Volume: il pomodoro

Sezione: coltivazione

Capitolo: parassiti animali

Autori: Luigi Sannino, Antonio Guario, Marisa Castagnoli, Luigi Santonicola, Sauro Simoni

Introduzione

La coltura del pomodoro si presenta alquanto complessa nella gestione fitosanitaria per le numerose e assai variabili avversità parassitarie che la interessano. Avversità che si sono accentuate in questi ultimi anni per il rilevamento di nuove specie come la spodoptera, la tuta, ma anche per l’incremento di altre specie già presenti come la nottua gialla, gli aleurodidi, le cimici, o per la diffusione di virus trasmessi da afidi e tripidi. Molti sono i fattori che hanno contribuito ad appesantire la pressione parassitaria sul pomodoro per i quali, in molti casi, non si hanno idonei mezzi di difesa. Vanno, infatti, considerati sia gli aspetti normativi per la registrazione o la revisione delle sostanze attive, che hanno portato a una riduzione di agrofarmaci, sia le modalità di distribuzione degli stessi, che vanno migliorate ulteriormente al fine di ottenere una maggiore efficacia. Le maggiori preoccupazioni sono però rivolte all’impossibilità di poter controllare alcune avversità distruttive, come i virus, trasmessi da vettori. Il continuo contrasto tra l’azione dell’uomo, nel provocare disturbi all’equilibrio biologico, e la presenza di numerosi organismi utili, che bilanciano la biocenosi della coltura, non consente, in molti casi, di raggiungere livelli di garanzia fitosanitaria e di salubrità del prodotto. Ne deriva la necessità di approfondire gli elementi di biologia e le strategie di difesa integrata, ma anche di trasferire le tecniche di coltivazione e di controllo, attraverso adeguati programmi di assistenza tecnica, utilizzando disciplinari di produzione integrata, ormai ad ampia diffusione sul territorio nazionale.

Lepidotteri

Tuta

(Tuta absoluta)

Un posto di rilievo tra i fitofagi del pomodoro spetta indubbiamente al gelechide sudamericano Tuta absoluta che, giunto in Spagna nel 2006, ha già infestato vaste regioni del Nord Africa, della Francia e dell’Italia, continuando a espandersi verso Oriente. I danni prodotti nei Paesi d’origine e l’entità degli attacchi nelle zone finora raggiunte fanno prevedere un notevole aggravio dei costi della difesa in tutta l’area mediterranea. T. absoluta è un microlepidottero con apertura alare di 9-13 mm; le ali anteriori sono grigiastre con macule nericce irregolarmente disposte e una serie di strie scure a raggiera, nella metà distale. Come in tutti i gelechidi, le ali sono lungamente frangiate, e quelle posteriori sono fornite di una lunga appendice apicale a forma di dito. T. absoluta attacca esclusivamente le solanacee e particolarmente il pomodoro, suo ospite d’elezione. Della patata non attacca i tuberi, bersaglio preferito della tignola della patata (Phthorimaea operculella). La femmine di tuta depongono fino a un massimo di 200-250 uova (bianco-giallastre, subcilindriche con i poli arrotondati) su tutta la parte epigea della pianta, isolatamente o in gruppi disordinati di 2-5 elementi. Le larvette, che sgusciano dopo poco meno di una settimana, allontanatesi alcuni millimetri dal corion, iniziano lo scavo di una mina (generalmente sulle foglie, ma anche su piccioli, steli e frutti). La mina inizialmente è sottile e alquanto lineare ma rapidamente tende a espandersi (fino a 2-3 cm2) e ad assumere aspetto vescicoloso e irregolare. Quando la popolazione è molto numerosa, la larva (che a maturità è lunga 7-8 mm, giallo-verdastra con una colorazione rosata sul dorso e la placca toracica giallastra con il solo bordo posteriore annerito) è spesso costretta ad abbandonare la prima mina e ad andare alla ricerca di organi vegetali ancora integri per cominciare un altro scavo e portare a termine lo sviluppo, completato il quale la larva si incrisalida sulla pianta stessa, in un bozzolo sericeo rado. Meno spesso la ninfosi ha luogo sul suolo fra i detriti. La crisalide a maturità è castana, fornita all’estremità posteriore di un cornetto, contornato da più serie di setoline rigide uncinate. Le larve possono svilupparsi sia sugli organi vegetativi sia sui frutti, che possono essere attaccati allo stato immaturo e durante la maturazione. Solo una ridotta percentuale di larve svolge tutto il ciclo a spese dei frutti, attaccati per lo più da larve erranti che hanno abbandonato le mine sugli organi vegetativi per mancanza di spazio o sono alla ricerca di un sito opportuno per imbozzolarsi. In quest’ultimo caso vengono prodotte sulle bacche mine brevissime a fondo cieco (fori di assaggio). Le bacche colpite presentano i fori d’ingresso (di 1-1,5 mm di diametro) delle gallerie d’alimentazione soprattutto nella parte circostante il calice. Le mine, inizialmente perpendicolari all’epidermide, hanno un decorso alquanto superficiale e di solito non superano i 10-15 mm di profondità. In conseguenza dell’attacco, foglie e frutti sono facilmente colpiti da muffe e marciumi. Una generazione può svolgersi in poco meno di un mese in condizioni ottimali: in Sud America sono segnalate fino a 10-12 generazioni all’anno e si può prevedere che nel Meridione d’Italia e nelle serre il loro numero si avvicini alla decina.

Nottua gialla del pomodoro

(Helicoverpa armigera)

È specie ampiamente diffusa in Europa, Africa, Asia e Australia; dotata di amplissima polifagia e voracità, è tra gli insetti più dannosi alle colture. Gli adulti del nottuide (con apertura alare di 32-40 mm, ali anteriori giallo-arancione nella femmina e grigioverdastro nel maschio) compaiono in aprile-maggio e possono essere osservati in attività fino a inizio autunno; la loro massima presenza si ha in piena estate. La femmina depone le uova (da diverse centinaia fino a 2000-3000) su tutti gli organi epigei della pianta, singolarmente o in gruppetti sciolti. Alle temperature estive la schiusa può aversi in soli 3-4 giorni. Le larve attaccano fiori, foglie, steli e frutti. Le larve tendono a disperdersi già dalle primissime età, mostrando subito istinti cannibaleschi, soprattutto in condizioni di affollamento. Il bruco, lungo 35-40 mm a maturità, ha colore assai variabile (verde, giallastro, rosato, castano ecc.) e il dorso percorso da sottili striature longitudinali chiare; tipiche di tutte le eliotidi sono le spinule cuticolari diffuse sul corpo. A sviluppo completo, che in estate viene raggiunto in cinque-sei stadi, in poco più di due settimane, i bruchi si portano nel suolo ove incrisalidano all’interno di un leggero bozzolo sericeo rivestito di particelle terrose. La crisalide è nocciola con due lunghe spine all’estremità posteriore. La ninfosi dura 9-13 giorni nella stagione calda. Nei nostri climi il completamento di un ciclo richiede 27-32 giorni nel periodo estivo e fino a 7 mesi nella stagione sfavorevole. In Campania si sono osservate tre generazioni l’anno, ma in regioni più meridionali è possibile anche una quarta generazione (e nei Paesi tropicali si giunge fino a sei). La specie sverna da crisalide. H. armigera forma ampie cavità nei frutti di pomodoro, accumulandovi escrementi più o meno liquescenti, che facilmente innescano processi di marcescenza. I frutti di pomodoro, che per gli istinti aggressivi delle larve non ne ospitano mai più di una, se attaccati nelle fasi iniziali di crescita invaiano precocemente e tendono a staccarsi dalla pianta. Il foro di entrata nelle bacche può passare anche inosservato, sia perché spesso è prodotto da larve giovani, sia perché a volte è nascosto dal calice; per tale motivo i bruchi di H. armigera, pur essendo di cospicue dimensioni, possono superare le fasi di controllo e cernita di post-raccolta e finire nei prodotti confezionati (pelati, prodotti di IV gamma ecc.). Danni cospicui possono aversi anche a seguito di rosure e perforazioni agli steli.

