Volume: gli agrumi

Sezione: paesaggio

Capitolo: paesaggio e giardini storici

Autori: Giuseppe Barbera, Rita Biasi

Premessa

Gli agrumi, termine inusitatamente ambiguo in arboricoltura identificando tanto i frutti quanto gli alberi che li producono, sicuramente hanno ispirato più nature morte e tavole botaniche che dipinti di paesaggio. Tuttavia un’attenta lettura del paesaggio italiano, quale espressione emblematica di quello mediterraneo, conferisce agli agrumeti una posizione di centralità nella definizione della sua identità non tanto per la diffusione – è una delle colture maggiormente polarizzate in ambienti particolarmente vocati o in nicchie oasistiche – quanto per la molteplicità delle forme con cui si manifestano. Tale diversità di paesaggi, oltre a rappresentare una ricchezza in sé, testimonia, per questo raggruppamento di specie del genere Citrus, l’ingegnosità dell’agricoltore nella coltivazione di specie esotiche poco compatibili con l’ambiente ecologico italiano ma in questo, in virtù delle tecniche utilizzate, ormai talmente adattate da costituirne parte inconfondibile, anche nell’immaginario. Il paesaggio produttivo di agrumi, fatta eccezione per la presenza di alcune piante di cedro nei giardini delle Ville Romane e di limitate estensioni di poche decine di piante dei “giardini” della Sicilia, è un paesaggio recente. A partire dalla fine del XVIII secolo prendono corpo i primi agrumeti di una certa estensione, grazie all’affermarsi dell’alto valore commerciale dei frutti, con le loro diverse utilizzazioni (dal consumo fresco alla trasformazione a fini alimentari, ma anche cosmetici o religiosi), e sull’onda di una precoce globalizzazione di questo settore di mercato, che si espande velocemente anche in tutto il Nord Europa e in America, l’agrumeto diventa una sorta di status symbol di ricchezza e di facoltosità dei proprietari terrieri. Gli agrumeti sono stati definiti l’ultima e più recente specializzazione del giardino mediterraneo (“la più radicale ristrutturazione territoriale che l’agricoltura meridionale abbia saputo realizzare”, Lupo, 1990), nel senso in cui lo intendeva lo storico del paesaggio agrario italiano Emilio Sereni, che lo definiva un sistema colturale complesso dalla straordinaria ricchezza costitutiva i cui elementi erano – e sono ancora laddove fortunosamente si conserva – la molteplicità delle colture, i manufatti, le sistemazioni, le recinzioni, la biodiversità naturale e la diversità degli ecosistemi. Gli agrumi d’Italia hanno sempre mantenuto, fin dalle origini del loro paesaggio, più che la loro supremazia, sicuramente la loro irriproducibile qualità. I limoni di Sicilia all’inizio del Novecento raggiungevano tutti i mesi dell’anno i mercati degli Stati Uniti. Meno competitivi invece sono stati i prodotti della loro trasformazione. Dopo gli anni ’50 gli impianti di bergamotto per la produzione dell’olio essenziale, presenti quasi esclusivamente lungo la fascia costiera della Calabria (se ne contarono fino a 1300 ettari tra il 1750 e il 1950) videro nei nuovi impianti dell’Africa occidentale (Costa d’Avorio) pericolosi rivali. Bisognerà aspettare il 1949 per vedere affermarsi un vero prodotto trasformato tutto italiano con la nascita della formula della bibita Chinotto ottenuta dai frutti di Citrus myrtifolia, la cui ambizione era rappresentare l’alternativa alle bevande globalizzate. La salvaguardia e la promozione della tipicità del prodotto italiano, come frutto sia fresco sia trasformato, nella sua lunga ed esclusiva tradizione, si pongono oggi alla base della conservazione di un paesaggio che possa essere anche funzionale e competitivo.

