a preparati a base di baculovirus (granulosi virus -CpGVper Cydia pomonella), nonché a differenti formulati del batterio Bacillus thuringiensis var. kurstaki. Per le più importanti specie di Lepidotteri, sono anche ampiamente applicate alcune tecniche biotecnologiche basate sull’impiego di feromoni. I feromoni, dal greco pherein (= trasportare) e hormon (= stimolare) sono sostanze prodotte da organi diversi del corpo degli insetti e sono usate dagli animali per comunicare fra loro. I feromoni appartengono al vasto gruppo dei semiochemicals (semiochimici = messaggeri chimici) fondamentalmente diviso in due gruppi: intraspecifici e interspecifici. Al primo appartengono i feromoni (sessuali, di traccia, di allarme ecc.), al secondo i sinomoni che si possono sostanzialmente distinguere in cairomoni (che avvantaggiano chi li riceve) e allomoni (a vantaggio di chi li emette). Nella pratica i più utilizzati sono i feromoni sessuali attraverso tecniche di orientamento – competitive mechanism – (monitoraggio, cattura di massa ecc.) e disorientamento – non competitive mechanism – (confusione classica). In pratica si sfruttano sostanze di sintesi che riproducono gli effetti di sostanze emesse dalle femmine (feromone sessuale) che, percepite dal maschio, consentono l’incontro dei due sessi. Nel caso del monitoraggio o cattura di massa si catturano maschi dentro apposite trappole, mentre nel caso della confusione sessuale si introduce nel frutteto una quantità di feromone molto più elevata di quella emessa naturalmente dalle femmine mediante un numero molto alto di diffusori di feromone, con lo scopo di “confondere” i maschi e pertanto impedire loro di ritrovare le femmine, creando le condizioni per impedirne l’accoppiamento. Altre tecniche di lotta o di prevenzione contro gli insetti dannosi al pero utilizzano prodotti che vanno sotto il nome di biorationals. Per esempio per la difesa dalla psilla si può ricorrere a una particolare formulazione di caolino che ha dimostrato una certa attività (agisce soprattutto impedendo alla psilla di riconoscere le piante di pero), oppure ad alcuni detergenti che dilavano la melata sotto la quale si trovano le forme giovanili della psilla, esponendole pertanto a condizioni di vita critiche e quasi sempre mortali. Nel panorama della difesa non va assolutamente trascurata la grande importanza e opportunità della lotta biologica naturale. Su pero, in particolare, si tende a valorizzare al massimo, anche introducendolo artificialmente, l’attività di Anthocoris nemoralis la cui attività predatrice, se non viene ostacolata, può spesso essere determinante per il contenimento della psilla. Per quanto riguarda la lotta agli acari fitofagi, questa problematica ha costituito oggetto di studi approfonditi a partire dalla fine degli anni ’60 del secolo scorso soprattutto a seguito delle fortissime infestazioni di tetranichidi e in particolare di Panonychus ulmi sulle principali colture arboree. Ciò ha portato all’individuazione delle cause di tali pullulazioni nell’uso sistematico di grandi quantità di antiparassitari di sintesi, iniziato dopo il secondo conflitto mondiale, e la conseguente distruzione della maggior parte della fauna utile che contribuiva validamente a contenere lo sviluppo delle popolazioni di questi nemici delle piante. L’adozione successiva di criteri di lotta integrata basati sulla riduzione del numero degli interventi, effettuati solo in caso di effettiva necessità, e sull’impiego di prodotti fitosanitari il più possibile selettivi nei confronti dei predatori, ha notevolmente ridimensionato il problema. Tutto questo è valido, per il Panonychus ulmi, sulla maggior parte delle piante da frutto e sulla vite con la sola eccezione del pero, che in alcuni casi richiede un approccio diverso. Ciò è dovuto ai complessi rapporti che intercorrono tra la presenza del fitofago e l’insorgenza del brusone, alterazione di natura fisiologica che porta al disseccamento e alla caduta delle foglie. Questo fa sì che su alcune varietà particolarmente sensibili all’alterazione, come William e Conference, quando si creano condizione climatiche favorevoli all’insorgenza della fisiopatia, quali alte temperature e intensa ventilazione, la soglia di intervento per il tetranichide, considerata per il pero pari in genere al 60% di foglie infestate, deve essere abbassata fino alla semplice presenza del fitofago. Un discorso a parte meritano poi gli eriofidi che, inducendo i danni nelle primissime fasi vegetative delle piante, richiedono interventi precoci, anche molto prima della comparsa dei sintomi. Così per Eriophyes pyri l’epoca più opportuna per intervenire corrisponde alle primissime fasi vegetative della pianta (tra l’inizio e la fine dell’apertura delle gemme), mentre per Epitrimerus pyri il trattamento deve essere effettuato o immediatamente prima della fioritura (bottoni bianchi) o a caduta petali. Per questi fitofagi inoltre, non essendo disponibili soglie di intervento, per decidere se intervenire o meno ci si dovrà basare esclusivamente sulla presenza di attacchi negli anni precedenti.

Corretto impiego dei mezzi di distribuzione

Per conseguire risultati soddisfacenti nel settore della difesa non è sufficiente scegliere oculatamente i vari principi attivi e applicarli nei momenti più opportuni, ma è anche necessario fare ricorso ad adeguati mezzi di distribuzione. Non è, infatti, raro accertare che prestazioni parziali o addirittura negative nei confronti di determinati fitofagi o malattie dipendono dall’utilizzo di macchine irroratrici non idonee o non correttamente tarate, oppure da un’errata modalità di somministrazione, sia per volumi o dosi di miscela antiparassitaria applicata sia per una distribuzione irregolare. Per quanto riguarda la scelta del sistema di irrorazione i pareri sono spesso discordanti e di difficile valutazione, data la complessa serie di fattori che interagiscono nel momento in cui si eseguono gli interventi. Ai fini dell’efficacia biologica del trattamento assumono un’importanza notevole il grado di copertura del bersaglio e la concentrazione della miscela antiparassitaria (alti, medi e bassi volumi). Questi aspetti costituiscono il principale punto di riferimento per la taratura delle macchine irroratrici, in particolare per la definizione del numero d’impatti per unità di superficie da trattare, in considerazione anche della sua forma e dimensione. Molta attenzione va posta all’efficienza e all’idoneità dei mezzi di distribuzione, nonché alle periodiche operazioni di revisione e taratura di tali macchine. Questi aspetti, ancora oggi spesso trascurati o sottovalutati, dovranno essere affrontati in modo serio e corretto e senza improvvisazioni, in quanto buona parte dell’attuale parco macchine non rispetta le condizioni minime di efficienza. A proposito dei controlli periodici di manutenzione, che riguardano in particolare la pompa, gli ugelli, l’agitatore e il filtro di aspirazione, e delle operazioni di taratura va segnalato che in diverse regioni, soprattutto sulla spinta dei progetti di lotta integrata, sono sorti dei centri specializzati per il controllo delle irroratrici. Quanto è stato fino a oggi realizzato in questo settore è in ogni modo ancora insufficiente e si dovrà arrivare quanto prima a definire delle precise normative, da fare rispettare in primo luogo alle ditte costruttrici, nonché dei rigorosi controlli periodici al fine di conseguire la massima efficacia biologica e, nel frattempo, ridurre, per quanto possibile, la dispersione nell’ambiente dei preparati chimici.

 


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