Volume: il melo

Sezione: mondo e mercato

Capitolo: mercato italiano

Autori: Alessandro Palmieri

Offerta Produttiva

Il melo è attualmente coltivato su una superficie di poco superiore a 61.000 ettari, di cui 4000 in fase di allevamento. Nel periodo 1998-2003 si è assistito a un progressivo ridimensionamento degli investimenti che ha determinato la perdita di oltre 8000 ettari, mentre nell’ultimo quinquennio la specie ha raggiunto un sostanziale equilibrio, modificato soltanto da variazioni di modesta entità. Nel medesimo arco di tempo la produzione ha evidenziato una marcata contrazione solamente nel 2003, in relazione soprattutto all’estate eccezionalmente siccitosa, mentre in seguito l’offerta si è mantenuta su livelli compresi fra 2,1 e 2,2 milioni di tonnellate annue, valori di poco inferiori a quelli rilevati nel periodo antecedente la diminuzione degli investimenti. A livello territoriale si registra una forte concentrazione della specie in poche regioni: le prime quattro in ordine di importanza hanno sommato, nel 2007, il 78% delle superfici complessivamente investite nel Paese e oltre l’88% dei volumi prodotti. Per quanto concerne l’offerta è rilevabile una concentrazione ancor più evidente, poiché le regioni maggiormente specializzate presentano anche i più elevati livelli di produttività; va segnalato inoltre come i volumi raccolti siano tendenzialmente in crescita in tutte le principali regioni produttrici, a eccezione dell’EmiliaRomagna e della Campania. Un aspetto di primaria importanza è rappresentato dalla distribuzione varietale, dal momento che questa specie presenta un discreto numero di cultivar dotate di caratteristiche organolettiche e di utilizzo anche molto diverse fra loro, tanto da offrire al consumatore un ventaglio di referenze piuttosto ampio. L’assetto varietale della melicoltura italiana è tuttora largamente dominato da Golden Delicious di cui, nel 2007, sono state prodotte 877.000 tonnellate, che rappresentano il 43% del totale: tale cultivar presenta, tuttavia, un trend decisamente negativo (–2% annuo), tanto che, fino al 2002, l’offerta si collocava stabilmente al di sopra di 1 milione di tonnellate, con un’incidenza sulla produzione complessiva anche superiore al 50% in talune annate. Tra le varietà in crescita sono da rimarcare soprattutto Gala e Fuji: la prima ha incrementato di oltre 2,5 volte la sua presenza negli ultimi 10 anni e, passando da poco più di 100.000 tonnellate nel 1998 alle attuali 275.000, è divenuta la seconda cultivar in ordine di importanza. Per Fuji si segnala invece un tumultuoso aumento dei volumi offerti: questa cultivar, del tutto marginale un decennio fa, è oggi la quarta più diffusa in Italia, grazie alle 135.000 tonnellate prodotte nel 2007. Nonostante il progressivo decremento (–2% su base annua) il gruppo Red Delicious conferma un peso di tutto rilievo nel panorama varietale del nostro Paese, con volumi oscillanti tra 250 e 260.000 tonnellate, è infatti il terzo gruppo varietale più rappresentato. Nell’ambito delle cultivar più diffuse va segnalata l’altalenante offerta di Granny Smith, fortemente influenzata dalla domanda proveniente dai Paesi esteri e, in particolare, dell’area centro-orientale europea; per altre varietà storiche, quali Morgenduft, Annurca, Renetta, Jonagold e Stayman appare infine evidente la fase di declino alla luce delle rilevanti contrazioni dei volumi prodotti.

