Volume: il melo

Sezione: paesaggio

Capitolo: melo in Italia

Autori: Giancarlo Bounous, Anna Luisa De Guarda

Dal paesaggio naturale alla coltura

Il melo, nelle sue forme ancestrali, è comparso sulla Terra molto prima dell’uomo e solo più tardi le loro vicende si sono intrecciate. Secondo i rilievi paleobotanici e archeologici, alla fine del Terziario (10 milioni di anni a.C.) il genere Malus era distribuito in numerosi areali con forme simili a quelle selvatiche oggi esistenti, quali Malus sieboldiana in Asia occidentale e M. docyniopsis in America settentrionale. Ancora oggi è possibile rinvenire nelle foreste del Caucaso, dell’Asia minore e centrale, nel Kashmir, nel Pakistan e nella Cina settentrionale, specie selvatiche di melo a testimonianza dell’ampia diffusione, specialmente in Oriente, di questa pomacea. Nella regione compresa tra Cina, Kazakhstan e Kyrgizistan, ancora oggi crescono esemplari selvatici di M. sieversii, con alta affinità all’analisi del DNA, con M. × domestica, che caratterizzano i paesaggi di questa area. Lungo la Via della seta, per secoli e forse per millenni via di comunicazione tra Europa e Asia, carovanieri e animali cibandosi dei frutti di melo selvatico, permisero la diffusione della specie. L’origine di una grande diversità di meli dai frutti molto diversi per dimensione, forma, colore e sapore, lasciò i suoi segni nel paesaggio, inteso come interazione armonica di elementi biotici, abiotici e culturali. La selezione e il miglioramento continuarono certamente nelle terre della mezzaluna fertile, tra i fiumi Tigri ed Eufrate, dove era nata l’agricoltura e dove il melo iniziò a essere non solamente oggetto di raccolta, ma pianta coltivata in promiscuità con ortive e altri fruttiferi. Il genere Malus è ormai scomparso dalla flora siberiana ma ritrovamenti fossili in Siberia occidentale testimoniano della presenza di M. obensis risalenti alla preistoria. Lungo il Danubio esistevano fin da 6500 anni a.C. forme selvatiche di melo utilizzate da Illiri e Celti e coltivate nei territori che oggi corrispondono all’Austria. I Celti coltivavano questa specie in foresta mentre i Druidi (antichi sacerdoti celtici) consideravano il melo un albero sacro, come la quercia. In quasi tutta Europa sono state ritrovate tracce della presenza di questa Rosacea nei villaggi palafitticoli, a testimonianza dell’uso della mela nell’alimentazione in tempi preistorici e come componente dei paesaggi di allora. In Svizzera, Austria, ma anche in Svezia, sono stati rinvenuti frutti (tagliati in due e conservati, essiccati, come provviste per l’inverno) di M. sylvestris mentre nei villaggi palafitticoli di Emilia-Romagna, Lombardia, Francia (Savoia) sono stati ritrovati in abbondanza semi di melo che testimoniano l’esistenza di alberi o arbusti selvatici ma anche, in prossimità delle abitazioni, di gruppi di piante coltivate. Le funzioni dei frutteti e dei meli in particolare nelle diverse civiltà vanno ben oltre quelle meramente produttive. In Egitto, nel XII sec. a.C., piante di melo, durante il regno del faraone Ramsete II, abbellivano i giardini sul delta del Nilo, mentre Ramsete III offriva mele in gran quantità ai sacerdoti di Tebe per le loro offerte. Nell’antica capitale dell’impero Ittita, Hattusas, oggi Bogazkoy (Turchia) è conservata, nell’archivio di Stato, una legge Ittita del 1300 a.C. che ricorda la coltura del melo. In Palestina il melo era conosciuto fin dall’antichità e lo troviamo citato nella Bibbia dal profeta Gioele (circa 400 a.C.): “La vite è secca, il fico appassito; il melograno, la palma, il melo, tutti gli alberi della campagna sono secchi; la gioia è scomparsa tra i figli degli uomini” (Gioele I,12) e nel Cantico dei Cantici: “Qual è un melo tra gli alberi del bosco tal è l’amico fra i giovani. Io desidero sedermi alla sua ombra, il suo frutto è dolce al mio palato (...) Sostentatemi con mele, perché sono malata d’amore”(cap. II, 3-5) e ancora: “Chi è costei che sale dal deserto appoggiata all’amico suo? Io ti ho svegliata sotto il melo, dove tua madre ti ha partorito” (cap. VIII, 5). Erodoto, storico greco del IV sec. a.C., ne descrive le tecniche di innesto, attestandone la coltura in Grecia. Gli autori latini come Catone, Varrone, Columella, Plinio e Palladio sottolineano la preferenza verso i meli tra gli alberi allora conosciuti e coltivati nell’impero romano e citano varietà, luoghi e cure a loro riservati. Alcune varietà dai nomi dei loro costitutori (mala Matiana di Gaio Mazio, mala Cestina della gens Cestia) sono riprodotte negli affreschi di Pompei e di Ercolano. Proprio in quelli di Ercolano sono riconoscibili mele Annurca, ancora oggi coltivate in Campania. L’espressione di Flacco (I sec. a.C.) “ab ovo usque ad mala” utilizzata oggi per indicare “dall’inizio alla fine”, ad esempio di un racconto, a quei tempi stava per “dall’antipasto alla frutta”, attestando che la mela era conosciuta e molto apprezzata, tanto da essere sinonimo di frutta.

