Volume: la fragola

Sezione: mondo e mercato

Capitolo: mercato in Italia

Autori: Roberto Della Casa

Introduzione

L’Italia è oggi il quarto Paese produttore di fragole dell’UE, con 6100 ha coltivati e una produzione media annua di 153.000 t. Assieme a Spagna, Polonia, Germania e Regno Unito, infatti, è responsabile di oltre i tre quarti dei volumi prodotti all’interno del mercato comune (circa 873.000 t, stimate quale media per il triennio 2006-2008). Nonostante il dato assoluto evidenzi per l’Italia un posizionamento dimensionale tuttora di primo piano nel panorama internazionale, dalla lettura dei trend di medio-lungo periodo emerge con chiarezza il processo di downsizing (ridimensionamento) che ha caratterizzato il comparto negli ultimi dieci anni, portando alla fuoriuscita delle aziende meno professionali ed efficienti. Erano, infatti, 7000 gli ettari coltivati a cavallo tra il secolo scorso e l’attuale, ma la scelta di strategie di standardizzazione estreme operata a valle ha spostato sempre più la competitività sul piano dei costi, rendendo necessaria una selezione. Purtroppo la scarsa differenziazione dell’offerta ha limitato la capacità dei mercati a una segmentazione della qualità, generando una spirale perversa di riduzione del prezzo che ha finito per espellere dal contesto competitivo chi non ha saputo remunerare i differenti capitoli di spesa. Il crescente apprezzamento spuntato dalla fragola italiana sia sul mercato interno sia oltreconfine – lo si vedrà poi – spesso non è infatti risultato sufficiente a coprire un costo di produzione su cui, ancora oggi, malgrado il lavoro svolto sul fronte varietale, la manodopera arriva a incidere anche per il 40%. Se a ciò si aggiunge il legame a doppio filo che unisce la qualità organolettica del prodotto all’incognita climatica e, dunque, l’eventualità che piogge persistenti ed elevata umidità compromettano con straordinaria facilità buona parte del raccolto, ecco spiegate le ragioni del ridimensionamento produttivo della fragolicoltura lungo lo Stivale, durante l’ultimo decennio (–18,3% l’offerta media annua disponibile nel triennio 2006-2008 rispetto a quella degli anni all’inizio del nuovo millennio). Solo le realtà maggiormente organizzate sono rimaste in piedi, grazie anche a una gestione strategica dei rispettivi calendari di raccolta che ha permesso loro di ritagliarsi adeguati spazi di mercato. A tal fine sono state intraprese azioni mirate a dilatare e differenziare le finestre di commercializzazione del prodotto, con l’obiettivo di minimizzare il rischio di potenziali crolli di mercato nei mesi centrali della campagna. Ad areali e operatori focalizzati sulle produzioni precoci e di alta stagione nel tempo se ne sono, così, affiancati altri, specializzati nella coltivazione estiva, ma anche in quella autunnale. La direzione imboccata è sicuramente quella giusta, visto che, pur essendo il consumo di fragole tuttora fortemente concentrato, in Italia, nel trimestre da aprile a giugno, le statistiche degli ultimi anni restituiscono un tendenziale aumento di quota in periodi diversi. Il recente quadro evolutivo delle superfici fragolicole nazionali in coltura specializzata fornito dal CSO dà evidenza dei fenomeni descritti. Dal 2000 al 2006, in Italia si è assistito a una diminuzione di quasi 1300 ettari di terreno lavorati da aziende professionali (–27,3%), mentre l’inversione di tendenza registrata a partire dal 2007, +4,7% in tre anni, ha riportato gli investimenti colturali, durante la scorsa campagna, a 3770 ettari e ha fatto ben sperare per il futuro. Malauguratamente, ancora oggi gli orientamenti varietali prevalenti sono concentrati su cultivar poco resistenti alle bizzarrie climatiche – già lo si era anticipato –, così le abbondanti piogge primaverili hanno fatto del 2009 un annus horribilis per la fragola italiana. Perdite per problemi di marciume sui frutti e quotazioni al ribasso dovute allo scarso tenore zuccherino e alla modesta consistenza del prodotto commercializzato hanno appesantito il conto economico degli operatori, spingendoli a riconversioni colturali verso produzioni frutticole maggiormente gratificanti. Da qui la contrazione delle superfici in coltura specializzata rilevata per l’anno in corso, oltre 7 punti percentuali in meno rispetto al 2009. Fra le regioni del Nord attive anche nel fuori campagna (da settembre a tutto novembre-dicembre), è l’Emilia-Romagna ad aver incassato i colpi più pesanti, registrando un crollo verticale del 17,7%, che va ad aggiungersi al –5,0% già sperimentato durante l’anno passato. Non molto differente la situazione in Veneto, dove il segno negativo dell’ultima variazione annuale, –4,7%, fa seguito a un altrettanto poco esaltante –3,3%. Anche le regioni del Sud, tradizionalmente forti sulle primizie e nell’inizio campagna, dopo un’annata di stabilità o di tendenziale aumento, hanno scelto la strada del disinvestimento: –11,4% il calo delle superfici in coltura specializzata stimato in Campania per il 2010, –9,8% quello invece profilato dal CSO sia per Basilicata sia per Calabria. Solo la Sicilia tiene, con rialzi dell’1,0-1,2% negli ultimi due anni. Pure al Nord si intravede, però, qualche spiraglio di luce: forti di una crescita complessiva di 13,4 punti percentuali sul 2009, gli areali di Trento e Bolzano mostrano, infatti, un andamento in totale controtendenza rispetto ai trend delineati a livello Paese.