Le tappe evolutive del paesaggio agrumicolo italiano

In principio gli agrumeti furono il “giardino” nel senso mitologico del termine. Il giardino, ricco di piante di agrumi, si riproponeva spesso nelle sue diverse forme nelle abitazioni dei Romani con gli esemplari di cedro, i primi agrumi introdotti nel nostro territorio. I primi veri paesaggi d’agrumi furono paesaggi periurbani. A partire dal XIII secolo la tecnica dell’irrigazione e la prosperità dell’agricoltura ad essa conseguente determinarono in Spagna, Paese di elezione per il paesaggio d’agrumi assieme al Portogallo (“portogallo” fu inizialmente chiamato anche l’arancio dolce), la nascita del paesaggio della huerta urbana, cintura di campi irrigati attorno alla città; la più famosa fu quella di Valencia. Anche altre città spagnole, come Siviglia, Granada e Saragozza, conservano ancora la loro cintura d’agrumi. Le aree del Golfo di Napoli fino ad Amalfi furono tra le prime, nel bacino del Mediterraneo, a essere interessate dalle coltivazioni d’agrumi e gli agrumeti napoletani si affermarono proprio con lo sviluppo periurbano delle residenze estive dei notabili che vollero nell’impianto architettonico dei loro giardini questi alberi. L’agrumicoltura in Sicilia nasce come fascia coltivata che circonda gli agglomerati urbani, piccoli o grandi, creando una sorta di cinta arborata di orti. Un’altra area di prima espansione degli agrumeti in Italia riguardò, infatti, proprio lo spazio definito della Conca d’Oro, a ridosso della città di Palermo. Proprio la storica presenza degli agrumeti negli spazi periurbani, aree che oggi vengono definite altamente “sensibili”, li rende paesaggi estremamente vulnerabili per un fattore fisico di vicinanza con una delle utilizzazioni del suolo più aggressive – il tessuto urbano – e per la sempre più difficile competitività di mercato del prodotto italiano con quello globalizzato dei paesi di altri continenti. Il paesaggio degli agrumi si espanse vertiginosamente un po’ ovunque nelle aree vocate o in quelle rese ospitali grazie a imponenti strutture protettive. Nella sola Sicilia, a fine Ottocento, gli ettari coltivati ad agrumeto erano quasi 27.000, l’1% della superficie territoriale dell’isola. Il fascino del paesaggio specializzato di limoni e mandarini nella Conca d’Oro si definisce e dilaga proprio nel corso dell’Ottocento dalla pianura costiera fin sulle pendici dei monti circostanti sulla trama dei tanti frutteti promiscui con aranci, limoni, cedri e melangoli, ma anche nespoli, carrubi, albicocchi, ciliegi, peschi, peri, bagolari, fichidindia e ortaggi, dando alla campagna di Palermo la fisionomia di un immenso giardino coltivato. L’eterogeneità e complessità di queste coltivazioni specializzate rappresenterà per molto tempo l’ossimoro del paesaggio agrumicolo palermitano e il tratto distintivo della sua unicità. Per molti anni gli agrumeti della Conca d’Oro saranno punto d’incontro degli interessi di agricoltori, commercianti, storici, ricercatori, agronomi, costruttori e, molto tempo dopo, anche degli speculatori edilizi che ne decreteranno la scomparsa. Per molti anni ancora, fino all’avvento dell’industrializzazione dell’agricoltura tra gli anni ’50 e ’70 del secolo scorso, il paesaggio d’agrumi continua a mantenersi e addirittura espandersi nelle aree più vocate, ma in tempi più recenti non verrà risparmiato, proprio per la peculiare localizzazione periurbana degli impianti più antichi, dall’erosione delle superfici coltivate. Come per tante altre colture arboree italiane anche nel paesaggio degli agrumi oggi convivono modernità e tradizione. Certamente i paesaggi moderni dell’agrumicoltura sono emblematici delle aree ortofrutticole ad alta vocazione ambientale e infrastrutturale, e pertanto ad alta specializzazione produttiva. Sono i paesaggi affermatisi a partire dagli anni ’60-’70 del secolo scorso che hanno trasformato la fisionomia dell’agrumicoltura tradizionale (in molte di queste aree produttive l’agrumicoltura ha antiche radici), sulla spinta del rinnovamento varietale, dell’evoluzione delle tecniche colturali e di controllo di infestanti e patogeni, della crescente domanda di prodotto di qualità. Gli agrumi rappresentano la prima coltura per estensione nel Metapontino, fascia costiera ed entroterra ionico della Basilicata, zona ortofrutticola tra le più rinomate e competitive d’Italia soprattutto per la precocità delle produzioni dovute al clima favorevole. Le coltivazioni dell’arancio, del clementine e del satsuma disegnano oggi, su oltre 6000 ettari, impianti intensivi condotti con tecniche di coltivazione d’avanguardia volte a ottimizzare le rese, ridurre i costi e limitare l’impatto ambientale, grazie al forte investimento nell’innovazione. A differenza delle altre colture arboree, il paesaggio moderno degli agrumeti, quello delle alte intensità d’impianto (fino a 1000 piante/ha), degli alberi di piccola dimensione e talvolta dalle forme snaturate dai drastici interventi di potatura meccanica di topping (abbassamento dell’altezza) e di hedging (contenimento dello spessore) – a dispetto dell’armonica e perfetta forma a globo che è loro naturale – non solo rappresenta quell’industrializzazione della frutticoltura sinonimo di ricchezza, ma anche di semplificazione degli ecosistemi, perdita di biodiversità, fragilità degli equilibri biologici, omologazione delle produzioni, bassa sostenibilità ambientale, ma più di altri anche povertà e voglia di riscatto sociale dei tanti che per la raccolta di questi frutti, spesso destinati al macero, prestano la loro manodopera.

Agrumeti: paesaggi coltivati o paesaggi costruiti?

