Volume: il pomodoro

Sezione: coltivazione

Capitolo: Modello Pachino

Autori: Salvatore dell'Arte, Corrado Borgia, Michele Battaglia

L'inizio

A Pachino, Provincia di Siracusa, le prime coltivazioni di pomodoro da mensa risalgono al 1925. Erano localizzate esclusivamente lungo la fascia costiera e nelle aziende con presenza di falde acquifere molto superficiali raggiunte da pozzi scavati a mano per captare l’acqua indispensabile all’irrigazione. Queste prime esperienze rivelarono subito la validità di questa coltivazione nell’areale di Pachino, poiché, rispetto ad altri territori siciliani si realizzava un anticipo della raccolta di 15-20 giorni con un prodotto di alta qualità che spuntava prezzi altamente remunerativi. Tuttavia, l’affermarsi della viticoltura da vino – per la produzione soprattutto del famoso vitigno Nero d’Avola – limitava l’interesse per l’orticoltura, che veniva relegata in poche e piccole aziende distribuite a macchia di leopardo nella striscia di terra ubicata lungo la fascia costiera non adatta alla coltivazione della vite. Agli inizi degli anni Cinquanta del secolo scorso, alcuni imprenditori provenienti dal Siracusano e dal Catanese iniziarono a coltivare il pomodoro su superfici più estese, dando così un notevole impulso alla sua affermazione, tanto che alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso la superficie investita aveva raggiunto circa 100 ha. Va tenuto presente che in questo periodo, la coltivazione del pomodoro si effettuava in pieno campo adottando tutta una serie di accorgimenti per difendere la pianta dagli agenti atmosferici e dal vento freddo in particolar modo. La tipologia di pomodoro coltivata era quasi esclusivamente il Marmande con bacche costolute di grossa pezzatura, 180-200 grammi. I trapianti avvenivano a marzo mentre la raccolta iniziava a fine maggio-inizio giugno con rese totali esigue di circa 300 q/ha. La tecnica di coltivazione era molto primordiale: si utilizzava seme prodotto in azienda, in semenzai aziendali a terra da trapiantare, per ottenere piantine a strappo; l’irrigazione era a scorrimento; la concimazione era solo quella di fondo con stallatico; la difesa dai parassiti si faceva con trattamenti a calendario utilizzando solo rame e zolfo. Il prodotto veniva commercializzato prevalentemente nei mercati locali di Pachino, Siracusa e Catania e sporadicamente anche in quelli di Messina. Il prodotto era confezionato in casse di legno di circa 15-20 kg senza nessuna etichetta e indicazione di sorta.