Paesaggio addomesticato: dal giardino-frutteto alla frutticoltura intensiva

Durante il primo periodo della dominazione Romana i fruttiferi vengono coltivati nell’hortus, piccola proprietà contadina, in un’economia di autoconsumo, seguendo i canoni riportati nei numerosi trattati, summa della cultura agronomica latina. Nel periodo successivo, nei giardini della “villa urbana”, gli alberi da frutto e anche il melo, concorrono con le piante ornamentali per creare una sorta di paradiso terrestre. Per contro, nei terreni declivi e meno produttivi, il bosco e il prato naturale danno luogo al saltus, dove reperire frutti selvatici, legno, selvaggina e erba per il pascolo di ovini e caprini. La decadenza che segue alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente, si manifesta in un’agricoltura povera, autarchica, al limite della sussistenza. Scarso successo ebbe in età Carolingia il tentativo di rivitalizzare l’agricoltura con il Capitulare de Villis et Curtis del 795, contenente una lista di 73 erbe e 16 alberi che Carlo Magno voleva venissero coltivati nei suoi possedimenti; a tal proposito raccomandava la scelta di meli a frutti dolci, profumati, acidi e di lunga conservazione. Fatta eccezione per la rivoluzione agricola islamica, che tanto ha inciso sull’agricoltura siciliana, nel resto della Penisola la frutticoltura medioevale è ristretta agli orti dei monasteri o ai giardini dei castelli fortificati, protetta dai danneggiamenti degli animali o dalle incursioni di nemici. Nei giardini patrizi medioevali le piante da frutto hanno anche un forte valore decorativo come si legge nel De Vegetalibus di Albert le Grand (1206-1280): “Esistono spazi per i quali l’aspetto produttivo è minimo. Creati per il piacere (...) sono chiamati vergers (...). Ci vogliono alberi dolci, dai fiori profumati e dall’ombra piacevole: viti, peri, meli, melograni...”. Esempio di giardino-frutteto è il viridarium o pomerium del colle Vaticano a Roma, realizzato alla fine del Duecento, per volere del papa Nicolò III, al secolo Giovanni Orsini, ricco di meli, fichi, peschi, peri e noci. Anche nei giardini reali di Manfredonia il potere angioino, erede della monarchia imperiale nell’Italia del Sud, fa piantare susini, peri, ciliegi, aranci, avellani (dai lunghi frutti rossi), melograni, peri moscatelli, meli del Mongibello. Gli alberi da frutto (meli, fichi, peri, ciliegi, cotogni, susini, noci, noccioli) si trovano piantati, oltre che nei giardini, ai bordi dei coltivi, nei brolii (orti alberati), nei prati o nei campi e lungo i margini delle vigne per segnarne i confini. Da questo momento si inizia a parlare di planterii o pomerii per indicare i luoghi in cui i fruttiferi assumono un ruolo crescente. Le tecniche agricole impiegate rimangono quelle conosciute nel periodo romano, riorganizzate nell’Opus ruralium commodorum del primo Trecento, dal giurista bolognese Pier de’ Crescenzi, vissuto a lungo a Napoli alla corte angioina, e volgarizzate nel Trattato dell’agricoltura in 12 libri. I meli “odorosi nel fiore, e grati all’ombra”, sono adatti sia al giardino delle “persone mezzane”, sia a quello “dei re e degli altri ricchi signori”. Nei secoli dell’Umanesimo prima e del Rinascimento poi, caratterizzati da un naturalismo basato su ragione, conoscenza e comprensione delle leggi che regolano la natura, la ricerca del bello avviene attraverso l’attento studio delle regole e delle forme che sono alla base dell’armonia e della bellezza. Il “giardino dei frutti” diventa parte di un giardino più ampio e complesso. Accanto ai fruttiferi tradizionali si introducono specie esotiche, sulla spinta dell’interesse per il collezionismo botanico legato alla scoperta di nuove terre e di nuovi continenti e, nei giardini all’italiana, sono d’obbligo le strutture coperte (orangerie) create per proteggere nei rigidi inverni le entità provenienti dai climi caldi. Per il loro valore ornamentale sono gli agrumi a essere oggetto di attenzioni particolari. Testimonianze dello splendore dei frutteti delle corti medicee e delle ville ducali, ricchi di varietà di pregio e condotti con tecniche innovative, sono le opere di artisti e studiosi di quel periodo storico. Con l’aumentare del carattere ornamentale e di rappresentanza del giardino, il frutteto viene sempre più frequentemente relegato in appositi spazi e nei grandi possedimenti esso ha una degna collocazione sia per le funzioni produttive sia per quelle estetiche e di loisir. Per quanto concerne il paesaggio agrario è l’epoca delle opere di bonifica e di irrigazione, delle sistemazioni dei terreni, necessarie per un loro più razionale sfruttamento. Il paesaggio dunque si estende e si apre verso nuovi orizzonti, verso le colline, spesso trasformate dalle sistemazioni prima a ciglioni e poi a terrazze, con i ripiani sostenuti da muri a secco, che facevano dire a Montaigne nel suo giornale di viaggio in Italia del 1580-81 “la beauté et l’utilité de la methode qu’ils ont de cultiver les montagnes jusqu’ à la cime”. Il rinnovamento culturale che investe l’agricoltura dell’Europa del Settecento si può leggere, in Italia, soprattutto nelle ville e nelle tenute di principi, nobili ed ecclesiastici che detengono in proprietà gran parte delle terre. Il paesaggio agrario si riorganizza in grandi aziende che impiegano capitali non più solo per opere di abbellimento e di fasto ma ai fini di un vero e proprio investimento produttivo. Nei poderi di Casa Savoia si adottano modelli colturali e varietà di fruttiferi presenti da tempo in Francia e si fa tesoro degli insegnamenti di Jean Baptiste de la Quintinie, giardiniere alla corte di Luigi XIV, contenuti in Instruction pour les jardins fruitiers et potagers, pubblicato dal figlio e tradotto in italiano nella Repubblica Veneta. Nella Toscana dei Granduchi di Lorena opere di bonifica ampliano le superfici coltivabili dove vengono impiantati gelsi, olivi, viti, ma anche meli, susini, peri per il commercio della frutta fresca e, come in altre realtà, sorgono Accademie Scientifiche e di Agricoltura che concorrono attivamente a diffondere l’istruzione tecnica e conoscenze agronomiche innovative e avviano le prime sperimentazioni in frutticoltura. Negli orti botanici si collezionano, si sperimentano e si diffondono nuove specie e riguardo al melo, molte varietà di allora, sono giunte fino ai giorni nostri. Sorgono i primi vivai nei quali vengono allevati nuovi fruttiferi, si stampano i primi cataloghi che illustrano gli assortimenti varietali e nei vivai stessi vengono impartite nozioni di tecnica agronomica ai coltivatori. La frutticoltura resta, però, ancora per lo più di tipo familiare e le produzioni, spesso eccellenti, sono dovute più alla rusticità delle cultivar e all’ambiente quanto mai vocato che alle tecniche colturali. Nella seconda metà del 1800, con l’unificazione dell’Italia, il migliorare delle condizioni economiche e il progredire dei mezzi di trasporto, la domanda di frutta cresce. L’impiego di macchine operatrici, le nuove conoscenze scientifiche, la formazione di tecnici del settore, permettono di soddisfare le nuove richieste e inizia, anche se timidamente e relegata per il momento solo all’Alta Val d’Adige (territorio dell’Impero Austro Ungarico), la frutticoltura su larga scala. La melicoltura di quegli anni è per lo più promiscua, le piante vengono innestate su portinnesti franchi, molto vigorosi (perché le piante devono superare i 50 anni di età) e vengono allevate a pieno vento. Lasciate sviluppare liberamente assumono grandi dimensioni e contribuiscono a delineare il paesaggio unico e particolare della melicoltura estensiva. Anche negli orti e nei giardini delle ville padronali e dei castelli il melo contribuisce ad abbellire l’ambiente e ad accrescere il prestigio di queste dimore. Qui prevalgono forme d’allevamento elaborate da giardinieri esperti che modellano i meli secondo canoni e formalismi geometrici, di gusto prettamente francese. Essi realizzano palmette, nelle numerose varianti quali Verrier, candelabro, ventaglio, forma a “U”, oppure forme ancora più complesse quali Bouché Thomas e Lépage. La frutticoltura si espande e si sviluppa ulteriormente negli anni successivi alla Seconda guerra mondiale quando ragioni economiche e una maggiore serenità esistenziale permettono ai consumatori di orientare le scelte alimentari non solamente su beni di prima necessità quali pane e pasta. La dieta diviene più varia e la frutta entra nell’alimentazione quotidiana. La mela, nello specifico, è in quegli anni la frutta per eccellenza in molte regioni, specialmente del Nord Italia. La melicoltura del primo dopoguerra è localizzata soprattutto nella Pianura Padana e sull’Arco Alpino; negli anni ’50 il primato produttivo è detenuto dall’Emilia-Romagna, seguita dal Trentino-Alto Adige e dal Veneto e, a distanza, da Campania e Piemonte. Lentamente, però, nel ventennio successivo, la melicoltura si sposta verso le regioni alpine e il Trentino-Alto Adige diventa la prima regione melicola italiana, primato che detiene tuttora. Per i mutamenti economici, sociali e tecnologici avvenuti, negli ultimi 50 anni si è assistito a una straordinaria specializzazione della melicoltura e questi mutamenti hanno contribuito all’evoluzione dei paesaggi agrari nei quali il melo è protagonista. Sono state introdotte nuove varietà, spesso di provenienza statunitense, che hanno sostituito quelle coltivate da secoli, e le innovazioni di tecnica colturale hanno riguardato tutto il processo produttivo. Le forme di allevamento, piramide e vaso prima, in seguito palmetta, sono state sostituite, negli anni più recenti, da fuso e fusetto nelle loro numerose varianti. L’introduzione di portinnesti nanizzanti, l’affinamento delle tecniche di gestione del suolo, l’adozione di sistemi di irrigazione a goccia e di sistemi di difesa dalle avversità atmosferiche (in particolare le reti antigrandine), la meccanizzazione spinta di tutte le operazioni colturali, hanno mutato la fisionomia dei meleti e con essa quella dei paesaggi agrari. Si pensi ai cambiamenti di paesaggio da quando la melicoltura era estensiva, con piante di grossa taglia, sparse o consociate ad altre colture agrarie, a quella intensiva di oggi, con filari ordinati, densità di impianto elevata, piante di dimensioni contenute, forme di allevamento sempre più attente a ottimizzare l’interazione genotipo-ambiente.