Il paesaggio agrario italiano è un paesaggio faticosamente costruito, non fosse altro che per l’orografia del territorio che ne fa uno spazio verticale, caratterizzato più da colline e montagne che da fertili pianure, laboriosamente modificato, adattato, sfruttato al meglio per creare le condizioni atte a ospitare e gestire le colture. Questo sembra essere ancor più vero per gli agrumi, trattandosi di specie che, essendo sempreverdi, vedono il peggior nemico nelle basse temperature, ma non sopportano nemmeno la carenza d’acqua o gli eccessi d’umidità, l’eccessiva insolazione né i venti. La varietà dei paesaggi agrumicoli non fa che testimoniare i molti sofisticati stratagemmi degli agricoltori, i primi architetti del paesaggio, per piegare l’ambiente alle esigenze della pianta e governarlo. È così che molti ambienti ostici per il clima o l’orografia si sono trasformati in paesaggi agrumicoli tanto “eroici” quanto importanti per l’economia e l’identità culturale delle popolazioni locali, paesaggi plasmati da quelle conoscenze tradizionali che stanno alla base della loro costruzione e del loro mantenimento. Molti paesaggi agrumicoli tradizionali si sono mantenuti, ma i più sono andati incontro a un graduale abbandono perché situati in aree divenute marginali. Realtà di straordinaria valenza architettonica e paesaggistica contraddistinguono il territorio nazionale a più scale dal Sud al Nord della penisola, a testimonianza di quella vulnerabile agricoltura tradizionale che è parte del patrimonio culturale italiano. Tra i paesaggi d’agrumi maggiormente costruiti vi è sicuramente il giardino pantesco, puntiforme paesaggio d’agrumi. Sull’isola di Pantelleria, dove ogni pendice e versante dei rilievi collinari e montani interni sono operosamente terrazzati e percorsi dalle più diverse strutture frangivento per ospitare basse viti ad alberello, olivi che a dispetto del loro portamento assurgente e basitono sono mantenuti alti poche decine di centimetri, ceppaie di capperi e file di piantine di ortaggi protetti dalle pale del ficodindia, le maggiori attenzioni sono rivolte alle piante d’agrumi, specie nobili emblema di prosperità e bellezza. È un giardino, “il giardino”, dove un alto muro di pietre vulcaniche a secco si eleva lungo un perimetro circolare o rettangolare attorno a una spesso singola pianta d’agrume, di solito l’arancio. Questa architettura muraria rappresenta il recinto funzionale del cosiddetto “giardino mediterraneo” che ben è rappresentato nella Tavola di Alesa (Sereni, 1961), ma soprattutto una straordinaria opera di architettura rurale; tale costruzione, di fatto, modifica a tal punto il microclima a causa dell’ombreggiamento, della riduzione del vento e quindi della traspirazione delle foglie e dell’evaporazione dell’acqua dal suolo, del mantenimento di elevati tassi di umidità relativa, da rendere eccezionalmente possibile la crescita degli agrumi in asciutto. Ancora oggi la coltivazione degli agrumi nei giardini panteschi rappresenta una straordinaria applicazione di un’empirica conoscenza dell’ecofisiologia di queste piante arboree da parte degli agricoltori che continuano a mantenere questi unici giardini. Di straordinario valore architettonico e paesaggistico è il paesaggio terrazzato di limoni e cedri della costiera amalfitana, il cui carattere di unicità ha consentito il suo inserimento nella lista dei siti Unesco patrimonio dell’umanità. A essere sottoposto alla tutela, in realtà, è l’insieme definito dal complesso paesaggio antropico sviluppatosi lungo le asperità morfologiche di un territorio di elevatissima diversità ambientale e biologica con i borghi dalle tipiche architetture, le formazioni naturali di flora mediterranea (mirto, lentisco e più in alto querce, castagni), le aree a pascolo, i coltivi di agrumi, olivi, viti e ortaggi, le mulattiere, che insieme disegnano uno degli esempi più eclatanti di paesaggio mediterraneo. I limoneti terrazzati del versante meridionale della costiera amalfitana rappresentano un micropaesaggio di questo insieme. Si tratta di 400 ettari di superfici terrazzate – un “sistema di terrazze” invero, dato che molte terrazze erano a loro volta terrazzate con riporti di terra – lungo i versanti accidentati e a picco sul mare; un’imponente opera di ingegneria ambientale di grande valenza ed estensione la cui edificazione proseguì fino ai primi anni del secolo scorso quando ancora gli agricoltori strappavano alla roccia terreno che dissodavano e riservavano alle colture di pregio, oggi i limoni della cv Sfusato d’Amalfi, e ad altre per il sostentamento (ortive, noci, mandorli, viti). Caratteristica la costruzione delle tradizionali coperture (le pagliarelle o incannucciate) di stuoie di paglia ombreggianti sorrette da un sistema di travature per la protezione da eccessiva insolazione, vento, salsedine, carenza idrica. Questo paesaggio costruito continua, grazie anche alla politica di tutela, a conservarsi nella sua struttura essenziale, benché non manchino esempi di abbandono e di sopraffazione da parte della vegetazione naturale. Nel versante della penisola sorrentina rivolto verso Napoli, dove i suoli sono più profondi e l’orografia meno accidentata, ai terrazzi si sostituiscono i ciglionamenti che accolgono agrumeti di buona estensione con piante a sesti regolari e omogenei. Gli agrumeti liguri disegnano uno tra i paesaggi a più alta valenza ecologico-ambientale in Italia. È un paesaggio costiero che, in quanto tale, è tanto prezioso quanto vulnerabile, sottoposto com’è a forti pressioni di trasformazione soprattutto per il consumo di suolo dovuto da un lato all’abbandono, dall’altro a quella urbanizzazione che è sempre in agguato laddove l’impatto del turismo è più evidente. Gli agrumeti liguri rappresentano la trasformazione del “giardino mediterraneo” in paesaggio agrario in terre privilegiate del Nord, se pur a prezzo di onerose sistemazioni agricole, i terrazzamenti, giustificabili solo con il carattere di pregio delle colture. Limoni, aranci amari e cedri disposti su terrazze dai muri contigui, ma anche sistemazioni come lunette o gradoni assieme ai muri di cinta, disegnavano in passato una straordinaria continuità di ordinate coltivazioni tra “giardini” e paesaggio naturale delle acclivi e accidentate colline costiere; un paesaggio agrario dalla ricca