Evoluzione

Agli inizi degli anni Sessanta del secolo scorso, con l’avvento della plastica si assistette alla nascita della prime coperture, difficilmente denominabili serre in quanto si trattava di apprestamenti di protezione ancora allo stato primordiale, costituite da capanne di canna di 50-100 m2 ricoperte con film di polietilene. I risultati ottenuti evidenziarono subito la possibilità di anticipare la raccolta di ulteriori 30-40 giorni, ovvero alla fine di aprile con trapianto a fine gennaio con un incremento delle rese del 20% circa rispetto alle tradizionali coltivazioni di pieno campo. Negli anni successivi, le serre furono realizzate con strutture sempre più consistenti; le capanne di canna vennero sostituite con capannoni di legno, a tetto spiovente, di circa 500-1000 m2. Queste nuove strutture di protezione negli anni Sessanta del secolo scorso si affermarono soprattutto nelle zone a ovest di Pachino e nella vicina Vittoria (Provincia di Ragusa), segnando una profonda trasformazione dell’agricoltura di quell’area, che da allora viene riconosciuta con il termine di fascia trasformata. Nella zona di Pachino, invece, fecero sì la prima comparsa, ma non si diffusero molto facilmente non riuscendo a sottrarre superfici alla viticoltura che allora era attestata intorno ai 4000 ettari. Agli inizi degli anni Settanta del secolo scorso, la zona fu colpita da una profonda crisi della viticoltura che portò a una rapida riconversione di molte aree vitate alla orticoltura protetta, che, in pochi anni, si attesta intorno a 400 ha. All’epoca si praticava soltanto la monocoltura di pomodoro in un unico ciclo autunnovernino con trapianto a ottobre e inizio delle raccolte a gennaio. In tale decennio, tolta l’introduzione della serra, non si registrarono notevoli cambiamenti di prodotto e di processo. L’unica tipologia di pomodoro rimaneva la Marmande nella versione migliorata denominata Raf (che sta per resistente a Fusarium), mentre restano immutati le tecniche colturali, il confezionamento e i canali di commercializzazione. Alla fine degli anni Settanta e agli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso, invece fu tutto un pullulare di iniziative, voglia d’emergere e di farsi conoscere sul mercato e di migliorarsi in una sana competizione per la conquista di una vera e propria leadership nella produzione del pomodoro da mensa. Molti agricoltori avvertirono l’esigenza di collocare direttamente il pomodoro nei principali mercati all’ingrosso nazionali, sganciandosi quanto più possibile dai mercati locali, e si costituirono in cooperative. La prima cooperativa a nascere fu l’Aurora, seguita da Sicilserra, Pachino Agricola, Faro, Porto Ulisse, Marinamarza, Agricoop, e Punta delle formiche. Con la nascita delle cooperative inizia una nuova fase commerciale e promozionale: le cassette di legno generiche vengono sostituite da quelle in cartone di piccola dimensione sulle quali la zona di origine del prodotto Pachino spicca a caratteri cubitali e con grafiche moderne; si instaurano contatti diretti con i grandi mercati ortofrutticoli (Milano, Torino, Bologna, Verona, Roma, Genova, Padova, Fondi, Bari ecc.) e nascono così delle importanti sinergie fra i produttori, i commercianti e i consumatori che, intanto, sancirono il maggior valore del pomodoro proveniente da Pachino il cui territorio, in quel periodo, diventa un laboratorio da un punto di vista sia commerciale sia tecnico tanto che le più importanti ditte sementiere nazionali ed estere provano in loco le nuove costituzioni varietali. Nel frattempo, le cooperative di produttori vengono affiancate da singole aziende private di grandi dimensioni, che danno un ulteriore contributo alla notorietà del pomodoro di Pachino. Il panorama colturale del pomodoro inizia ad allargarsi. Al costoluto Marmande sel. Raf si affiancano l’ibrido costoluto Marinda F1 e la varietà tondo-liscia Camone F1. Il prodotto leader nel territorio è ancora il costoluto Raf che detiene l’80% della superficie destinata a pomodoro. Questa varietà viene coltivata sempre in un unico ciclo colturale autunno-primaverile, in quanto, non essendo un ibrido, mal si adatta a trapianti anticipati e alle raccolte tardive di