Volume: il pesco

Sezione: mondo e mercato

Capitolo: mercato italiano

Autori: Carlo Pirazzoli

Offerta produttiva

La coltivazione del pesco è diffusa, in Italia, su una superficie di poco superiore a 93 mila ettari (dati 2007), di cui circa 60 mila investiti a pesche comuni e i rimanenti 33 mila a nettarine. Nel corso dell’ultimo quinquennio le superfici a pesco hanno conosciuto, nel complesso, una flessione di quasi 4500 ettari, concentrata soprattutto nel triennio 2005-2007. Nello specifico è tuttavia rilevabile come tale diminuzione sia imputabile solamente alle pesche comuni, che hanno perso circa 4300 ettari, mentre le nettarine si sono mantenute pressoché stabili. A livello territoriale è apprezzabile un progressivo spostamento delle pesche verso le regioni meridionali, dove attualmente si concentra quasi la metà degli investimenti complessivi. È da rilevare, tuttavia, che la progressiva concentrazione, nelle aree del Mezzogiorno d’Italia, delle pesche comuni si è andata determinando non tanto da una sua specifica capacità di crescita quanto piuttosto dagli effetti conseguenti ai continui espianti verificatisi nel Centro e nel Nord del Paese (–3500 ettari negli ultimi cinque anni). In riferimento al 2007, nelle regioni meridionali si possono così rilevare oltre 35 mila ettari, pari a quasi il 60% delle superfici complessivamente investite, mentre nelle regioni settentrionali si contano meno di 20 mila ettari. Per le nettarine, viceversa, è ancora marcata la prevalenza delle regioni del Nord Italia, dove si concentrano oltre 21.000 ettari investiti, pari al 65% del totale nazionale. Nel Settentrione va tuttavia evidenziato un trend decrescente anche per le nettarine (a un tasso del 2% annuo), mentre nel Sud Italia sono stati registrati aumenti di oltre 1700 ettari negli ultimi cinque anni. La diminuzione degli investimenti, rilevata a livello complessivo, non ha, tuttavia, intaccato in maniera significativa il potenziale produttivo del nostro Paese, tanto che il volume di offerta, a eccezione del 2003 quando il clima eccezionalmente siccitoso condizionò fortemente i raccolti, è rimasto sostanzialmente inalterato, oscillando tra 1,65 e 1,73 milioni di tonnellate. A livello assoluto, l’Emilia-Romagna è la principale regione produttrice, con un’offerta pari al 30% di quella complessiva, seguita dalla Campania, il cui contributo oscilla attorno al 23-24% del totale nazionale. Poiché pesche e nettarine sono prodotti stagionali che non godono di lunga conservabilità, è strategico, per una migliore regolazione del mercato, conoscerne il calendario d’offerta, il quale è diretta espressione delle scelte varietali compiute dai frutticoltori e delle condizioni climatiche di ogni annata. Mediando i dati di quattro annate (dal 2002 al 2005), si rileva come, nel mese di agosto, si concentri ben oltre 1/3 dell’offerta totale, seguito da luglio, in cui si raccoglie una quota di poco inferiore al 27%, giugno (20%) e settembre (14%).