Paesaggi di oggi

In ogni luogo in cui viviamo vi è lo spunto ideale per elaborare tratti in forma paesistica, ossia per farne un paesaggio. Tra le varie e molteplici esperienze ambientali che si traggono da un luogo visitandolo, coltivandolo, abitandolo, vi è anche quella paesaggistica, valenza in cui interagiscono differenti aspetti, fattori, dimensioni. Il concetto di paesaggio e del valore estetico dei luoghi viene spesso lasciato alla cultura delle arti figurative, principalmente della pittura (e oggi anche della fotografia), come visione di ambienti, ma nel tempo si è caricato di molteplici significati. A partire dagli inizi del XIX secolo comincia a maturare, accanto al concetto artistico, quello scientifico del paesaggio, o più propriamente quello storico-naturalistico ad opera principalmente di Alexander Von Humboldt. Per Humboldt il concetto di paesaggio come “teatro visivo” consente di mediare la cultura scientifico-naturalistica con quella più propriamente umanistica, in una visione olistica dei luoghi. Un paesaggio contiene e mostra la storia di un determinato territorio, è la materializzazione ambientale di una cultura, come ha espresso magistralmente Emilio Sereni, storiografo del paesaggio culturale. Il paesaggio italiano, secondo Sereni, non è affatto un teatro statico di sfondo: è segnato ovunque dalle continue metamorfosi e trasformazioni indotte dalle genti che lo hanno abitato e lo abitano: è, in altre parole, “il luogo dove si incontrano la storia e la natura”. La millenaria attività dell’uomo coltivatore ha pesantemente inciso sul territorio italiano e infatti esso manca di wilderness ossia di naturalità. La varietà dei paesaggi esprime le diversità non solo naturali delle varie aree geografiche, ma anche dei patrimoni colturali e culturali delle popolazioni, il saper fare, il modo di vivere e di lavorare. L’intensità di lavoro, la fatica quotidiana hanno permesso di modellare la terra, di plasmare le colture, di adeguare le condizioni di clima, orografia, pedologia all’esigenza di trarre i beni indispensabili per il sostentamento, per la vita di tutti i giorni. Boriani definisce il contadino “il primo architetto del paesaggio”, infatti solo la continua collaborazione tra uomo e natura, traducibile in una regolare aggiunta di lavoro all’ambiente abitato, può garantire riproducibilità e miglioramento della produzione agraria. In molti di questi paesaggi “addomesticati” dall’uomo si legge la storia degli alberi da frutto (e il melo è uno dei protagonisti) da sempre considerati nel loro duplice aspetto di “utile e bello” e, secondo Socrate, “è bello ciò che è adatto allo scopo”. L’evoluzione della melicoltura verso sistemi intensivi e specializzati ha determinato l’abbandono di vaste aree, soprattutto quelle svantaggiate dal punto di vista orografico, un tempo destinate a melicoltura estensiva. Questi mutamenti, determinati dai successi socio economici della frutticoltura industriale, hanno fatto sì che oggi in Europa, e nel nostro Paese nello specifico, si possano distinguere due melicolture che originano paesaggi agrari profondamente diversi tra loro: sistemi estensivi, quasi scomparsi o sempre più rari e confinati in aree marginali dove i venti del cambiamento sono stati meno impetuosi, e sistemi intensivi, tipici delle zone a frutticoltura ricca. Entrambe queste frutticolture svolgono un ruolo fondamentale nella società moderna. L’agricoltura oggi infatti non si limita a produrre beni primari ma sempre più spesso deve svolgere vari ruoli, passare, secondo Segrè, “da agricoltura specializzata ad agricoltura multifunzionale o pluriattiva, legata alla produzione di nuovi servizi per la società, come il mantenimento del paesaggio e della cultura locale”. Occorre pertanto che nel momento in cui i paesaggi melicoli tradizionali stanno scomparendo per l’affermarsi della monocoltura intensiva, vengano valorizzati i ruoli multifunzionali che anche questi agrosistemi svolgono.

