Volume: gli agrumi

Sezione: mondo e mercato

Capitolo: mercato italiano e internazionale

Autori: Alessandro Scuderi, Carmelo Sturiale

Caratteri strutturali del mercato

La coltura degli agrumi interessa un gran numero di paesi e rivela notevolissimo dinamismo geografico, onde il ruolo dei diversi paesi si modifica nel tempo, soprattutto per il forte sviluppo del comparto che nel secolo scorso e nel breve scorcio di quello corrente è avvenuto nell’America latina (Brasile, in primo piano) e in Asia (con posizione apicale della Cina). Tale fenomeno ha dato luogo a un inarrestabile trend espansivo, tuttora in corso. Il volume complessivo degli agrumi a livello mondiale nel periodo 2007-2010 ha raggiunto il ragguardevole traguardo di 121 milioni di tonnellate, con una crescita del 16% rispetto a un decennio fa; le arance (68 milioni di tonnellate) rappresentano quasi il 56,2%, i piccoli frutti (mandarini, clementine, tangerini) (21,2 milioni di tonnellate) il 17,5%, limoni e lime (13,9 milioni di tonnellate) l’11,5% e le altre specie (17,9 milioni di tonnellate) il rimanente 14,8%. In tale contesto, l’Italia nel periodo sotteso accresce il suo peso relativo, passando l’apporto alla produzione dal 2,9 al 3,0%, risultato che, pur non essendo incisivo, è tuttavia apprezzabile, tenuto conto del gran numero di paesi agrumicoli esistenti sul pianeta, nonostante nel passato più o meno remoto il contributo italiano in termini relativi fosse congruentemente superiore. Lo scenario delineato è stato costruito con i dati FAO, la cui affidabilità non sempre è elevata, essendo correlata all’efficienza dei servizi statistici dei singoli paesi; tuttavia il trend del fenomeno non dovrebbe essere inficiato significativamente, poiché eventuali errori possono considerarsi sistematici sul piano temporale. Un connotato significativo per comprendere l’indirizzo prevalente della filiera agrumaria nei diversi paesi può dedursi dalla destinazione della produzione. Trattasi di dati generali di prima approsimazione, non disponibili tra l’altro per l’intero novero dei paesi produttori di agrumi, concernente il periodo più recente (2007-2010), tuttavia molto espressivi delle diversità esistenti tra le varie nazioni. Vi sono paesi nei quali il mercato interno assume notevole rilievo, con assorbimento di aliquote prossime o superiori al 40% (Italia, Turchia, Tunisia, Argentina), altri nei quali l’esportazione è prevalente o ha peso non molto dissimile dal mercato interno (Spagna, Marocco, Egitto, Sud Africa, Marocco), altri ancora in cui assolve un ruolo fondamentale e significativo l’industria dei derivati (Brasile, Stati Uniti, Argentina, Italia); infine vi sono paesi nei quali si rileva un certo equilibrio tra le diverse destinazioni (Israele, Grecia e in parte Argentina). Trattasi di realtà consolidatesi nel tempo, in rapporto alle caratteristiche strutturali delle locali agrumicolture, unitamente alle scelte strategiche delle corrispondenti politiche economicheagrarie di settore, ma che possono evolversi sotto la spinta di svariati fattori socioeconomici, tecnologici e politici, sicché la fotografia attuale è diversa da quella del passato (basti pensare all’agrumicoltura italiana) e potrà modificarsi anche radicalmente nel futuro. La produzione agrumicola alimenta un fiorente commercio internazionale sia come frutto fresco sia come derivati (essenze e succhi, in particolare). Per le arance, la Spagna rappresenta il più importante paese esportatore, ma un certo peso assumono anche Egitto, Marocco, Sud Africa e Stati Uniti; in particolare si richiama l’attenzione sui forti sviluppi esportativi avvenuti dal 1997-2000 al 2007-2010 per Egitto e Sud Africa, oltre che per la Turchia. È importante notare che in tale intervallo la crescita del valore delle arance esportate (espresso in valori correnti) è largamente superiore a quella corrispondente in termini di quantità fisiche, il che testimonia un aumento dei prezzi unitari delle arance oggetto delle esportazioni. A margine si fa notare che l’Olanda si inserisce tra i paesi esportatori di arance, pur non avendo alcuna produzione propria, il che è il risultato dei cosiddetti fenomeni di triangolazione commerciale (il paese importa e poi riesporta lo stesso bene), messi in pratica dai sistemi organizzativi degli scambi che manifestano alte qualità strategico-manageriali sul piano commerciale. Per limoni e lime è il Messico che occupa il primo posto, grazie alla crescita di produzione dell’ultimo decennio, tanto da scavalcare la Spagna, le cui esportazioni viceversa sono diminuite in ragione di specifiche scelte strategiche di questo paese. La riconversione dei limoneti è legata sia alla constatazione che il mercato europeo è ormai maturo e non c’è da aspettarsi una crescita dei consumi interni, sia all’aumentata concorrenzialità nel mercato da parte dei limoni turchi, sudafricani e argentini. Anche per i limoni si assiste, nell’arco di tempo sotteso all’analisi, a un incremento dei valori del prodotto largamente superiore a quello delle quantità esportate, determinato da un aumento dei prezzi unitari. Per i piccoli frutti, posizione dominante assume la Spagna, benché i ritmi di sviluppo, maggiori nell’arco di tempo sotteso, si riconducano alla Cina, al Sud Africa e alla Turchia. Nell’arco di tempo preso in esame l’aumento relativo dei valori monetari è anche per i piccoli frutti largamente superiore a quello corrispondente alle quantità, onde pure per essi si registra un progressivo aumento dei prezzi unitari. Le correnti di traffico sono state in passato e sono tuttora principalmente dirette verso le aree più ricche del pianeta, tanto che il bacino europeo (in primo luogo quello centro-occidentale) importa oltre il 60% della complessiva esportazione mondiale di agrumi. Altre correnti sono indirizzate verso i paesi asiatici (con posizione preminente del Giappone), nonché in altre aree del nuovo continente. Uno spaccato specifico merita l’Italia, che in forza del mercato chiuso fino al 1992, godeva di una rendita legale (quasi rendita di marshalliana memoria) ed era Paese esclusivamente esportatore, ma che dopo l’abbattimento delle barriere doganali è diventato terreno di conquista. Oggi si assiste a un saldo importexport negativo per le diverse tipologie di agrumi presi in esame, poiché il sistema delle imprese del comparto non è riuscito a riposizionare la propria attività commerciale, in un mercato aperto (a carattere asimmetrico per la diversità dei prezzi di offerta relativi a merce sostanzialmente omogenea) e ipercompetitivo, in cui per concorrere con successo occorre una strategia fondata sul mercato, ancora oggi piuttosto carente nel sistema delle imprese italiano.

