Volume: il pomodoro

Sezione: coltivazione

Capitolo: modello Vittoria

Autori: Guglielmo Donzella, Michele Assenza

Introduzione

La coltura del pomodoro da mensa nel Vittoriese (RG), comprendente i territori dei comuni limitrofi di Comiso e Acate, presenta caratteri di elevata specificità agronomica, identità commerciale e complessità socio-economica. Se la coltivazione in serra fredda definisce la prima, l’ampia diversificazione tipologica e varietale ne determina la seconda, mentre l’interconnessione, tramite il vivaismo orticolo e il contoterzismo, stabilisce lo scambio con il più vasto ambiente socio-economico e culturale. Il pomodoro in coltura protetta nella fascia costiera ragusana a partire dagli anni ’60 del secolo scorso va incontro al progressivo aumento della superficie passando dai 1650 ettari dell’inizio degli anni ’70 ai circa 2600 di fine secolo (dati Istat). Con tale superficie il pomodoro intercetta circa i 2/3 della superficie totale destinata alle colture protette. Le altre specie seguono a grande distanza con peperone al 15%, zucchino al 9%, melanzana al 7% e cetriolo al 3%. Non è, in altri termini, una marginale appendice economica bensì il connettivo socio-economico del territorio. Come accennato, la coltura del pomodoro avviene esclusivamente in serra in cicli che nel corso del tempo sono divenuti continui nel senso che dall’originario trapianto autunnale si è passati a trapianti estivi, autunnali e invernali.

Strutture di protezione

Le strutture di protezione a partire dalla prima introduzione della serricoltura a ora hanno fatto registrare una forte evoluzione: si è passati da strutture con pali di sostegno e falde in legno, e cubatura di 1,8-2,0 m3/m2 degli anni ’70 a quelle con piedritti di cemento e falde in legno la cui cubatura unitaria arriva a 2,5 m3/m2, con falde dapprima piane e poi curve, fino alla tendenza attuale in cui le sostituzioni dei vecchi impianti o i nuovi impianti avvengono con strutture in profilato metallico e falde curve con cubatura unitaria di 5,0-5,5 m3/m2. Nell’80-90% della superficie coperta le strutture, tuttavia, restano di tipo tradizionale con copertura in film di polietilene, fatte di unità di piccole dimensioni (800-1200 m2) e stradelle di servizio esterne. Le strutture in profilato metallico e copertura in film di polietilene sono, invece, costituite da unità di grandi dimensioni (5000-10.000 m2) munite di impianti di nebulizzazione e stradelle di servizio interne. Entrambe le tipologie di strutture sono sempre dotate dell’intercapedine di polietilene (antigocciolamento) e delle reti escludi insetti. L’aerazione nella stragrande maggioranza dei casi è limitata alle finestrature laterali, solo raramente si riscontrano aperture al colmo.