Economia della produzione agricola

Per la determinazione degli aspetti economici della coltivazione del melo si è fatto riferimento ad alcune tra le principali aree produttive di montagna e di pianura, individuabili rispettivamente nell’Alto Adige per la melicoltura di montagna e nelle province di Ferrara e di Verona per quella di pianura. In tutte le zone considerate le imprese frutticole sono in larga maggioranza di tipo familiare con apporto diretto di lavoro e capitali da parte dell’imprenditore; in ragione di ciò si sono considerati distintamente i costi espliciti, corrispondenti a reali esborsi monetari e la cui espressione è il costo pieno all’impresa, e i costi figurativi, imputabili ai fattori apportati dall’impresa, che sommati ai precedenti originano il costo totale di produzione. Va sottolineato che i dati di costo e le rese considerate sono da interpretare come valori medi, in relazione alle tipologie aziendali caratteristiche di ciascun areale indagato, alle peculiarità degli impianti e alle tecniche considerate, nonché all’andamento della campagna 2007. A livello varietale sono esaminati i casi relativi ad alcune tra le più diffuse cultivar di ciascuna zona e, più specificatamente, Golden Delicious per l’Alto Adige, Fuji per il Ferrarese, Golden Delicious e Granny Smith per il Veronese. Con riferimento a Golden Delicious in Alto Adige sono inoltre analizzati gli aspetti economici della produzione biologica, comparandone i risultati con la tecnica di tipo integrato; va osservato che, secondo i dati del Sinab, in Italia sono circa 1700 gli ettari di melo coltivati con tecnica biologica (anno 2005), pari a poco più del 7% delle superfici biologiche complessivamente dedicate a specie frutticole da consumo fresco (escludendo gli agrumi). Considerando i prezzi medi delle ultime campagne, tutte le varietà in esame hanno pienamente remunerato i fattori apportati, mentre Fuji e Granny Smith hanno anche registrato un certo margine di profitto. Per quanto concerne il biologico, questo sembra avviato a vedersi riconoscere un premium price adeguato a fronteggiare i maggiori costi di produzione, come testimoniato dall’allargamento della forbice tra le quotazioni del prodotto bio rispetto all’omologo ottenuto con tecnica integrata, almeno nell’area esaminata. Va tuttavia ricordato come la tecnica biologica offra minori garanzie di risultato rispetto all’integrato o al convenzionale e il raggiungimento di livelli produttivi e qualitativi minimi è indispensabile per la sostenibilità economica dell’attività. A titolo di esempio, nel caso di Golden Delicious una resa di 35 tonnellate/ha determina un costo di produzione pari a 57 Eurocent/kg, mentre una resa inferiore di 5 tonnellate/ha comporta un aggravio di quasi 10 Eurocent/kg, con conseguente diminuzione del margine di profitto da 13 a 3 Eurocent/kg, in relazione alle quotazioni del 2007.

Aspetti economici della melicoltura di pianura
Il costo totale di produzione risulta sostanzialmente simile per le 3 cultivar considerate: nello specifico, per Fuji e Granny Smith l’onere è di poco inferiore a 13.000 Euro/ha, mentre per Golden si rileva un costo lievemente superiore, pari a circa 13.400 Euro/ha. Il reale esborso monetario è in tutti i casi considerevolmente più basso, in ragione del consistente apporto di fattori da parte dell’imprenditore: in particolare, per Fuji scende a meno di 8800 Euro/ha, pari ai 2/3 del totale, mentre nei casi relativi alla provincia di Verona si rileva un costo pieno all’impresa di quasi 9800 Euro/ha per Golden e di 9678 Euro/ha per Granny Smith, in entrambi i casi pari ai ¾ circa dell’onere complessivo di produzione. In termini di costo per unità di prodotto sono invece le 2 cultivar del Veronese a presentare i valori più bassi, in virtù di una resa produttiva più elevata, pari a 45 e 48 tonnellate/ha, rispettivamente per Golden e per Granny Smith, contro le 40 tonnellate/ha mediamente ritraibili da un impianto di Fuji. Il costo totale di produzione è così pari a circa 32 Eurocent/kg nel caso di Fuji, 30 Eurocent/kg per Golden e 27 Eurocent/kg per Granny Smith. Per quanto concerne le diverse voci di spesa, la manodopera è, nel complesso, quella preponderante: considerando anche il lavoro familiare, per Fuji l’incidenza di questo fattore rappresenta infatti il 43% dell’onere complessivo, mentre per le due altre varietà scende su valori prossimi al 30%. Di rilievo anche il peso delle materie prime, le quali incidono per circa 3000 Euro/ha, pari al 21-23% circa degli oneri totali e, infine, della quota di ammortamento, variabile da 2000 a 2500 Euro/ha e, percentualmente, dal 15 al 19% del totale.

