Volume: il pomodoro

Sezione: coltivazione

Capitolo: modello agropontino

Autori: Giuseppe Tarantino

Introduzione

È stata sicuramente la coltura del pomodoro da mensa ad aver dato un input significativo alla realizzazione delle prime serre in provincia di Latina. Le prime coltivazioni in ambiente protetto di questa solanacea iniziarono a specializzarsi a metà degli anni ’50 del secolo scorso, in un’area compresa tra i comuni di Sabaudia-San Felice Circeo e di Fondi-Sperlonga, fino al comune di Gaeta. In questo territorio, con particolare riferimento all’areale Fondi-Sperlonga dove la coltivazione di pomodoro da mensa in pieno campo era già una tradizione, la coltura trovò condizioni di sviluppo estremamente favorevoli: terreni sabbiosi, abbondanza d’acqua, clima mitigato dalla vicinanza al mare e dalla presenza di laghi, i monti Lepini e Ausoni, a formare una barriera naturale per il contenimento delle ondate di freddo provenienti dal Nord Europa durante i mesi invernali e infine una riserva della biosfera, quale il Parco Nazionale del Circeo. Nella piana di Fondi, negli anni precedenti, già si ottenevano produzioni di pomodoro in coltura semi-forzata, avvalendosi di protezioni mobili costituite da lastre di vetro o stuoie realizzate con cannucce, per proteggere ogni singola piantina fino al raggiungimento di un’altezza massima di trenta-quaranta centimetri, che erano rimosse con il migliorare delle condizioni climatiche.

Prime varietà

Marmande fu la prima varietà di pomodoro coltivata in serra negli anni ’50 del secolo scorso. Per circa trent’anni questa varietà ha rappresentato il riferimento quasi unico per la produzione di pomodoro da mensa costituendo per antonomasia il pomodoro tipo insalataro, molto precoce, a portamento semi-determinato, leggermente appiattito, con le caratteristiche costolature molto evidenti, i cui frutti venivano raccolti e venduti a inizio invaiatura allo stadio detto di bandiera. La pezzatura media di ogni bacca era compresa tra i 200 e i 300 grammi e ogni singola pianta portava a produzione circa tre-quattro chili di pomodoro, per una resa commerciabile di circa 500 quintali a ettaro. I primi semi di Marmande erano venduti sfusi, in piccole buste da 50 grammi confezionate direttamente dai rivenditori di zona, che acquistavano il seme dalla società produttrice. Il signor Luca De Luca, rappresentante di terza generazione della ditta De Luca (tra le prime, se non proprio la prima, rivendita di fertilizzanti in Agro di Fondi già dall’immediato dopo guerra) testimonia che da piccolo aveva dal suo papà il compito di aprire le confezioni originali di seme e con un bilancino di precisione, provvedere a confezionare ed etichettare bustine da 50 grammi, che sarebbero state poi vendute agli agricoltori. Il pomodoro Marmande ebbe un gran successo tra i produttori, anche perché poteva essere venduto a completa maturazione sul vicino e altamente recettivo mercato di Roma, come pomodoro da riso. Inoltre, quando in provincia di Latina erano ancora presenti importanti industrie di trasformazione, gli ultimi pomodori di serra, la cui produzione iniziava ad accavallarsi con quella dei pomodori da mensa in pieno campo, erano conferiti alla fabbrica, che apriva così la stagione di trasformazione in attesa che iniziassero i primi conferimenti dei classici pomodori da industria.