Tipologie di prodotto

Il pomodoro nel corso dell’ultimo quarto del secolo scorso ha subito un’evoluzione tipologica che nei primi anni ’60, alle origini della sua diffusione in serra, non era neanche lontanamente immaginabile. Dall’originaria, e unica, tipologia costituita dal Marmande costoluto si è progressivamente incrementato il numero di tipologie per arrivare alle attuali otto; e il processo sembra destinato a continuare. Quello della progressiva estensione delle tipologie coltivate costituisce il fenomeno chiave per interpretare la serricoltura del Vittoriese (e più in generale quella ragusana). Infatti, negli anni ’70 del secolo scorso e per tutto l’arco degli anni ’80, il pomodoro, quando l’unica tipologia presente è il Marmande costoluto, entra in una fase di pesante crisi, tanto che comincia a cedere superficie al peperone fino ad avere una percentuale di investimento assai vicina a quella di questa specie (30%). Da quel momento in poi, a seguito delle prime introduzioni delle varietà a maturazione rossa (Vemone, GH31) effettuate nelle serre coltivate a peperone (trapiantando le piante in corrispondenza dei pali di sostegno della serra), comincia la riconquista delle superfici cedute al peperone fino a intercettare circa i 2/3 della superficie investita a serre, stimata in base al rapporto delle piantine consegnate da alcuni vivai della zona. Si afferma, nell’ambito delle tipologie a maturazione rossa, dapprima il grappolo rosso, seguito alla fine degli anni ’80, dal ciliegino, quindi dal vesuviano e, infine, dal datterino. Parallelamente si ampliava anche il numero delle tipologie a maturazione verde che iniziava dalla diffusione di varietà semi-costolute che andavano a sostituire il tradizionale Marmande e proseguiva con la coltivazione della tipologia a frutti lunghi (tipo San Marzano) con gli ibridi Grinta, Italdor per continuare con la tipologia Cuore di Bue con varietà standard di provenienza ligure e per concludersi nella tipologia, di recente introduzione, ovetto caratterizzata da conformazione a uovo di gallina. Il processo non sembra destinato a fermarsi ed è probabile che nell’arco del prossimo quadriennio si possa assistere all’affermazione di una ulteriore tipologia. Il fenomeno, alle origini, ha preso avvio da un lato per l’azione svolta dalla aziende sementiere, soprattutto per le tipologie a maturazione rossa, dall’altro, per quelle a maturazione verde, è stato soprattutto portato avanti dal settore commerciale e dai produttori che hanno sostanzialmente voluto prolungare la presenza sul mercato di alcune tipologie (Cuore di Bue ecc.) a consumo regionale a cui è seguito l’interesse delle aziende sementiere con il miglioramento genetico e l’ulteriore spinta alla affermazione della tipologia. Il fenomeno è di particolare significato strategico perché ha vicariato quello che, negli anni ’70 del secolo scorso, veniva ritenuto il principale punto debole della serricoltura vittoriese (e ragusana): l’insufficiente diversificazione delle specie coltivate (allora il pomodoro intercettava circa i ¾ della superficie destinata alla serricoltura). L’ampliamento delle tipologie