Spodoptera

(Spodoptera littoralis)

Il genere Spodoptera comprende nottuidi di rilevante interesse agrario, tra cui S. littoralis e S. exigua sono particolarmente dannose in Italia. S. littoralis è specie presente in gran parte dell’Africa, del Medio Oriente e del bacino mediterraneo. Limitata alla Sicilia e alla Liguria fino agli anni ’80, si è progressivamente diffusa nelle aree costiere dell’Italia centro-meridionale. Eccettuate le graminacee, quasi tutte le colture erbacee possono essere attaccate da spodoptera, e il pomodoro è tra le più soggette. I primi adulti del lepidottero (con apertura alare di 28-43 mm, ali anteriori grigio-brunastre con striature chiare, cinerine e ocracee) si osservano già da aprile-maggio ma è a tarda estate che si ha un aumento esponenziale della sua popolazione, che raggiunge la massima densità tra fine settembre e inizio novembre. Le femmine depongono le uova in ammassi pluristratificati ricoperti da peluria beige o nocciola sulla pagina inferiore delle foglie o, più di rado, su altri organi verdi; ogni ovatura può comprendere da poche decine ad alcune centinaia di elementi. Le larve, che sgusciano dopo pochissimi giorni, permangono inizialmente gregarie per poi disperdersi sulla parte epigea. In particolari condizioni, spinte soprattutto dall’affollamento e/o dalla scarsità di cibo, si spostano in massa da un campo all’altro alla ricerca di fonti alimentari (migrazioni trofiche). Tutti gli organi epigei della pianta possono essere aggrediti. Del pomodoro sono frequentemente attaccate le bacche, sulle quali vengono prodotte ampie perforazioni e cavità che, a differenza di quelle dovute ad H. armigera, sono libere da escrementi e a pareti asciutte. I bruchi di spodoptera (lunghi 35-45 mm a maturità, di colore grigio-brunastro o, più di rado, verde con capo nero e coppie di macchie nere dorsolaterali generalmente più marcate sul I e VIII urite) sono attivi di notte, mentre nelle ore diurne si rinvengono rintanati nelle parti meno esposte o infossati nel suolo. In piena estate le larve completano lo sviluppo in circa due settimane, dopodiché s’incrisalidano nel suolo dando gli adulti dopo 6-7 giorni. La crisalide è castana con due brevi e tozze spine all’estremità posteriore. Con il sopraggiungere dell’inverno le larve vanno incontro a estese epidemie di poliedrosi che ne riducono drasticamente le popolazioni. In Italia meridionale si hanno almeno 4 generazioni e in serra il loro numero giunge fino a 7-8.

Spodoptera minore o della barbabietola

(Spodoptera exigua)

Cosmopolita e con una vastissima gamma di ospiti, questa nottua è una fra le più diffuse nelle regioni calde e temperate. In Italia è piuttosto comune ed è in grado di proliferare in condizioni favorevoli. Gli adulti, con apertura alare di 24-30 mm, sono caratterizzati da ali anteriori grigiastre su cui spicca una macchia ovale centrale ocraarancio. Di costumi notturni, volano da marzo a ottobre con picchi in estate. Le uova sono deposte per lo più sulla pagina inferiore delle foglie in ammassi di alcune centinaia di elementi, tipicamente ricoperti da una rada peluria di squame piliformi color nocciolabiancastro. Il periodo d’incubazione, di soli due giorni in estate (con percentuali di schiusura che superano il 90%), si prolunga fino a una settimana e oltre in primavera e in autunno. Le larve durante le prime età vivono in colonie, spesso all’interno di piccole borse create unendo una o più foglie con fili sericei; in seguito si disperdono e la loro attività diventa prevalentemente notturna. I bruchi, lunghi a maturità 25-30 mm, di colore verde-grigiastro o brunastroporporino, hanno un’evidente banda laterale scura sopra gli stigmi. Lo stadio di larva passa di norma attraverso cinque età e dura da poco meno di due settimane in estate a circa quattro in primavera. L’incrisalidamento avviene nel suolo in un bozzolo terroso, ovaliforme, rinforzato internamente da leggera trama sericea e la ninfosi si completa pressappoco in una settimana. La crisalide, nocciola o castana, è fornita di quattro spine brevi e sottili all’estremità posteriore. S. exigua è specie migratrice, capace di compiere fino a 4-5 generazioni annue; in ambiente protetto sverna in prevalenza da crisalide, ma all’esterno la maggioranza degli individui si sposta verso territori più caldi. Negli ultimi anni infestazioni generalizzate di questo lepidottero sono state osservate in particolare in EmiliaRomagna, dove le larve hanno attaccato colture di barbabietola, cipolla, patata, spinacio, fagiolino, sedano e bietola da taglio, mostrando la capacità, in mancanza di sufficiente nutrimento fogliare, di approfondirsi nel terreno per raggiungere anche gli organi sotterranei delle piante. Il pomodoro è tra le colture più colpite: i bruchi si alimentano delle foglie, determinando ampie erosioni, ma non disdegnano i frutti, che vengono rosi superficialmente o perforati, creando condizioni favorevoli alla penetrazione di funghi e batteri.

Plusia

(Chrysodeixis chalcites)

Nottua della sottofamiglia Plusiinae, distribuita su un’ampia area geografica comprendente tutta l’Europa meridionale, l’Africa e l’Asia. In Italia è presente ovunque, ma è più diffusa al Sud. La larva si alimenta su specie erbacee coltivate e spontanee di diverse famiglie (solanacee, leguminose, cucurbitacee, crucifere ecc.), pur mostrando una certa preferenza per il pomodoro, di cui attacca le foglie e soprattutto i frutti; su questi provoca erosioni superficiali ed escavazioni che possono essere così estese da assumere aspetto crateriforme. I sintomi potrebbero essere confusi con quelli prodotti da H. armigera, che ha però attività prevalentemente endofitica. C. chalcites, come altre specie della stessa famiglia, ha un ciclo evolutivo elastico con lunghezza degli stadi variabile in rapporto alle condizioni ambientali e in particolare alla temperatura. Compie in Italia alcune generazioni l’anno, svernando solitamente crisalide o larva e, mancando di diapausa, può presentare forme adulte anche in inverno. In genere i primi voli si osservano in primavera, ma solo in estate la densità di popolazione raggiunge i livelli più alti. La femmina depone varie centinaia di uova (bianche appena deposte, grigio-verdognole a maturità), fissandole singolarmente o a gruppi di 3-5 unità alla pagina inferiore delle foglie. L’incubazione dura 2-3 giorni in estate. Le larve (a maturità lunghe circa 35 mm, verdastre con sei strie chiare sinuose sul dorso e pseudozampe disposte, come in tutti i plusini, sugli uriti V, VI e X) sono caratterizzate da un’andatura “a compasso” simile a quella dei geometridi; di giorno rimangono immobili, ben mimetizzate tra il fogliame. Completato lo sviluppo, in circa tre settimane, le larve s’incrisalidano sulla pianta stessa, in bozzoli bianchi, sericei, semitrasparenti e irregolari, tipici dei plusini. La ninfosi dura 7-8 giorni in estate e poco più di due settimane in autunno. La crisalide, nera a fine ninfosi, è fornita all’estremità posteriore di otto spine ricurve, di cui le due centrali molto più lunghe e robuste. Nelle condizioni più favorevoli un ciclo si completa in circa un mese. Questa specie è comparabile per l’entità dei danni a Helicoverpa armigera e Spodoptera littoralis. Mentre il danno alle foglie è rilevante solo in presenza di un elevato numero di larve, quello ai frutti è più grave perché porta in ogni caso al declassamento o allo scarto del prodotto (soprattutto se da mensa).

Agrotidi

(Agrotis ipsilon, Agrotis segetum)

Le Agrotis sono nottuidi dalle colorazioni assai smorte, grigie, di abitudini spiccatamente migratorie. Le loro larve hanno costumi terricoli, viventi a spese degli organi ipogei di piante erbacee di svariate famiglie. Fra le tante specie del gruppo, due in particolare possono acquisire una certa importanza per il pomodoro, A. ipsilon e A. segetum. Agrotis ipsilon è indubbiamente la più dannosa delle agrotidi. L’adulto (con apertura alare di 42-50 mm) ha ali anteriori grigiastre, caratterizzate da tre macchie nere a punta di freccia presenti nella parte apicale. Diffusa ormai in tutti i continenti, la specie è particolarmente frequente nei terreni molto umidi e carenti di drenaggio. In alcune annate possono aversi forti e improvvise infestazioni larvali, soprattutto a seguito dell’arrivo massiccio di adulti migranti dai paesi del Sud-Est (in primavera) e dal Nord Europa (in autunno). Trovato un sito adatto, le femmine depongono le uova sulle foglie basse poggiate al suolo o, più di rado, sulla pagina inferiore di foglie più alte, singolarmente o in gruppetti sciolti. Queste sono bianchicce alla deposizione ed evidenziano in seguito areole rosate o rugginose; a maturità si presentano grigio-violacee. Nelle prime ovideposizioni dell’anno la schiusura si ha in circa tre settimane, mentre nei mesi estivi le larve sgusciano dopo soli 3-4 giorni. I giovani bruchi di Agrotis ipsilon vivono a spese delle foglie ma a partire dalla terza-quarta età si portano nel suolo, dove iniziano a nutrirsi degli organi sotterranei. Le larve, che a sviluppo completo sono lunghe 45-50 mm, hanno colore di fondo grigio terreo con le parti ventrali più chiare; i tegumenti sono resistenti e di aspetto brillante. Caratteristici e spesso esiziali sono gli attacchi al colletto delle piante giovani che possono essere irrimediabilmente troncate alla base o minate all’interno dello stelo. Le piante di maggiori dimensioni vengono erose in zone più o meno ampie nelle parti ipogee e indebolite spesso in modo irrimediabile. A maturità le larve incrisalidano nel suolo, in una cella fabbricata con sola terra. La crisalide è castana con due robuste spine arcuate all’estremità posteriore. Lo sviluppo larvale passa attraverso sei età, e un ciclo (uovo-adulto) è completato in 2-4 mesi secondo la stagione. In Italia si hanno fino a 4-5 generazioni annue e lo svernamento è sostenuto da larve e crisalidi. La congenere segetum, di abitudini assai simili, mostra una maggiore tolleranza alle basse temperature e uno sviluppo più lento, che la porta ad avere al massimo 3 o 4 generazioni l’anno.