Export italiano

L’Unione europea movimenta attualmente oltre il 60% delle esportazioni mondiali di fragole. Il 6% di tali quantitativi è appannaggio dell’Italia che, assieme a Spagna, Belgio, Paesi Bassi, Francia, Polonia e Germania, è responsabile della quasi totalità degli scambi intra- ed extracomunitari; circa 367.000 t medie, oggi, in progressione di 3,7 punti percentuali sul dato del triennio 1999-2001. A valore si parla di quasi 740 milioni di euro per una variazione del +33,0%. Negli ultimi dieci anni le esportazioni di fragole italiane hanno conosciuto una brusca discesa, letteralmente sbaragliate, soprattutto sino al 2004, dalla supremazia produttiva e commerciale iberica e penalizzate, anche negli anni successivi, dall’accentuata pressione competitiva sul prodotto e dalla crescente offerta interna di alcuni Paesi tradizionalmente consumatori, soprattutto dell’Europa centro-orientale, Germania su tutti. Dal 1999 e per tutta la prima parte degli anni 2000 i volumi di prodotto diretti oltre confine si sono, infatti, ridotti di oltre la metà, scendendo al di sotto delle 20.000 t. Dopo un’interessante ripresa a 23.000 t nel 2005 e un 2006 sostanzialmente interlocutorio, il 2007 è stato un altro anno da dimenticare: calo di 22,7 punti percentuali ed export inchiodato a 18.000 t. Molto meglio, invece, il 2008, caratterizzato da un’impennata delle esportazioni fragolicole nazionali a 23.000 t (+32,1%). Volendo comparare le performance del Belpaese a inizio e fine decennio, la diminuzione accertata sui due trienni di riferimento (2006-2008 vs. 1999-2001) si attesta sulle 17.000 t (–44,7%). Un gap di almeno 12.000 t va imputato alla minore capacità di assorbimento del mercato tedesco, la cui crescente offerta interna ne ha rafforzato nel tempo l’indipendenza da forniture di provenienza extranazionale. La quota di prodotto made in Italy destinato all’export con destinazione Germania è, di conseguenza, scesa in dieci anni dal 57 al 46% del totale. Nonostante non si possa certamente elogiare la prestazione italiana, va però detto che nelle ultime campagne il Paese ha saputo difendere la propria posizione sui mercati esteri meglio di altri: fatto 100 l’export complessivo dell’Unione, dopo l’iniziale flessione dal 13% del 1999 al 5% registrato, invece, nel 2004, lo share dell’offerta italiana ha costantemente tenuto, salendo anche, in un paio di occasioni, di 1 punto (2006 e 2008). Lo stesso non si può affermare per Spagna, Belgio, Francia, Polonia; senza dimenticare, infatti, i differenziali assoluti nei volumi di prodotto collocati da ciascun operatore oltre frontiera – il Paese iberico genera ancora adesso oltre il 55% dell’export fragolicolo dell’UE e Belgio e olanda seguono con il 10 e il 9% –, resta il fatto che nella migliore delle ipotesi, dal 2004 al 2008, si è perso 1 punto di quota, arrivando anche, nel caso spagnolo, a –3%. Un’ulteriore nota di merito a favore del Belpaese è legata al giudizio espresso dai mercati internazionali relativamente alla qualità dell’offerta, positivo e in tendenziale miglioramento: eccettuati Belgio e Paesi Bassi, l’Italia rappresenta oggi il trader europeo in grado di spuntare le quotazioni più interessanti sulla fragola – 2,25 euro/kg nella media del triennio 2006-2008 –, superiori anche a quelle dei cugini d’Oltralpe. Nel corso del tempo la struttura del calendario di commercializzazione italiano ha subito un lieve cambiamento, grazie a uno switch di quote dai mesi più tradizionali a quelli di bassa stagione, finanche ai periodi fuori stagione. Tale evoluzione, seppur ancora modesta, scaturisce dalla volontà degli operatori di minimizzare il rischio che eccessi d’offerta in determinati periodi dell’anno generino crolli di mercato capaci di compromettere un’intera campagna. Focalizzando l’analisi sui soli flussi intra-UE – l’Italia concentra tuttora oltre l’80% del proprio export all’interno dell’Unione –, emerge chiaramente che mentre a inizio secolo il 95% dei volumi era collocato nel quadrimestre marzogiugno, tale incidenza ora scende al 91%. Due dei quattro punti di differenziale si trasferiscono in capo al bimestre gennaio-febbraio, che sale al 3%, uno migra nella finestra commerciale di luglio-agosto, prima di fatto inesistente, mentre un altro va ad aggiungersi ai quattro di settembre-dicembre. Da rilevare, inoltre, che il mese di marzo passa dal 3 al 6% del totale. L’impegno profuso dall’Italia nella diluizione delle epoche di scambio è certamente lodevole e strategicamente corretto, visto che nella fase centrale della campagna i prezzi sono, di norma, bassi e tendenzialmente poco remunerativi. Puntare troppo sulla sola precocità – è ciò che sinora i principali trader italiani sembra stiano facendo – potrebbe però rivelarsi, anche in prospettiva, infruttuoso, per via dell’inevitabile scontro frontale, oltre che con la Spagna, con i Paesi nordafricani, Egitto e Marocco su tutti. Auspicabile è, dunque, per il futuro, una maggiore focalizzazione degli scambi sulle fasi conclusive della stagione e nel fuori campagna, quando la concorrenza estera è decisamente meno aggressiva. Esempi, in questo senso, già oggi si ritrovano sia in Veneto sia in Trentino.