coltivate ha permesso al pomodoro di tenere all’incirca la stessa posizione delle origini e confermare la vocazionalità dell’area per la coltura di qualunque tipologia di pomodoro. Le varietà coltivate ricadenti nelle diverse tipologie sono assai numerose, in particolare nell’ambito delle tipologie ciliegino e grappolo rosso, dove raggiungono la trentina per ciascuna. Naturalmente quelle più diffuse si riducono a un numero assai più modesto. Questo elevato numero di varietà, che spesso viene visto come un dato negativo, per la difficoltà di standardizzare la commercializzazione, in special modo nel contesto di una maglia aziendale fatta di unità produttive di piccole dimensioni, è, invece, un dato anche positivo. Infatti, l’estrema differenziazione varietale viene incontro, da un lato, alle variegate esigenze agronomiche legate ai cicli e, dall’altro, a quelle pedologiche. Per altro verso la standardizzazione trova il denominatore comune a livello della tipologia ma offre anche quelle minime sfumature in grado di venire incontro alle esigenze del consumo. Il significato più intrinseco della numerosità varietale indica, altresì, la vivacità del rinnovamento delle stesse: la vita di una varietà raramente supera i 4-5 anni. E questo dimostra la vitalità della coltura. Il calendario classico di produzione per le tipologie a maturazione rossa copre l’arco dei mesi che va dall’autunno (fine ottobre) fino all’inizio dell’estate (metà giugno) con picchi produttivi ad aprile e maggio; le tipologie a maturazione verde, invece, hanno un calendario di produzione più breve concentrato nel periodo invernoprimaverile.

Vivaismo

Il materiale di propagazione vegetale viene acquisito, nella generalità dei casi, facendo ricorso ai vivai orticoli dell’area, a cui la fase di preparazione delle piantine è stata completamente delegata sin dalla metà degli anni ’80 del secolo scorso. In relazione ai problemi parassitari di seguito accennati, si va diffondendo il ricorso all’innesto, sebbene in maniera ancora incerta per la difficoltà di valutare le affinità d’innesto tra i portinnesti e, come si vedrà, le numerose varietà coltivate. Negli anni recenti l’attività dei vivai orticoli, mentre prima si limitava alla semina e allevamento della piantina, va sempre più ampliandosi, essendo in corso di diffusione altri interventi sulle piantine: oltre che dall’innesto viene richiesta anche la cimatura sia di piante franche sia innestate. Le ragioni del diffondersi di tale ultima pratica sono sia di ordine economico sia agronomico. Alla scelta si perviene, da un lato, per l’elevato costo delle piantine, dall’altro, per il vigore di alcuni ibridi F1 e/o di quello conferito da alcuni portinnesti. In entrambi i casi la scelta consente di ridurre alla metà l’investimento unitario e il relativo costo (da circa 3 piante/m2 a 1,5 piante/m2). Nel caso di varietà ibride della tipologia ciliegino particolarmente vigorose (Tyty), si fa ricorso alla cimatura e all’allevamento a più branche per limitare l’eccessivo ingrossamento dei frutti. La pratica non sempre viene delegata al vivaio, spesso viene eseguita in azienda prima del trapianto.