Tripidi

La famiglia dei Thripidae, sub ordine Terebrantia, ordine Thysanoptera, è la famiglia di tripidi più importante in quanto delle circa 2000 specie che vi appartengono 55 sono fitofaghe. Essa è, inoltre, l’unica famiglia con 11 specie vettrici di tospovirus. Diverse specie infestano il pomodoro e di esse le più importanti risultano essere la Frankliniella occidentalis, tripide occidentale dei fiori, e il Thrips tabaci, tripide degli orti e del tabacco, sia perché sempre presenti sulla coltura del pomodoro sia perché vettrici del TSWV (Tomato Spotted Wild Virus), virus dell’avvizzimento maculato del pomodoro o virus della bronzatura del pomodoro. Queste specie sono cosmopolite, polifaghe (circa 300 ospiti vegetali) e policicliche. Il loro ciclo è composto da uovo – 2 forme neanidali, attere, mobili e voraci – 2 forme ninfali (pupe), immobili e afaghe – adulto. Si nutrono su fiori, foglie e frutti con un meccanismo che prevede l’iniezione di saliva nei tessuti vegetali e il successivo svuotamento per suzione del contenuto cellulare predigerito. I danni diretti sono provocati dalle punture di alimentazione e di ovodeposizione, che avviene sotto l’epidermide vegetale. F. occidentalis ha una durata del ciclo che è condizionata soprattutto dalla temperatura, compiendolo in circa 40, 25, 15, 10 giorni rispettivamente a 15, 20, 25 e 30 °C. In Italia l’adulto supera l’inverno in quiescenza nel terreno o sulle piante; al sud si osservano generazioni continue in coltura protetta (superano facilmente il numero di 16) mentre in pieno campo, quando le temperature si mantengono superiori ai 5-6 °C, sopravvive su piante spontanee. La riproduzione è sia anfigonica, con produzione di femmine, sia partenogenetica arrenotoca, con produzione di maschi. La sex ratio è comunque in pieno campo decisamente spostata a favore delle femmine. La femmina depone fino a 40 uova nel parenchima fogliare e soprattutto nelle parti fiorali più interne. Preferisce colonizzare le parti basali e aduggiate della coltura. Adulti e neanidi mostrano di preferire le strutture fiorali e, poiché rifuggono la luce, si annidano nelle parti più profonde delle infiorescenze dove colpiscono gli ovari provocando aborto, disseccamento e caduta dei fiori. Il suo controllo è reso difficoltoso da questo suo comportamento: annidandosi nelle parti interne degli organi vegetali non è facilmente aggredibile dagli insetticidi. Si alimenta su foglie, fiori e frutti. Produce necrosi tipicamente circondate da alone biancastro, rugginosità reticolare dell’epicarpo, bronzature, distorsione dei germogli fiorali e maculature biancastre sui petali dei fiori. Sulle foglie i danni consistono in zone argentee che poi necrotizzano e sui frutti in aloni biancastri contornanti la puntura. Le foglie assumono un aspetto biancastro quando l’attacco è massiccio. La sua pericolosità è dovuta alla sua elevata efficienza nel trasmettere il TSWV. È, infatti, con la sua diffusione che è esploso il problema dell’avvizzimento maculato del pomodoro. Thrips tabaci sverna da neanide ma anche da adulto, nelle rosette delle piante pluriennali. Si conoscono due ecotipi: in uno la riproduzione è costantemente partenogenetica, del tipo telitoca in cui i maschi risultano assenti e un altro in cui la riproduzione è costantemente anfigonica con un sex ratio di 1:1. In Europa risulta presente il primo ecotipo mentre il secondo, presente nell’Asia Centrale, Iran, sembra essere il solo capace di trasmettere il TSWV. La femmina depone da 20 a 120 uova. La ninfosi avviene nel terreno e il numero di generazioni annuali può arrivare fino a 15-16 nel Sud Italia. Si localizza sulle foglie giovani soprattutto alla pagina inferiore dove provoca con le sue punture la comparsa di piccole aree depigmentate e necrotiche. Questo comportamento rende il suo controllo molto facilitato con i normali metodi di lotta. Frankliniella occidentalis e T. tabaci non risultano essere molto importanti come fitofagi del pomodoro. Raramente infatti i danni diretti da essi causati destano preoccupazione. In qualità di vettori del TSWV diventano invece fitofagi primari in quanto il virus trasmesso provoca ingenti danni in diversi areali di coltivazione del pomodoro. Purtroppo sovente si ritiene sufficiente per il contenimento della diffusione della virosi il controllo del tripide e non si tiene nella dovuta considerazione la sorgente di infezione e di diffusione che è la pianta infetta. Osservando il rapporto intercorrente tra tripide e virus e quello tra vettore, pianta e virus risulta evidente che la difesa deve seguire due strade parallele: controllo della pianta infetta, sorgente di infezione e di diffusione, e controllo del tripide vettore.

Altri insetti

Afidi

(Myzus persicae, Macrosiphum euphorbiae, Aphis fabae, Aulacorthum solani, Aphis gossypii)

La coltura è interessata da diverse specie di afidi comunemente indicati come “pidocchi delle piante” appartenenti al vasto ordine dei Rincoti, sottordine degli Omotteri, caratterizzati da strutture morfologiche quali i sifoni, presenza di forme alate e attere nella stessa specie e dalla capacità di generare progenie già attive da parte delle sole femmine. I cicli biologici degli afidi sono complessi, in quanto correlati al polimorfismo e alla colonizzazione delle piante ospiti. In relazione al ciclo biologico si distinguono in specie olocicliche (dopo una serie di generazioni partenogenetiche hanno una diapausa invernale allo stato di uova), anolocicliche (si riproducono tutto l’anno partenogeneticamente e svernano come adulti), oloanolocicliche (dopo le generazioni partenogenetiche svernano sia come adulti sia come uova). In funzione delle piante ospiti il loro ciclo si distingue in monoico (viene svolto su una sola pianta), dioico (si svolge sulla pianta ospite primaria e su una o più piante secondarie), eteroico (si svolge su più piante ospiti). Gli afidi riescono a colonizzare diverse specie spontanee e coltivate, in quanto le forme alate sono in grado di percorrere grandi distanze. I gradi d’infestazione sono correlati alle condizioni climatiche consentendo continuità di sviluppo delle generazioni in ambienti con inverni miti, o in ambienti protetti. La loro presenza diviene massiccia con l’innalzamento delle temperature (22-28 °C) e in presenza di elevata umidità relativa dell’aria. Le infestazioni sono localizzate specialmente sulle foglie giovani e sugli apici vegetativi, con sottrazione da parte degli adulti e delle neanidi, mediante l’apparato boccale pungente e succhiante, di un’elevata quantità di linfa, causando deformazioni, arricciamenti, colatura dei fiori. L’intera pianta interessata evidenzia segni di deperimento vegetativo e, nei casi più gravi, anche disseccamento delle parti infestate. Il danno va anche associato all’emissione di sostanza zuccherina (melata) sulla quale si sviluppano le fumaggini (funghi saprofiti) che rendono le bacche non idonee alla commercializzazione. Più pericolosi sono i danni indiretti, poiché gli afidi sono vettori di numerosi virus, trasmessi in modo persistente e non, tra cui il CMV (Virus del mosaico del cetriolo) e il PVY (Virus Y della patata). L’afide verde del pesco (Myzus persicae), di colore verde, svolge un olociclo dioico che si completa tra il pesco (ospite primario) e numerose piante erbacee annuali, coltivate e spontanee, appartenenti a diverse specie botaniche, tra le quali la patata e il pomodoro (ospiti secondari). Lo svernamento avviene con uova durevoli deposte in autunno in prossimità delle gemme di pesco. Nelle serre e nelle regioni meridionali dove l’ambiente è più mite, il M. persicae sopravvive con un ridotto numero di femmine attere e alate sugli ospiti erbacei. La schiusa delle uova e la nascita delle prime femmine partenogenetiche, le fondatrici, avviene in marzoaprile alla comparsa delle punte verdi di vegetazione all’apice dei rametti o dei bottoni fiorali. Sul pesco si susseguono alcune generazioni di fondatrigenie attere. Nell’ambito delle colonie compaiono poi forme alate che migrano su svariate piante erbacee (ospiti secondari) tra cui il pomodoro. In autunno compaiono sia maschi alati sia femmine anfigoniche che dopo l’accoppiamento producono uova durevoli invernali sul pesco. È la specie più pericolosa per la trasmissione di virus, ma anche per la rapidità di colonizzare le piante ospiti. L’afidone della patata e del pomodoro (Macrosiphum euphorbiae), di dimensioni più grandi rispetto ad altre specie di colore verde (spesso con striature dorsali più scure) oppure giallastro o rosa o rossastro, svolge un olociclo dioico ma anche, in molti ambienti italiani, un anolociclo. Le uova d’inverno sono deposte su diversi ospiti primari (Rosa, Solanum, Euphorbia, Lycium ecc.) mentre le forme migranti si spostano su piante ospiti secondarie e in particolare sulle solanacee (patata, tabacco, pomodoro, melanzana) e sulle cucurbitacee. L’afide ha uno sviluppo molto rapido, a tal punto da raddoppiare in pochi giorni la popolazione. Anche questo afide è vettore di numerosi virus trasmessi in modo persistente o non persistente. Le altre specie di afidi indicate vengono riscontrate in minor misura ma possono, in caso di infestazioni consistenti, determinare danni rilevanti.