giugno-luglio. In questa decade vengono introdotte anche importanti innovazioni alla tecnica colturale, sicché le piantine non vengono più prodotte in azienda ma da vivai specializzati che nel frattempo sono nati nella zona; si passa dall’irrigazione a scorrimento alla microirrigazione, dalla concimazione organica di fondo a quella in copertura, utilizzando in fertirrigazione i nuovi concimi minerali idrosolubili e tutta una serie di fitostimolanti allo scopo di anticipare ulteriormente il periodo di raccola. Grazie alle nuove molecole la difesa dai parassiti non è più a calendario ma si passa alla lotta guidata con grande attenzione al rispetto dei tempi di carenza. È anche il periodo della massima diffusione dell’impiego del bromuro di metile come geodisinfestante che preserva la coltura da attacchi da parte di patogeni tellurici. Nonostante la salinità delle acque d’irrigazione, le rese aumentano sensibilmente attestandosi intorno a 500 q/ha. I costi di produzione sono alquanto contenuti e gli utili aziendali abbastanza soddisfacenti. Nonostante tutto questo dinamismo, la superficie investita a serre aumenta solo del 50%, risultando, alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, di circa 600 ha, che sono destinati quasi sempre esclusivamente alla coltivazione del pomodoro nell’unico ciclo autunno- primaverile. Il 1989 segna l’inizio del vero successo di Pachino come entità territoriale di produzione. È l’anno in cui si coltiva per la prima volta una nuova tipologia di pomodoro: si tratta di un pomodoro a grappolo con frutti piccoli di colore rosso intenso denominato Naomi F1, un ibrido della tipologia cherry che produce frutti piccoli di 20-25 g, molto dolci e con una shelf life che, in relazione ai periodi di coltivazione, può arrivare fino a 20 giorni. Questa nuova tipologia di pomodoro, dopo un breve periodo di scetticismo da parte degli agricoltori ma non dei consumatori, si diffonde rapidamente evidenziando anche aspetti agronomici di grande vantaggio per gli agricoltori. Infatti, Naomi è un ibrido F1 e, come tale, ha caratteristiche genetiche costanti: è a crescita indeterminata che permette di allungare il ciclo di coltivazione; si adatta bene a essere coltivato in qualsiasi periodo dell’anno offrendo la possibilità di effettuare un secondo e anche un terzo ciclo di coltivazione, di fatto si presta a destagionalizzare la produzione; offre una buona resistenza alla salinità dell’acqua e ciò permette un miglioramento della qualità anche se si riduce la produzione. Le superfici destinate alla coltivazione di pomodoro ciliegino crescono anno dopo anno tanto che alla fine degli anni Novanta del secolo scorso risultano di circa 800 ha che si aggiungono a quelli impegnati con le varietà di pomodoro (Raf e Camone) tradizionalmente coltivate. La serricoltura di Pachino ormai occupa circa 1400 ha di superficie di cui 400 sono coltivazioni in secondo e terzo ciclo realizzate facendo seguire il ciliegino a se stesso e a Raf e Camone. Negli anni Novanta del secolo scorso, parallelamente alla diffusione del ciliegino, si registra anche l’introduzione e la diffusione del tunnel quale nuovo ambiente di coltivazione protetta. Il tunnel, però, per la ridotta altezza al colmo (1,80 m) non è adatto alla coltivazione di specie a crescita verticale come il pomodoro, però è un ottimo ambiente per la coltivazione di melone, zucchino e anguria che, in questo modo, possono finalmente essere coltivati nell’area di Pachino, in ambiente protetto e senza entrare in competizione con il pomodoro coltivato in serra. Il tunnel ha quindi allargato il panorama colturale del territorio e ha fatto sì che il melone, altro prodotto leader di Pachino, abbia potuto espandersi appieno e guadagnare la notorietà che merita e che il mercato subito gli riconosce. Anche nel tunnel è possibile effettuare in un anno due cicli di coltivazione con zucchino in ciclo estivo-autunnale seguito da melone o anguria in ciclo inverno-primaverile. Il diffondersi di questo nuovo ambiente di coltivazione porta, alla fine degli anni Novanta del secolo scorso, ad avere una superficie coperta di 2750 ha, di cui 1000 ha di serre destinate quasi esclusivamente alla coltivazione del