Aspetti economici della melicoltura di montagna integrata e biologica
Il costo complessivo di produzione risulta di poco superiore a 21.000 Euro/ha per l’impianto coltivato con tecnica integrata, mentre per il biologico l’esborso risulta inferiore di circa 1200 Euro/ha: la principale motivazione di tale risparmio è la minor richiesta di manodopera, soprattutto per la fase di raccolta, mentre i costi per le materie prime sono sostanzialmente equivalenti, poiché nel biologico a un risparmio nelle spese per i fertilizzanti corrisponde una maggiore onerosità degli agrofarmaci consentiti dal disciplinare. Il costo per unità di prodotto è più elevato per la tecnica biologica, in considerazione della ridotta resa produttiva: in particolare, considerando una resa di 50 tonnellate/ha per la tecnica integrata e di 35 tonnellate/ha per quella biologica, il costo totale del bio risulta pari a 57 Eurocent/kg, contro i 42 Eurocent/kg della tecnica integrata.

Catena del valore lungo la filiera

La catena del valore delle mele si presenta piuttosto stabile nel tempo, come peraltro intuibile per le caratteristiche di conservabilità del frutto che può essere stoccato anche per lungo tempo e commercializzato praticamente tutto l’anno, limitando dunque gli effetti di momentanee crisi di mercato. Un fattore di primaria importanza per quanto concerne la formazione dei prezzi delle mele è rappresentato dalla giacenza di prodotto nei magazzini: come rilevabile, la campagna 2005-06, caratterizzata da basse quotazioni del prodotto, ha difatti scontato una giacenza molto elevata in avvio di stagione (poco meno di 1,3 milioni di tonnellate nel mese di dicembre) e anche nei mesi successivi lo svuotamento dei magazzini è proceduto con maggior lentezza rispetto alle altre annate considerate. Poiché il mercato delle mele è caratterizzato da un’estrema differenziazione, come conseguenza delle molteplici varietà esistenti, è utile focalizzare l’attenzione su una singola cultivar e su un mercato definito per rilevare con maggior precisione le dinamiche dei prezzi ai diversi livelli della filiera. A titolo di esempio è presentata la catena del valore della cultivar Fuji in Emilia-Romagna: tale scelta è giustificata sia dall’importanza di questa cultivar nella regione in esame (45.000 tonnellate prodotte nel 2007, pari a 1/3 del totale italiano), sia dall’opportunità di reperimento dei dati necessari.

Catena del valore per la Fuji


La catena del valore è stata ricostruita per 3 campagne consecutive, dal 2005-06 al 2007-08: per la fase di produzione i dati si riferiscono al prezzo medio del prodotto di prima categoria in provincia di Ferrara, dove è concentrata la maggioranza degli impianti, per la fase all’ingrosso dalle quotazioni del Mercato ortofrutticolo di Bologna, mentre al dettaglio i prezzi sono quelli rilevati dall’Osservatorio del Comune di Bologna. I risultati tendono sostanzialmente a confermare quanto osservato a livello nazionale dalle rilevazioni Ismea, seppur con valori e ricarichi differenti, come peraltro intuibile per la scelta di una città come Bologna, caratterizzata da un costo della vita medio-alto.