Economia della produzione agricola

Per la determinazione degli aspetti economici della coltivazione del pesco si è fatto riferimento all’Emilia-Romagna e, più specificatamente, alle province di Forlì-Cesena e di Ravenna, due aree in cui la specie è fortemente diffusa, con particolare riferimento alle pesche comuni nel primo caso e alle nettarine nel secondo. La struttura aziendale tipica di queste zone è l’impresa agricola familiare, in cui gli apporti di lavoro e di capitali sono in larga misura immessi dallo stesso imprenditore: in ragione di ciò, anche per una più opportuna valutazione e comparabilità dei risultati, sono stati considerati distintamente i costi direttamente o indirettamente sostenuti dall’impresa frutticola (desumibili dai bilanci aziendali), dalla cui somma si declinano il costo pieno all’impresa e i costi figurativi, ovvero gli oneri opportunamente calcolati a fronte degli impieghi dei fattori produttivi apportati direttamente dall’imprenditore, che, sommati ai precedenti, originano il costo totale di produzione. Va sottolineato che i dati di costo sono stati riferiti ai prezzi dei fattori del 2007 e che le rese considerate sono da interpretare come valori medi, in relazione alle tipologie aziendali, alle peculiarità degli impianti e alle tecniche considerate. Il costo complessivo, per la coltivazione di un ettaro di pesche a media maturazione, è risultato di circa 10.300 euro, mentre per le nettarine si è registrato un costo complessivo, per unità di superficie, di quasi 12.400 euro e di poco di più di 12.700 euro, rispettivamente per le cultivar medio-precoci e per quelle mediotardive. In termini di costo pieno all’impresa (nell’accezione che i due terzi delle ore impiegate per la raccolta siano soddisfatte da lavoratori a tempo determinato e dunque da personale esterno all’azienda agricola), i valori di cui sopra si riducono sensibilmente: nello specifico, per le pesche comuni a media maturazione il costo pieno all’impresa ammonta a circa 4600 euro/ha, mentre per le nettarine si rilevano valori pari a circa 6500 e a circa 6800 euro/ha, rispettivamente per i gruppi varietali medio-precoci e medio-tardivi. La resa produttiva media degli impianti può essere stimata in 21 t/ha nel caso delle pesche a media maturazione, mentre per le nettarine i volumi raccolti possono arrivare, rispettivamente, a 25 e a 30 t/ha in rapporto alla precocità considerata; il costo per unità di prodotto che ne consegue, considerando la remunerazione di tutti i fattori, risulta di circa 49 eurocent/kg, sia per le pesche a media maturazione sia per le nettarine medio-precoci, mentre per quelle medio-tardive il costo totale di produzione scende a 42,5 eurocent/kg. Per quanto concerne le diverse voci di spesa, il lavoro è certamente quella preponderante: considerando anche l’incidenza della manodopera familiare, la sua incidenza oscilla dal 45 al 52% dell’onere complessivo. Di un certo rilievo è anche il peso della quota di ammortamento (variabile dal 10 al 12%), nonché quello per le materie prime, che incide fino al 14% nel caso di nettarine medio-tardive. I prezzi alla produzione sono risultati estremamente variabili nel corso delle ultime campagne di commercializzazione, poiché la scarsa programmazione dell’offerta e un’insufficiente aggregazione della stessa rende la filiera estremamente vulnerabile alle fluttuazioni del delicato equilibrio tra domanda e offerta, non solo a livello nazionale, ma anche europeo. Nello specifico, uno dei parametri decisivi per la formazione del prezzo alla produzione è rappresentato dal volume di offerta realizzato non solo nel nostro Paese, ma anche negli altri grandi produttori europei, in primo luogo Spagna e, a seguire, Grecia e Francia. Le recenti dinamiche sembrano indicare in un livello prossimo alle 390 mila tonnellate la soglia produttiva dei suddetti Paesi al di sopra della quale è altamente probabile il rischio di forti crisi di mercato, con conseguenti ripercussioni sui prezzi riconosciuti ai produttori. In relazione a queste entità si può osservare come la sostenibilità economica della coltura sia garantita solo nelle annate caratterizzate da un’offerta in equilibrio con la domanda, poiché negli anni di crisi l’impresa agricola fatica a coprire perfino i soli costi espliciti di coltivazione.