Melicoltura estensiva
Nelle aree a orografia meno favorevole, dove da secoli il territorio è stato plasmato in modo da trarre dall’ambiente raccolti, anche se non abbondanti, di qualità particolare, sono ancora presenti cultivar antiche, dai frutti con sapori unici e inconfondibili. Qui da secoli, sistemazioni a terrazzi o gradoni precedevano gli impianti, ingegnose opere di canalizzazione, interventi di sostegno murario e sentieri trasformavano il paesaggio nel tempo e rendevano produttivi terreni impervi, conformando e modellando sistematicamente il paesaggio naturale e dandogli un’impronta inconfondibile. In questi sistemi gli alberi sono disposti in modo sparso nei prati oppure a filare, al limitare degli appezzamenti, spesso in coltura promiscua con altre essenze arboree o consociati con piante erbacee. La natura estensiva caratterizza questi ecosistemi, ricchi di segni della cultura materiale, del “saper fare”, dell’intimo legame tra coltura e territorio, tra caratteristiche geologiche, agronomiche e climatiche dei luoghi. Questi paesaggi sono capaci di evocare le vicende umane, il lavoro, la storia, le tradizioni, generazione dopo generazione. Il melo è spesso protagonista in questi paesaggi tradizionali: i vecchi alberi contorti per le ingiurie del tempo, sparsi nei coltivi o a gruppi di pochi esemplari portano frutti dal sapore unico e inconfondibile. Si tratta di mele antiche che suscitano interesse e fascinazione proprio per le loro peculiarità e originalità. Nonostante le valenze paesaggistiche e l’unicità e tipicità dei raccolti, per esigenze economiche, le cultivar autoctone sono state massicciamente sostituite da quelle commerciali. Molti dei sistemi complessi e biologicamente diversificati, evoluti in connessione con le peculiarità dell’ambiente e attraverso l’opera di selezione compiuta dall’uomo, o sono spariti del tutto o sono ancora presenti in maniera sporadica, specialmente nei territori collinari e di media montagna. La via migliore per evitare ulteriore perdita di biodiversità è la sua salvaguardia attiva, che consiste nell’utilizzazione del germoplasma autoctono e nella sua valorizzazione economica e paesaggistica, mettendone in luce peculiarità biologiche e produttive e sottolineandone originalità e valenze estetiche. Ben lungi dal poter avere diffusione competitiva con le altre varietà coltivate intensivamente, queste cultivar antiche, a livello locale, hanno buone possibilità di sviluppo e interessanti prospettive di integrazione di reddito se inserite in comparti economici particolari, con il recupero di usi tradizionali e l’individuazione di prodotti innovativi per mercati di nicchia. Mettendo insieme molte tipicità è possibile fare massa critica e consentire la sopravvivenza di aziende situate in zone interne e marginali, a patto che esse sappiano trasformare i punti di debolezza (frammentazione, estensività, orografia) in punti di forza (tipicità, salubrità, paesaggio).