Nuove tipologie

La varietà Marmande fu coltivata fino a metà degli anni ’80 del secolo scorso (1986-’87), per essere poi gradualmente sostituita dagli ibridi a iniziare dall’ibrido Early Pack, un pomodoro meno costoluto del suo predecessore, con pezzatura che poteva raggiungere i 350 e perfino i 500 grammi. Altre furono le cultivar che le ditte sementiere proposero in quegli anni; tra esse ricordiamo il pomodoro 715, il 330 (Candela) e, ultimo in ordine di tempo, il pomodoro Arletta che chiuse l’epoca dei cosidetti insalatari alla fine degli anni ’80 del secolo scorso. I primi anni ’90 videro comparire cultivar di pomodori di tipologia diversa dall’insalataro. Infatti, in fasi successive, la produzione tipica del pomodoro insalataro lasciava gradualmente il posto ad altre tipologie con caratteristiche completamente diverse. I produttori hanno iniziato a coltivare pomodori per raccolta a grappolo, pomodori ciliegini, datterini, pomodori a bacca allungata (Italdor) o semi-allungata (Colonna e Nerina). Ai nostri giorni, i campi di produzione si differenziano tra le due aree tradizionali: in quella di Sabaudia e San Felice Circeo oggi sono affermate principalmente le tipologie a grappolo e insalataro, mentre negli areali di Fondi e Sperlonga alle tipologie a grappolo sono state affiancate le tipologie datterino, ciliegino e allungato.

Strutture serricole

Nell’Agro Pontino, le prime serre erano delle vere e proprie capanne, realizzate in legno d’abete importato dalla Russia; erano alte al massimo due metri e venti al colmo e un metro e sessanta ai lati. Le finestre, singole e disposte a circa due metri di distanza tra loro, erano posizionate a metà tra un palo laterale di sostegno e l’altro. Era necessario aprirle e chiuderle manualmente una a una, operazione questa che poteva ripetersi anche più volte al giorno in relazione al mutare delle condizioni atmosferiche (vento, pioggia, freddo, caldo). Alla fine degli anni ’70 il sistema d’arieggiamento si trasformò: le finestre singole furono sostituite da un’unica finestra che interessava l’intero laterale della serra, sistema questo ancora ampiamente utilizzato nelle nuove tipologie di serra. Negli ultimi quindici-venti anni le strutture in legno sono state sostituite quasi totalmente da strutture in ferro zincato. Le aperture laterali sono state integrate da più efficienti aperture situate sui tetti delle serre, lungo il colmo o alla gronda delle stesse, tutte o in parte meccanizzate con sistemi che consentono l’apertura e la chiusura sia manuale sia elettrica che può essere facilmente computerizzata grazie a sensori termici.

Condizionamento ambientale

I primi sistemi antigelo erano costituiti da stufe alimentate con bombole a gas, successivamente sostituite da stufe a cherosene. Naturalmente tutte le operazioni d’accensione e di spegnimento, di sostituzione delle bombole esaurite e di riempimento delle stufe con il cherosene avvenivano sempre e solo manualmente. L’esperienza acquisita dai contadini permetteva loro di capire se durante la notte si sarebbero potute raggiungere temperature prossime allo zero tali da obbligarli a rimanere vigili per l’intera nottata e correre eventualmente nelle serre ad avviare questi primi sistemi antibrina. In seguito fecero la loro apparizione i primi sistemi tecnologici rappresentati da semplici sonde ubicate all’interno delle serre e collegate con un allarme – a volte posizionato sul comodino della camera da letto di quei serricoltori che avevano la propria abitazione all’interno dell’area aziendale. L’allarme entrava in funzione non appena le temperature raggiungevano valori critici allarmando il serricoltore che, in tutta fretta, raggiungeva le serre e avviava le stufe… il rischio del sonno profondo era, però, sempre in agguato! E quando succedeva le migliori produzioni andavano perdute! Una successiva e significativa evoluzione dei sistemi antigelo fu rappresentata dai convettori d’aria calda. Erano macchine che, comandate da un termostato, entravano in funzione distribuendo aria calda all’interno della serra quando le temperature raggiungevano la soglia minima predisposta, in genere intorno a 4 °C. Il grande vantaggio offerto da queste macchine era quello di distribuire il calore in tempi molto brevi all’interno delle strutture e in maniera uniforme rispetto a come potevano fare le stufe a irraggiamento. Si evitavano così immancabili ustioni o infreddature delle piante più vicine o più lontane dalla fonte di calore. Anche a questi impianti furono apportate migliorie al fine di ottimizzare il riscaldamento delle coltivazioni. Anziché avere un solo grande manicone che distribuisse aria calda all’interno della serra, si pensò di convogliare il calore con manicotti di polietilene morbido, di diametro più piccolo rispetto all’originale, che venivano fatti scorrere tra una fila e l’altra della coltivazione e posati al suolo; dai fori laterali l’aria calda veniva convogliata in prossimità delle piante e, soprattutto, a diretto contatto con il terreno. Ciò permetteva di mantenere elevata non solo la temperatura dell’aria ma anche quella del terreno. I convettori d’aria non ebbero però un lungo periodo d’esercizio. Penalizzati dalla grande crisi energetica degli anni ’70 del secolo scorso e, quindi, dai costi sempre più elevati dei carburanti, questi efficaci sistemi di riscaldamento furono sostituiti da sistemi antigelo. Sul colmo delle serre, al loro esterno, ancora oggi è possibile notare la presenza di tubi e ugelli che hanno il compito di spruzzare acqua sulla copertura delle serre durante i momenti di freddo intenso, consentendo così di mantenere le temperature interne di qualche grado (4-5 °C) al di sopra della temperatura esterna, con l’unico scopo di non far gelare la coltivazione. Quest’ultimo sistema, se da un lato ha permesso una riduzione dei costi relativi all’approvvigionamento di carburante, dall’altro è una delle cause dell’abbassamento della falda freatica, soprattutto durante inverni particolarmente rigidi, quando gli impianti antibrina sono in funzione per molte notti. Inoltre, in simili condizioni, gli elevati volumi d’acqua distribuiti, provocano eccessi di umidità del suolo anche all’interno delle serre causando lo sviluppo di pericolosi fitoparassiti.