biodiversità coltivata (oltre agli agrumi, olivi, viti, specie da frutto e ortive). Visto dal mare, questo paesaggio fortemente antropico – e costruito – era un tutt’uno dilatato di orti-giardini, terrazzamenti, strade, borghi e coltivi, a testimoniare l’abilità dell’uomo contadino come architetto e manutentore del paesaggio. Il clima della Riviera continua a far crescere insieme piante tropicali e mediterranee «...come in un nuovo paradiso terrestre, e gli aranci e i limoni e i banani sembrano a casa loro come in Sicilia» (Brandi, 2006). Tuttavia dei paesaggi d’agrumi della Liguria ben poco è sopravvissuto e i più recenti dati del censimento dell’agricoltura rilevano poco più di 50 ettari, i pochi rimasti da una decurtazione del 62% negli ultimi 10 anni. Più a nord le limonaie del Garda, di cui oggi residuano pochi esempi conservati perlopiù in spazi privati. L’architettura di questi impianti arborei – detti anche limoniere, giardini o serre – era monumentale e dettata dalla necessità ancora una volta di adattare l’ambiente alle esigenze di una specie, il limone, tra le più sensibili alle basse temperature. Ma anche cedri e aranci potevano essere presenti. Nonostante l’effetto mitigatore delle acque del lago, il clima a queste latitudini è inadatto alla crescita degli agrumi nei mesi da novembre a marzo, ed era proprio all’inizio in questo periodo che si metteva in atto il lavoro di copertura delle limonaie secondo un’articolata e precisa sequenza di fasi. La disposizione delle piante di limoni poteva dirsi di tipo estensivo. Una o più terrazze, dette “cole”, adattate alla morfologia delle colline dai massi giganti a picco sul lago, erano suddivise in campate, i campi, che corrispondevano a un’area di terreno di circa 20 m2 che ospitava un singolo albero. Tutt’attorno e sopra la struttura della limonaia, in tutta la sua maestosità e diversità costruttiva data dai diversi materiali impiegati, dalla pietra locale al legno di castagno e abete, al vetro. A ridosso della roccia, con esposizione S-E, alti muraglioni (fino a 8 m) di pietra e calce definiscono la struttura fondante di queste grandi “serre mobili” assieme ai muri di contenimento più bassi (2-3 m), disposti in file parallele per tutta la lunghezza dei terrazzamenti dell’area a giardino. Un sistema di alti pilastri fissati a questi ultimi e collegati tra loro con assi d’abete (filarole) consente la realizzazione di un complesso sistema di travatura atto a sostenere le coperture (Fava, 1985). Le coperture delle limonaie – realizzate con vari tipi di infissi, tutti numerati e disposti secondo uno schema ordinato – denotano una conoscenza, se pur empirica, della fisiologia di queste piante da parte degli agricoltori del tempo: gli infissi in vetro (vetraie) in posizione centrale tra un pilastro e l’altro a garanzia della luce necessaria, le tavole in legno fissate a cardini per assicurarne l’apertura nelle ore più calde invernali (portiere) a tutela dai danni dovuti all’eccesso di umidità relativa. Anche le assi della copertura del tetto erano disposte spioventi all’indietro per migliorare l’intercettazione della luce da parte delle piante, ma soprattutto per consentire il rapido recupero e la raccolta dell’acqua piovana al fine di soddisfare, quando necessario, le elevate esigenze idriche della specie. Il paesaggio all’interno della limonaia era disegnato da piante di limone alte fino a 7-8 m sostenute da appositi tutori, cedri in spalliera parallela ai limoni, per la loro minore taglia, e sporadiche piante di arancio a soddisfare solo l’uso familiare. Ancora ai primi anni del XX secolo queste serre si presentavano agli occhi dei viaggiatori nella loro maestosità e a servizio di un fiorente commercio con l’Europa nordorientale, se pur già minate dalla malattia della gommosi. Il declino del patrimonio architettonico e paesaggistico delle limonaie si accelerò anche a seguito dell’Unità d’Italia, per la concorrenza delle produzioni del Sud e per il costo della manodopera e dei materiali. Oggi rappresentano, in effetti, poco più che una realtà museale. La laboriosità di queste architetture e il loro costo ne ha confinato l’esistenza in piccoli spazi adibiti a giardini dove gli agrumi svolgono la loro incontrastata funzione ornamentale, ma ne ha precluso l’uso ai fini produttivi per la concorrenza di più fortunate terre dove gli agrumi possono invece convivere con la neve senza problemi, come osservava con stupore Cesare Brandi (1989): “...e le pendici fitte di agrumi in cui occhieggiano aranci e limoni; e se aranci e limoni potete trovarli anche altrove, mai saranno così come li vedete in Sicilia al di sotto della neve, in questa contraddizione di inverno e primavera [...] per cui non c’è bisogno di andare in terre esotiche, è la natura naturale qui in Sicilia di mettere insieme l’arancio e la neve. Non è esotica la Sicilia, è favolosa”. I paesaggi dell’agrumicoltura si sono sempre accompagnati a ulteriori elementi costruttivi: le barriere frangivento tradizionalmente di materiale vegetale vivo, più spesso inerte come legno, canne disseccate o frasche. Il paesaggio degli aranceti del Gargano, unico esempio di agrumicoltura della fascia adriatica, ne rappresenta una singolare organizzazione. È un paesaggio minuziosamente costruito, su un’estensione di circa 800-1000 ettari, in cui un sistema tradizionale di frangiventi di varie essenze mediterranee, lecci e allori, intercalati da filari di nespoli, disegna una scacchiera entro cui gli agrumi sono coltivati assieme a ciliegi, meli, fichi o melograni e che riunisce in uno spazio che si configura come un’oasi le ricchezze di questi luoghi: la biodiversità naturale, il microclima, le numerose sorgenti, le pregiate cultivar di arancio (cv Biondo comune del Gargano, cv Duretta del Gargano), limone e cedro. Ancora produttivo e competitivo per la qualità delle produzioni ottenute, questo paesaggio tradizionale rappresenta, per l’unicità della struttura delle tessere del mosaico paesaggistico, un modello di paesaggio agrario che si vorrebbe oggi riproporre, un modello di paesaggio “costruito” dall’elevata valenza ecologico-ambientale dove i corridoi definiti dai filari rappresentano habitat lineari a cui tanto si deve per il mantenimento della biodiversità vegetale e animale e della stabilità e funzionalità degli agro-ecosistemi.

