Volume: il pomodoro

Sezione: mondo e mercato

Capitolo: mercato nel mondo

Autori: Carlo Pirazzoli, Alessandro Palmieri

Offerta

Come è noto, il pomodoro è una delle specie orticole più diffuse al mondo e si caratterizza per una duplice utilizzazione. È infatti possibile consumarlo allo stato fresco o nei suoi numerosi derivati (pasta, salsa, pelati, succhi, ketchup ecc.) frutto di una trasformazione industriale che si è andata sempre più perfezionando. L’importanza delle modalità di impiego è piuttosto variabile nei diversi Paesi, sia per quanto concerne il consumo interno, sia per il commercio internazionale. Per questa ragione l’analisi della produzione mondiale riguarderà in primis il comparto nel suo complesso e successivamente sarà approfondita l’offerta destinata alla trasformazione industriale. Allo stato attuale la produzione mondiale di pomodoro si attesta intorno a 126 milioni di tonnellate, un quantitativo che si è mantenuto pressoché stabile negli ultimi quattro anni. Allargando il periodo di riferimento all’ultimo decennio è invece possibile notare una considerevole crescita dei volumi raccolti, valutabile attorno al 32%. Tale incremento, oltre a essere diretta conseguenza delle aumentate superfici investite, è stato determinato da un miglioramento delle rese produttive, passate da 26 a 28 tonnellate/ha. L’offerta di pomodoro è piuttosto articolata, tanto che nel 2007 oltre 170 Paesi nel mondo risultano produttori: nonostante ciò sono facilmente individuabili tre principali bacini, uno in Estremo Oriente, uno distribuito lungo le sponde del Mar Mediterraneo e uno in Nord America. Per quanto concerne l’Estremo Oriente, l’offerta è in realtà fortemente concentrata nella sola Cina, il cui volume annuo è praticamente raddoppiato nell’ultimo decennio, passando da 17 a poco meno di 34 milioni di tonnellate, rilevati proprio nel 2007 e destinati a incrementarsi ulteriormente nei prossimi anni. Tali numeri fanno della Repubblica Popolare Cinese il primo produttore mondiale, con una quota del 27% circa. Altri rilevanti produttori dell’area sono il Giappone, con 750.000 tonnellate e la Corea del Sud con 425.000 tonnellate. Nel bacino del Mediterraneo il maggior Paese offerente è la Turchia che, con quasi 10 milioni di tonnellate annue, risulta anche il terzo produttore al mondo. Segue quindi l’Egitto, con 7,5 milioni di tonnellate, i cui volumi d’offerta si sono incrementati di oltre il 30% negli ultimi dieci anni. Sulla sponda europea i principali produttori sono, nell’ordine, l’Italia con 6 milioni di tonnellate, la Spagna con 3,6 milioni, la Grecia con 1,5 milioni e il Portogallo con circa 1 milione. Caratteristica comune a tutti i Paesi europei mediterranei è la sostanziale costanza d’offerta, conseguenza diretta delle azioni politiche adottate dall’Unione europea, che vincolano il sostegno economico comunitario a determinati massimali di offerta. In America settentrionale gli Stati Uniti rappresentano un vero e proprio colosso produttivo, con una offerta annua oscillante tra 11 e 12 milioni di tonnellate e anche in questo caso piuttosto stabile nel corso del tempo; Florida e California accentrano la maggior parte dell’offerta statunitense, rispettivamente di pomodoro fresco nel primo caso e di pomodoro destinato alla trasformazione industriale nel secondo. Altro importante produttore dell’area è il Messico, passato da 2,2 a 2,9 milioni di tonnellate nel decennio 1998-2007; più modesta è la produzione in Canada, in genere compresa in un range produttivo di 600 e 800.000 tonnellate annue. Al di fuori dei tre principali areali sono da segnalare l’India, quarto produttore al mondo, con un’offerta che ha superato i 9 milioni di tonnellate nel 2006, e il Sud America, dove spiccano per importanza il Brasile, con 3,3 milioni di tonnellate e il Cile, con 1,2 milioni di tonnellate. Alcuni dati produttivi vanno infine espressi per l’Unione europea, in virtù della sua importanza nella regolazione dei mercati, nonché del suo ruolo particolarmente attivo nei commerci internazionali: l’offerta media annua dell’ultimo decennio si è mantenuta piuttosto stabile, almeno in relazione alle dinamiche di altri Paesi ed ha oscillato da un minimo di 15,7 milioni di tonnellate nel 2002 fino a un massimo di 19,8 nel 2004, con una media pari a poco più di 17 milioni di tonnellate annue. Oltre ai Paesi mediterranei, specializzati per lo più nella produzione industriale e di cui si è già detto, si rilevano importanti volumi di offerta nei Paesi Bassi, circa 700.000 tonnellate nel 2007, in Polonia, 650.000 tonnellate (volume quasi raddoppiato rispetto a dieci anni fa) e in Romania, dove la produzione appare tuttavia in calo, avendo raggiunto un picco minimo di 550.000 tonnellate nel 2007, contro 1,3 milioni di tonnellate nel 2004.