Aleurodidi

(Bemisia tabaci, Trialeurodes vaporariorum)

Piccoli omotteri lunghi circa 1 mm, noti anche come mosche bianche in quanto rivestiti da secrezione polverulente bianca prodotta da ghiandole ceripare. Presentano un’elevata polifagia, interessando piante sia spontanee sia coltivate (orticole e ornamentali), in particolar modo in serra, ma anche in pieno campo. Vivono principalmente sulla pagina inferiore delle foglie e ne perforano i tessuti con il loro apparato boccale per nutrirsi della linfa. Gli adulti, se disturbati, spiccano brevi voli formando tipiche nuvole. La loro elevata attività trofica consente di produrre una grande quantità di melata che ricopre tutte le parti vegetative della pianta, in seguito interessate dalla fumaggine. Sul pomodoro gli aleurodidi sono particolarmente dannosi nei periodi caldi e nelle serre, soprattutto in presenza di colture limitrofe infestate sia spontanee sia coltivate. I primi sintomi riscontrabili a seguito della sottrazione della linfa sono ingiallimenti fogliari, deperimenti e disseccamenti vegetativi, a cui va associato soprattutto il deprezzamento dei frutti destinati al consumo fresco. Tra le specie più dannose riscontrate sul pomodoro vanno menzionate Bemisia tabaci e Trialeurodes vaporariorum che vivono spesso consociate. Allo stato adulto, la loro differenziazione risulta piuttosto difficile a occhio nudo, se non macroscopicamente attraverso l’orientamento delle ali che, nella prima specie, viste dall’alto, presentano uno spazio che le separa e sono più oblique (a tetto), mentre nella seconda sono orientate in orizzontale. Bemisia tabaci è distinguibile, inoltre, per il colore che alla nascita è neutro-trasparente, per poi divenire giallo crema. Il suo ciclo di sviluppo è di 12-14 giorni e predilige temperature elevate (oltre 30 °C), caratteristiche delle aree meridionali, in cui è presente mediamente con 9-15 generazioni annuali. Bemisia tabaci risulta, infatti, poco presente al Nord, ma ormai completamente stabile nelle regioni del Centro-Sud. Gli adulti conquistano nuovi territori spostandosi in maniera passiva essendo legati alla presenza di correnti d’aria. La maggiore preoccupazione determinata da Bemisia tabaci è la sua capacità di trasmettere numerosi virus, fra cui il TYLCV, il Virus dell’accartocciamento fogliare giallo del pomodoro, e di causare alterazioni fisiologiche dei tessuti, come necrosi dei germogli, maturazione irregolare delle bacche ecc. È stata inoltre recentemente segnalata la presenza di una nuova specie, Bemisia argentifolii, i cui individui femminili risultano caratterizzati da un più elevato livello di fecondità e longevità. Trialeurodes vaporariorum è presente in Italia da circa 10 anni, sia sulle colture in pieno campo, sia su quelle in serra, ove provoca i danni maggiori, con generazioni che si susseguono ogni 3-4 settimane. Il suo svernamento può avvenire anche da adulto su piante spontanee. In pieno campo può anche completare il ciclo fino a 7-8 settimane e lo svernamento avviene nei pupari. Tale specie non trasmette il virus TYLCV, ma altri virus di minore importanza. Le femmine sono in grado di deporre da 150 a 500 uova sulla pagina inferiore delle foglie. L’elevata polifagia, l’elevato numero di generazioni favorito dalla brevità del ciclo biologico, la contemporanea presenza di tutti gli stadi biologici e la tendenza degli aleurodidi a sviluppare facilmente popolazioni resistenti agli insetticidi, sono alcuni tra i fattori che rendono difficoltosa la lotta nei confronti di questi insetti. È necessario, quindi, integrare diverse strategie di controllo per mantenere bassa la popolazione di tali fitofagi.

Minatori fogliari

(Liriomyza trifolii, Liriomyza huidobrensis, Liriomyza bryoniae)

Appartengono all’ordine dei ditteri di dimensioni di circa 2 mm e presentano un’elevata polifagia. Risultano, infatti, numerose le piante, sia coltivate sia spontanee, che vengono attaccate da questi insetti. La coltura maggiormente preferita è il sedano, mentre il pomodoro ha un ruolo secondario. I liriomizidi sono di origine americana e la loro introduzione in Europa risale agli anni ’80. Le femmine riescono a vivere 13-18 giorni in quanto si nutrono della linfa che fuoriesce dalle punture effettuate sulle foglie con l’ovopositore, mentre i maschi hanno solo funzione riproduttiva per cui sopravvivono pochi giorni. Le femmine, con il loro apparato ovopositore, determinano numerose punture nel mesofillo fogliare e riescono a depositare fino a 400 uova evitando le foglie immature che non consentono la sopravvivenza delle larve. Le larve che fuoriescono, di colore giallo, scavano gallerie serpentiformi che si evidenziano facilmente grazie alla colorazione chiara che assumono in breve tempo. L’impupamento avviene dopo circa una o due settimane, preferibilmente nel terreno o sulla stessa foglia ma sempre all’esterno della mina (Liriomyza trifolii e Liriomyza huidobrensis). Il ciclo si completa in 20-28 giorni secondo le condizioni climatiche. I ditteri compiono svariate generazioni l’anno (in genere 5-6), che iniziano già sulle giovani piante e si susseguono poi fino all’autunno inoltrato. In coltura protetta i cicli possono anche continuare a svilupparsi se le condizioni sono idonee. Il danno determinato è a carico delle foglie con distruzione del mesofillo fogliare e conseguente disseccamento precoce delle foglie, riduzione della capacità fotosintetica della pianta in caso di elevate infestazioni, rallentamento dello sviluppo vegetativo e insediamento di funghi e batteri occasionali che possono comprometterle. Infestazioni su piccole piantine, specialmente in vivaio o semenzaio, possono determinare un disseccamento precoce delle foglie e, in alcuni casi, dell’intera piantina, mentre su piante più adulte è necessario un grado di attacco elevato per riscontrare una riduzione di produzione.

Elateridi

(Agriotes spp.)

Numerose sono le specie di elateridi presenti in Italia ma quelle più significative che possono determinare maggiori danni sono Agriotes sordidus, A. litigiosus, A. lineatus, A. brevis. Gli adulti, lunghi dai 6 ai 15 mm e larghi dai 2 ai 4,5 mm, possono assumere colorazioni diverse, dal ferrugineo al nero-bruno, a seconda della specie. L’accoppiamento degli adulti avviene in superficie e la femmina ovidepone preferibilmente nei terreni umidi ricchi di sostanza organica. L’ovideposizione si esaurisce entro 10-15 giorni e le femmine depongono in media 90 uova, in gruppetti di 5-6, interrate di qualche centimetro. La larva, di forma subcilindrica, con tegumento coriaceo (da cui anche la denominazione di ferretti) e di colore giallo-rossiccio, si sviluppa compiendo da 8 a 13 stadi prima di trasformarsi in pre-pupa, pupa e successivamente in adulto. Le larve vivono nel terreno provocando danni non solo alla coltura del pomodoro ma anche ad altre colture. L’elevata polifagia consente la sopravvivenza e la continua espansione di tali fitofagi. Il ciclo viene svolto dalle larve nel terreno e dagli adulti in superficie e la durata di una generazione è piuttosto lunga, infatti si compie in 3-4 anni. In questo lungo periodo le larve, per sfuggire alle basse temperature o a periodi di elevata siccità, si spostano verticalmente nel terreno portandosi a profondità di 30-50 cm per poi risalire nei periodi più idonei (primavera e autunno) e in presenza di colture da attaccare, alimentandosi di radici, tuberi, rizomi ecc. Il grado di umidità del terreno costituisce condizione essenziale per la sopravvivenza delle larve e, quindi, le colture che richiedono continui apporti di acqua risultano le più suscettibili agli attacchi di tali insetti terricoli. I danni sono provocati dalle larve nelle diverse età, che erodono radici, colletto delle giovani piantine, tuberi ecc. determinando la morte delle piante o la non commercializzazione del prodotto. In particolare sul pomodoro i danni sono particolarmente rilevanti se l’aggressione delle larve avviene subito dopo il trapianto rendendo inutilizzabile l’intera pianta. In caso di attacchi tardivi la pianta difficilmente viene compromessa totalmente dal momento che sono interessate le radici e non il fusto. Prima dell’impianto di una nuova coltura è importante monitorare la presenza di tali insetti specialmente se sulla coltura precedente sono state rilevate infestazioni consistenti. Notevoli difficoltà sono state riscontrate nella ricognizione delle larve, ma recentemente è stato messo a punto un sistema di monitoraggio delle infestazioni più efficace, basato sull’utilizzo di trappole a feromoni per la cattura degli adulti. Tali studi consentono, inoltre, di poter elaborare mappe per analizzare più in dettaglio la presenza delle popolazioni distinguendo le zone più predisposte alle infestazioni.