L’indissolubile legame con i paesaggi d’acqua

L’acqua deve sempre essere presente laddove vengono coltivati agrumi, sia a scopo ornamentale sia a scopo produttivo. La crescita degli agrumi ha sempre richiesto impianti di irrigazione sofisticati, che a seconda delle epoche e delle culture sono stati concepiti e realizzati con le più diversificate soluzioni ingegneristiche. Gli agrumeti nelle oasi desertiche – i primi giardini – riservavano ruoli e posizioni centrali ai pozzi da cui attingere l’acqua da portare manualmente al terreno da irrigare. L’acqua era elemento architettonico dei giardini di tradizione araba, e mediterranei poi, in cui gli alberi di aranci, cedri e limoni erano presenze costanti assieme a fiori di varie specie e alberi da frutto. La più evoluta tradizione araba di irrigazione dell’agrumeto è antichissima e basata sulla lenta infiltrazione dell’acqua nei terreni argillosi per adacquamento e recupero delle quantità in eccesso, in un’ottica di risparmio di questa preziosa risorsa. Di questa antica modalità di somministrazione dell’acqua vi è traccia ancora in alcuni paesaggi agrumicoli dediti alla produzione di limoni. La sistemazione a colmi e solchi dell’agrumeto disegna una trama che, al momento dell’adacquamento, si trasforma in ordinati canali di scorrimento a cielo aperto per portare l’acqua, per scorrimento, infiltrazione o tracimazione, al piede delle singole piante all’interno di conche. Grazie a questa irrigazione salvifica, dopo un periodo di indotta siccità (è la tecnica della “forzatura”), le piante di limoni riprendono a fiorire per dare il pregiato limone Verdello. Similmente, nelle limonaie del Garda, l’acqua veniva condotta al piede delle singole piante di agrumi con un sofisticato sistema di docce laterali, canalette di scorrimento e adduzione che si irradiavano da altre che correvano, sopraelevate, sulle passerelle addossate ai muri portanti della struttura. Ma anche i tetti delle coperture spioventi all’indietro erano architettati per un rapido ed economico recupero delle acque piovane. Il paesaggio degli agrumi si è tutto costruito sullo sforzo dell’uomo di controllare l’acqua nella quantità, nel percorso, nella qualità anche laddove non era disponibile. In tal senso devono interpretarsi le opere di pietra a secco del giardino d’agrumi di Pantelleria, che trovano la loro ragione proprio nel condizionamento del ciclo dell’acqua favorendo la formazione di umidità relativa e la sua condensa nelle ore notturne, così come riducendo la sua evapotraspirazione. Proprio la preziosità di questa risorsa per la produzione di agrumi sarà nel Meridione all’origine di accordi, dispute e lotte per l’acqua tra i proprietari terrieri per il suo uso esclusivo e la creazione di un sistema irriguo a lungo inciderà sull’economia dell’agrumicoltura. Il paesaggio dell’agrumicoltura moderna continua a essere un paesaggio irriguo, ma oggi il legame del paesaggio con l’acqua ha perso molto della spettacolarità del passato e il depauperamento di questa risorsa ambientale impone sistemi di irrigazione a bassa portata di erogazione – gli impianti a goccia –, sottochioma per evitare lo spreco della bagnatura fogliare, e anche nei giardini si incomincia a nascondere il consumo di acqua con gli impianti di subirrigazione.