Dinamica dei consumi

Le mele rappresentano la specie frutticola maggiormente consumata in Italia, con oltre 850.000 tonnellate acquistate nel 2007, pari al 19% della frutta complessivamente acquistata (dati IHA). Il consumo di mele in Italia sta tuttavia attraversando una fase piuttosto difficile, come testimoniato dai dati relativi al periodo 2000-2007 che evidenziano una flessione pressoché costante degli acquisti, tanto che il 2007 ha registrato un consumo di circa 177.000 tonnellate inferiore rispetto al 2000. Tale flessione, complessivamente pari al 17%, è tra le più marcate nell’ambito delle principali specie frutticole da consumo fresco. Alla diminuzione degli acquisti in volume non si è contrapposta un’analoga diminuzione in termini di valore, ma al contrario la spesa sostenuta per l’acquisto di mele si è accresciuta considerevolmente nel periodo 2002-2004 (effetto Euro), per poi riportarsi sui valori di inizio millennio (poco più di 1 miliardo di Euro annui). Il prezzo medio di acquisto, pari a poco più di 1 Euro/kg nel 2000 è aumentato fino a un picco di 1,34 Euro/kg nel 2004, per poi ridiscendere a 1,25 Euro/kg nel 2007, segnando comunque una crescita media di periodo del 2,84% annuo. Per quanto concerne la stagionalità degli acquisti, le mele sono consumate praticamente lungo tutto l’anno, sebbene nel periodo da luglio a ottobre gli acquisti segnino una brusca diminuzione. Le dinamiche delle ultime campagne di commercializzazione evidenziano che, dopo una partenza piuttosto lenta, i consumi decollano con evidenza nel mese di dicembre, per raggiungere l’apice nel mese di marzo, dove si concentra il 12% dei volumi acquistati. Dopo un nuovo picco nel mese di giugno (11% del totale) gli acquisti crollano per la sostituzione con la frutta estiva. In conclusione, un aspetto determinante per gli equilibri di mercato è rappresentato dal commercio estero, dal momento che il nostro Paese è tra i primi esportatori al mondo di mele e la quota annua di prodotto destinato ai mercati esteri oscilla dal 25 al 35% circa dei volumi prodotti. Il trend delle esportazioni italiane appare in progressivo aumento: nonostante la frenata registrata nel 2004, per effetto dello scarso raccolto del 2003, l’export è passato da meno di 600.000 tonnellate dei primi anni del secolo, fino a poco meno di 800.000 nel 2007 (+34%). In parallelo è rilevabile anche un progressivo aumento dell’importazione ma, come evidenziato dai dati Istat, dopo il picco del 2004, l’import è precipitato di nuovo su valori prossimi a quelli di otto anni fa.

Considerazioni conclusive

L’analisi delle performance economiche consente di valutare con discreto ottimismo la realtà che caratterizza l’attuale melicoltura italiana, almeno con riferimento alle zone più vocate e dove più efficiente è l’azione di valorizzazione del prodotto. Nonostante i positivi risultati non va comunque dimenticato che, anche per la melicoltura, sono in agguato rischi e minacce che gli odierni mercati, globalizzati e altamente competitivi, riservano alle imprese, a cui va certamente aggiunta la preoccupante flessione dei consumi evidenziata nel corso degli ultimi anni in Italia. È da sottolineare che finora la globalizzazione ha riservato più opportunità che minacce al settore, grazie soprattutto alla forte crescita della domanda proveniente dai paesi del Centro-Nord Europa o dell’area orientale, fra i quali è certamente da rimarcare la Russia. Di tali fenomeni il nostro export ha saputo beneficiare, come testimoniato dai dati precedentemente riportati; per il futuro desta tuttavia preoccupazione il costante aumento dell’offerta mondiale e, più specificatamente, particolare attenzione andrà attribuita alle strategie di paesi come la Polonia, la Cina o gli Stati del Sud America, dotati di ingenti potenzialità produttive e desiderosi di ritagliarsi crescenti quote sui mercati internazionali. Di primaria importanza è anche l’attenzione alle dinamiche del consumo, sia interno sia internazionale, che sono capaci di marginalizzare in breve tempo una cultivar o un clone a beneficio di altre maggiormente gradite al consumatore o ai distributori: in particolare è da segnalare soprattutto la crisi della nostra varietà più diffusa, Golden Delicious, che sembra avviata ad assicurare validi risultati economici solo nelle zone maggiormente vocate, come peraltro anche altre cultivar tradizionali. Nel futuro appare quindi indispensabile che le aziende posseggano un elevato livello di professionalità, capace di garantire non solo la qualità della produzione, ma anche il mantenimento di una resa produttiva medio-alta per non rendere insostenibili i costi di gestione.


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