Dorifora della patata

(Leptinotarsa decemlineata)

Questo coleottero della famiglia dei crisomelidi è facilmente distinguibile per il caratteristico colore arancione e per la presenza sulle elitre di dieci bande nere posizionate longitudinalmente. Le uova, di colore giallo canarino che virano all’arancione prima della schiusa, sono deposte in gruppi sulle foglie. Le larve, di colore giallo-arancio con punti neri lungo la parte longitudinale del corpo, presentano un’elevata famelicità, mangiando i lembi fogliari e lasciando solo le nervature, i giovani germogli e gli steli più teneri. La maturità viene raggiunta completando tre mute (in 12-20 giorni), impupandosi nel suolo in una cella terrosa. La vita pupale dura 1-2 settimane, decorse le quali compaiono gli adulti. L’insetto sverna come adulto nel terreno in strati più o meno profondi. Nel corso del ciclo vegetativo della coltura si riscontra una sovrapposizione delle generazioni, con conseguente rilevazione della contemporanea presenza di quasi tutti gli stadi biologici dell’insetto. Tale coleottero è essenzialmente associato alla coltura della patata, ma è facile riscontrarlo anche su altre colture come il pomodoro, la melanzana, il prezzemolo ecc., soprattutto quando la coltura principale non è presente. I danni sono determinati essenzialmente dalle larve ma anche dagli adulti e consistono in ampie erosioni delle foglie fino al raggiungimento della nervatura mediana. Nei casi più gravi la dorifora può distruggere l’intera parte aerea rendendola scheletrica e compromettendo la produttività della coltura.

Cimice verde

(Nezara viridula)

Appartiene all’ordine Rhinchota, famiglia Pentatomidae, sverna come adulto, spesso in forma gregaria, in ricoveri di diversa natura. L’adulto è di colore verde chiaro lungo 11-14 mm con presenza alla base dello scutello di tre macchie biancastre. Le uova sono riconoscibili per la loro forma subcilindrica e per la aggregazione a placche geometricamente ordinate fino a 100 e più elementi, con colore che va dal bianco al giallo al rosa. La ninfa è di colore verde con caratteristiche macchie marginali rosse e bianche poste sul dorso. È un insetto molto poligafo, non particolarmente legato alla coltura del pomodoro, anche se negli ultimi anni la sua presenza viene sempre più rilevata sul pomodoro in pieno campo specialmente a fine estate. Presenta due generazioni all’anno. Gli adulti si rendono attivi in primavera e dalle uova deposte in maggio-giugno si sviluppa la prima generazione che si completa a fine luglio. Tra metà e fine estate ha origine la seconda generazione che termina con l’inizio dei primi freddi dell’autunno. I danni sono determinati dalle punture degli adulti e degli individui giovani che provocano la formazione di tacche necrotiche, con conseguente limitazione della crescita o spaccatura dell’epidermide della bacca e successivo insediamento di muffe e marciumi di varia natura. Inoltre l’inoculazione di sostanze con caratteristico odore sgradevole di cimice rende il frutto non commestibile.

Acari

Gli acari rappresentano la più numerosa sottoclasse degli Aracnida (Artropoda Chelicerata). Originariamente predatori, si sono evoluti, colonizzando i più disparati habitat terrestri e acquatici e differenziando le loro abitudini alimentari. Numerose specie vivono sulle piante, alcune (i fitofagi), nutrendosi direttamente a spese di queste ultime, e causano spesso notevoli danni, altre si nutrono a spese dei vari organismi che vivono sulle piante intrecciando con essi una variegata gamma di relazioni. Il pomodoro è considerato una pianta poco ospitale per i piccoli artropodi che non sono a essa strettamente infeudati a causa dei particolari tricomi (ghiandolari e non) presenti su foglie e fusti che, oltre a ostacolarne i movimenti, possono produrre alcuni essudati come metil-chetoni e zingibereni tossici per molte specie. Ciononostante circa una ventina di specie sono state reperite in Italia sulle sue fronde. Quelle in grado di esser dannose sono soltanto tre e appartengono alle due più importanti famiglie di acari agrari: i Tetranychidae (Tetranychus urticae e T. evansi) e gli Eriophyidae (Aculops lycopersici). A esse si affiancano alcune specie di predatori, i Phytoseiidae e alcuni acari a regime dietetico non specializzato come i Tydeidae.

Ragnetto rosso comune o ragnetto bimaculato

(Tetranychus urticae)

Il ragnetto bimaculato è specie cosmopolita a elevata polifagia. Attacca oltre 150 specie di piante, molte di un qualche valore economico, prediligendo le erbacee sia in campo sia in serra. Le femmine primaverili estive hanno forma ovale e colore giallo rosato, che assume con l’età e l’alimentazione tonalità verdastre o rossastre, con due macchie laterali brune; quelle svernanti hanno colore arancio uniforme. Misurano circa 0,5 mm; i maschi sono più piccoli (circa 0,3 mm) e hanno forma più allungata e piriforme. Come tutti i tetranichidi, T. urticae è dotato di un caratteristico apparato boccale (gnatosoma) pungente succhiatore con lunghi stiletti (cheliceri) retrattili in grado di raggiungere il parenchima fogliare. Producono sulle foglie abbondanti fili sericei che assumono spesso l’aspetto di una fitta tela su cui gli esemplari si muovono agilmente. Caratteri distintivi della specie sono: a) numero, forma e rapporti delle setole del corpo e degli articoli distali delle zampe, b) forma dei peritremi (sorta di canalicoli connessi con lo sbocco all’esterno delle trachee, posteriori allo gnatosoma) che in T. urticae hanno la porzione distale ripiegata e divisa in 5 concamerazioni, c) forma dell’organo copulatore maschile o edeago che termina con un piccolo bottone a 90°. A occhio nudo, o meglio con l’aiuto di una buona lente, è possibile evidenziare la presenza del tetranichide sulle foglie, ma non esser sicuri della sua identità specifica. A fine estate cominciano a comparire le femmine svernanti di colore rosso aranciato uniforme che passeranno l’inverno in diapausa riparate alla base delle piante o sotto residui di vegetazione secca. A primavera si portano sulle nuove piantine e cominciano a nutrirsi e deporre sulle foglie piccole uova tondeggianti (0,12-0,13 mm). Dalle uova emergono larve esapode rotondeggianti e ialine. Per raggiungere lo stadio adulto occorrerà ancora il passaggio da due stadi ninfali (protoninfa e deutoninfa), caratterizzati come gli adulti da 4 paia di zampe. Ciascun passaggio di stadio è preceduto da un periodo di quiescenza, durante il quale il tetranichide non si muove e non si nutre e che culmina con la muta, cioè con l’emergenza dello stadio successivo dalla vecchia cuticola o esuvia. Generalmente l’uovo ha una durata circa doppia di quella dei successivi stadi immaturi; questi ultimi sono attivi soltanto per circa la metà del tempo occorrente per il passaggio di stadio. I sessi sono separati, la fecondazione avviene per accoppiamento; le uova fecondate (diploidi, cioè con corredo cromosomico doppio) daranno origine a femmine, mentre quelle non fecondate (aploidi) a maschi. Come in tutti i pecilotermi, la velocità di sviluppo aumenta con l’incremento della temperatura; la diminuizione combinata della temperatura e del periodo di luce regola anche la comparsa delle femmine che andranno in diapausa per superare il periodo invernale. In serra la specie può invece svilupparsi continuamente. Si stima che in campo il numero di generazioni annuali completabili oscilli tra 7 e 10, mentre in serra si possa arrivare a una trentina. Si ritiene che su pomodoro si sia selezionato un particolare ceppo o razza di T. urticae (host race) in grado di svilupparsi con immediato successo su questa solanacea, dove comunque si moltiplica più lentamente rispetto a quanto avviene su altre piante. La soglia di sviluppo è intorno ai 10 °C; a 24-25 °C costanti il ragnetto bimaculato è in grado di raddoppiare le proprie popolazioni in un periodo variabile da 4 a 23 giorni secondo la varietà e il periodo di adattamento al pomodoro. Tra le caratteristiche che rendono una varietà di pomodoro meno resistente agli attacchi del tetranichide, un ruolo determinante è attribuito alla minor presenza di tricomi ghiandolari.