Import italiano

Venendo all’import, va premesso che i ventisette Paesi dell’Unione europea assorbono attualmente i due terzi delle importazioni mondiali di fragole. Sette stati, in particolare, alimentano la domanda internazionale e a essi si deve l’86% dei flussi intra- ed extracomunitari in ingresso, pari a circa 362.000 t per un controvalore di 672.000 euro e in crescita di 5,3 punti percentuali in termini reali e di 26,7 punti in termini nominali rispetto agli anni a ridosso del nuovo millennio. Anche in questo cluster si ritrova l’Italia, quarta in classifica dietro Francia, Germania, Regno Unito, ma davanti a Belgio, Paesi Bassi e Austria. Dal 1999 al 2008 le importazioni italiane di fragole hanno quasi sempre registrato variazioni al rialzo. Alle 24.000 t di fine anni ’90-primi anni 2000, sono andati, così, a sostituirsi valori progressivamente maggiori, fino ad arrivare alle odierne 36.000 t, calcolate come media del triennio iniziato nel 2006. In dettaglio, solo le campagne 2001, 2003 e 2007 hanno palesato andamenti in controtendenza, mentre nelle restanti annate l’incremento accertato è stato quasi sempre a due cifre. Il picco massimo di domanda, per il prodotto di provenienza estera, si è avuto nel 2006, quando l’import è schizzato a oltre 38.000 t (+10,1% vs. 2005). Successivamente, anche nel 2008 si sono rilevati quantitativi importanti e in forte progressione sulle precedenti dodici mensilità (37.000 t; +15,7% vs 2007). La Spagna rappresenta tuttora il primo supplier italiano, a cui il Belpaese si rivolge per almeno i due terzi delle proprie importazioni. La seconda posizione è, invece, occupata dalla Francia, ma la quota ad appannaggio dei cugini d’Oltralpe non eccede il 21%. Il trend è, per di più, calante, dato che negli anni a cavallo tra il vecchio e il nuovo millennio la stessa incidenza si attestava al 25%. Un esame incrociato dell’interscambio commerciale italiano denota come a partire dal 2003 il Paese si sia sempre più avviato al ruolo di importatore netto di fragole, con un differenziale negativo a volume, fra export e import, che durante la campagna 2006 ha quasi toccato le 16.000 t. A valore, invece, il punto di minimo è stato raggiunto nel 2007, dove il passivo ha ecceduto i 20 milioni di euro. Incoraggianti sono a ogni modo i segnali che provengono dagli ultimi dati disponibili. Secondo le statistiche ufficiali rese note dall’ISTAT, infatti, tra il 2007 e il 2008 si sarebbe registrato un miglioramento della bilancia commerciale italiana di 4,7 punti percentuali a quantità, a cui avrebbe fatto da contraltare un progresso, in termini monetari, di 39,1 punti.