Melicoltura intensiva
Come accennato, oggi la quasi totalità dei raccolti proviene da sistemi frutticoli intensivi, che caratterizzano la melicoltura da reddito e originano paesaggi completamente diversi da quelli descritti in precedenza. In Italia la superficie a melo copre circa 70.000 ha con una produzione annua di oltre 2 milioni di tonnellate. L’ambiente geografico della melicoltura industriale è caratterizzato da piante disposte in lunghi filari, a formare una sequenza di linee rette, che creano un paesaggio geometrico. Sebbene diversi rispetto ai paesaggi agrari di cinquanta anni fa e a quelli della melicoltura estensiva, questi sistemi raccontano, in forme e modi diversi, cultura, storia, natura e attività umane. Nella relazione che intercorre tra paesaggi e vita quotidiana, i meleti specializzati (paesaggi artificiali del XXI secolo) soprattutto se situati in contesti ricchi di tradizioni, sono felicemente inseriti nell’insieme di elementi naturali e antropici, coniugando in modo equilibrato le esigenze di una frutticoltura di qualità ed economicamente vantaggiosa, con valenze estetiche di pregio. Gli areali melicoli italiani più significativi si trovano sull’Arco Alpino dove, in una sequenza di vallate a orografia molto articolata e tormentata, i frutteti sono incorniciati dalle vette d’alta quota. Il paesaggio qui esprime la sua bellezza in tutte e quattro le stagioni. In primavera, tra le verdi distese di foglie, i fiori bianco-rosa sono mossi dalla brezza che gioca tra i rami degli alberi nel momento in cui la natura celebra uno dei suoi momenti più esaltanti creando policromie luminose. In estate i frutteti, con le loro chiome, risaltano illuminati dal caldo sole; in tarda estate e in autunno la tavolozza di esaltanti colori è ravvivata dai puntiformi segni delle mele dalle mille tonalità e sfumature dal giallo al rosso, dal verde al grigio, a seconda della varietà coltivata. In inverno le nere fisionomie degli alberi sono raddolcite dalle candide cromie delle nebbie o dalla neve e si vengono a creare sensazioni di profonda intimità con l’ambiente circostante. Sui conoidi alluvionali, sui depositi glaciali trasportati a valle nel corso dei millenni, i suoli, attraverso una lenta evoluzione delle rocce, sono ricchi di microelementi, indispensabili alle funzioni fisiologiche delle piante. Le valli alpine e le loro vallette laterali, con differente fisionomia ed esposizione, sono in grado di offrire ai frutteti riparo e buona esposizione. I terreni declivi, modellati in forme sinuose che rendono il paesaggio particolarmente suggestivo, favoriscono lo sgrondo delle acque e l’intercettazione della radiazione luminosa, mentre l’elevato numero di ore di insolazione permette l’ottenimento di eccellenti raccolti. L’ambiente montano migliora le qualità organolettiche delle mele che presentano un giusto rapporto zuccheri/acidi, polpa croccante e succosa, colorazione più accentuata; la freschezza notturna riduce la respirazione che consuma i preziosi zuccheri elaborati attraverso la fotosintesi durante il giorno. L’intensa radiazione luminosa e gli sbalzi termici giorno/notte accentuano il sovraccolore della buccia per la presenza di pigmenti colorati (antociani) delle mele rosse mentre la bassa umidità atmosferica riduce gli attacchi dei parassiti e limita gli interventi di difesa fitosanitaria. Le mele di montagna sono inoltre meno rugginose e più intensamente colorate di quelle di pianura, hanno polpa più croccante e si conservano meglio. Le zone frutticole a elevata vocazione ambientale per il melo, dove le favorevoli condizioni sopra descritte possono realizzarsi, sono ormai rare in Europa. Gli attributi positivi e le specificità di questi areali trovano riconoscimento nelle certificazioni che premiano sia la qualità dei raccolti, sia le valenze paesaggistiche dei luoghi di produzione. Sull’arco alpino le certificazioni sono state attribuite alle mele del Piemonte, della Lombardia e del Trentino-Alto Adige. La melicoltura industriale del Piemonte è caratterizzata da una buona base produttiva che, privilegiando le zone a spiccata vocazionalità e le imprese in grado di adattarsi alle mutevoli esigenze dei consumatori, ha saputo rinnovare impianti e cultivar e aggiornare le tecniche colturali. La maggior concentrazione di meleti è localizzata nell’areale pedemontano delle province di Cuneo e Torino, ambiente di elezione per la coltura. In provincia di Cuneo la coltura modella l’ambiente della zona collinare saluzzese, in particolare nei comuni di Verzuolo, Barge, Bagnolo, Manta, Costigliole e nella pianura adiacente da Revello, Lagnasco e Saluzzo fino a Fossano, Busca e Cuneo. Particolarmente interessanti sono, dal punto di vista paesaggistico, i meleti della Valle Bronda, che comprende i comuni di Pagno, Castellar e Brondello, dove si coltivano Golden Delicious, Red Delicious, Gala e Renetta del Canada. In provincia di Torino gli areali migliori si trovano nel Pinerolese pedemontano e a Cavour dove, annualmente, si svolge Tuttomele™, rassegna regionale che esalta gli aspetti multifunzionali dell’ambiente e il binomio mela/territorio in chiave sinergica: paesaggio, frutticoltura, enogastronomia, artigianato, prodotti locali, folklore, cultura. Il territorio piemontese è particolarmente vocato per le mele rosse, come testimoniato dalle numerose varietà locali che qui si sono originate e dalla buona performance delle cultivar più recenti. La coltura si sviluppa tra i 250 e 800 m s.l.m., ai piedi della catena alpina, nello scenario di rara bellezza del Monviso, dove le mele che possono fregiarsi della denominazione “mela rossa di Cuneo”, in protezione transitoria in attesa del riconoscimento della Commissione Europea, appartengono ai gruppi varietali Red Delicious, Gala, Fuji e Braeburn. L’areale comprende 58 comuni della provincia di Cuneo e 20 comuni della provincia di Torino, per una superficie di circa 1800 ha e una produzione media di 70.000 t/anno. La coltura del melo in Valtellina (SO) risale al Medioevo quando i meli erano allevati principalmente per l’autoconsumo. Le prime associazioni di produttori presero avvio negli anni ’20 del Novecento, a partire dalla zona di Ponte dove i vigneti vennero convertiti a meleto per contrastare la crisi della viticoltura. Le varietà allora più diffuse erano Renetta del Canada, Rosa mantovana, Belfiore giallo e Calvilla bianca. I frutticoltori della provincia di Sondrio hanno saputo rendere la montagna punto di forza dei loro prodotti e si sono riuniti in Consorzio di Tutela Mele di Valtellina nel 1992. Le mele della Valle sono ottenute in produzione integrata e commercializzate col marchio IGP Melavì, in regime transitorio. Del marchio possono fregiarsi le cultivar Red Delicious, Golden Delicious, Gala, Fuji e Morgenduft (www.mela-vi.it). La Valtellina, situata nel cuore delle Alpi Retiche, è disposta da est a ovest, a quote varianti dai 200 m del fondovalle ai 4000 m s.l.m. del Bernina con un’alternanza di paesaggi di grande fascino che attirano ogni anno migliaia di turisti, e clima mite, per una vallata alpina. I meleti rivestono i pendii e i conoidi alluvionali dai 200 fino ai 900 m di altitudine sul versante settentrionale e su quello esposto a sud, dove le brezze di monte e di valle determinano una benevola alternanza tra asciutto e bagnato e favoriscono un’elevata escursione termica tra giorno e notte. Le produzioni delle 3 cooperative di Ponte in Valtellina, di Villa di Tirano e dell’Alta Valtellina, ammontano a 30.000 t/anno e interessano una superficie di circa 1000 ha distribuita su 1100 piccole imprese. Per i meleti della Valtellina è in corso di realizzazione un catasto informatico per mettere in luce le caratteristiche dei meleti e permettere di verificare l’attuazione del disciplinare di produzione da parte dei soci delle cooperative. La mela della Val di Non in Trentino è stata la prima mela italiana ad ottenere, nel 2003, il marchio DOP (Denominazione di Origine Protetta). Le mele DOP Val di Non sono prodotte in un’area limitata nella parte nord-ovest della provincia di Trento, a un’altitudine compresa tra 450 e 900 m s.l.m., dove le condizioni pedologiche e climatiche sono estremamente favorevoli alla coltura. La tradizione melicola è documentata da oltre 2000 anni e percorrendo la valle si è letteralmente circondati dai meleti impiantati ovunque l’ambiente e l’orografia lo consentono. A protezione dell’ambiente i frutticoltori del Consorzio di Tutela, che commercializzano le loro mele col marchio Melinda®, devono rispettare sia il disciplinare di produzione della DOP, approvato dalla Comunità Europea, sia il disciplinare Melinda®. Le principali regole prevedono il rispetto del frutteto come parte integrante dell’ecosistema, la coltivazione e difesa delle piante con metodi di produzione integrata, il confezionamento manuale delle mele. Viene disciplinata anche la qualità intrinseca dei frutti, per quanto riguarda contenuto zuccherino, acidità, durezza; sono stabiliti, inoltre, vincoli per quanto riguarda la produzione/ha di mele e il numero massimo di piante/ ha che si possono mettere a dimora. Il marchio è riservato alle mele di categoria 1 A ed extra, e le principali cultivar sono Golden Delicious, Red Delicious, Renetta del Canada. La Val Venosta, uno dei luoghi più tipici dell’Alto Adige, si estende fino alle più alte vette delle Alpi orientali e, dal Passo Resia, degrada fino a Merano. Da oltre 50 anni è una delle più importanti zone melicole altoatesine e la commercializzazione dei frutti interessa soprattutto la Germania. La zona di produzione inizia dai 500 m s.l.m. e, negli anni si è estesa verso areali un tempo riservati a campi e pascoli, fino a 1100 m s.l.m. Il microclima molto secco, la presenza di sole per oltre 200 giorni/anno, l’aria frizzante, le ampie escursioni termiche favoriscono raccolti di qualità che superano le 260.000 t/anno, per lo più ottenuti secondo i principi della frutticoltura integrata e, in parte, biologica. Tutte le aziende sono di piccole dimensioni e fanno capo a cooperative più o meno grandi. La varietà principale è la Golden Delicious, con un caratteristico sovraccolore rosso; si coltivano inoltre Stark Delicious, Braeburn, Jonagold, Idared, Gala, Elstar, Pinova. Le mele della Val Venosta sono distribuite dal consorzio VI.P, Associazione Produttori Ortofrutticoli della Val Venosta, con il marchio della coccinella. Il consorzio delle cooperative ortofrutticole dell’Alto Adige, VOG con sede a Terlano (BZ) (www.vog.it), è la più importante organizzazione europea per la commercializzazione delle mele (oltre 500.000 t/anno). L’area di coltura delle mele VOG, commercializzate in Italia col marchio Marlene®, si trova nel cuore geografico dell’Alto Adige, su circa 200 km2, lungo l’Adige tra Salorno (BZ) e il Burgraviato, e nell’area frutticola nei pressi di Bressanone. Queste zone godono di condizioni climatiche ideali per ottenere raccolti di qualità: circa 300 giorni di sole all’anno e un’alternarsi di correnti di aria calda e fredda favoriscono la maturazione delle mele e il raggiungimento di un aroma inconfondibile. I terreni, alluvionali, leggeri o di medio impasto, con un modesto contenuto in argilla, sono un altro pregio di questi ambienti. I paesaggi melicoli più interessanti sono situati tra 200 e 1000 m s.l.m. dove l’assortimento varietale è diversificato. Accanto alle mele classiche come Golden Delicious (35%), Stark Delicious (12%), Granny Smith (10%) e Morgenduft (5%), sono in aumento nuove varietà. Il rinnovamento degli impianti interessa 1/3 di tutta la superficie coltivata e comprende soprattutto Royal Gala, Braeburn, Cripps Pink (Pink Lady®) e Fuji. Del Consorzio fanno parte 21 cooperative ortofrutticole, per un totale di 5600 aziende e 10.800 ha di superficie coltivata. Le iniziative promozionali del Consorzio per rafforzare il legame tra prodotto e paesaggio si concretizzano con degustazioni nei punti vendita, attività fieristiche, spot televisivi e inserti pubblicitari attraverso i media. Dal 2002 il Consorzio BioSüdtirol raccoglie 120 frutticoltori che praticano l’agricoltura biologica su 450 ha con una produzione di 14.000 t/anno. Le principali varietà coltivate in biologico sono Royal Gala, Braeburn e Pink Lady®. Sulla scia dell’evoluzione della melicoltura del Nord, anche nelle regioni Centro Meridionali si stanno evolvendo, anche se in numero limitato, sistemi melicoli intensivi che, in particolari ambienti, si inseriscono armoniosamente nel paesaggio. È il caso degli impianti sorti in Val d’Agri (Basilicata) o alle pendici dell’Etna (Sicilia) dove il melo è diffuso con ottima risposta qualitativa. Per quanto riguarda l’Annurca, cultivar tipica e tradizionale, fregiata del marchio IGP, la coltura intensiva non permette l’ottenimento di frutti di qualità pari a quelli ottenuti con metodi tradizionali.