Le fasi del mercato degli agrumi

Il luogo e le circostanze che fanno incontrare la domanda e l’offerta, da cui scaturisce lo scambio, originano il mercato, che per il comparto agrumario ha caratterizzazioni estremamente articolate, nelle diverse fasi in cui esso si snoda. Le innovazioni immanenti che caratterizzano i sistemi delle comunicazioni e dei trasporti, con la conseguente “morte della distanza”, hanno impresso processi evolutivi ai mercati dei beni e dei servizi tali da provocare straordinari cambiamenti nelle modalità di scambio, nell’ambito delle quali la contemporanea presenza di offerenti, acquirenti e merci nello stesso luogo tende a cedere il passo alle altre modalità, in cui ciò non è necessario, potendosi avvalere gli operatori di mercato di tutte una serie di strumenti di comunicazione innovativi, la cui utilizzazione è favorita dalla messa a punto, e dal rispetto, di standard qualitativi dei prodotti definiti e riconosciuti a livello internazionale. Tuttavia, tale dinamismo ha manifestazioni diverse passando da una fase all’altra del mercato dei prodotti agrumari destinati al consumo diretto. La fase di mercato all’origine sottende le operazioni di passaggio dall’azienda agrumicola alle imprese di commercializzazione, le successive attività di “condizionamento” e la relativa confezione del prodotto negli stabilimenti di lavorazione. In realtà tale fase è molto articolata, poiché accanto al tradizionale rapporto produttore-commerciante (con al centro la figura del mediatore) si collocano le imprese industriali, che acquistano direttamente dai produttori gli agrumi per trasformarli (in parte o nella loro totalità), le imprese associative di produttori, che disimpegnano, per conto e nell’interesse dei soci, la lavorazione della merce, come pure gli stessi produttori, che curano in proprio le funzioni di mercato e collocano direttamente il prodotto “condizionato” nei vari canali di distribuzione. A quanto appena esposto occorre aggiungere la comparsa e il progressivo sviluppo dei farmers’ market (mercati nei quali possono operare solo le figure agricole), nei quali gli agrumicoltori veicolano la propria merce, allo stato grezzo, realizzando il cosiddetto canale diretto. Il peso relativo delle diverse modalità non solo ha subito un profondo dinamismo temporale, ma assume valore diverso nello stesso momento sul piano geografico, ferma restando la crescita del ruolo dei produttori (in forma autonoma o associata) nelle funzioni di mercato all’origine e non solo. Il modello organizzativo appena delineato proprio per l’Italia si rinviene anche per gli altri paesi agrumicoli, ancorché l’importanza relativa delle suddette figure vari da area ad area. Così in Spagna, Marocco, Sud Africa e Grecia le imprese commerciali svolgono un ruolo preminente; in Israele e negli Stati Uniti l’aggregazione dei produttori appare di grande rilievo (notissima l’associazione dei produttori Sunkist negli Stati Uniti, nata all’inizio del XX secolo), mentre in Sud America (in particolare in Brasile) posizione dominante ha l’industria di trasformazione. La fase di mercato all’ingrosso, cioè il processo di trasferimento, fisico ed economico, del prodotto confezionato dai luoghi di produzione a quelli di consumo, è andata incontro a sostanziali cambiamenti. In passato, ruolo rilevante assumeva il mercato generale (o all’ingrosso), nel quale posizione dominante aveva la figura del commissionario, che riceveva la merce dagli operatori dalle zone di produzione e la vendeva agli operatori al dettaglio (tradizionali e della Grande Distribuzione Organizzata [GDO]). Tale figura non acquistava la merce, ma fungeva da mediatore tra offerta e domanda e riceveva un compenso, la commissione, variabile dal 5 al 15% del valore del prodotto trattato. Accanto a tale canale si collocavano quelli in cui gli operatori della fase di mercato all’origine si interfacciavano direttamente con operatori “internisti” ed