Altri Paesi europei

L’interesse a offrire un quadro esauriente del posizionamento competitivo dell’Italia nel contesto del commercio fragolicolo internazionale ed europeo impone una disamina, seppur rapida, anche della situazione relativa ai principali competitor UE del Belpaese. Pur essendo ancora oggi leader assoluto anche sul piano commerciale per volumi d’offerta ceduti sui mercati esteri, dalla seconda metà degli anni 2000 e per tre campagne consecutive la corazzata iberica ha sofferto una progressiva flessione del proprio export fragolicolo, passato dalle 251.000 t del 2004 alle 207.000 del 2007 (–17,5%). Solo nel 2008 è intervenuto un parziale recupero a 218.000 t (+5,3%), che ha riportato i flussi esportativi medi ai livelli di inizio millennio. La principale causa di tale involuzione va ricercata, ancora una volta, nella minore recettività del mercato tedesco, seconda destinazione della fragola spagnola, reso maggiormente autosufficiente da una produzione interna incrementata di oltre 45 punti percentuali nel biennio 2005-2006. Belgio e Paesi Bassi, entrambi in buona parte riesportatori, hanno migliorato nel tempo le proprie performance sui flussi diretti al di là dei confini nazionali. Se negli anni dal 2006 al 2008 il primo ha infatti registrato una crescita del 4,3% rispetto alla media 1999-2001 – da 37.000 a oltre 38.000 t –, il secondo è addirittura arrivato a raddoppiare i volumi in uscita, superando quota 33.000 t. A onor del vero va però evidenziato il segno meno delle campagne 2006 e 2008, più accentuato per i Paesi Bassi, che ha ridotto l’export belga-olandese, in un caso e nell’altro, di 13.000 e 6000 t rispetto alla precedente annata. Benché la lettura della tendenza di medio-lungo periodo restituisca per la Francia un significativo miglioramento prestazionale sul prodotto in esportazione, grazie a un potenziamento delle quantità collocate, fra il triennio 1999-2001 e il 2006-2008, superiore al 43%, l’impietosa analisi puntuale della serie storica rivela ancora una volta, negli ultimi anni, un trend calante. Diminuzioni a due cifre hanno segnato il biennio 2006-2007 e a esse si è poi affiancata un’ulteriore flessione prossima ai 4 punti nel corso del 2008, con il risultato che in soli tre anni si è passati da 41.000 a 23.000 t. La rilevante disponibilità di prodotto alimenta le ambizioni commerciali polacche, ma al di là dei significativi cedimenti accusati alla voce export durante le due ultime campagne, –30,6% e –18,6%, la vera incognita, anche per il futuro, rimane legata alle modeste quotazioni, segno indiscutibile del debole apprezzamento dell’offerta. D’altro canto bassa qualità e prezzo tout court mal si addicono a un prodotto che ritrova nel proprio mix organolettico i principali fattori di attrattività al consumo. L’aumentato potenziale produttivo della Germania non solo ha garantito negli ultimi anni maggiore copertura alla domanda interna, ma ha anche incrementato le quote esportate in un periodo concorrenziale alla fragolicoltura italiana. Il calendario di maturazione tedesco si sovrappone, infatti, a quello delle produzioni a nord dello Stivale, influenzandone negativamente il mercato. Tanto per dare evidenza delle dimensioni del fenomeno, tra il triennio 1999-2001 e il 2006-2008 i flussi medi annui in partenza dal Paese teutonico sono cresciuti di oltre 62 punti percentuali, da 