Sistemi di copertura

Il primo materiale plastico adoperato era un polietilene stagionale neutro, con spessore non sempre uniforme, variabile tra 0,18 e 0,20 mm. Era venduto in grosse bobine, la cui larghezza non superava i due metri e cinquanta. Pertanto la copertura delle serre, che avveniva ogni anno, era effettuata in senso trasversale sovrapponendo i fogli che venivano fissati tra loro per mezzo di stecche di legno (cantinelle) inchiodati ai montanti superiori delle serre. Questa pratica era demandata ai componenti più giovani e più leggeri della famiglia. Successivamente il polietilene fu prodotto in bobine più larghe, fino ad arrivare a misure di otto, dieci o dodici metri, permettendo così la copertura delle serre in senso longitudinale con un unico foglio.

Tecnica colturale

Fino a tutti gli anni ’80 del secolo scorso, la coltivazione del pomodoro in serra è stata una continua ricerca e messa a punto delle tecniche produttive da parte sia dei produttori sia dei tecnici agrari i quali visitavano costantemente le aziende agricole vivendo intensamente tutti gli aspetti agronomici che interessavano la coltivazione. Per i tecnici più giovani, calpestare la terra era il metodo migliore per imparare, ma anche il principale sistema per trasmettere ai produttori agricoli preziose esperienze apprese con l’aggiornamento presso le loro aziende e, soprattutto, attraverso il vissuto quotidiano. Erano tempi di vero pionierismo…! Nei primi decenni e fino ai primi degli anni ’90 del secolo scorso, le piantine erano prodotte direttamente in azienda. Le tecniche di produzione si differenziarono sostanzialmente tra le due principali aree di coltivazione. Tra Sabaudia e San Felice Circeo le piantine erano generalmente prodotte in cubetti di torba. La tecnica era molto semplice: l’agricoltore raccoglieva la torba presso pantani locali, con una molazza provvedeva al suo affinamento e rimescolamento, quindi la stendeva sul terreno per un’altezza di 5 centimetri e successivamente, con stampi artigianali e con un disco rotante collegato a un’asta in ferro, ricavava tanti cubetti da cinque centimetri per lato. Si procedeva quindi alla semina manuale ricoprendo il seme con un ulteriore sottile strato di torba. Le irrigazioni erano eseguite a mano con un semplice tubo in gomma, alla cui estremità era collegato un diffusore (cipolla). Nella piana di Fondi e di Sperlonga la tecnica di produzione delle piantine era basata sulla creazione del tradizionale vivaio a letto caldo. Esso era costituito da uno strato di letame alto 20-25 centimetri; su questo si poggiava un secondo strato di terra, anch’esso alto 2025 centimetri, sul quale si effettuava la semina a spaglio. I semi venivano coperti con un leggero strato di terra setacciata sottile. Le aiole di semina erano contenute da assi di legno; le irrigazioni si effettuavano a mano. Le piantine, una volta giunte allo sviluppo adeguato, venivano strappate dal semenzaio e poste a dimora dove emettevano radici avventizie per superare la crisi di trapianto. In entrambe le aree di produzione, il periodo di trapianto era analogo ed era compreso tra la fine di novembre e i primi giorni di dicembre. Le concimazioni in pre-trapianto consistevano in abbondanti somministrazioni di letame maturo e perfosfato minerale. Le irrigazioni si eseguivano a scorrimento, con l’ausilio perlopiù di paratelle che l’agricoltore realizzava rialzando di alcuni centimetri il terreno proprio durante il defluire dell’acqua. Mentre l’acqua veniva assorbita dal terreno, l’agricoltore passava velocemente tra le file, magari con i piedi a cavallo sui colmi, e distribuiva quei pochi concimi che avevano un certo grado di solubilità (nitrati, solfati e fosfato biammonico). Ai primi anni ’80 del secolo scorso iniziarono a comparire sul mercato i primi fertilizzanti complessi