Tutela

Il concetto che i patrimoni culturali siano da tutelare nell’interesse della comunità risale al periodo della Rivoluzione Francese ma in Italia i primi provvedimenti indirizzati alla “protezione dei beni artistici” (legge n. 1089) e alla “protezione delle bellezze naturali” (legge n. 1497) risalgono all’anno 1939. Nel tempo, la tutela del patrimonio storico-culturale si è evouta e non si indirizza più solo alle opere d’arte e agli edifici della “cultura maggiore”, ma anche a quelli funzionali, testimonianze della vita quotidiana di un tempo, del saper fare, dei segni della cultura materiale. Nel 1964 la Commissione Franceschini definì come “bene culturale ogni testimonianza materiale avente valore di civiltà” e si iniziò così a pensare alla salvaguardia anche delle “bellezze naturali non comuni” e alla difesa di elementi naturali a rischio di gravi modificazioni (legge Galasso: n. 481 del 1985). La legge, oltre a porre vincoli paesistico-ambientali, obbliga le Regioni a redigere un Piano Paesistico relativo alle aree da salvaguardare. La Convenzione Europea del Paesaggio, firmata nel 2001 dagli Stati Europei, definisce il paesaggio come “porzione di territorio, così come viene percepita, il cui aspetto è dovuto sia a fattori naturali che antropici e alle loro interazioni”. Essa fissa le linee guida della gestione futura del paesaggio, attraverso lo “schema di sviluppo dello spazio europeo”. In Italia è il Decreto Urbani (2004) che recepisce la Convenzione e che uniforma le leggi nazionali alla nuova politica europea, affidando alle Comunità locali la buona gestione dei paesaggi “ordinari”, già compromessi dall’uomo, e non soltanto di quelli “straordinari”. A livello nazionale, ma anche locale, l’attenzione per i temi legati al paesaggio è in aumento. La tutela dinamica che coinvolge tutto il territorio, inteso come paesaggio e comunità che lo abita, ha funzioni non più solo di salvaguardia dei beni ma anche del loro rilancio e valorizzazione a beneficio della collettività. Di contro, come afferma Scaramuzzi, “per potere tutelare il paesaggio agrario bisognerebbe, prima di tutto, assicurare le condizioni indispensabili per la sopravvivenza dell’agricoltura” e questo è possibile solo se all’attività primaria viene garantito un reddito adeguato.