9000 t scarse a più di 14.000 t. A valore il rialzo è stato ancora più eclatante, +121,4%, e rende merito al forte impegno profuso dall’intero comparto nel miglioramento della fragolicoltura nazionale. A ben vedere, però, neppure per la Germania il 2007 e il 2008 hanno rappresentato due annate facili, così anche in questo caso il riepilogativo delle variazioni annuali si tinge di rosso: –22,0% nel 2007 vs. 2006, –13,4% nel 2008 vs. 2007. Prima di chiudere il cerchio attraverso una breve analisi anche dei principali bacini di ricezione dell’UE, è bene aprire una parentesi sulle ragioni del sostanziale affaticamento in cui versa attualmente l’export fragolicolo europeo; una situazione generalizzata, a cui non si sottrae, come visto, neppure il Belpaese, e che va almeno in parte imputata al migliorato posizionamento competitivo dei Paesi Terzi del Mediterraneo. All’ottimo lavoro svolto nell’ultimo decennio sul piano della specializzazione colturale, Turchia, Marocco ed Egitto hanno saputo, infatti, affiancare un impegno esemplare anche sul fronte delle attività di trading con l’estero. Ciò si è tradotto in una crescita esponenziale dei flussi di prodotto in uscita dai confini nazionali, un aumento di 34.000 t e 153,4 punti percentuali fra la media del triennio 1999-2001 e del 2006-2008. Sui soli mercati dell’Unione le esportazioni sono salite da 17.000 a 34.000 t (+94,5%). Dal 2005, inoltre, lo sviluppo complessivo è stato costante ed è andato a sommarsi alla maggiore autonomia produttiva – peraltro già ricordata – di alcuni tradizionali mercati di sbocco dell’offerta europea, portandoli alla saturazione. Due parole, ora, sui flussi di prodotto in ingresso nei diversi Paesi dell’Unione. Un tempo preceduta dalla Germania, la Francia costituisce attualmente il primo Paese importatore di fragole dell’UE, con un volume medio annuo di 112.000 t nel triennio 2006-2008, in rialzo del 32,9% sul periodo 1999-2001. Pur occupando ancora oggi la seconda posizione della classifica, la Germania ha, per contro, progressivamente ridotto nel tempo la propria dipendenza da supplier esteri, cosicché l’import, in un decennio, è diminuito del 37%, a 92.000 t. Spostandosi Oltremanica, è doveroso sottolineare come alle catene del retailing alimentare britannico non vada unicamente il merito per lo sviluppo della fragolicoltura nazionale. Anche la crescita dell’import è figlia di una promozione dei consumi che fa oggi della fragola il quarto frutto maggiormente venduto nel Regno Unito, alle spalle solo di banane, mele e uva da tavola. L’aver efficacemente comunicato ai consumatori il potenziale di convenience insito nel prodotto, attraverso coerenti politiche di category, ha generato in dieci anni un vero e proprio boom della domanda, che ha indotto al raddoppio dei quantitativi di provenienza estera, da 27.000 a 53.000 t. La merce richiesta, per di più, è di valore sensibilmente superiore a quella di cui si approvvigionano gli altri Paesi europei. Nonostante i volumi notevolmente inferiori a quelli dei primi tre importatori, anche Belgio e Paesi Bassi mostrano un trend crescente, nei due trienni di riferimento, relativamente ai flussi di fragole in entrata: +13,8% per complessive 28.000 t nel primo, +38,5% per un totale di 23.000 t nel secondo. Scende, invece, di 15,1 punti percentuali l’Austria, che va da 21.000 a 18.000 t.