Pomodoro da industria

L’industria di trasformazione assorbe una quota decisamente rilevante della produzione mondiale di pomodoro, valutabile attorno al 24-27% annuo. L’offerta di pomodoro da industria è peraltro in fase di netta crescita nel mondo, denotando ritmi superiori rispetto all’offerta complessiva. Nello specifico, a fine anni ’90 la produzione media annua si aggirava attorno a 25-27 milioni di tonnellate, mentre nell’ultimo quinquennio è salita stabilmente oltre i 30 milioni di tonnellate, toccando il livello massimo nel 2008, a quota 36,5 milioni di tonnellate. L’aumento rispetto al triennio 1997-99 è dunque pari al 45%, ma le stime sui raccolti per il 2009 del World Processing Tomato Council ipotizzano addirittura il raggiungimento di 40 milioni di tonnellate. Principale artefice di questa performance è la Cina che, se confermerà le previsioni per il 2009 che le assegnano una produzione di circa 7,6 milioni di tonnellate, avrebbe quasi decuplicato quanto raccolto nel 1999 (800.000 tonnellate). Ad esclusione della Cina l’offerta di pomodoro da industria è fortemente concentrata negli Stati Uniti e nei Paesi Mediterranei, dove ha un radicamento storico molto forte. Gli Stati Uniti sono i primi produttori al mondo, con volumi annui oscillanti tra 10 e 12 milioni di tonnellate, realizzati per oltre il 95% nella sola California. I Paesi Mediterranei, riuniti nell’Amitom (Associazione Mediterranea Internazionale del pomodoro), detengono una quota annua di produzione pari a 12-15 milioni di tonnellate. La realtà mediterranea si presenta piuttosto stabile nei Paesi della sponda europea, per le già citate conseguenze di politica economica, mentre è più vivace all’esterno dello spazio comunitario dove, soprattutto in Turchia e Iran si sono registrati negli ultimi anni sostanziali aumenti dei volumi di offerta. L’Italia resta comunque il principale produttore dell’area con volumi variabili da 4,5 a 6,5 milioni di tonnellate, mentre alle sue spalle la Spagna, la Turchia e l’Iran si attestano attorno a poco più di 2 milioni di tonnellate per anno. Altri importanti produttori sono il Portogallo, la Grecia e la Tunisia. All’esterno di queste aree, vanno segnalati rilevanti volumi di offerta in Sud America e, più in particolare, in Brasile (1,2 milioni di tonnellate annue) e in Cile (700.000 tonnellate).