Ragnetto rosso delle solanacee

(Tetranychus evansi)

Il tetranichide è stato raccolto su una cinquantina di specie di piante, ma a differenza di T. urticae mostra una netta preferenza per le solanacee di cui attacca una ventina di specie spontanee e coltivate, compresi pomodoro, melanzana, patata, peperone, tabacco. Descritto su pomodoro per le Mauritius piuttosto recentemente (1960), è diffuso in Sud America, negli stati meridionali del Nord America e in Africa australe e orientale. È approdato in Europa a fine anni ’90, dapprima in Spagna, quindi in Portogallo e in Francia. Si è dimostrato subito molto pericoloso tanto che dal 2004 è inserito nella lista di allerta dell’EPPO (European and Mediterranean Plant Protection Organization) come specie in rapida espansione nell’area mediterranea e particolarmente temibile per pomodoro e altre solanacee. A fine 2005 T. evansi è stato rinvenuto anche in Italia in coltivazioni di pieno campo di pomodoro in Liguria (provincia di Imperia). A un esame superficiale può esser confuso con T. urticae, di cui ha quasi le stesse dimensioni (0,5 mm per le femmine). Dal ragnetto rosso comune si differenzia per avere un colore più uniforme, tra il rossoarancio intenso e il mattone, e per le zampe più lunghe. Anche tutti gli stadi immaturi e le uova vicine alla schiusura hanno un colore più aranciato. A un attento esame degli esemplari preparati al microscopio, tra le differenze più evidenti si può elencare che i peritremi sono piegati a uncino nella parte terminale e che nei maschi l’edeago ha un sottile peduncolo con una piccola testa caratterizzata da un apice posteriore appuntito e leggermente piegato. In accordo con la sua origine tropicale-subtropicale, il tetranichide sembra riprodursi ininterrottamente senza passare periodi di arresto dell’attività assimilabili a una diapausa. L’intervallo di temperature in cui si stima che T. evansi possa svilupparsi è compreso tra un limite inferiore di poco più di 10 °C e uno superiore di 38 °C. Come T. urticae ha sessi separati, i maschi derivano da uova aploidi non fecondate, lo stadio adulto viene raggiunto con la stessa successione di stadi immaturi e mute. La durata dell’uovo copre circa il 40% della durata dell’intero sviluppo che si completa a 25 °C in circa 13 giorni. Predilige la pagina inferiore delle foglie ed è in grado di produrre una gran quantità di tela che in caso di alte infestazioni può arrivare a inglobare come un cappuccio l’intero apice della pianta. Il potenziale riproduttivo di questa specie sul pomodoro è molto più alto di quello del ragnetto rosso comune sullo stesso ospite: tra 21 e 31 °C il tempo di raddoppio delle sue popolazioni diminuisce da 3,9 a 1,95 giorni con un minimo di 1,7 giorni a 34 °C. A oggi non sono disponibili osservazioni sulla sua biologia nelle aree europee di nuova introduzione. Nei luoghi d’origine giunge a completare 24-30 generazioni l’anno che si accavallano l’una all’altra. Si presuppone che l’incapacità di produrre forme adatte a resistere alle temperature più fredde sia un fattore limitante la sua diffusione. In effetti tutti i reperti europei della specie sono relativi a zone litoranee con inverni miti, senza o con brevissimi periodi di gelo ed estati calde. Anche in Italia si ritiene che in campo il tetranichide possa diffondersi solo nelle regioni più miti, mentre in serra potrebbe instaurarsi ovunque. Alla sua diffusione può contribuire la capacità di colonizzare piante spontanee, per esempio il comunissimo pomodoro selvatico (Solanum nigrum), nei periodi d’assenza della coltura.

Eriofide rugginoso del pomodoro

(Aculops lycopersici)

L’eriofide noto come rugginoso del pomodoro in realtà attacca circa una venticinquina di piante, soprattutto solanacee coltivate e spontanee, ed è diffuso ovunque crescano le sue piante ospiti. La sua parziale polifagia lo distingue dalla maggior parte degli altri eriofidi, fitofagi altamente specializzati e generalmente legati a un più esiguo numero di ospiti, se non a una sola specie ospite. Come tutti gli eriofidi A. lycopersici ha un aspetto vermiforme caratterizzato dalla presenza di sole 2 paia di zampe anteriori, da uno gnatosoma trasformato in un rostro contenente corti stiletti chelicerali e da un addome con caratteristici anelli su cui possono esser presenti ornamentazioni (microtubercoli) di varia forma. Le femmine sono lunghe 0,15-0,18-mm, leggermente fusiformi, con anelli addominali distinti dorsalmente in circa 27 larghi tergiti e ventralmente in circa 60 stretti sterniti. La loro presenza sulle foglie può esser evidenziata solo con l’aiuto di una lente d’ingrandimento superiore a 10x. L’eriofide rugginoso del pomodoro vive e si nutre su tutte le superfici verdi della pianta, compiendo numerose generazioni l’anno. Predilige un clima caldo-secco; le migliori condizioni per il suo sviluppo sono una temperatura di circa 27 °C e un’umidità relativa del 30%. Secondo condizioni ambientali più o meno favorevoli, ogni femmina di A. lycopersici può deporre durante la sua vita da 10 a oltre 50 uova. Ha una soglia di sviluppo intorno ai 10,5 °C e tra 21 e 25 °C il tempo occorrente per diventare adulto si accorcia da 6,5 a 5 giorni. A 25 °C le sue popolazioni sono in grado di raddoppiarsi in meno di tre giorni. Le giovani femmine non si accoppiano direttamente, ma sono in grado di accogliere, grazie alla particolare conformazione del proprio apparato genitale, gli spermatofori, particolari strutture che contengono lo sperma. Gli spermatofori sono deposti dai maschi in gran numero, ciascuno su un sottile peduncolo sulle foglie ove alta è la presenza di femmine. Le giovani femmine depongono piccole uova di forma sferica irregolare, ialine, riparate vicino alle nervature o sotto i peli; quelle fecondate daranno origine ad altre femmine, quelle non fecondate a maschi. Due soli stadi immaturi precedono l’adulto ed entrambi hanno solo due paia di zampe.

Relazioni acari-pianta e danni

Tetranichidi ed eriofidi sono caratterizzati da un apparato boccale pungente succhiatore e si nutrono di contenuti cellulari. Il primo sintomo della presenza di tetranichidi si manifesta sulle foglie con piccole aree clorotiche che, con l’aumentare della popolazione, finiscono per confluire sottraendo sempre più superficie alla sintesi clorofilliana. Tipicamente le infestazioni hanno un andamento a macchia, interessando inizialmente poche piante, spesso a livello delle prime dieci foglie apicali. Per T. urticae è stata provata una stretta relazione tra manifestazione di danno e numero di acari per foglia: i danni provocati dal tetranichide possono esser indicizzati utilizzando una scala da 1 (prima comparsa dei sintomi con piccole e rare punteggiature clorotiche) a 5 (completo disseccamento della foglia). In serra la soglia critica di danno si raggiunge a indice di danno medio pari a 2. Generalmente in tal caso l’infestazione non supera i 30 individui per fogliolina semplice. In pieno campo, campionando 1 foglia della parte medio bassa di circa 100 piante/ ha si è in grado di apprezzare con sufficiente livello di precisione densità vicine alla soglia critica. Per quanto riguarda il T. evansi, dato che le sue popolazioni sono in grado di moltiplicarsi sul pomodoro molto più velocemente di quelle di T. urticae, le infestazioni possono avere esiti più devastanti fino a indurre in breve la morte della pianta. In Sud Africa T. evansi è considerato il più dannoso fitofago del pomodoro durante la stagione arida e in Zimbabwe è stato registrato fino al 90% di perdita del prodotto. In Spagna e Israele i danni maggiori sono stati registrati sulle colture di pieno campo. Data la recente segnalazione della specie in Italia e la possibilità che la sua presenza possa esser confusa con quella di T. urticae, non sono ancora disponibili per il nostro Paese dati sulla sua reale diffusione e sulla dannosità. Gli eriofidi, a differenza dei tetranichidi, inducono reazioni più complesse nella pianta ospite. Ogni singolo atto di nutrizione, infatti, non solo comporta la perforazione delle pareti cellulari e la sottrazione di sostanza cellulare, ma anche l’immissione di liquidi salivari da parte degli acari. In un tempo variabile da pochi minuti a un’ora, si manifestano nella pianta rilevanti modificazioni a livello cellulare. Intorno al foro d’ingresso degli stiletti si forma una sorta di cono calloso e si osserva una graduale degenerazione del DNA cellulare, associata all’accumulo di sostanze chitosano-simili sia a livello delle punture di nutrizione sia nel nucleo della cellula la cui parete è stata interessata. Dopo questa prima fase, comune a tutte le specie di eriofidi, si instaurano reazioni diversificate da parte della pianta che possono estendersi alle cellule limitrofe fino ad arrivare alla produzione di tessuti anomali a vere e proprie galle. A differenza dei tetranichidi alcune specie di eriofidi possono essere anche vettori di virus. L’eriofide rugginoso del pomodoro appartiene alla categoria degli eriofidi vaganti, quindi non induce produzione di galle, ma la sofferenza delle cellule interessate dalle sue punture che culmina con la loro morte. A oggi non è stata evidenziata la trasmissione di alcun tipo di virus da parte di questo eriofide. Le alterazioni determinate dalle punture di nutrizione di A. lycopersici generalmente si evidenziano a partire dalla base delle piante del pomodoro e quindi si estendono alla parte superiore interessando foglie, fusti e frutti. Sulle foglie i primi sintomi sono caratterizzati da una leggera argentatura sulla pagina inferiore, che presto volge verso un colore bronzeo-rugginoso quindi marrone chiaro; il lembo fogliare si accartoccia a partire dai bordi che si ripiegano verso il basso. Le foglie diventano fragili e a volte cadono precocemente. I fusti perdono parte della peluria, assumono una colorazione dapprima verde bronzea quindi bruna e spesso si fendono longitudinalmente. I frutticini generalmente non subiscono alterazioni di colore, ma la superficie suberifica e può screpolarsi. L’eriofide può portare a morte le piante di pomodoro nutrendosi e riproducendosi velocemente sull’ospite. Rilevare in una fase precoce l’infestazione da eriofidi su pomodoro non è facile sia perché la loro distribuzione in campo non è uniforme, sia perché le prime alterazioni possono esser confuse con quelle causate da altri agenti biotici (tarsonemidi, tripidi, virus ecc.). Ne consegue che spesso l’entità delle loro popolazioni è sottovalutata. Generalmente si consiglia di individuare precocemente i focolai di presenza e di valutare ogni 2-3 giorni se si espandono, intervenendo appena ciò si verifica.