Paesaggi olfattivi

I profumi fanno parte dell’identità del giardino e del paesaggio e la loro fragranza aiuta a leggere e percepire i luoghi, oltre che a conservarne la memoria individuale. Ogni paesaggio ha almeno in un momento dell’anno il suo profumo: quello dell’erba tagliata, dei prati fioriti, dei frutti maturi, delle essenze, delle foglie, delle resine dei tronchi e tanti altri nel corso della sua trasformazione di stagione in stagione. Il “giardino d’agrumi” rappresenta una delle esperienze olfattive più forti a primavera, quando gli alberi sono in fiore e in alcune specie o varietà ancora carichi di frutti maturi o in via di sviluppo, un momento della trasformazione del paesaggio pervaso ovunque dall’essenza di agrumi, ma anche dall’odore del denso fogliame. Oggi il profumo delle essenze vegetali sta tornando a essere il tema di fondo della progettazione del giardino e tanti nuovi o restaurati “giardini e paesaggi olfattivi” incominciano a essere proposti e realizzati. Molti sono i luoghi dove il paesaggio d’agrumi è stato ripristinato per evocarne oltre che la bellezza, la fragranza. I giardini storici del Nord Italia, dalle Ville Medicee alle Ville Venete, ma anche i tanti delle Ville Romane o rinascimentali del Lazio, colpiscono per la fragranza emanata dai numerosi vasi di agrumi ornamentali e innumerevoli sarebbero gli esempi in tutt’Italia. I restauri vegetazionali di questi luoghi hanno posto una particolare attenzione alla reintroduzione di queste specie arboree laddove la loro presenza era scomparsa o fortemente ridimensionata rispetto al disegno originario del giardino, se pur in un momento preciso della sua storia. Tra i giardini “moderni”, quelli di Castel Trauttmansdorff, inaugurati a Merano (Alto Adige) nel 2001 dopo anni di realizzazione, hanno riservato un’attenzione particolare alle piante d’agrumi. Sorgono su un’area di 12 ettari, un tempo coltivata a vite e piante da frutto, in un anfiteatro naturale dal microclima tanto mite, nonostante la latitudine a Nord (46,4°), da consentire la crescita in piena aria anche di piante esotiche che si ritrovano un po’ ovunque nel verde pubblico della cittadina. Circondano l’omonimo castello, occasionale residenza invernale dell’imperatrice Elisabetta d’Austria, “Sissi”. Con 83 ambienti botanici, 5800 specie e innumerevoli varietà di piante, suddivise in quattro aree tematiche, vi sono rappresentate le tipologie di paesaggi più diffusi: i “Boschi del mondo”, i “Giardini acquatici e terrazzati”, i “Giardini del sole”. La quarta area a tema, “Paesaggi dell’Alto Adige” – in onore alla terra che li ospita –, trova una ragione se non proprio per frequenza sicuramente per bellezza e suggestività. È proprio nei “Giardini del sole”, con l’intento di evocare l’ambiente del giardino mediterraneo nella bellezza della diversità delle specie – sono stati realizzati spazi a gariga e macchia e vi è stato impiantato l’oliveto più nordico d’Italia –, nella complessità della sua struttura (dai muretti a secco alle consociazioni) e nella suggestione dei suoi profumi, che gli agrumi hanno trovato il loro spazio. Piante di limoni, aranci, mandarini, pompelmi, kumquat e molte altre specie di agrumi piantati in piena terra in un’area detta “limonaia” accrescono la suggestione di questo luogo con il profumo dei loro fiori – la toponomastica del giardino fa riferimento alla passeggiata dei limoni e vuole rievocare la coltivazione intensiva dei limoni nelle limonaie del Garda – e del loro fogliame, tanto prezioso da giustificare in autunno l’onerosa copertura a vetri di questo spazio del giardino botanico. Nei 10 ettari di Potager Royal, orti e frutteti, recentemente ricostituiti all’interno della tenuta della Reggia di Venaria a pochi chilometri da Torino (2011), in ordinati rettangoli le file di insalate e piselli, gli alberi di melo e ciliegio delle varietà autoctone, i noccioli, i fiori di narcisi e rose hanno riconquistato uno spazio fino a pochi anni fa occupato dalla vegetazione infestante del bosco e fanno da cornice alla “Citroniera” (1721), restituita al suo antico splendore ma non funzione, che consisteva nel riparo invernale di centinaia di vasi in legno di piante di agrumi usati durante la bella stagione per abbellire i parterres d’Orangeries, lungo i bordi delle aiuole. Il profumato paesaggio d’agrumi potrebbe tornare ad arricchire nuovamente e ancor più questo che da tempo risulta essere uno dei siti più visitati in Italia.

