Volume: il pomodoro

Sezione: mondo e mercato

Capitolo: mercato in Italia

Autori: Alessandra Castellini

Nonostante si tratti di una specie vegetale non originaria del nostro Paese, il pomodoro si è diffuso in Italia in maniera decisamente rilevante fino a rappresentare a tutt’oggi una delle principali colture ortive del panorama italiano. In quanto elemento tradizionale della cucina nazionale, sia fresco sia trasformato, esso viene fortemente richiesto come materia prima per l’alimentazione, stimolandone nel tempo una diffusione sempre più intensa. Inoltre, la favorevole vocazionalità produttiva del territorio italiano per tale solanacea è testimoniata anche dalla qualità di livello europeo di alcune produzioni. In ambito nazionale la specie ha costantemente occupato nell’ultimo decennio circa un terzo e più della superficie destinata a orticole (nel 2008 oltre 115 mila ha, pari al 35% della SAU a orticole), fornendo oltre la metà dei quantitativi prodotti dal comparto. Nel 2008 il pomodoro in pieno campo ha coperto in Italia, nel suo complesso, una superficie piuttosto contenuta rispetto al passato, pari a poco più di 108 mila ettari, di cui quasi l’82% destinato al prodotto per l’industria. Nell’ultimo decennio (1999-2008) l’area occupata si è mantenuta, invece, intorno a una media superiore ai 120 mila ettari, seppure manifestando un andamento piuttosto oscillante. A tale proposito si deve ricordare che la coltura richiede una turnazione dei fondi a essa destinati dovuta alle problematiche che possono nascere da reimpianti troppo frequenti e ciò si va poi a scontrare con la dinamicità a volte non vivace del mercato degli affitti fondiari in Italia. In merito alla distribuzione regionale delle superfici coltivate, si devono differenziare le osservazioni a seconda della tipologia di prodotto. Il pomodoro da consumo fresco si concentra di preferenza nel Sud della penisola, in particolare in Sicilia (in cui, nel 2008, si trovava quasi un quarto degli ettari a esso destinati in Italia), seguita da Calabria, Puglia e Campania. Si nota che il territorio calabrese è uno dei primi responsabili del calo nazionale della coltivazione nell’ultima annata poiché, dal 2007 al 2008, ha visto ridurre la sua superficie di oltre i due terzi. Si rileva anche la posizione della regione Umbria che, invece, nello stesso periodo, ha mostrato un andamento inverso con un incremento degli ettari a pomodoro di oltre cinque volte, fino a toccare quasi i 900 ettari. Al contrario, la coltivazione di pomodoro da industria trova grande favore nei territori dell’Italia settentrionale, con Emilia-Romagna (oltre 23 mila ha) e Lombardia (6,5 mila ha) nelle prime posizioni. Nell’area emiliano-romagnola tale coltura è fortemente radicata negli orientamenti produttivi delle aziende agricole, in particolare nelle province di Piacenza, Parma e di Ferrara, agli estremi della regione. In Lombardia essa risulta prevalente nel Mantovano. A livello nazionale, però, è la Puglia a dominare le statistiche delle superfici, con quasi 25 mila ettari nel 2008, prevalentemente nella provincia di Foggia. Non si deve sottovalutare, infine, la Campania che, oltre al prodotto da mensa, situato essenzialmente nelle province di Salerno e Napoli, è interessata anche da rilevanti coltivazioni di pomodoro da industria, localizzate in maniera più omogenea tra tutte le province campane anche se con una preferenza per l’area casertana e salernitana. Quanto detto finora deve tenere conto che l’andamento delle superfici destinate a pomodoro da industria, a partire dal 2008/2009, può iniziare a risentire degli importanti cambiamenti introdotti prima dalle modifiche alla PAC attuate nel 2003 e poi dalla nuova normativa per l’OCM ortofrutta, che modificano e riducono il sistema di sostegni alle produzioni attraverso una conversione in titoli di aiuto all’ettaro. L’Italia ha scelto di avvalersi, a partire dal 2008, di