pomodoro e 1750 ha di tunnel destinati alla coltivazione delle altre specie. Però, in considerazione del doppio e terzo ciclo di coltivazione, le superfici investite nell’anno sono di circa 1400 ha per il pomodoro, 500 ha per lo zucchino, 1500 ha per il melone e 250 ha per l’anguria; per un totale di superfici protette investite nell’anno di circa 3650 ha contro i 600 ha di appena dieci anni prima. Gli anni 2000 sono, invece, caratterizzati da una notevole evoluzione di prodotto. Le principali ditte sementiere produttrici di innovazione varietale iniziano un’intensa attività di ricerca e immettono sul mercato anno dopo anno nuove tipologie e varietà di pomodoro. Il panorama varietale si allarga a dismisura creando sì delle valide opportunità ma nel contempo una grande confusione, inducendo il produttore a scelte non sempre oculate, dovute soprattutto al fatto che, mentre sta ancora adattando la tecnica colturale alla nuova varietà, deve già valutare se sostituirla con un’altra ritenuta migliore. Intanto, dalle tre tipologie e dalle tre principali varietà presenti alla fine degli anni Novanta del secolo scorso (Marmande sel. Raf, Camone e Naomi) si passa, nel volgere di pochi anni, alla presenza sul territorio di ben otto tipologie e 31 varietà. Nonostante tutto questo fermento, le tipologie leader restano sempre il ciliegino che intercetta il 50% della superficie coperta a pomodoro, il costoluto con il 30%, le nuove tipologie riferite alla denominazione ciliegia ovale (Datterino, Piccadilly ecc.) e il grappolo rosso con il 5% per ognuna. Quest’ultima tipologia trova, invece, larga diffusione nelle altre zone serricole siciliane detenendo quasi il 40% delle superfici investite. A Pachino, se l’introduzione di nuove tipologie, alla fine, non modifica di molto il preesistente panorama colturale, lo stesso non si verifica per le seguenti varietà: Raf, varietà leader del costoluto, è sostituita dagli ibridi Delizia e Marinda; l’ibrido Naomi, cultivar simbolo del ciliegino, è sorpassato da Shiren; Camone, varietà leader del tondo-liscio, è scomparso quasi totalmente lasciando il posto a Naxos, mentre Ikram, varietà leader della nuova tipologia a grappolo rosso, mantiene la sua posizione iniziale. Fra le nuove tipologie introdotte, sicuramente le selezioni migliorative dell’antica varietà, il Cuore di Bue meriterebbe più attenzione; purtroppo, essendo allevabile solo in ciclo autunno–primaverile entra in competizione – con scarse possibilità di successo – con il costoluto, oggi coltivato quasi esclusivamente a Pachino. Negli anni 2000 non si registrano notevoli innovazioni nella tecnica colturale. Sono, però, gli anni della limitazione e del divieto d’uso del bromuro di metile che viene sostituito con altri geodisinfestanti fra i quali i più diffusi sono: la miscela di Cloropicrina con l’1-3 dicloropropene, il Metam sodio, il Metam potassio ed l’1-3 dicloropropene da solo. Per la posizione geografica di Pachino, una valida tecnica alternativa al bromuro di metile potrebbe essere la solarizzazione, la quale, però, non trova facile diffusione per i lunghi tempi che richiede (50-60 giorni in piena estate), che mal si conciliano con l’esigenza di dover effettuare due o tre cicli di coltivazione. L’utilizzo di piante innestate, altra tecnica alternativa al bromuro di metile, non trova vasto riscontro sul territorio a causa sia dell’elevato costo delle piante innestate aggravato dall’alto investimento unitario (1,6-3 piante/m2) sia per la scarsa resistenza genetica dei portinnesti nei confronti di alcuni dei patogeni tellurici tipici della zona oltre alla difficoltà di gestire le piante al fine di ottenere un prodotto di alta qualità pari a quello realizzabile con piante non innestate. In questo periodo in altri territori si diffonde la coltivazione fuorisuolo del pomodoro ma non a Pachino dove non riscontra alcun interesse anche perché questo sistema di coltivazione è stato bandito dal disciplinare di produzione del Pomodoro di Pachino IGP avendo accettata la giusta convinzione dei produttori di non poter rinunciare al terreno agrario, che è considerato uno dei più importanti fattori responsabili della qualità dei prodotti ottenibili a Pachino.