Promozione e valorizzazione del melo nel paesaggio
I paesaggi culturali, e quelli del melo nello specifico, rivestono per la nostra società un ruolo fondamentale per la qualità della vita, che va valorizzato ad ampio spettro, “a tutto campo”. In chiave di lettura geografico-culturale, un paesaggio racconta, come testimonianza vivente, la storia della gente che in esso vive ed è vissuta. In altri termini il territorio attua e svolge un processo di memorizzazione di se stesso in una continua e incessante vicenda di deposizione di tracce e di trasformazioni e, pertanto, nessun approccio al paesaggio può avvenire se non anche in chiave storiografica. Per taluni suoi aspetti il paesaggio è materializzazione ambientale di una cultura e il tema rilevante della concezione del paesaggio culturale è proprio il rapporto dell’uomo con il suo territorio. Le iniziative di valorizzazione dei paesaggi culturali non devono però essere lasciate a iniziative isolate ma vanno strutturate a sistema e sviluppate a rete, configurandosi come offerta complessiva di un territorio, promuovendo l’immagine dell’ambiente in forma sinergica, nel suo insieme di valori, in una logica di marketing territoriale. Solo così gli sforzi profusi potranno incidere sull’economia e, in particolare, sul turismo locale. Promuovere le “mele antiche” è un modo di differenziare l’offerta rispetto alle produzioni standardizzate, “industriali”, omogenee per sapore, forma e colore. Nel contempo, la promozione delle vecchie mele si allarga anche a quanto di materiale o immateriale è presente nella zona: la coltura, in questi contesti, è intimamente legata alla cultura e alla tradizione. Una melicoltura ecocompatibile, gestita con tecniche a basso impatto ambientale, con modelli di comportamento in rapporto sinergico con la natura, con la crescente consapevolezza delle limitazioni delle risorse naturali, vale a dire dei fattori produttivi (acqua, terra, energia...) e di quelli di benessere sociale, è un traguardo ambizioso per coniugare paesaggio e salute, qualità dei raccolti e tradizioni. Molti consumatori hanno capito l’importanza della gestione ecocompatibile dei sistemi frutticoli e sono disposti ad attribuire un valore aggiunto a questi beni. Nella società postindustriale, nell’ansia di riannodare con la natura un rapporto indebolito nel tempo, il turismo ecocompatibile è andato progressivamente crescendo d’importanza. Mentre negli anni ’60-’90 il turismo “in campagna” era componente trasversale di quello consumistico delle spiagge sovraffollate d’estate e delle località sciistiche, oggi riveste un peso crescente. Le zone rurali sono meta privilegiata di fasce sempre più ampie di utenti, desiderosi di vivere la vacanza non più monotematica con lo spirito “mordi e fuggi”, ma come scoperta del territorio, delle sue risorse culturali, artistiche, naturalistiche, enogastronomiche, dei segni della cultura materiale, dei modi di vivere della gente. Accanto a ciò va tenuta presente la crescente richiesta di beni comprensivi di servizi aggiuntivi. Sempre più frequentemente il turista cerca, in un ambiente gradevole e il più possibile integro, oltre ai prodotti agricoli di qualità e ai relativi trasformati, i valori storici e culturali a loro connessi, la recettività alberghiera. Le nuove tendenze indicano la ricerca crescente di beni in grado di esprimere l’essenza della zona di produzione, dimostrazione del radicamento e dell’identità storica e culturale del prodotto. Queste opportunità sono fortemente legate alla capacità di lavorare insieme su un territorio: al frutticoltore spetta l’onere di offrire prodotti di qualità ma anche di interagire con gli altri soggetti economici della filiera, in un’ampia sinergia tra operatori economici. L’offerta di frutta di qualità, inclusi i pregi salutistici e nutraceutici, può essere rafforzata dalla divulgazione delle tradizioni a essa legate, dalla promozione di ecomusei e dalla realizzazione di arboreti, di itinerari tematici. L’attività primaria può dunque svolgere nella società moderna, oltre che il tradizionale ruolo produttivo, un ruolo nel fornire esternalità: servizi turistici, ricreativi, spazi e ambienti incontaminati, salubri e sicuri. Valorizzazione turistica, agrituristica e paesaggistica, sono attività consone alle aspettative delle giovani generazioni che possono trovare nell’agricoltura, intesa nella sua multifunzionalità, opportunità di occupazione e di reddito. Specialmente nelle zone interne, collinari o montane, solamente il connubio tra valorizzazione del paesaggio e prodotti può consentire la sopravvivenza delle imprese agricole. La qualità dei paesaggi condiziona la qualità del turismo e, nelle realtà territoriali che lo hanno capito, lo sviluppo del turismo cresce parallelamente alla protezione dell’ambiente e dei paesaggi culturali. Il turismo si sviluppa infatti dove il paesaggio è gradevole, non banale, ricco di biodiversità, dove l’offerta di servizi e attività ricreative e culturali vengono proposte durante tutto l’arco dell’anno e della settimana, secondo modelli di recettività diffusa, che includa percorsi attrezzati, luoghi da visitare, prodotti da consumare. La valorizzazione dei paesaggi rurali in chiave agrituristica è un’occasione irripetibile di sviluppo sostenibile. In questa nuova dimensione del turismo le aree melicole sia estensive sia intensive, se non verranno divorate dalla cementificazione e dalla speculazione edilizia, hanno infatti molto da offrire ai visitatori. Anche la riscoperta di cibi e sapori particolari ha un notevole valore e i prodotti tipici e di nicchia possono diventare documenti di cultura e strumenti di reddito. Per questa ragione i giacimenti gastronomici di cui il nostro paese è ricchissimo vanno resi protagonisti di itinerari tematici, riproposti in momenti di riqualificazione della cucina, nei saloni del gusto, durante manifestazioni artistiche e culturali, ora che è sempre più diffusa la tendenza da parte di una nuova classe di consumatori, estranea ai consumi di massa, a ritornare al prodotto tradizionale. A questo scopo vengono realizzati gli atlanti dei prodotti tipici che, attraverso una ricerca seria e approfondita di ricette codificate in quanto a caratteristiche specifiche, ingredienti, modalità di esecuzione, testimoniano della ricchezza, della varietà dei diversi modelli alimentari. Il paesaggio dopo essersi manifestato nei suoi aspetti estetici e ambientali, si “materializza” nei prodotti del territorio di cui è espressione. Nelle regioni ricche di cultura e di storia, le colture agrarie sono radicate nel paesaggio e i prodotti che queste terre generano sono frutto dell’interazione tra cultura, storia, ambiente, natura, paesaggio, preparazioni tipiche. L’esempio più significativo è sicuramente quello del settore vitivinicolo dove è possibile trovare, lungo le strade del vino, percorsi enogastronomici, cantine aperte, ristorazione di pregio, agriturismi, vini e sapori locali. Per quanto concerne il paesaggio del melo, la strada da percorrere per proporre iniziative strutturate e “appetibili” è lunga e gli esempi significativi sono ancora pochi.