Catena del valore della filiera

Negli ultimi quattro anni, secondo le rilevazioni Ismea, la catena del valore di pesche e nettarine, in Italia, ha ricaricato il prodotto, dalla produzione al dettaglio, da poco più di 2 volte e mezzo fino a oltre 3,3 volte. La quotazione iniziale del prodotto è indubbiamente uno dei principali fattori influenzanti l’entità dei ricarichi lungo la filiera: come rilevabile, nel 2004 e nel 2005, annate caratterizzate da bassi prezzi alla produzione, fatto 100 il valore iniziale, gli indici del valore sono risultati rispettivamente pari a 239 e a 248 nella fase all’ingrosso e a 289 e a 335 in quella al dettaglio. Negli anni 2006 e 2007, quando il prezzo alla produzione è stato mediamente più elevato, si sono rilevati indici di valore molto più contenuti, pari rispettivamente a 180 e 190 nella fase all’ingrosso e a 254 e 262 in quella al dettaglio. La dinamica del ricarico, ai diversi livelli di mercato, trova spesso una buona spiegazione quando viene espressa in valori assoluti (monetari) e non di percentuale o di moltiplicatore: in quest’ottica, una rilevazione più puntuale della catena del valore può essere condotta delimitando il campo di osservazione non alla specie nel suo complesso, ma a due precise referenze. Nei grafici che seguono è stata ricostruita, per l’anno 2007 e distintamente per mese di raccolta e per fase commerciale, la catena del valore per le pesche comuni e per le nettarine di origine emiliano-romagnola, transitanti per il mercato all’ingrosso di Bologna e vendute al dettaglio (piccola e grande distribuzione) nei comuni di Bologna, Ravenna e Forlì. In entrambi i casi i prezzi si riferiscono a un prodotto di 1a categoria, confezionato in plateaux, e a un mix di pezzature ponderato a seconda del momento stagionale. Per entrambe le referenze considerate, i valori non si distaccano in maniera apprezzabile, fatto salvo un tendenziale rialzo nei mesi iniziali e finali della stagione produttiva per le nettarine, come peraltro è intuibile alla luce della forte concentrazione delle stesse nei mesi centrali di vendita. In conclusione, è interessante osservare l’effetto del clima sui quantitativi consumati di pesche e nettarine e, conseguentemente, sui livelli di prezzo al dettaglio: analizzando i dati dell’ultimo triennio si registra, infatti, una forte correlazione tra la temperatura, le condizioni meteorologiche generali (nuvolosità e numero di giorni di pioggia in primo luogo) e le quotazioni al dettaglio del prodotto.

Dinamica dei consumi

Le pesche e le nettarine, nel complesso, rappresentano il 7,5% circa del mercato della frutta al dettaglio in termini di quantità e il 9% in termini di valore (dati IHA). Nel 2007, gli acquisti al dettaglio sono stimabili in 357 mila tonnellate, per un valore di oltre 537 milioni di euro: le pesche comuni rappresentano il 70% circa dei consumi totali. I volumi di acquisto al dettaglio di pesche e nettarine hanno attraversato una fase di costante diminuzione dal 2000 al 2005, passando da oltre 377 mila tonnellate fino a poco più di 340 mila, mentre nell’ultimo biennio è rilevabile una leggera ripresa, pur mantenendosi ancora lontani dai livelli raggiunti all’inizio del millennio. In termini di valore degli acquisti, si registra una sostanziale stabilità, sebbene caratterizzata da apprezzabili oscillazioni: in particolare, per le pesche comuni, la dinamica del periodo esaminato si contraddistingue per una perdita dello 0,82% annuo, mentre per le nettarine il valore degli acquisti è cresciuto a un ritmo di poco inferiore al 2% annuo. È interessante rilevare come le due annate che hanno registrato i minori quantitativi acquistati, cioè il 2003 e il 2005, siano esattamente agli opposti in termini di valore del prodotto acquistato: nel 2003, infatti, si rileva il picco massimo del valore degli acquisti di pesche e nettarine (oltre 660 milioni di euro), mentre il 2005 è l’anno in cui tale valore è minimo (457 milioni di euro). Ciò conferma, anche alla luce di quanto precedentemente considerato, come il prezzo, sebbene importante, non sia certamente l’unica variabile decisiva per gli acquisti di pesche e nettarine. Nello specifico, per quanto riguarda i prezzi medi di acquisto, la dinamica del periodo considerato rileva solo un leggero incremento, pari all’1% annuo, decisamente inferiore al livello di inflazione generale e, nel caso delle nettarine, il prezzo medio è, addirittura, tendenzialmente in diminuzione (–0,51% annuo). Un ulteriore aspetto utile per una più completa conoscenza del mercato al dettaglio di pesche e nettarine si può ricavare dall’analisi dei canali commerciali. Anche per questa specie si assiste al graduale incremento delle quote di vendita della grande distribuzione organizzata (super e ipermercati), a scapito del dettaglio di tipo tradizionale e ambulante, anche se queste forme distributive conservano tuttora un peso decisamente importante, addirittura superiore, nel loro complesso, a quello della GDO. Nello specifico, infatti, considerando pesche e nettarine nell’insieme, la quota in volume, commercializzata in super e ipermercati, ammonta a 1/3 del totale, cui si somma un modesto 5% registrato dai discount, mentre le rivendite specializzate e gli ambulanti assommano fra loro il 57% dei volumi acquistati (dati 2005). Di riflesso, alla differente distribuzione geografica degli acquisti, anche a livello distribuivo si rilevano sensibili differenze fra le pesche comuni e le nettarine. In conclusione, un aspetto di rilievo per l’influenza esercitata sui consumi è rappresentato dagli scambi commerciali con l’estero che, per il pesco, coinvolgono rilevanti percentuali dei volumi prodotti in ciascuno dei principali Paesi produttori. In particolare, l’Italia si configura come un netto esportatore di pesche e nettarine, sebbene anche le importazioni vadano assumendo quote progressivamente più rilevanti, con un picco, registrato nel 2003, di 115 mila tonnellate. Principale fornitore del nostro Paese è la Spagna, con percentuali oscillanti tra l’80 e l’85% dei volumi complessivamente importati.