un periodo transitorio introdotto per cercare di mantenere gli approvvigionamenti necessari alle industrie e attuare un passaggio graduale alle nuove regole di mercato. La situazione però è, allo stato attuale, di rivisitazione al fine di conciliare gli interessi degli imprenditori agricoli con le esigenze delle industrie di trasformazione, nel rispetto della normativa comunitaria. La coltivazione del pomodoro in serra si è mantenuta costante nell’ultimo decennio, con un’estensione interessata intorno ai 7 mila ettari abbondanti. Differente il trend delle aziende con serre, che hanno visto ridurre il loro numero in maniera significativa perdendo oltre 3 mila unità dal 2003 al 2007, comportando anche una redistribuzione delle stesse a livello regionale: la Sicilia, pur mantenendo il ruolo di leader per numerosità (30% del totale nel 2007), vede diminuire in modo significativo il numero delle sue aziende (–1780 unità) mentre la Sardegna registra un aumento dell’interesse imprenditoriale per la coltura (incidenza dall’8 al 18% sull’insieme totale nazionale) e il Lazio (dal 15 al 21%) riesce a contenere le perdite su numeri poco significativi (–72 unità). Allo stato attuale, le aziende di coltivazione di pomodoro nel complesso si trovano in un momento di passaggio, a seguito delle riforme introdotte dalla OCM, che probabilmente darà seguito a ulteriori redistribuzioni delle unità e delle superfici lungo il territorio nazionale e tra una tipologia di prodotto e l’altra. Secondo i dati ISTAT, dal 2003 al 2007, si è avuto un ridimensionamento complessivo del numero delle unità con coltivazioni di pomodoro e, in particolare, la riduzione ha toccato soprattutto quelle coinvolte nella filiera industriale. Le aziende, che attuano il ciclo in piena aria, sono risultate essere nel 2007 quasi 39 mila, 6500 in meno rispetto a cinque anni prima; i due terzi dell’insieme producono pomodoro da mensa. Nel dettaglio regionale si sottolinea il forte declino di quelle centro-settentrionali, in particolare Emilia-Romagna e Toscana, nella produzione del pomodoro da mensa mentre la Calabria perde oltre l’80% di unità dedite al raccolto da industria; nel contempo si espande il ruolo del territorio siciliano nella produzione di pomodoro da trasformato, con un numero di aziende coinvolte che passa da meno di 900 a oltre 2000 nei cinque anni considerati. Sulla base dei dati rilevati, dunque, emerge un quadro per cui la base produttiva del pomodoro da mensa italiano appare frammentata in numerose piccole unità a fronte, invece, delle maggiori dimensioni proprie delle aziende impegnate nella produzione di materia prima per l’industria. Non va dimenticato, comunque, che parlando di colture annuali e che per lo più soffrono nel reimpianto troppo frequente, i trend degli orientamenti produttivi aziendali possono modificarsi abbastanza velocemente. Nel caso del pomodoro si deve, però, sottolineare che la coltivazione, principalmente quella a destinazione industriale, può richiedere investimenti piuttosto ingenti in termini di macchinari specializzati con ammortamenti, quindi, prolungati nel tempo e rapporti contrattuali da gestire per la fornitura alle industrie, rendendo le decisioni in merito oggetto di un’attenta programmazione. Nel suo complesso, come prodotto da consumo fresco e da trasformazione industriale, il pomodoro ha manifestato nel tempo un trend dei raccolti decisamente interessante: essi sono aumentati quasi del 70%, passando da 3,6 milioni di tonnellate nel 1970 a circa 6 milioni di tonnellate nel 2008, e registrando in certe annate valori superiori a due volte l’indice di base del 1970. Si deve osservare che la rilevanza a livello internazionale del raccolto nostrano, nel contempo, si è profondamente ridimensionata soprattutto a causa della crescita notevole delle produzioni cinesi che stanno dominando sempre più il mercato. La Cina nel 1970 mostrava livelli produttivi