Mercato al dettaglio

La propensione all’export del sistema Italia si è notevolmente ridimensionata nel tempo. Mentre sulla fine degli anni ’90-inizio anni 2000 gli operatori presenti lungo lo Stivale collocavano sui mercati esteri quasi il 21% della produzione fragolicola complessivamente disponibile, oggi a fatica si supera il 14%. Per contro, non più del 10-15% dell’offerta nazionale è destinato all’industria di trasformazione. È, dunque, evidente l’importanza che assume, per le imprese del comparto, il mercato nazionale al dettaglio. Stando ai dati di fonte GfK-Eurisko, attualmente tale mercato rappresenta nel Belpaese il 2% del totale consumo domestico di frutta a volume, per una media di circa 73.000 t negli ultimi tre anni (2007-2009). A valore l’incidenza sale al 5%, cui corrispondono circa 276 milioni di euro annui. Tra il 2002 e il 2009 il mercato è cresciuto, a quantità, con un ritmo, sui dodici mesi, del 2,4%, così il dato ufficiale, per l’ultimo anno, restituisce un consumo di fragole attorno alle 78.000 t (+7,0% vs. 2008). L’equivalente monetario è di 298 milioni di euro (+5,9%). Anche l’andamento del prezzo medio al dettaglio rende merito del buono stato di salute in cui attualmente versa il mercato domestico della fragola, a riprova che l’evoluzione dei consumi non è a esso inversamente correlata. Solo per citare alcuni numeri, tra il triennio 2002-2004 e il 2007-2009 la spesa media per chilogrammo di prodotto acquistato è aumentata di 15,7 punti percentuali, da 3,25 a 3,76 euro e, nonostante due campagne in controtendenza (il 2004 e il 2009), il tasso di variazione medio annuo sull’intero periodo considerato è prossimo al 2,7%. La penetrazione del prodotto, ovvero la percentuale di famiglie che acquistano fragole almeno una volta nel corso dell’anno, manifesta fluttuazioni annuali fra il 65 e il 76% fino al 2007, arriva al 90% nel 2008 e scende all’80% nel 2009. Come tutti i mercati di nicchia, caratterizzati da prezzi medi unitari relativamente elevati rispetto alla media del settore, anche il mercato della fragola si dimostra, quindi, molto erratico. Ciò detto, restano indubbi gli ulteriori spazi di crescita futuri. Ancora oggi l’acquisto di tale frutto presenta un elevato grado di stagionalità: nel solo trimestre aprile-giugno si concentra, di fatto, il 75% delle vendite retail del Belpaese. Maggio e giugno, in particolare, sono i due mesi più importanti, con un peso medio complessivo pari, negli ultimi tre anni, al 57% del totale. Anche in un così breve arco temporale si legge, però, una tendenza all’estensione delle epoche di consumo: considerando, infatti, l’intero trimestre aprile-giugno, si assiste, tra il 2007 e il 2009, a una perdita di un punto di quota, che sale a due se si limita l’analisi al solo bimestre maggio-giugno. A conforto della tesi avanzata basti esaminare il trend del calendario di consumo negli ultimi otto anni. Ragionando, per semplicità, su di uno split delle vendite retail (ossia al dettaglio) per quadrimestri, emerge che lo share imputabile al periodo maggio-agosto (parte centrale della campagna), passa dall’82% del 2002 al 72% del 2009, mentre in fase precoce e di inizio campagna (gennaio-aprile) la quota rimonta dal 17 al 25%. Cresce di un punto anche il fine/fuori campagna.