Strategie di controllo dei fitofagi del pomodoro

I numerosi fitofagi che interessano la coltura e le modalità d’impiego che caratterizzano i prodotti fitosanitari in commercio sono fattori che determinano indirizzi di strategia globale che devono tenere conto anche di aspetti economici e socio-ambientali. Più resistenti alle infestazioni sono le varietà con maggior contenuto di metil-chetoni nelle foglie e una maggiore densità di tricomi. Oltre alle strategie specifiche legate alla biologia dei singoli fitofagi è necessario impostare azioni che abbiano un’attività di riduzione delle popolazioni comuni nei diversi ambienti di coltivazione, tra cui ricordiamo: – impiego di piante sane per il trapianto in pieno campo, avvalendosi di vivaisti che aderiscono alla certificazione fitosanitaria e autorizzati dal Servizio Fitosanitario Regionale. Tale uso va rispettato in modo più rigoroso specialmente quando si temono infezioni da virus o da fitofagi non ancora presenti nel proprio areale di coltivazione o che possono compromettere la coltura nelle prime fasi di sviluppo vegetativo; – attento e continuo monitoraggio della coltura al fine di verificare la presenza e l’incremento temporale dei fitofagi, per stabilire soglie d’intervento e strategie di controllo; – controllo delle erbe infestanti negli ambienti circostanti la coltura, quanto queste possano costituire probabile sorgente d’infestazione e diffusione dei fitofagi; – sfruttamento delle attività degli antagonisti naturali (predatori, parassitoidi ecc.) al fine di contribuire a ridurre le popolazioni dei parassiti; – favorire lo sviluppo e l’attività degli organismi antagonisti presenti in natura che può essere preservata e potenziata attraverso diversi accorgimenti come l’allestimento o la conservazione di aree naturali costituite da piante spontanee che consentono la moltiplicazione, l’alimentazione o il rifugio di antagonisti; – accurata selezione degli insetticidi in funzione delle loro caratteristiche eco-tossicologiche, privilegiando l’impiego dei formulati caratterizzati da bassa tossicità ed elevata selettività nei confronti degli organismi utili; – alternanza delle colture, che consente di abbassare l’entità della popolazione presente, specialmente nei casi in cui vengono riscontrati insetti non polifagi ma strettamente infeudati alla coltura; – asportazione e distruzione ove possibile dei residui colturali, specialmente nei casi di elevato riscontro di infestazione, o interramento profondo per evitare la fuoriuscita degli adulti dalle pupe. Valutando nel dettaglio il controllo dei singoli fitofagi descritti nel testo, si riportano di seguito le strategie da adottare. Per gli acari è importante sfruttare l’attività dei numerosi predatori naturali presenti, tra i quali i fitoseidi hanno un ruolo predominante. Tuttavia anche il comportamento di questi ultimi è influenzato e ostacolato dai tricomi e dagli essudati caratteristici del pomodoro: questi spesso finiscono per rendere l’ospite più resistente alla presenza degli antagonisti dei fitofagi che ai fitofagi stessi. Inoltre i metaboliti tossici secondari, sommandosi quelli della pianta a quelli della preda, possono avere effetti ancora più negativi sui predatori. Il fitoseide Phytoseiulus persimilis, che riesce a contenere l’aumento di popolazione di T. urticae su molte colture, non è altrettanto efficace sul pomodoro. È stato dimostrato che soltanto ceppi adattati a predare il fitofago su questa pianta per più generazioni incrementano la loro efficacia, e oggi è disponibile sul mercato proprio un ceppo di P. persimilis adattato al pomodoro. Analogamente accade per un altro promettente fitoseide Neoseiulus californicus la cui performance, buona sulla prima generazione del T. urticae sul pomodoro, diminuisce sensibilmente dalla seconda generazione per ritornare a buoni livelli solo dopo aver speso almeno una quindicina di generazioni su questa pianta. Per quanto riguarda T. evansi, specie ad alto potenziale riproduttivo su pomodoro, finora non sono stati individuati predatori efficaci. Questi ultimi dovrebbero coniugare un’alta capacità riproduttiva con l’abilità di muoversi all’interno dell’abbondante tela prodotta dalla preda. Anche la ricerca di efficaci predatori per A. lycopersici non ha finora dato risultati concreti. In Italia, il miride Macrolophus caliginosus può contribuire a limitarne le popolazioni. Tra gli acari, alcuni fitoseidi, una specie di tideide (Homeopronematus anconai, trovato su pomodoro anche in Italia) e uno stigmeide, pur in grado di predare l’eriofide, non sono risultati efficaci nel contenerne le popolazioni. Tra le specie di fitoseidi Neoseiulus californicus è l’unica studiata per più di una generazione su questa preda e i risultati ottenuti (raddoppio della popolazione in 7 giorni circa, contro i poco più di 2 ottenibili in analoghe condizioni su T. urticae e altre piante ospiti) potrebbero indurre a ritenere possibili ulteriori margini di miglioramento con tempi più lunghi di adattamento. Il controllo chimico è affidato a numerose formulazioni di acaricidi reperibili sul mercato. Tuttavia il loro uso non è sempre risolutivo, poiché questi acari, dotati di brevi cicli vitali che rendono possibili un alto numero di generazioni annuali, sono in grado di sviluppare velocemente resistenza ai principi attivi utilizzati per combatterli. Per quanto riguarda l’eriofide anche lo zolfo in polvere, usato per combattere l’oidio, ha qualche possibilità di limitarne le infestazioni. Inoltre il fatto che, per quanto abbiano un diverso grado di polifagia, tutte queste specie possono trovare facilmente ospiti alternativi spontanei ne facilita la diffusione e l’eventuale reinfestazione. Nei confronti dei tripidi le strategie di controllo vanno impostate per evitare danni associati alla trasmissione dei virus più che al danno diretto dell’insetto. Pertanto, la difesa deve seguire due strade parallele: controllo della pianta infetta, sorgente d’infezione e di diffusione, e controllo del tripide vettore adottando oltre alle indicazioni generali elencate in precedenza, anche: – anticipare, o posticipare, quando possibile, nella coltivazione in pieno campo, il trapianto, facendolo coincidere con i periodi di bassa densità dei tisanotteri per cui la coltura ha il tempo di svilupparsi e di produrre normalmente. È quello che in pratica succede nelle colture protette. Ciò, però, presuppone un monitoraggio pluriennale delle popolazioni dei tripidi che consenta di stabilire scientificamente tali periodi; – controllare in modo costante e continuo la coltura al fine di evidenziare le piante che mostrano sintomi della virosi, che dovranno essere estirpate, asportate e distrutte senza remora alcuna. È importante seguire criteri ben precisi in mancanza dei quali si contribuisce alla diffusione del vettore e dei virus: la pianta malata deve essere preventivamente trattata con insetticida di sicura efficacia contro il tripide, in quanto i vettori presenti su di essa saranno sicuramente infetti e l’estirpazione tout court li diffonderebbe sulle piante circostanti, quindi va estirpata, asportata dalla coltura e distrutta evitando di abbandonarla nell’ambiente dove può restare sorgente di infezione e di diffusione; – adottare rotazioni almeno biennali con una coltura, come i cereali, che associ in sé tre prerogative fondamentali: non ospitare il tripide, non ospitare il TSWV, necessitare di un adeguato controllo delle infestanti. Questa pratica avrebbe il vantaggio di ridurre la popolazione del vettore per mancanza della sorgente d’infezione quale la coltura ospite e le essenze spontanee. La coltivazione del pomodoro che segue beneficia così di un ambiente relativamente più sano; – utilizzare, specialmente in serra, trappole cromotropiche azzurre per individuare le prime presenze degli individui e adottare un tempestivo intervento contro il vettore con metodi biologici o chimici; – massimizzare l’attività degli antagonisti che gli ambienti colturali, seppur antropizzati, riescono sempre a esprimere. Mentre la coltivazione del pomodoro in coltura protetta beneficia della presenza dell’impollinatore Bombus terrestris che costringe a un’accorta strategia