esportatori, ovvero i primi fornivano direttamente le figure tipiche del mercato al dettaglio. Questo intreccio di rapporti di scambio, definito “fuori mercato”, ha caratterizzato e continua a caratterizzare tutte le aree di mercato dei paesi produttori e consumatori di agrumi e rivela tendenze irreversibilmente crescenti, con il corrispondente progressivo ridimensionamento del ruolo storicamente nodale dei mercati generali. La fase di mercato al dettaglio, avente la funzione di approvvigionare i consumatori finali, è stata interessata da incisivi processi evolutivi, con la moltiplicazione delle tipologie strutturali di vendita: in primo luogo l’avvento e il successivo inarrestabile sviluppo della GDO, attraverso la quale passa oggi una notevole aliquota degli acquisti dei consumatori finali, con parallelo ridimensionamento del piccolo dettaglio, con la comparsa dell’e-commerce e dei farmers’ market, cui si aggiunge, soprattutto nei paesi in ritardo di sviluppo, il potenziamento dei mercati rionali e dell’ambulantato. Naturalmente, il peso relativo dei diversi modelli distributivi sui mercati al dettaglio è diverso tra i vari paesi e nell’ambito delle diverse zone geografiche dello stesso paese, per quanto possa affermarsi che nelle aree di mercato dei paesi a più avanzato sviluppo, come Nord America, Europa occidentale, Giappone ecc., prevalga in maniera molto netta la GDO. I fenomeni predetti hanno accorciato in una certa misura i canali commerciali, con aumento dell’importanza di quelli corti (produttore-dettagliante-consumatore) e lunghi (produttore-grossista-dettagliante-consumatore), a scapito di quelli lunghissimi e tortuosi (caratterizzati nel comparto agrumario da numerosi passaggi, con forte aggravio dei costi della distribuzione e reale impossibilità di assicurare la cosiddetta “tracciabilità” del prodotto). Tuttavia, tali evoluzioni non hanno sempre comportato una riduzione del differenziale tra il prezzo pagato dal consumatore e quello ricevuto dal produttore, registrandosi anzi un ampliamento della forbice, come accade in Italia. Tutto ciò si vuole motivare con l’aumento dei servizi di mercato incorporati nel prodotto offerto al consumo (migliori standard qualitativi, imballaggi più idonei, confezioni personalizzate ecc.), per quanto un ruolo importante giochino le strutturali vischiosità dei circuiti distributivi (con notevoli incrementi di prezzo nei singoli passaggi) e il forte potere contrattuale della GDO che, in un mercato aperto e con un’offerta di agrumi eccedente il consumo, impone ai fornitori prezzi e condizioni contrattuali tali da determinare livelli di prezzo bassi e poco remunerativi per i produttori. Questo fenomeno è largamente presente in Italia, come dimostra il trend del prezzi medi nel decennio 2002-2011 di arance, limoni, mandarini e clementine registrati nelle tre fasi di mercato (origine, ingrosso e dettaglio), illustrato nei grafici. Il livello assoluto dei prezzi deve ritenersi solo largamente indicativo, dato che è l’espressione di situazioni fortemente cangianti durante la stessa annata, con quotazioni differenti per le diverse cultivar o ibridi racchiusi nel medesimo gruppo. Tuttavia, quello che colpisce è il differenziale che si osserva tra il prezzo al consumo e quello al produttore per la stessa tipologia di agrumi, il quale oscilla in un rapporto tra 4 e 6. Questo fenomeno può ricondursi anche alla scarsa efficienza dei circuiti commerciali della filiera agrumicola, ove si consideri che si tratta di prodotti allo stato fresco che non subiscono alcuna trasformazione nella forma, e le attività di mercato sono da riferirsi al condizionamento del prodotto e al trasporto, nonché alle attività di negoziazione, servizi questi che non possono giustificare, in un mercato funzionale, prezzi al produttore agrumicolo a volte inferiori al 15% di quello pagato dal consumatore finale.

 


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