Tecniche colturali particolari

Per la coltivazione del pomodoro da mensa, gli anni Novanta del secolo scorso non sono stati solo quelli del boom che fa raggiungere il massimo delle superfici investite e della notorietà del prodotto ma anche dell’introduzione di validissime innovazioni nella tecnica colturale ancora oggi adottate, ovviamente con i dovuti miglioramenti suggeriti dalla ricerca e dall’esperienza dei produttori. La fecondazione chimica è stata interamente sostituita da quella entomofila con l’utilizzo d’insetti pronubi come api e Bombus terrestris, che impone anche una maggiore accortezza nell’uso di agrofarmaci utilizzati su indicazione del sempre più attento monitoraggio dei parassiti e dell’uso di trappole fitotropiche per gli insetti. La maggiore sensibilità del consumatore ha portato alla totale adozione di disciplinari di produzione con i quali i produttori garantiscono la qualità del prodotto. Ciò è possibile anche con l’ausilio di tecnici specializzati a disposizione delle organizzazioni dei produttori e delle singole aziende agricole. Se per le piante indeterminate di pomodoro delle tipologie costoluto e a grappolo la tecnica di allevamento è simile a quella generalmente adottata in altre aree, per la tipologia ciliegino sono necessari particolari accorgimenti perché essa richiede una maggiore manipolazione necessaria all’aumento della resa, che come è stato detto, a Pachino è ridotta per l’uso di acqua salmastra. Infatti, la pianta di ciliegino può essere allevata a due o tre branche e fatta crescere in altezza fino al tetto della serra. Ciò permette un notevole incremento delle rese. Nei mesi caldi, la pianta ha la tendenza a crescere rapidamente in altezza con palchi fiorali molto distanti uno dall’altro e quindi con pochi grappoli di frutti; da qui l’esigenza di brachizzarla con prodotti specifici o con sapiente utilizzo di potassio, magnesio, rame ecc. senza che ne risenta la produzione dei frutti. Nei cicli lunghi è necessario che la pianta produca non meno di 15 grappoli per branca; il che, nonostante la pianta sia stata brachizzata, non è possibile a causa della ridotta altezza della serra. Il problema è stato risolto utilizzando come tutore lo spago in polipropilene, che viene fissato da un’estremità alla base della pianta e dall’altra al filo di ferro zincato sistemato su tutta la superficie della serra in modo tale da formare una griglia orizzontale ad altezza di gronda. Con questo accorgimento, ogni singola pianta si avvolge al tutore, il quale, durante il ciclo vegetativo, essendo flessibile può essere slegato dal filo zincato e allungato in modo da abbassarsi con tutta la pianta avvolta; i primi grappoli di frutti vanno ad adagiarsi sul terreno opportunamente pacciamato per evitare il contatto con la terra. Altro sistema è quello di allevare la pianta non in verticale ma in senso obliquo; durante il ciclo vegetativo il tutore resta fisso mentre la pianta man mano che cresce si aggancia con appositi fermagli (tomato clips) a quello successivo. All’inizio della campagna agraria del 1990 ha fatto la sua comparsa il virus dell’accartocciamento fogliare giallo del pomodoro o TYLC (tomato yellow leaf curl) trasmesso dall’aleurodide Bemisia tabaci (mosca o moschetta bianca), che ha distrutto più del 90% delle produzioni. Il problema è stato arginato applicando alle aperture laterali della serra la rete antinsetto a maglia stretta che impedisce l’ingresso della moschetta bianca all’interno della serra. Questa rete, oltre a non fare entrare il piccolissimo aleurodide, non permette l’ingresso di insetti più grandi (afidi, nottue, Lyriomiza ecc.) favorendo la riduzione di trattamenti insetticidi e quindi l’ottenimento di un prodotto di maggiore qualità igienico-sanitaria.