antiparassitaria, in pieno campo sarebbe importante verificare, prima di adottare una qualunque strategia di controllo, la presenza di acari fitoseidi (Amblyseius spp.), tripidi predatori (Aeolothrips fasciatus e A. intermedius) e Orius spp., eterotteri antocoridi, specie predatrici sempre presenti in natura e capaci, se non disturbati, di dare un notevole contributo al controllo dei tisanotteri. La loro assenza o scarsa presenza giustifica il controllo chimico. In ogni caso è sempre consigliabile utilizzare insetticidi che siano selettivi nei confronti di questi antagonisti; – impiegare sostanze attive di origine sia chimica sia biologica, ponendo l’attenzione alla continua alternanza degli stessi, in quanto anche per questi fitofagi possono selezionarsi, dopo pochi anni, popolazioni resistenti. Il controllo dei lepidotteri è reso difficile da una serie di fattori biologici e ambientali quali: – la grande prolificità e possibilità di vivere su molte specie vegetali (in particolare per i nottuidi); – la capacità delle larve di annidarsi all’interno degli organi attaccati; – la mobilità degli adulti e le attitudini migratorie di parecchie specie (che rendono possibili infestazioni improvvise); – la diffusione delle colture protette (che consente alle specie senza diapausa di essere attive tutto l’anno); – la scarsa incidenza degli antagonisti naturali; – il possibile sviluppo di resistenze agli insetticidi. Contro le specie ad attività esterna (come i plusini) la difesa è facilitata dall’esposizione delle larve. Per il controllo di quelle endofite (tuta, nottua gialla ecc.) è invece necessario intervenire prima del loro insediamento, monitorando la comparsa degli adulti mediante trappole sessuali e intensificando la ricognizione delle colture alle prime catture, per il rilevamento di uova, larve giovani e mine. Gli insetticidi utilizzabili sono prodotti di sintesi o di origine naturale per i quali non si può escludere un rischio di perdita di efficacia per sviluppo di popolazioni resistenti. Misure preventive andrebbero attuate in ambienti con inverni miti e primavere calde (mezzogiorno d’Italia, riviera ligure), che predispongono a un maggiore sviluppo degli insetti. La distruzione dei residui della coltivazione è utile per ridurre il potenziale d’infestazione come pure l’eliminazione delle solanacee spontanee, possibili ospiti alternativi dei fitofagi. Contro la tuta sono utili avvicendamenti con specie non solanacee e le lavorazioni superficiali del terreno, che distruggono le crisalidi svernanti sul suolo tra i detriti. Nelle zone molto infestate, per ottenere un adeguato abbattimento delle popolazioni, occorrerebbe estendere la lotta all’intero comprensorio, anche attraverso l’impiego di trappole per la cattura massale. L’uso di reti antinsetto per le colture protette può risultare vantaggioso anche in termini economici, ma per impedire l’ingresso di lepidotteri nelle ore serali bisogna evitare di illuminare le serre quando sono aperte. Complesso e più difficoltoso è il controllo degli aleurodidi specialmente in coltura protetta. Alcune pratiche agronomiche o l’adozione di mezzi fisici e gli interventi colturali, oltre a quelli già indicati in precedenza, permettono di ridurre il rischio d’infestazione o di ritardare la comparsa degli aleurodidi. Tra questi vanno menzionati: – impiego di reti antinsetto per le serre; – impiego di trappole cromotropiche per la cattura massale; si tratta di un metodo parzialmente efficace in serra, ma non è selettivo nei confronti di alcuni organismi utili; – impiego in pieno campo di pacciamatura riflettente o di plastiche fotoselettive con effetto repellente; infatti, alcuni film plastici di copertura presentano caratteristiche di assorbimento dei raggi ultravioletti che determinano una minore attrazione nei confronti degli aleurodidi; – copertura delle piante di pomodoro con tessuto non tessuto, specialmente nelle prime fasi di sviluppo, per le aree in cui la presenza dei virus è molto alta. I metodi di controllo biologico prevedono l’introduzione di parassitoidi come gli imenotteri afelinidi Encarsia formosa, Eretmocerus mundus (quest’ultimo maggiormente attivo nei confronti di B. tabaci) e del miride predatore Macrolophus caliginosus. Quest’ultimo è preferito ai parassitoidi per la sua capacità di utilizzare fonti di cibo alternative (acari, afidi, larve di agromizidi e uova di lepidotteri), che consente l’effettuazione di lanci molto precoci e, quindi, maggiormente efficaci. Numerosi sono comunque gli antagonisti naturali che possono predare, parassitizzare o infettare gli aleurodidi, contribuendo in modo sostanziale al controllo della mosca bianca. Ricordiamo predatori come emitteri miridi (per esempio Macrolophus caliginosus, Nesidiocoris tenuis, Dicyphus errans), coleotteri coccinellidi (per esempio Delphastus pusillus), neurotteri crisopidi (per esempio Chrysoperla carnea) e ditteri muscidi (per esempio Coenosia attenuata). Gli interventi chimici mantengono, comunque, un ruolo principale nel controllo degli aleurodidi, se integrati anche con i metodi su descritti. Particolare attenzione deve essere posta alla distribuzione della miscela insetticida in quanto la maggior marte degli individui è collocata sulla pagina inferiore delle foglie e, specialmente in pieno campo, risulta più difficile raggiungere tale sito. Gli stessi criteri sopra descritti vanno adottati anche per il controllo degli afidi ugualmente controllati da antagonisti naturali quali coccinelle, sirfidi, cecidomidi, crisope, imenotteri parassiti ecc. La difesa contro tali fitofagi va eseguita tempestivamente impiegando aficidi sistemici caratterizzati da una lunga durata d’azione o insetticidi con elevato potere abbattente, specialmente nelle aree a rischio da infezioni di virus, oppure formulati con due sostanze attive in miscela. Infatti, la trasmissione da parte degli afidi, anche in modo non persistente, di virus distruttivi come il CTV, non consente di raggiungere soglie elevate per eseguire gli interventi. L’impiego di insetticidi con azione abbattente molto rapida come i piretroidi già indicati per gli aleurodidi, va programmato nelle fasi immediatamente successive al trapianto. Minore attenzione è posta al controllo dei minatori fogliari, su colture in pieno campo; infatti, in tali casi, le infestazioni, anche se sono in fase di incremento, risultano ancora non particolarmente dannose, per cui non sempre sono oggetto di interventi da parte degli agricoltori. Al fine di contenere la diffusione di tali aleurodidi, vanno poste in essere alcune attenzioni come il controllo dell’assenza di mine sulle piantine da trapiantare provenienti dal vivaio, l’eliminazione in serra di piante spontanee che possono fungere da serbatoio, l’attuazione di pratiche di solarizzazione del terreno o di riscaldamento della serra in pre-coltura, l’installazione di trappole cromotropiche. L’impiego di parassitoidi, quali il Diglyphus isaea, in serra o in pieno campo contribuisce alla riduzione della popolazione insieme ad altri presenti in natura come Pnigalio spp., Chrysonotomyia formosa, Cirrospilus vittamus, Hemiptarsenus dropin. Il controllo chimico va attuato in caso di situazioni ormai consolidate d’infestazione intervenendo nelle prime fasi. La presenza di altri fitofagi di minore importanza, come la dorifora e la cimice, viene nella maggior parte dei casi controllata dalle sostanze attive impiegate per gli altri parassiti, in caso contrario, in presenza di infestazioni che possono determinare danni rilevanti, è necessario effettuare interventi specifici. La cimice viene contenuta in natura da ditteri endoparassitoidi come l’Ectophasia crassipennis o imenotteri oofagi come Trissolcus basalis. Differenti sono, invece le strategie di difesa nei confronti di insetti terricoli come gli elateridi, per quali vanno previsti metodi preventivi di lotta, come le lavorazioni del terreno nelle interfile per allontanare le larve dagli strati superficiali, o le rotazioni pluriennali. Gli interventi chimici prevedono l’applicazione di sostanze attive in formulazione granulare da distribuire al momento del trapianto lungo la fila.


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