Commercio internazionale

Per quanto concerne il prodotto fresco il commercio internazionale ha riguardato, nel 2006, circa 6 milioni di tonnellate, segnando un aumento del 40% nell’arco di cinque anni e del 64% su dieci anni. I principali Paesi esportatori sono il Messico, la Siria e la Spagna, con 1 milione di tonnellate ciascuno, seguiti dai Paesi Bassi con 750.000 tonnellate, mentre l’Italia si colloca al 13° posto con poco più di 100.000 tonnellate. La crescita più impressionante è indubbiamente quella della Siria, che ha decuplicato il proprio export in un decennio, ma anche altri Paesi mediterranei della sponda asiatica, in primo luogo la Turchia e la Giordania, hanno considerevolmente aumentato la propria presenza sui mercati internazionali. Più modesti o addirittura nulli gli incrementi dell’export dei Paesi europei, che dunque perdono progressivamente quote di mercato: da segnalare, in ambito Ue, una decisa crescita della Polonia, rapidamente passata da poche migliaia a circa 60.000 tonnellate. Non si può evitare di sottolineare le considerevoli differenze nell’apprezzamento delle produzioni, tanto che in termini di valore sono i Paesi Bassi il primo esportatore mondiale, mentre la Siria scende al 9° posto; l’Italia risale invece al 6° posto con una quota del 3,5%, contro l’1,7% in quantità. Sul versante delle importazioni dominano gli Stati Uniti che, per alimentare le proprie industrie conserviere, hanno importato, nel 2006, poco meno di 1 milione di tonnellate di pomodoro fresco. Grandi importatori sono presenti nell’Europa centro-settentrionale, come Germania (650.000 tonnellate), Francia (470.000 tonnellate) e Regno Unito (450.000 tonnellate) a seguire, in successione. Notevole l’aumento della domanda proveniente dalla Russia (+70% in dieci anni). Nell’ambito dei derivati è la pasta di pomodoro a determinare i più importanti flussi di scambio a livello mondiale: l’Italia, storicamente leader assoluto dell’export di concentrato, è ora al secondo posto, superata dalla Cina, protagonista di un’eccezionale crescita dei volumi commercializzati. Nel 2007 l’export cinese ha raggiunto le 850.000 tonnellate, maggiormente rappresentate da triplo concentrato, contro le circa 100.000 di fine anni ’90. Nonostante la tumultuosa crescita cinese, anche l’Italia ha aumentato le proprie esportazioni, fino a un picco di 750.000 tonnellate nel 2004, ma negli ultimi anni la forte pressione competitiva della Cina ha determinato una progressiva contrazione fino alle 650.000 tonnellate registrate nel 2007. Va inoltre evidenziato come l’export italiano sia soprattutto costituito da doppio concentrato. Per quanto concerne il valore del prodotto esportato, l’Italia è ancora al primo posto con 860 milioni di dollari, ma la Cina incalza a quota 840 milioni. Altri grandi esportatori, sebbene a notevole distanza dai due leader, sono la Spagna, il Portogallo e la Grecia, con i primi due in fase di netta crescita e il Paese ellenico, viceversa, in diminuzione. Per quanto concerne le importazioni, l’Italia ha subito negli ultimi anni un notevole incremento, tanto da scavalcare la Germania come primo importatore al mondo in quantità, con poco meno di 190.000 tonnellate nel 2006 e addirittura una punta di quasi 350.000 tonnellate nel 2004. Dietro alla Germania con 180.000 tonnellate, si colloca la Russia con una quota di 165.000, anch’essa con una domanda in forte crescita. Rilevanti flussi muovono anche verso il Regno Unito e il Giappone. Il secondo derivato di pomodoro in ordine di importanza è rappresentato dai pelati, sia interi, sia in pezzi. Il movimento annuo riguarda circa 1,2 milioni di tonnellate, per un valore di quasi 1200 milioni di dollari. L’Italia è leader assoluto nell’export di questo derivato, con una quota del 78% nel 2007 e un aumento del 23% nel corso dell’ultimo decennio. L’export di pelati è quasi interamente concentrato nell’area mediterranea e negli Stati Uniti, mentre la domanda proviene soprattutto dal Regno Unito, 320.000 tonnellate, dalla Germania, 175.000 tonnellate, dalla Francia, 100.000 tonnellate e dal Giappone, 85.000 tonnellate. Il mercato di salsa e ketchup è quello a minor polarizzazione tra i derivati del pomodoro, anche se Paesi Bassi e Stati Uniti accentrano rilevanti quote di mercato: nel 2007, su un volume complessivamente scambiato pari a poco più di 900.000 tonnellate, 200.000 sono state esportate dai Paesi Bassi e 185.000 dagli Stati Uniti. Salse e ketchup si caratterizzano per un elevato valore unitario che si traduce in un movimento annuo di oltre 1400 milioni di dollari. Trascurabili sono invece gli scambi di succo di pomodoro, peraltro oggetto di rilavorazioni e ritrasformazioni nei Paesi in cui transita, e computati in appena 6.000 tonnellate nel 2006, quasi interamente alimentati dalla Russia. Nel complesso, le esportazioni di derivati del pomodoro nel 2008 hanno assommato un valore di circa 5,6 miliardi di dollari: particolarmente apprezzabile è l’escalation registrata nell’ultimo biennio, valutabile in poco meno di 2,2 miliardi di dollari. Metà del mercato è controllato da Italia e Cina: l’export italiano vale quasi 2 miliardi di dollari e rappresenta il 35% del totale, mentre la Cina si ferma a 850 milioni di dollari, pari a una quota del 15%. Circa ¼ del valore è realizzato da Stati Uniti, Spagna e Paesi Bassi, mentre il rimanente quarto è distribuito fra numerosi Paesi, tra i quali spiccano il Portogallo, la Turchia e la Germania.

Prospettive future

Il pomodoro si trova in una fase piuttosto dinamica, dove coesistono mercati in continua espansione e, viceversa, mercati dove l’imperativo è governare l’offerta e mantenerla equilibrata alla domanda al fine di evitare crisi tali da determinare prezzi insostenibili per i produttori. Un aspetto positivo per il futuro è certamente legato alla crescita dei consumi a livello mondiale, sia di prodotto fresco, sia di derivati: a tale risultato contribuiscono anche apposite campagne promosse dalle organizzazioni dei produttori e volte a evidenziare i benefici effetti del pomodoro sulla salute. Gli sforzi in questa direzione sono decisamente intensi e vanno dalle campagne pubblicitarie, all’organizzazione di convegni, fino alla creazione di appositi progetti divulgativi, come Lycocard, varato con la Commissione europea e rivolto a far conoscere il ruolo del licopene nella prevenzione delle malattie cardiache. Grande incertezza deriva invece dal forte aumento della concorrenza sui mercati mondiali, esercitata in primo luogo dalla Cina, recentemente protagonista di politiche commerciali molto aggressive che hanno modificato gli equilibri negli scambi internazionali. In Europa la redditività della coltura è connessa all’entità degli interventi comunitari che, come noto, sono stati recentemente modificati passando dal sostegno alla produzione a quello aziendale. In previsione di ulteriori diminuzioni degli aiuti Ue le prospettive per il pomodoro, come in genere per tutti gli ortofrutticoli, sono da ricercarsi nella qualità, intesa come quell’insieme di caratteristiche intrinseche ed estrinseche (confezionamento, marketing, rintracciabilità, certificazione) in grado di conferire maggior valore aggiunto al prodotto. Per reggere la concorrenza, i produttori dovranno operare in stretta sinergia con i diversi operatori della filiera, uniti nello sforzo di dover diversificare, innovare e adottare pratiche colturali sempre più rispettose dell’ambiente e delle normative sulla sicurezza alimentare.


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