in linea con quelli italiani (circa 3,7 milioni di tonnellate) ma ha raggiunto, nel 2008, i 33,6 milioni di tonnellate, pari a una quota del mercato mondiale superiore al 26%. Tali andamenti, inoltre, non possono lasciare indifferente il comparto produttivo nostrano poiché trattasi, in buona parte, di prodotto da trasformato che effettua una concorrenza diretta con il semilavorato nostrano e spesso viene utilizzato (in modo più o meno consapevole) come materia di lavoro anche dalle industrie agroalimentari italiane. A seguito di tali avvenimenti, peraltro, si è sviluppata una sensibilità dei consumatori verso la provenienza della materia prima utilizzata per i trasformati di pomodoro che ha portato le imprese industriali a sottolineare, nel caso, l’origine italiana e adottare tale elemento come strumento di comunicazione e di marketing, quasi un fattore di competitività. Anche a livello mediterraneo, i competitor del prodotto nostrano stanno acquisendo capacità e forza, in particolare la Turchia e l’Egitto. Il raccolto complessivo di pomodoro italiano è passato dal secondo al terzo posto, pari nel 2007 al 16% del totale del bacino mediterraneo, mentre l’entità della produzione egiziana nel decennio indagato si è accresciuta di oltre il 30%, coprendo una quota di oltre 7 milioni di tonnellate sull’approvvigionamento dell’area. A fronte di ciò restano comunque decisamente superiori le rese in campo nostrane, che si confermano nel decennio intorno alle 51 tonnellate per ettaro. Concentrandosi sulla realtà italiana, i raccolti negli ultimi 40 anni (dal 1970 a oggi) hanno mostrato un trend di crescita tendenziale, seppure con alcune oscillazioni di rilievo. Un’analisi più approfondita, dal 1999 a oggi, mostra che, per quanto riguarda le diverse tipologie di prodotto, esse hanno mantenuto in generale il loro peso sul totale dei raccolti, confermando la posizione dominante del prodotto destinato alla trasformazione industriale che copre una quota pari a oltre l’80% del totale (circa 5,3 milioni di tonnellate). Piccoli segnali di interesse sono da sottolineare per le produzioni in serra, che rappresentano circa l’8% del raccolto nazionale, mentre nel 1999 non erano che il 5% (da 400 mila a 525 mila tonnellate). Lieve calo si registra per il raccolto da mensa che, nel periodo considerato, ha perso circa 150 mila tonnellate, pari a un punto percentuale sull’insieme. Il trend manifestato in questo decennio evidenzia nel complesso una ripresa della coltivazione, seppure non ancora ai livelli della fine degli anni ’90 quando il prodotto italiano superava abbondantemente i 7 milioni di tonnellate. Il mantenimento delle rese ha comunque consentito alle nostre produzioni di continuare a rappresentare in Europa (Ue-27) un ruolo dominante, coprendo una quota pari al 38% degli approvvigionamenti nel 2007, nonostante l’entrata di nuovi partner. Approfondendo il dettaglio della ripartizione regionale/provinciale delle rese, si conferma essenzialmente quanto anticipato per le superfici, anche se è ancora più evidente il dominio della Puglia e dell’Emilia-Romagna che insieme rappresentano quasi la metà delle tonnellate raccolte complessivamente nel Paese. La produzione da mensa è diffusa in maniera piuttosto omogenea in tutte le aree centro-meridionali, dove risalta il picco produttivo siciliano, a differenza del pomodoro da industria che si concentra prevalentemente in poche regioni (oltre alle due sopraddette, Lombardia, Campania, Calabria e Basilicata). Tale situazione può essere messa in discussione con l’avvio del pagamento unico e della nuova OCM ma, a tutt’oggi, non si hanno certezze in merito. Certo è che trattasi di coltivazione ormai tradizionale in tutte le aree citate e le aziende impegnate, che nel tempo si sono specializzate, dovrebbero affrontare importanti problematiche nel momento di un cambio di indirizzo produttivo. Per confrontarsi sulle questioni