Aspetti commerciali

Il pomodoro ciliegino negli anni Novanta del secolo scorso ha portato Pachino a essere conosciuto in tutti i mercati italiani ed esteri senza che ci sia stata alcuna attività promo-pubblicitaria; l’unica comunicazione restava, come sempre, quella delle cooperative agricole e delle altre strutture di commercializzazione che utilizzavano cassette di cartone con la scritta Pachino in buona evidenza. Tutti i mass-media incominciavano, spontaneamente, a interessarsi di questo fenomeno produttivo esaltandone le caratteristiche. Purtroppo, il termine Pachino è stato recepito dal consumatore e dal commerciante, non come il nome di una ben determinata zona di produzione bensì come quello di una tipologia di pomodoro, tanto che la definizione pomodoro di Pachino veniva estesa tout court alla tipologia ciliegino dovunque e comunque coltivato. Tutto ciò procurava una perdita d’immagine al vero pomodoro di Pachino, il quale, comunque, era espressione di ben quattro tipologie. Per tutti gli anni Novanta del secolo scorso il territorio di Pachino ha dovuto convivere con questo equivoco sino al 08/11/2000 data del riconoscimento provvisorio del marchio europeo Pomodoro di Pachino IGP. In questo periodo nel territorio tutti gli addetti alla filiera si rendono conto che i tempi stanno cambiando che hanno un prodotto da difendere e valorizzare e che quindi occorrono profonde innovazioni di processo e di marketing. Il 06/09/1997 nasce l’Associazione per la Tutela dei Prodotti Tipici di Pachino con la sigla A.T.P.T.P., alla quale aderirono tutte le forme associative operanti nel territorio, alcune grandi aziende private nonché i comuni di Pachino e di Portopalo di Capo Passero. Questa associazione è nata per promuovere e coordinare azioni proprie o di altri organismi atte alla valorizzazione e alla tutela dei prodotti tipici coltivati in questo territorio, nonché per diffondere le tecnologie specifiche da utilizzare per l’ottenimento di queste produzioni. L’associazione non appena costituita ha presentato agli organismi competenti l’istanza per ottenere il riconoscimento del marchio IGP per il pomodoro e il melone, seguendone successivamente tutto l’iter fino al raggiungimento degli obbiettivi. Nel tempo, molteplici sono state le azioni promozionali intraprese dall’associazione, quali partecipazione a fiere campionarie a livello nazionale ed europeo, organizzazioni a Pachino di convegni di rilevanza nazionale su tematiche tecniche e commerciali riguardanti i prodotti orticoli, stampa e diffusione di materiale promo-publicitario ecc. A metà degli anni Novanta del secolo scorso tutte le aziende che ancora non avevano aderito alle strutture di commercializzazione già esistenti nel territorio hanno avvertito l’esigenza di aggregarsi. Purtroppo, anziché rafforzare le strutture presenti, si è preferito costituirne delle nuove anche di piccole dimensioni non contribuendo a una razionale concentrazione dell’offerta. Un primo tentativo di aggregazione di prodotto fu la costituzione del CO.NA.GRI, un consorzio a cui hanno aderito le tre maggiori cooperative della zona (Aurora, Faro e Sicilserra) che avevano le stesse esigenze, prima fra tutte quella di affrontare nuove forme di commercializzazione visto che i tradizionali mercati ortofrutticoli, fino allora i principali canali commerciali utilizzati, cedevano spazio all’avanzare costante della GDO. Fra le attività svolte dal CO.NA.GRI. sicuramente la più valida è stata la partecipazione alle più importanti manifestazioni fieristiche europee dove si mettevano a confronto tutte le realtà agricole mondiali. Purtroppo, i gruppi dirigenti delle singole cooperative che aderivano al CO.NA.GRI. se da un lato avvertivano forte la necessità di concentrare l’offerta, dall’altro avevano il timore di perdere i canali di commercializzazione singolarmente conquistati. Ciò ha portato all’indebolimento dell’azione del Consorzio e al suo inevitabile scioglimento.

Conclusioni

La grande reputazione del Pomodoro di Pachino, la notevole capacità dei produttori nell’assorbire l’innovazione e la particolare vocazione del territorio anche verso produzioni di pregio e destagionalizzate di altri ortaggi (melone, zucchina, melanzana, peperone ecc.) sono certamente punti di forza sui quali può contare l’economia dell’intero territorio. Purtroppo, malgrado la propensione all’associazionismo di buona parte dei produttori pachinesi, la debolezza maggiore deriva dall’ancora eccessiva frammentazione dell’offerta di pomodori, soprattutto nei confronti della Grande Distribuzione Organizzata sia nazionale sia estera. Il mantenimento degli alti standard qualitativi passa inesorabilmente attraverso l’acquisizione di sempre maggiore innovazione soprattutto sui fronti della diversificazione varietale per meglio rispondere alle richieste dei sempre più esigenti consumatori e delle tecniche colturali per garantire la salubrità del prodotto e la salvaguardia dell’ambiente. Tutte queste azioni vanno, però, veicolate attraverso continue azioni di marketing e promo-pubblicitarie anche allo scopo di non permettere la fraudolenta confusione dell’originale offerta di Pachino con quella simile ma di diversa provenienza. Insomma, ricordare sempre al consumatore che il Pomodoro di Pachino si produce solo a Pachino!


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