Considerazioni conclusive

Alla luce delle considerazioni riportate, il mercato delle pesche e delle nettarine in Italia risulta essere in una situazione apparentemente delicata, con alternanza di annate positive e di altre di grave crisi. In particolare, la specie, data la sua stagionalità e limitata conservabilità, è particolarmente esposta alle mutevoli dinamiche della domanda, condizionata da numerosi fattori, fra i quali spiccano la disponibilità e la qualità di prodotto e il clima, ma anche la progressiva concentrazione della domanda, in conseguenza del crescente potere della grande distribuzione, non solo in Italia, ma anche nei principali Paesi importatori, in primo luogo Germania e Regno Unito. In realtà, il sistema non ha, finora, saputo realizzare la necessaria coesione, ma, al contrario, i volumi di offerta continuano a essere trattati in maniera ampiamente disaggregata e, soprattutto, senza o, comunque, con un’insufficiente programmazione, come testimoniato dall’eccessiva concentrazione d’offerta che si è creata per le nettarine. La conseguenza di tale situazione è il costante rischio di crollo dei prezzi a livelli economicamente insostenibili, come avvenuto nel 2004 e nel 2005, due annate da dimenticare, nonostante i discreti risultati delle due campagne seguenti, dovuti perlopiù a motivi congiunturali e non strutturali. Il principale obiettivo, ma al contempo la sfida più difficile, è sicuramente costituito dalla ricerca di un riequilibrio della filiera, dalla produzione al consumo, che sia in grado di offrire adeguate remunerazioni ai crescenti costi che si registrano a tutti i livelli, pur nel rispetto delle esigenze dei consumatori di accedere a un prodotto di qualità a prezzi ragionevoli. In questa direzione si muove peraltro la riforma dell’OCM ortofrutta, che prevede, fra i suoi pilastri, la concentrazione e l’organizzazione dell’offerta, al fine di confrontarsi più equamente con una distribuzione fortemente aggregata. Strutture concentrate e razionalmente guidate sono, inoltre, in grado di interpretare meglio gusti e preferenze dei consumatori, differenziando l’offerta in relazione ai mercati di destinazione. Non vanno poi dimenticate qualità, valorizzazione e differenziazione delle produzioni, tre azioni da condurre attraverso un serrato gioco di squadra tra gli operatori della filiera: difatti, se la qualità è un fondamentale pre-requisito per l’apprezzamento del prodotto, gli altri la devono integrare, fino a farla percepire al consumatore finale. Idonei mezzi per il raggiungimento dello scopo sono i marchi di qualità, magari specifici per l’estero, e le campagne promozionali volte a incrementare il consumo di frutta, evidenziandone i benefici effetti sulla salute umana.


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