legate al mercato e alle misure della politica europea e nazionale, si vanno diffondendo forme di collaborazione territoriale tra produttori e trasformatori (per esempio distretti) per assumere posizioni comuni e promuovere strategie di valorizzazione congiunta nei confronti, in particolare, dei prodotti di bassa qualità. Le organizzazioni professionali e le associazioni dei produttori agricoli italiane devono rafforzare la posizione nazionale sul mercato sia interno sia europeo, non soltanto a causa di arrivi non controllati dall’estero ma anche al fine di monitorare la situazione dei partner mediterranei non appartenenti all’Ue, la cui competizione può diventare sempre più energica, soprattutto se, rispettando i tempi, nel 2010 si arriverà alla eliminazione delle barriere doganali con la creazione di un’area mediterranea di libero scambio. Inoltre, l’importanza delle OP, in particolare nel caso del pomodoro da industria, si riscontra al momento dell’organizzazione della campagna, in cui è importante contrattare i quantitativi che l’industria richiede e che dovrebbero andare a costituire il plafond delle piantagioni. A volte è successo, infatti, che asimmetrie informative tra domanda e offerta di pomodoro da trasformazione, abbiano concorso al verificarsi di situazioni di mancanza di equilibrio che vanno poi a ripercuotersi sulle quotazioni del pomodoro e, dunque, sulla redditività della campagna agraria. Basti pensare, a tale proposito, alla campagna del 2004 in cui si raccolsero oltre 6,3 milioni di tonnellate di prodotto da industria, creando non poche difficoltà al loro smaltimento e registrando livelli critici dei prezzi di mercato, con effetti negativi sulla redditività sia a livello agricolo sia sui prodotti trasformati. È fondamentale, dunque, per il settore un’attenta programmazione della campagna per limitare il rischio e gestire la massa critica. Nella pianificazione di un’offerta di materia prima soddisfacente, non si deve poi dimenticare che le industrie di trasformazione in Italia, devono poter lavorare a ciclo continuo da metà giugno circa fino all’inizio di ottobre e perciò è fondamentale la predisposizione di un calendario di cultivar appropriate e scalari. Il saldo della bilancia commerciale nazionale si è mantenuto nel tempo largamente positivo e l’Italia si conferma tra i primi esportatori mondiali di pomodoro, ai vertici delle spedizioni, soprattutto di semi-trasformati industriali di pomodoro, anche se in questa posizione di vertice è insidiata sempre più da vicino dal prodotto di provenienza asiatica (in particolare dalla Cina). Per quanto riguarda il prodotto fresco, gli invii dal 1993 al 2008 si sono quasi triplicati a fronte, però, di un trend di crescita contemporanea anche delle importazioni che sono passate da 40 a 85 mila tonnellate. I partner commerciali preferenziali del nostro Paese sono i Paesi comunitari come mercati di sbocco, Germania, Regno Unito e Austria sopra gli altri, mentre per ciò che concerne gli acquisti, si confermano fornitori dominanti la Francia e la Spagna. Vanno acquisendo un certo rilievo altre zone extraUe a 27 da cui, nel 2008, è arrivato il 4% dell’import italiano di pomodori freschi, salito a tutt’oggi all’11% nei primi dati riferiti al 2009. In dettaglio gli arrivi dal Nord Africa si caratterizzano, oltre che per le discrete quantità, anche per una particolare convenienza di prezzo che si ravvisa nel valore di tali importazioni sul totale: il Marocco, nel passaggio da volume a valore, scende dal 4 al 2% mentre Spagna e Francia mantengono più o meno la stessa incidenza, rispettivamente del 62-64% e del 21%. Prima di esaminare l’andamento dei flussi commerciali dei semilavorati di pomodoro è necessario fare una piccola premessa: nell’analisi si è seguita la classificazione ISTAT (dettaglio SH6) che riconosce tre classi per tali prodotti e più precisamente «200210-Pomodori, preparati o conservati (ma non nell’aceto o acido acetico) interi o in pezzi», «200290-Pomodori, preparati o conservati (ma non nell’aceto o acido acetico) (esclusi pomodori interi o in pezzi)» e «200950-Succhi di pomodoro (non fermentati) (senza aggiunta di alcole) anche con aggiunta di zuccheri o di altri dolcificanti». Per quanto riguarda le referenze sopraccitate nel loro insieme, dal 1993 al 2008, si conferma per l’Italia un saldo commerciale estremamente positivo che ha superato nell’ultimo anno il miliardo di euro. In tale periodo la tendenza è stata orientata a una crescita decisa, seppure le analisi scontino il fatto che trattasi di valori correnti (soggetti quindi a fenomeni inflattivi). Il contributo delle classi considerate è però estremamente differente poiché, mentre i succhi mantengono un’incidenza assai contenuta sul totale (sia in termini di valore sia di peso), è soprattutto nei preparati interi/a pezzi che il nostro Paese assume posizioni dominanti nell’export a livello mondiale con invii di poco inferiori al milione di tonnellate. Le esportazioni sono rivolte di preferenza verso i mercati dei partner comunitari, in primis il Regno Unito (per quasi un terzo del totale nel 2008), poi Germania (13%) e Francia (7%). È rilevante anche il flusso diretto al di fuori dei confini comunitari e che interessa prevalentemente gli Stati Uniti (9%), dove si ipotizza che le richieste vengano anche dalla presenza significativa di persone di origine italiana, e il Giappone (8%), dove la nostra gastronomia è altamente diffusa. Ugualmente soddisfacente rispetto alla classe precedentemente esaminata, anzi con tassi di crescita superiori (+84% circa dal 1993 al 2008) e nonostante in valore assoluto al 2008 le esportazioni si siano fermate alle 670 mila tonnellate, è l’andamento commerciale dei semilavorati non interi/a pezzi. Approfondendo l’analisi però, si nota che tali referenze, pur mantenendosi a livelli ancora contenuti (183 mila tonnellate nel 2008), registrano una tendenza alla crescita negli acquisti dall’estero (quasi triplicati dal 1993), e in particolare dalla Cina. I flussi di semilavorati cinesi risultano ancora piuttosto oscillanti da un anno all’altro ma destano una certa preoccupazione, soprattutto finché non si sarà concordato un sistema omogeneo di standard igienici e qualitativi. Le norme di etichettatura introdotte nel 2004 e destinate a favorire la produzione nazionale italiana tramite l’identificazione del luogo di origine del pomodoro, non sembrano avere inciso sulla domanda di importazioni. Secondo i dati ottenuti, tali importazioni hanno pesato per un 34% del totale nel 2008 ma hanno superato il 72% nel 2007. Secondo alcuni operatori, questi acquisti dipendono principalmente dal fatto che l’Italia, esportatore di primaria importanza di trasformati a base di pomodoro, per poter soddisfare sia la domanda interna sia quella estera necessita di materia semilavorata e per questo motivo la tendenza prevista è di un aumento delle quantità importate anche per i prossimi anni. Un’ultima annotazione in merito a tale classe di prodotto riguarda il dato significativo degli invii italiani verso alcuni Paesi africani (Libia ma anche Nigeria, Ghana, Costa d’Avorio e altri), che potrebbero legarsi a vantaggi di costo nella trasformazione finale su tali territori. Si ricorda, infine, che i dati utilizzati nel capitolo, per figure, tabelle e riflessioni nel testo, provengono da banche dati FAO e ISTAT che comprendono valori tra loro a volte differenti e diversamente aggiornati. Ciò può comportare a volte riferimenti non univoci delle osservazioni e lasciare interdetto il lettore. Inoltre, nelle figure relative al commercio con l’estero, si è scelto, per un criterio di uniformità, di prendere sempre in considerazione l’Unione europea formata da 27 Paesi, aggregando artificiosamente i dati nelle annate in cui questa non era ancora così composta.


Coltura & Cultura