Gli orti d’agrumi dell’Urbe

Il primo giardino, nella storia di questa creazione dell’uomo, fu sicuramente alimentare e quindi un orto. I primi giardini, forse quelli delle oasi desertiche, nati quando le popolazioni divennero sedentarie abbandonando il nomadismo, racchiudevano quanto di più bello e prezioso la natura potesse offrire – l’acqua, le piante da frutto, l’ombra – in uno spazio con un recinto a protezione. Tra gli alberi anche quelli d’agrumi. Anche gli horti dell’antica Roma erano ora spazi per il diletto, ora veri luoghi produttivi. Più spesso entrambe le cose assieme. Tra gli arbores urbanae, le specie coltivabili in città (cipressi, palme, olmi con peri, meli, olivi, melograni, ciliegi, viti ma anche cedri) si disponevano con ordine spaziale ben definito nella villa: nel pometum nelle ville più grandi, altrimenti nelle case più piccole in aiuole del giardino tra bassi cespugli di mirto e alloro. La presenza degli agrumi nei giardini romani è storica. Il mito del “Giardino d’agrumi” si forma e si consolida nel corso della storia del giardino occidentale e orientale e di fatto ancora oggi sta alla base dell’impiego di queste piante per l’arredo di giardini, terrazze e davanzali nei paesaggi urbani contemporanei. Nei Giardini segreti di Villa Borghese sono stati reintrodotti assieme ai vasi di limoni, alle tante piante da fiore, rari tulipani, narcisi, anemoni, lilium, ma anche cardi e carciofi a ricostruire la ricchezza di un luogo che era insieme diletto ma anche orto per gli abitanti della villa. Alberi d’agrumi campeggiano negli orti-giardino delle chiese romane. In quello della Basilica di Santa Croce in Gerusalemme nel 2004, su progetto dell’architetto Paolo Pejrone, pergolati di viti e rose rampicanti, alberi da frutto, piante da fiore e da orto in ordinati quadranti e gli immancabili agrumi ricostruiscono la struttura, ma anche il fascino e la suggestione dell’orto monastico. Dagli alberi d’arancio ha poi preso il nome il Parco Savello sull’Aventino. Realizzato nel 1932 dall’architetto Raffaele de Vico su un’area di circa un ettaro a ridosso della chiesa di Santa Sabina, fino ad allora adibita a orto, il “Giardino degli aranci” fu piantato secondo una simmetria radiale con alberi di agrumi (Citrus aurantium), con riferimento a quell’arancio che la tradizione vuole piantato e ancora conservato nel cortile della Basilica di Santa Sabina da San Domenico all’inizio del XIII secolo. Oggi le semicirconferenze disegnate dall’impianto vegetazionale, con alberi vetusti e nuovi esemplari di aranci amari messi a dimora a completarne il profilo nella recente riqualificazione, gli alberi di limone in vaso, gli alti pini, le spalliere di rose antiche lungo le mura perimetrali fanno da cornice a uno dei più suggestivi belvedere della città di Roma. È molto del paesaggio d’agrumi di questa parte dell’Italia centrale dove gli agrumeti produttivi, un tempo fonte di discreto reddito, stanno via via scomparendo (ne sono stati erosi più di 300 ettari solo negli ultimi dieci anni secondo l’ISTAT). Degli agrumeti della piana di Fondi nell’Agro Pontino, tanto vasti e suggestivi da essere decantati dai viaggiatori dell’Ottocento, rimane ben poco. Avevano impressionato Giorgio Gallesio (1824) che del territorio tra Itri e Gaeta ricorda i “molti giardini d’agrumi, dei fichi e altri frutti e degli ulivi bellissimi…”, mentre John Ruskin (1841) (citato in Cazzani, 1999) scriveva “Terracina è stupefacente; file di mura terrazzate rendono l’intera città simile a un palazzo, con aranci e palme bellissime che degradano verso la piana”. Oggi, e solo nelle aree più vocate, rimangono pochi esemplari centenari dell’apprezzata cultivar locale “Arancio Biondo di Fondi” in piccoli appezzamenti specializzati, mentre gli impianti interessati dalla riconversione varietale degli anni ’80 del secolo scorso resistono alle avversità atmosferiche – le gelate del 1956 e del 1985 li hanno gravemente danneggiati – e al lento ma inesorabile consumo del suolo a opera dell’urbanizzazione.

Il “giardino d’agrumi” che non c’è

Dalla loro domesticazione le piante da frutto sono sempre state utilizzate come elementi costitutivi di diverse tipologie di giardini. In molti giardini storici, a fronte di esempi virtuosi di conservazione di aree a frutteto o di singole piante da frutto, molto più spesso gli spazi coltivati sono andati perduti, gradualmente sacrificati ad altre priorità nei necessari restauri vegetazionali con perdita di risorse genetiche di valore, ma anche dell’identità dei luoghi. È questo il caso del Giardino dei Cedrati in Villa Doria Pamphilj (Roma), piccolo spazio all’interno del più grande parco pubblico di Roma, oggi profondamente cambiato nella sua forma, struttura e funzione e ancora in abbandono. Localizzato come perimetro vicino alla Villa Vecchia (1630) del parco, deve il suo nome alla presenza delle numerose piante d’agrumi piantate a terra, e nelle planimetrie storiche della villa del XVII secolo veniva indicato come area dedicata alla dea Venere e destinata alla coltivazione dei melangoli. Il vero Giardino dei Cedrati fu realizzato da Gabriele Valvassori tra il 1731 e il 1736 recintando in uno spazio fisico ben definito e frontale alla villa un’area già destinata alla coltivazione dei frutti, il pomario, e un cocchio, sistema di colonne che sopportavano capriate in legno di castagno diversamente ancorate a formare una struttura a galleria tipica dei giardini secenteschi. Il cocchio del Giardino dei Cedrati era accompagnato da file di vasi di limoni che creavano ombra con la densità del loro fogliame ed evocavano un luogo di svago e di delizie. I cocchi della Cedrara, com’era chiamato il Giardino dei Cedrati, rimasero per tanto tempo gli elementi caratterizzanti il giardino. Ovunque erano piantati alberi di cedri, aranci e limoni stando alle descrizioni dei secoli successivi, ma abbondavano sia in vaso sia in piena terra anche piante fiorite come gerani, azalee, camelie e dalie, oltre a molteplici piante da frutto. Non mancavano di essere rappresentati il paesaggio dell’acqua, che sgorgava dalle numerose fontane e zampilli dei cocchi d’aranci, le serre di moltiplicazione delle piante e i magazzini di ricovero per le coperture degli agrumi. Nel corso dei secoli i diversi interventi di restauro andarono ad arricchire il giardino di serre minori per la coltivazione di specie esotiche e tra il 1873 e il 1875 il Giardino dei Cedrati divenne un’autentica area produttiva di agrumi, che si estendeva anche oltre il perimetro originario. Verso la fine dell’Ottocento anche alla villa si applicò la legge dell’Agro Romano, che intendeva razionalizzare le aree agricole, e divenne sempre più a vocazione produttiva, che mantenne per molti anni; tuttavia, con l’apertura al pubblico in tempi moderni molte aree furono sacrificate e nel 1970 quest’area del giardino fu abbandonata. Scompariva così quello che era stato un paesaggio che, pur nella stratificazione di forme, specie, fatture, materiali, colori e assetti assunti nel corso dei secoli e delle mode, negli agrumi e nel loro caratteristico paesaggio conservava l’elemento identificativo. Lo studio di diverse ipotesi di recupero e ripristino di quest’area in tutta la sua complessità e ricchezza ha consentito, dopo anni di progressivo abbandono, solamente di avviare un progetto in grado di restituire lentamente al luogo la sua identità e realizzare infine un moderno Giardino delle Esperidi.