idrosolubili. La tecnica d’irrigazione per scorrimento rimase valida sino alla fine degli anni ’70 e ai primi anni ’80 del secolo scorso quando fecero la loro comparsa i manicotti forati in PVC morbido del diametro di 7-10 cm e muniti di coppie di fori laterali per la fuoriuscita dell’acqua. Era un sistema d’irrigazione che impiegava alti volumi d’acqua, la cui distribuzione era poco omogenea. I primi anni ’90 videro un’importante evoluzione nei sistemi d’irrigazione: iniziarono ad affermarsi le manichette e le ali gocciolanti che distribuivano acqua a goccia e con le quali divenne caratteristico anche il modo di fertilizzare le piante, grazie alla tecnica della fertirrigazione. Le prime manichette erano viste con molta diffidenza da parte dei produttori, che ritenevano insufficiente la quantità di acqua somministrabile alle colture. Anche questa fu una sfida che i tecnici lanciarono e che, nonostante le tante remore da parte dei coltivatori, riuscirono a vincere grazie ai soliti pochi produttori animati da grande spirito innovativo. I sesti d’impianto dei primi anni erano caratterizzati da file singole con un investimento di 30 mila piante a ettaro, che raggiungevano anche le 40-45 mila piante nel comprensorio di Fondi. Da alcuni anni è molto frequente il sesto d’impianto a file binate per l’area di Sabaudia-San Felice, mentre resta ancora valido il sesto di impianto a fila singola nel comprensorio di Fondi. I primi tutori delle piante erano costituiti da canne prelevate presso i canneti prossimi alle zone di produzione. In seguito saranno sostituite dallo spago in polipropilene (spago sisal) e, ultimamente, da spago in materiale biodegradabile. I principali parassiti del pomodoro inizialmente erano costituiti da patogeni fungini; botrite e peronospora potevano rappresentare due parassiti in grado di vanificare l’intera stagione produttiva. Le serre poco arieggiate, i sistemi di irrigazione con alti volumi d’acqua, il limitato numero di fungicidi disponibili, le tecniche colturali ancora poco affinate, costituivano certamente condizioni favorevoli allo sviluppo di questi patogeni. Gli agrofarmaci di cui si disponeva erano esclusivamente prodotti agenti per contatto con scarsa azione curativa. Attorno ai primi anni ’80 del secolo scorso, iniziò una seria e preoccupante diffusione della mosca bianca (Trialeurodes vaporariorum). La lotta chimica contro questo parassita era pressoché inefficace e l’insistenza nel somministrare insetticidi, spesse volte causava più danni da fitotossicità che risultati positivi. In quegli anni iniziarono i primi accenni di difesa integrata, mirati proprio al contenimento della mosca bianca. A causa della inesperienza, i primi serricoltori che cominciarono a utilizzare insetti utili videro spesso vanificati i loro grandi sforzi, tanto che tra loro era frequente sentire l’affermazione: “la moschetta bianca s’è mangiata l’encarsia”… entrata nell’aneddotica della storia della colture protette nell’Agropontino! In seguito, la migliore conoscenza degli insetti utili e dei tempi e modi di somministrazione (lanci) farà progredire questo sistema di lotta inserito a pieno titolo nei disciplinari di produzione biologica e integrata. In seguito altri parassiti fungini e animali si sono succeduti: cladosporiosi, oidio, larve di nottue, liriomiza, tripidi e ultimamente Tuta absoluta, un microlepidottero che, sebbene di recente introduzione nell’areale pontino, è già perfettamente conosciuto dai produttori di pomodoro per i danni che sta arrecando. È utile, comunque, notare che di fronte alle tante avversità che i produttori hanno dovuto affrontare, e che alle volte sono apparse insormontabili, si sono creati nuovi equilibri biologici con l’aiuto determinante sia della natura sia dell’uomo con l’adeguamento delle tecniche di coltivazione sapientemente realizzate.