Tecnica colturale

Per quanto attiene alla concimazione di fondo occorre rilevare il modesto ricorso alla letamazione, mentre è più diffuso l’impiego di sostanza organica commerciale insaccata, integrata da concimi minerali complessi nell’ordine di 1 q per ogni 1000 m2, generalmente distribuiti all’intera superficie e, più raramente, in forma localizzata. Le operazioni di trapianto si svolgono in serre con le finestrature laterali protette da reti escludi insetto. Tale esigenza è scaturita, in primo tempo, sin dalla fine degli anni ’80, per prevenire i virulenti attacchi dal Virus dell’accartocciamento fogliare giallo del pomodoro (TYLCV) trasmessa dall’aleurodide Bemisia tabaci, e attualmente è divenuta ancora più stringente per prevenire i recenti massicci attacchi a germogli, foglie e frutti della tignola Tuta absoluta. Il limitato arieggiamento comporta nei trapianti estivo-autunnali, che, come visto, sono quelli largamente prevalenti, l’innalzamento della temperatura all’interno delle serre; questo evento, è bene ricordarlo, non disponendo di climatizzazione, comporta condizioni di grave stress per le giovani piantine. Per contenerne gli effetti negativi si fa ricorso a mezzi artigianali come l'imbiancatura del film o, dove possibile, l’irrigazione nebulizzante soprattutto nei primi 10-15 giorni dal trapianto. Il trapianto avviene generalmente in file binate distanziate di circa 80 cm e a 120 cm tra le bine (passaggi di servizio). Sulle file la distanza è di 30-35 cm nel caso di piante a stelo unico, oppure di 60-70 cm se a doppia branca (nel caso di piantina su cui è stata eseguita la cimatura). In taluni casi si fa ricorso al trapianto su filare unico con piantine cimate collocate a 30-35 cm e branche disposte in senso trasversale al filare. Le ali gocciolanti sono comunque sempre due per ciascuna bina. Il trapianto è sempre preceduto dall’applicazione della pacciamatura con film di polietilene opaco (bianco/nero) talvolta esteso all’intera superficie ma assai più spesso limitatamente alla striscia della bina. Circa 15-20 giorni dopo il trapianto viene eseguita la prima sfogliatura delle 2-3 foglie basali e la legatura ai sostegni. Le operazioni colturali successive al trapianto prevedono la eliminazione dei germogli ascellari, l’attorcigliamento della parte terminale dello stelo lungo il filo di sostegno e l’impollinazione fiorale. Questa operazione viene eseguita con diverse modalità. La pratica più diffusa, a seguito del generale uso delle reti escludi insetto, fa ricorso all’impiego delle arnie di bombi (Bombus terrestris). Tale pratica, tuttavia, nel periodo estivo, in particolare per il 1° e 2° grappolo, così come in primavera avanzata o nei periodi di elevata nuvolosità, viene integrata dal ricorso all’ormonatura chimica. Raramente si fa ricorso all’impollinazione mediante vibratori o mediante soffiatori. L’allevamento delle piante viene effettuato con modalità diverse, in particolare sulle varietà di tipo ciliegino, a seconda del tipo di struttura disponibile. Così, nelle strutture tradizionali, data la ridotta altezza, l’allevamento viene effettuato a spalliera: lo stelo, sin dalla seconda legatura oppure quando la pianta ha differenziato il 4°-5° grappolo fiorale, anziché essere legato al sostegno in senso verticale, viene dapprima abbassato fino a fare poggiare il 1°-2° grappolo sulla pacciamatura e poi legato al sostegno della pianta vicina, inclinandolo di circa 60°-65° e così si procede per le legature successive. La prima di queste operazioni quasi sempre avviene in prossimità della raccolta del 1°-2° grappolo ed è preceduta da un’energica sfogliatura finalizzata ad assicurare un’adeguata aerazione dei filari e soprattutto dell’interno della bina. Nel caso, invece, di serre di maggiore altezza, l’allevamento della pianta avviene verticalmente; talvolta, mediante il ricorso a un filo di sostegno assicurato a un aspo, la pianta, dopo la raccolta di alcuni grappoli e appropriata sfogliatura, con lo srotolamento del filo viene abbassata mentre la parte apicale resta disposta verticalmente. Questo sistema di allevamento ha un’altra variante: anziché fare ricorso all’aspo, si limita a invertire la geotropia facendo scendere lo stelo verso il suolo anziché farlo salire. Più di frequente le piante restano disposte verticalmente e, superata l’altezza d’uomo, per le operazioni colturali si interviene mediante appositi carrelli elevatori. Queste modalità di allevamento, tanto in serre tradizionali quanto in quelle in profilato metallico e di maggiore cubatura, consentono di realizzare quel ciclo lungo (settembre-giugno) con il quale si può arrivare a produrre 18-20 grappoli di ciliegino per ciascuna branca. L’irrigazione, quasi sempre fertirrigazione, viene somministrata con un numero di erogazioni quotidiane variabili a seconda della stagione, dello stadio vegetativo e dell’andamento meteorologico. Nel periodo invernale si fa ricorso a una sola somministrazione giornaliera; con l’avanzare verso la primavera le somministrazioni aumentano progressivamente fino a 4-5 di cui una sola, eccezionalmente due, prevede la fertirrigazione. I quantitativi di acqua somministrata si aggirano intorno a 1000-1500 litri per ogni somministrazione per 1000 m2: i quantitativi maggiori sono usati soprattutto sui terreni dunali. Le sostanze nutritive fanno riferimento a soluzioni allo 0,3-0,5‰ a seconda che la concimazione di fondo sia stata effettuata o meno. Il rapporto N-P-K tra gli elementi nutritivi è di 1-0,5-1,5 nella prima fase per spostarsi verso 1-0,4-1,8(2) in quella successiva alla raccolta dei primi grappoli. Spesso la fertirrigazione viene integrata da microelementi, in particolare ferro, manganese, zinco e boro. Attorno a queste pratiche esistono numerose varianti che prevedono anche il ricorso a stimolanti ormonali.