Orangeries: il Nord del Sud

Un po’ ovunque nel Nord Europa, ad adornare i giardini di ville e dimore principesche, vennero fatte costruire strutture protettive di varia fattura e magnificenza, allo scopo di concedere ai proprietari un po’ del paesaggio mediterraneo là dove il clima è ostico e le estati brevi. A partire dal XVII-XVIII secolo, le piante di agrumi incominciarono a rappresentare elementi fondamentali della struttura dei giardini barocchi anche nell’arte e nella cultura nordica dei giardini. Delle magnificenti arancere (orangeries) a centinaia costruite nel Nord Europa, oltre che in Italia, molte conservano ancora la loro struttura e funzione e meravigliosi esempi si possono ammirare in Germania, Belgio, Francia, Svizzera, Austria e perfino Scandinavia (www.ak-orangerie.de). In Danimarca una “moderna” Orangerie abbellisce la residenza privata della famiglia reale a Fredensborg, mentre nell’Orangerie dei giardini di Gunnebo a Göteborg in Svezia – in cui originariamente erano presenti centinaia di piante d’arancio amaro, limoni, ma anche mandorli e olivi, gelsi, allori e ananassi – oggi alcune specie di agrumi ancora abbelliscono i terrazzamenti e il loro paesaggio e, assieme alla struttura di protezione recentemente ristrutturata e agli orti ricostituiti a far da contorno, ripropongono uno scenario di grande suggestione. Innumerevoli altre preziose realtà di piccole o grandi Orangeries diversamente conservate e dedite alla loro funzione originaria sono disseminate in tutto il Sud della Svezia, ma per visitarle ci si può spingere anche molto più a nord di Uppsala (quasi 60° di latitudine). La Serra Temperata del Kew Royal Botanic Garden (1859, Londra) – la più grande serra vittoriana al mondo con i suoi quasi 5000 m2 di superficie e i 20 m di altezza – ospita ogni genere di piante esotiche delle aree tropicali e subtropicali grazie a una temperatura mantenuta al di sopra dei 10 °C. Molte di queste specie sono di interesse produttivo e tra loro ovviamente aranci, limoni e lime. In Belgio è il giardino barocco del Castello di Freÿr, lungo il fiume Mosa, con vasche e parterre e un’Orangeries tra le più antiche del Paese, che ancora si pregia di una collezione di agrumi tricentenari in vaso, curati meticolosamente e per soli pochi giorni all’anno esposti al clima esterno. L’Orangerie della reggia di Versailles della metà del XVII secolo ancora mantiene inalterata la spettacolarità della sua struttura e funzione, perpetuando da maggio a ottobre la moda degli aranci e dei limoni a coronare i parterre. Poi la Germania non può mancare nell’elenco dei luoghi dove gli aranci amari, presenti fin dal XVI secolo, ricreavano nei giardini rinascimentali dei fastosi castelli o nei chiostri dei conventi un po’ del paesaggio d’agrumi del Mediterraneo. Nel Sud della Germania, nei Land del Baden-Württemberg e della Baviera, ancora si conservano nella loro bellezza il “Giardino dei melangoli” ai piedi del Castello di Leonberg, l’arancera del giardino del Castello di Weikersheim e quella del giardino di Würtzburg. Ma più a nord, nel Brandeburgo, nei parchi di Berlino e Postdam, oggi tra i beni del patrimonio culturale dell’umanità, piantate a frutteto, terrazze di viti, arancere e orti con le specie mediterranee mantengono inalterato il fascino del “Giardino siciliano”, come era chiamata una sezione del parco di Sanssouci. Un albero di aranci in ferro battuto sulla piazza del mercato di Oranienbaum (“albero d’arancio” in tedesco), piccolo comune della Sassonia, rende onore a questi alberi che nell’omonimo parco, all’interno della più lunga arancera di tutta la Germania (178 metri) e che nei suoi tempi migliori nei primi anni dell’Ottocento ospitava più di 500 piante di melangoli, sono ancora conservati in collezione all’interno della struttura restaurata. Nella più nota Oranienbaum, centro suburbano di San Pietroburgo (Leningrado), residenza estiva dei membri della famiglia degli zar di Russia, i giardini del palazzo reale sono anch’essi parte del sito Unesco “Centro storico di San Pietroburgo e dintorni”. Edificato all’inizio del XVIII secolo per volere del governatore di San Pietroburgo, con i suoi aranceti diede il nome a questa località. Di tale epoca si sono conservati gli edifici, ma degli aranci non rimane nemmeno più il toponimo a evocarne il ricordo – il nome moderno della località è Lomonosov – anche se una pianta d’arancio continua a campeggiare nello stemma della città.

 


Coltura & Cultura