Commercializzazione

Come per alcuni aspetti della coltivazione, anche la commercializzazione del prodotto finito è sempre stata sostanzialmente diversificata tra le due principali aree di produzione del pomodoro da mensa nell’Agro Pontino. I produttori dell’areale Sabaudia-San Felice Circeo, infatti, conferivano i loro prodotti principalmente al mercato di Roma (il mercato del Trionfale); un brillante bacino di utenza per una popolazione in forte crescita demografica (erano gli anni delle ondate migratorie anche all’interno del nostro Paese e del boom economico che consentiva un consumo di generi alimentari sempre crescente e sempre più esteso a diverse classi sociali comprendenti anche quelle che fino ad allora erano state escluse dal benessere). La vicinanza a Roma delle aree di coltivazione permetteva anche l’approvvigionamento di merce sempre fresca e di grande qualità. Con il trascorrere degli anni, e a seguito dell’aumento delle quantità di produzione, iniziarono a costituirsi le prime cooperative di produzione e commercializzazione, mentre alcuni agricoltori con più sviluppate capacità imprenditoriali, costituirono i primi magazzini di raccolta. In questo modo, i prodotti agricoli non facevano più tappa esclusiva al Trionfale ma erano commercializzati direttamente dalle cooperative e dai magazzini agricoli anche sui mercati del Nord Italia. L’areale di Fondi, al contrario, sviluppò la commercializzazione dei prodotti agroalimentari all’interno della stessa cittadina. Agli inizi degli anni ’50 del secolo scorso i coltivatori si recavano con i loro prodotti sulla strada Ponte Gagliardo. Qui esponevano lungo i marciapiedi le casse con i loro prodotti in attesa dei clienti. Agli inizi degli anni ’60 del secolo scorso iniziarono ad aprirsi i primi magazzini che si disposero sempre lungo la via Ponte Gagliardo. I commercianti, oltre che da Roma, provenivano da più parti d’Italia – Campania, Abruzzo, Umbria, Toscana – proprio a dimostrare l’importanza che questa zona ha avuto da sempre nella produzione e commercializzazione dei prodotti agricoli e dell’ortofrutta in particolare. Tra il 1959 e il 1960 il mercato si trasferì al Campo Boario, sempre all’interno della cittadina di Fondi, andando a occupare una strada più ampia e meno trafficata della precedente. L’esposizione della merce però rimase invariata, in quanto avveniva sempre sulla strada e in qualche raro magazzino. Intanto a partire dai primi anni ’70 del secolo scorso fecero la loro comparsa le prime cooperative agricole. Solo a metà degli anni ’70 (1975-1976) la commercializzazione assunse una connotazione più professionale e più organizzata con la nascita del Mercato Ortoflorofrutticolo di Fondi (MOF). Il MOF diede un grande impulso alla commercializzazione dei prodotti agricoli a seguito del rapido e considerevole aumento dei commercianti provenienti dal Nord e dal Sud Italia, che resero la diffusione dei prodotti agricoli sempre più capillare, favorendo, altresì, una conoscenza sempre maggiore delle produzioni agricole dell’Agropontino, sia a livello nazionale sia europeo.


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