Controllo dei parassiti

La difesa, come visto, è affidata in primo luogo a quelle reti escludi insetto che, nate per prevenire il Virus dell’accartocciamento fogliare giallo del pomodoro, hanno effetti molto vasti su tutti i parassiti animali poiché, se correttamente applicate e gestite, creano una sorta di ambiente efficacemente isolato dall’esterno che consente di ridurre al minimo, contrariamente al luogo comune che vuole che nelle serre i trattamenti siano particolarmente numerosi, gli interventi contro i parassiti animali. A tal proposito va ricordato che il vasto impiego dei bombi per l’impollinazione fa sì che i trattamenti con prodotti fitosanitari debbano essere effettuati, per evitare la perdita dell’arnia di bombi, con prodotti innocui per questi insetti e, dunque, anche per l’uomo. Gli interventi sono concentrati soprattutto nella fase immediatamente dopo il trapianto per debellare eventuali anche minime infestazioni di Bemisia tabaci vettore del TYLCV. Successivamente i trattamenti insetticidi si riducono fino ad annullarsi. Le maggiori minacce invece vengono dai parassiti fungini, peronospora, cladosporiosi e Botrytis che tuttavia vengono trattati sempre con prodotti solo nei periodi particolarmente piovosi. Per inciso, è il caso di fare un breve cenno alla salubrità dei prodotti. L’impiego delle reti e dei bombi, come detto, ha ridotto enormemente il ricorso a trattamenti fitosanitari. Peraltro, le dosi unitarie della maggior parte di detti prodotti, rispetto ai decenni precedenti, hanno subito il dimezzamento quando non la riduzione ad 1/3. Tale circostanza fa sì che le cosiddette produzioni convenzionali, dal punto di vista dei residui di fitofarmaci offrano garanzie più elevate di quanto non si creda comunemente. Nell’ambito di questo tema è il caso di ricordare che esiste una limitata produzione che fa riferimento al metodo di produzione biologico. Non sarà inutile ricordare che tale produzione, seppure in perfetta regola con la legislazione vigente, avviene in netto contrasto con alcuni principi guida del metodo biologico: il ciclo produttivo si svolge fuori stagione e sotto protezione del polietilene che, come noto, deriva dal petrolio. In tema di apporti di energia non rinnovabile non giova a questo metodo la circostanza che i prodotti biologici siano destinati, prevalentemente, al consumatore tedesco per raggiungere il quale occorre, con il trasporto su gomma, caricare il prodotto di quote non indifferenti di energia da petrolio. Le maggiori minacce attuali sono costituite dal Virus del Pepino (PepMV) e dalla tignola Tuta absoluta. Il primo, che ha dato luogo, fortunatamente, per ora solo a limitate infezioni, costituisce un pericolo sempre in agguato per le modalità di trasmissione (per contatto) e per la lunga conservazione del virus sia sugli attrezzi di lavoro sia nel terreno e nei residui colturali; la seconda, di recentissima diffusione, ha manifestato un’elevatissima capacità di infestazione, alle foglie, agli apici vegetativi e ai frutti, in grado di compromettere rapidamente qualunque coltura nonostante trattamenti e trappole al feromone e trappole per la cattura massale; la difesa più efficace è legata alle reti escludiinsetto che, evitando l’ingresso in serra dell’adulto, impediscono la diffusione dell’infestazione. La difesa dai parassiti ipogei, già dopo il protocollo di Montreal e il Regolamento CE 2037/2000, e ancora più dopo l’entrata in vigore del divieto d’impiego del bromuro di metile, è stata posta all’ordine del giorno con priorità assoluta. Le soluzioni suggerite sono andate dalla riproposizione di alcuni geodisinfestanti chimici al metodo di coltivazione fuori suolo, nelle sue diverse varianti, alla solarizzazione, all’innesto erbaceo e ai mezzi biologici. Ciascuna di queste scelte mantiene una sua presenza nel territorio. Tuttavia pare ipotizzabile che, nel medio termine, la tecnica che prenderà maggiore diffusione, in attesa delle varietà resistenti, sarà la solarizzazione, verso la quale gli imprenditori mostrano maggiore propensione a motivo sia dell’efficacia sia dei limitati costi. Per le altre tecniche di controllo dei parassiti tellurici, la strada appare in salita. Il fuori suolo, dopo gli iniziali entusiasmi, si limita a poche decine di ettari: l’inadeguatezza delle strutture, la salinità delle acque nonché la necessità di assistenza continua rendono il fuori suolo poco praticabile. L’innesto erbaceo, che suscita interesse (le selezioni di Cuore di Bue standard sono quasi sempre innestate sull’ibrido Beaufort o He-man) e ha una certa diffusione (il 9-10% del pomodoro è innestato), appare in fase di relativa ulteriore crescita perché, come sopra accennato, le numerose varietà presenti, nonché la loro rapida sostituzione, rendono aleatoria la valutazione delle affinità d’innesto con i rischi conseguenti. Infine, i mezzi biologici (funghi contro nematodi, brassicacee ecc.) appaiono solo in grado di contenere infestazioni di modesta entità. Qualche considerazione a parte meritano le alterazioni fisiologiche, per il rilievo che possono assumere, cui può andare incontro la coltura del pomodoro in serra, soprattutto, nel periodo invernale. Dalla filatura al blotchy ripening, in occasione di lunghi periodi nuvolosi, allo stress idrico per eccesso di calore durante i trapianti estivi, all’aborto fiorale per le stesse cause; all’ispessimento dei tessuti fogliari in occasione dell’ormonatura fiorale, fino allo svuotamento dello stelo in occasione di cimature energiche, e al marciume apicale limitatamente alle varietà della tipologia a frutti lunghi ecc. L’alterazione che tuttavia causa notevoli perdite di produzione è costituita dalla spaccatura dei frutti del 1°-2° grappolo nelle varietà ciliegino durante i mesi invernali.