Sguardo al futuro

La crescente pressione esercitata da nuovi competitor internazionali, caratterizzati da costi di produzione più bassi rispetto agli standard europei, e lo sviluppo della fragolicoltura anche in aree tradizionali di consumo ostacolano la presenza dell’offerta italiana sui mercati esteri, tanto che, nel tempo, si è assistito a una progressiva erosione di quote. Da essa hanno tratto particolare vantaggio, fra gli altri, la Germania e i vicini Paesi Terzi del Mediterraneo. La maggiore autosufficienza del Paese teutonico, oltre a farne un temibile rivale per la conquista di spazi di mercato, lo rende, anche in prospettiva, una destinazione sempre meno interessante per l’export italiano. Il mercato interno assume, dunque, un ruolo chiave per la salvaguardia del comparto. Il trend dell’ultimo decennio mostra fortunatamente decisi segni di vitalità. Anche nella crisi dei consumi ortofrutticoli dei primi anni 2000 le fragole hanno, infatti, rappresentato una delle poche mosche bianche, con prezzi e volumi di vendita contestualmente crescenti. Tra luci e ombre, quindi, le premesse per il futuro non sono sicuramente negative, ma la mancanza, ancora oggi, di una gestione strategica dell’offerta da parte degli operatori rischia di dissipare a favore di terzi un potenziale di non poco conto. I dati sulle importazioni, d’altro canto, mostrano chiaramente l’importanza dell’Italia come sbocco per le produzioni concorrenti. Da queste considerazioni si evidenzia l’improrogabile necessità, per le imprese italiane, di consolidare negli anni a venire la propria posizione all’interno dei confini nazionali. Fino a oggi, purtroppo, la ricerca e la produzione hanno quasi esclusivamente basato l’approccio competitivo sull’ottimizzazione delle differenti voci di costo, tralasciando completamente gli aspetti connessi alla generazione di valore. Si è, così, lavorato sulla pezzatura dei frutti, per agevolare il distacco e comprimere le spese di raccolta; per facilitare le fasi di lavorazione e la gestione logistico-commerciale del prodotto sono state create nuove cultivar di forma regolare, consistenti e di lunga shelf life. Scarsa o nulla, però, è stata l’attenzione alle pregnanti caratteristiche organolettiche dell’offerta, sapore e aromaticità in primis, indispensabili per fidelizzare nel tempo un consumatore sempre più esigente. Senza una differenziazione percepibile, il rischio è che alla lunga il mercato orienti stabilmente le proprie preferenze su alternative di provenienza extranazionale, spesso più attraenti in termini di solo prezzo. È vero, alta qualità e alte rese difficilmente vanno d’accordo, ma se il consumatore venisse adeguatamente informato, con molta probabilità privilegerebbe quegli orientamenti varietali capaci di soddisfarlo maggiormente dal punto di vista gustativo. Ne discenderebbe un circolo virtuoso che andrebbe a stimolare ulteriori investimenti in ricerca. La variabile climatica è ancora oggi uno dei fattori che possono decretare il successo o l’insuccesso di una campagna commerciale. Oltre a disincentivare il consumo, pioggia e umidità sono in grado, infatti, di compromettere l’esito di un intero raccolto, favorendo attacchi fungini e causando problemi di marciume sui frutti. Vivaisti e produttori dovranno, dunque, sicuramente concentrare i propri sforzi futuri sul miglioramento qualitativo dell’offerta, ma anche immaginare lo sviluppo di varietà più resistenti alle intemperie. Già oggi Candonga ne è un buon esempio. Ammirevole è l’impegno profuso nell’allungamento del calendario di raccolta, con l’intento di evitare un’eccessiva concentrazione di prodotto nei mesi centrali della campagna fragolicola. Nonostante i recenti interventi di riequilibrio, soprattutto sull’export, siano troppo orientati verso la fase iniziale e di prestagione, la strada intrapresa è corretta. Ora si tratta di fare un passo in più, implementando un vero e proprio progetto di marketing nazionale volto a riqualificare il prodotto fragola made in Italy sia sul mercato interno, sia su quelli internazionali. Un progetto attraverso cui valorizzare le diverse provenienze, dalla Sicilia alle vallate alpine, nei rispettivi sistemi colturali ed epoche di raccolta. Puntando, anche in chiave comunicativa, sulla qualità intrinseca delle differenti produzioni connesse ai relativi ambiti territoriali, si potrebbe ovviare a una debolezza strutturale, la frammentazione del sistema d’offerta, tramutandola in un valore aggiunto capace di generare distintività rispetto ai competitor europei. In tal modo si porrebbero solide premesse per allacciare un rapporto continuativo – almeno da aprile a dicembre – con la GDO. Non va dimenticato che da essa originano oggi oltre i due terzi degli acquisti di fragole delle famiglie italiane e che anche nei principali mercati di destino esteri la moderna distribuzione gioca un ruolo di prim’ordine (anche in Germania le catene distributive vendono più del 65% dei volumi di fragole complessivamente veicolati al consumo). Se sono indubitabili le responsabilità del comparto produttivo per il futuro della fragolicoltura italiana, non bisogna neppure sottovalutare l’influenza, sul buon esito delle strategie, esercitata dal retailing alimentare moderno. Anche la GDO avrà quindi la propria parte nel promuovere, piuttosto che penalizzare, la produzione italiana. L’auspicio, per il futuro, è che vi sia una maggiore attenzione alla difesa della qualità del prodotto, sia selezionando i fornitori più accreditati e affidabili, sia limitando le vendite di prodotto dal modesto profilo organolettico in periodi di scarsa qualità commerciale per ragioni di natura climatica. Allo stato attuale, è l’unica via per evitare fenomeni di disaffezione al consumo che rischiano di compromettere un’intera campagna e, nel lungo periodo, anche quelle a essa successive.

 


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