Aspetti commerciali

Le prospettive di sviluppo ed evoluzione del comparto sono strettamente legate all’evoluzione della commercializzazione. Tuttavia, la questione, se guardata secondo i più triti luoghi comuni, che si affannano in inutili esortazioni all’associazionismo, non pare che adotti un approccio lungimirante, sgombro da pregiudizi. Sembra infatti che la soluzione, come testimoniato da altre tematiche similari, non venga dall’associazionismo. Quando si osserva l’evoluzione della commercializzazione dalle origini della serricoltura all’attualità, si rileva che il ruolo svolto dall’associazionismo non è andato mai oltre il 3-5% dell’intera produzione dell’area. Questa frazione minoritaria ha sì svolto una funzione importante, ma dagli anni ’90 in poi il suo ruolo si è andato sempre più affievolendo (alcune Cooperative hanno ridotto l’attività, altre l’hanno cessata), a testimonianza di una difficoltà intrinseca a stare nel settore commerciale; mentre una qualche migliore fortuna ha avuto l’associazionismo legato ai mezzi tecnici di produzione (dall’acquisto dei mezzi tecnici alle piantine). In altre aree di significativa presenza della serricoltura (Pachino, Marsala) e in particolare della coltura del pomodoro, quanto affermato, apparentemente, verrebbe smentito, poiché la serricoltura è cresciuta intorno alla cooperazione. Ma anche a una osservazione epidermica si nota subito che nei due territori richiamati non è mai esistito un mercato alla produzione e che le numerose cooperative operanti risultavano avere livelli di concentrazione dell’offerta molto limitati (20.000-30.000 q). Nella sostanza, in queste aree l’associazionismo appare essere, più che una scelta, una necessità legata al bisogno di commercializzare la produzione in assenza di alternative praticabili. Sembrerebbe scontato che in un territorio in cui domina la piccola impresa e, inevitabilmente, l’offerta risulta frammentata e il potere contrattuale modesto, l’associazionismo risulti la risposta adeguata al superamento di questi vincoli. Ci si dimentica, però, che i costi della concentrazione dell’offerta non scompaiono, né si riducono, quando si sceglie la via dell’associazionismo; ci si dimentica che la lentezza del processo decisionale dell’associazionismo certo non agevola l’esigenza, intrinseca al settore commerciale, della rapidità e flessibilità delle decisioni. La commercializzazione pare muoversi su diverse direttrici di marcia che trovano espressione attraverso i canali commerciali. In questo ambito resta centrale il ruolo del Mercato Comunale alla produzione (ben tre in provincia di Ragusa) che con l’incidenza di circa 1/3 dell’intera produzione costituisce lo sfondo su cui trovano articolazione gli altri. Il canale commerciale attualmente predominante è costituito dai cosiddetti magazzini. Si tratta di imprese che acquisiscono, nelle forme più varie, il prodotto sia direttamente dalle aziende agricole sia dai mercati comunali alla produzione, lo selezionano e confezionano secondo le specifiche della GDO e di altri committenti; questo canale attualmente si stima incida per circa il 50-60%. Vi è poi il canale delle aziende agricole di grande dimensione che tratta la commercializzazione direttamente e che intercetta probabilmente il 5-8%. Questo canale è assimilabile a quello dell’associazionismo che, nelle sue più svariate forme, tuttavia non lo supera. Infine, va segnalato il canale commerciale delle medie aziende (20-30 mila metri quadri di superficie destinata alla coltura) che, disponendo di sufficiente mano d’opera familiare, commercializzano in proprio, monetizzando il lavoro familiare. Questa ampia articolazione dei canali commerciali conferisce al distretto del pomodoro in serra una notevole flessibilità e capacità evolutiva in grado, in prospettiva, di rispondere alla evoluzione del mercato.

Conclusioni

L’excursus intorno alla coltura del pomodoro in serra nel Vittoriese mette in evidenza una sua elevata caratterizzazione fondata in primo luogo su specifiche risorse climatiche e pedologiche. Su queste si è innestata un’elevata capacità evolutiva della coltura che ha fatto delle crisi una opportunità di mutamento, mentre, dall’evoluzione dei consumi, ha tratto spunto per riaffermare la propria capacità di adeguarsi ai mutamenti socio-economici. L’adeguamento delle strutture e dei metodi colturali, associati a un’articolazione tipologica e varietale, che non ha riscontro in altri territori, testimoniano di una lunga e attiva storia della coltura, che in prospettiva appare garanzia di futuro. Futuro che appare estendersi, più che in altri territori, all’intero contesto socio-economico locale. In definitiva, nel Vittoriese, le superfici destinate alla coltura del pomodoro in serra appaiono in leggera crescita a scapito delle altre specie e, certamente, non è difficile prevedere l’ulteriore affinamento dei metodi colturali e l’ampliamento delle tipologie di prodotto.

 


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