Alla riscoperta delle vecchie cultivar di melo: itinerari tematici e paesaggio locale

Le varietà antiche, che producono frutti con tratti unici per forma, colore e pregi organolettici, sono una risorsa importante in termini di diversità genetica, ma anche di paesaggio. Quando si intende conservare in modo attivo l’identità culturale di un paesaggio, anche la salvaguardia di una particolare varietà rappresenta un tassello per la valorizzazione a fini turistico-ambientali. La tutela dei paesaggi frutticoli tradizionali di una regione significa anche salvaguardia e valorizzazione del suo germoplasma frutticolo: l’impoverimento del patrimonio genetico delle piante da frutto si ripercuote in un degrado del patrimonio naturale e nella perdita della paziente opera di selezione compiuta dall’uomo. Numerosi Enti locali e Istituzioni, consci della situazione di scomparsa o di alto rischio di estinzione dell’ampio germoplasma melicolo presente fino a metà del Novecento, hanno attuato progetti per il recupero, la conservazione e la rivalutazione di queste cultivar. In questa ottica, soprattutto dopo la Convenzione sulla biodiversità di Rio de Janeiro del 1992, sono stati attivati programmi di ricerca volti al reperimento e alla salvaguardia della variabilità genetica delle specie animali e vegetali, melo incluso. In alcuni contesti sono sorti, soprattutto a cura degli enti pubblici di vario livello, arboreti tematici e pomari, collezioni viventi della diversità biologica di antiche cultivar di fruttiferi a disposizione degli studiosi, ma anche luoghi di svago, riposo, educazione naturalistica. Arboreti e pomari sono spesso collegati con i servizi offerti dai parchi naturali o nazionali e dalle associazioni naturalistiche che propongono un “pacchetto”di visite guidate, a “fare sistema” sul territorio da promuovere. Accompagnati da personale esperto e qualificato, i visitatori imparano in veri e propri laboratori didattici all’aperto, oltre che a leggere il territorio nei suoi aspetti geologici, botanici, agricoli e forestali, a riconoscere le vecchie cultivar di fruttiferi.

Piemonte e Valle d’Aosta. Come accennato a proposito dei sistemi intensivi, la maggiore concentrazione dei meleti in Piemonte è localizzata nell’areale pedemontano delle province di Cuneo e Torino, ambiente di elezione per la coltura. La melicoltura piemontese, durante la sua evoluzione verso forme industriali, ha progressivamente escluso e relegato le vecchie cultivar nelle zone marginali fino a metterne in pericolo la sopravvivenza. Negli ultimi decenni, tuttavia, la riscoperta di sapori particolari e del valore della biodiversità e dei paesaggi, ha fatto sì che siano ricomparse, in impianti di recente costituzione, varietà quali Buras, Carla, Contessa, Dominici, Gamba Fina, Grigia di Torriana, Magnana, Ronzè e Renette, sopravvissute ai venti del rinnovamento e salvaguardate attraverso un lungo lavoro di esplorazione, descrizione e conservazione attuato da Università, Regioni, Associazioni no profit. Il rinnovato interesse per le varietà di un tempo è legato alla crescente richiesta di prodotti tipici e alla presenza di circuiti di commercializzazione in grado di veicolare questi frutti sui mercati locali. Tra le mele antiche che caratterizzano il paesaggio si segnalano quelle riconosciute tra i Prodotti Agroalimentari Tradizionali della Regione Piemonte. Bella di Barge, produttiva, ha frutti di qualità che si conservano bene sia in fruttaio, sia in cella frigorifera. Buras, mela di media pezzatura, dal peduncolo corto, con buccia leggermente ruvida e rugginosa, di colore giallo-verde, ha polpa granulosa, croccante, di sapore dolce-acidulo con elevata capacità antiossidante ed è adatta sia al consumo fresco, sia alla cottura. Carla, vecchia varietà italiana di origine discussa (tra Liguria, Trentino o Calabria), regina delle mele croccanti per Gallesio (1817), tra le mele più saporite, con sapore di viola e ananas per Molon (1901), fu tra le più diffuse ed apprezzate nell’Italia del Nord fino agli anni ’40 del Novecento. Contessa, apprezzata per la polpa croccante e la serbevolezza, è stata tra le varietà più diffuse nel cuneese, soprattutto in Val Maira, fino a metà del Novecento. Queste mele sono adatte sia alla cottura sia al consumo fresco. Dominici deriva il nome dal frutticoltore presso il quale fu rinvenuto il semenzale, verso fine Ottocento; varietà diffusa in provincia di Torino, soprattutto nei comuni di Cavour, Bricherasio, S. Secondo, Pinerolo e S. Pietro Val Lemina, è poco sensibile a ticchiolatura e oidio. Le mele, richieste e apprezzate dal mercato locale, si conservano bene e a lungo. Gamba Fina, ha frutti di pezzatura media, di media serbevolezza, colore della buccia giallo-verde e sovraccolore rosso scuro, esaltato nelle aree collinari più soleggiate. Grigia di Torriana, varietà coltivata nella frazione Torriana di Barge (CN) e diffusa soprattutto a Barge e Bagnolo, nel Cuneese, e a Cavour (TO), è considerata rustica ma non troppo longeva. A fine Ottocento le produzioni erano esportate in Germania, Inghilterra e, addirittura, in Egitto. I frutti, dal caratteristico retrogusto “amaretto”, sono serbevoli e ottimi sia tal quali, sia cotti in forno. Oggi, coltivata su circa 20 ha, è ancora conosciuta e apprezzata. Magnana, coltivata in Piemonte da fine Ottocento e ancora diffusa nel Cuneese, deriva il suo nome dalla località dove è stata ritrovata originariamente. Il frutto, a maturità, presenta ottime qualità organolettiche e serbevolezza (250 giorni). Ronzè, cultivar che risale a fine Ottocento è assai diffusa in provincia di Torino, specialmente nei comuni di Osasco, Garzigliana, Bricherasio, S. Secondo e in tutto il Pinerolese. Ottima mela da tavola, resistente a manipolazioni, in fruttaio si conserva fino a maggio. Poco suscettibile a ticchiolatura, si esprime al meglio su portinnesti deboli e di medio vigore. In Piemonte, come in Valle d’Aosta, dove sono ancora diffusi vecchi esemplari produttivi, il gruppo delle Renette (Grigia, Rossa e Verde) aveva una marcata importanza in passato. Secondo Gallesio, soprattutto la Renetta Grigia Francese risultava ampiamente coltivata in Piemonte dove le mele “vengono belle, grosse, squisite, quanto a Parigi”. Sempre Gallesio definisce le Renette “le regine delle mele carnose” e aggiunge “la polpa è carnosa e acida..., ma se giunge alla maturità diventa fina, gentile, butirrosa e saporita, e non conserva del suo acido che quanto le è necessario per darvi un piccante”. Nei frutteti valdostani le Renette sono allevate a vaso aperto, a tre o più branche e questi alberi sono veri e propri “monumenti viventi” che caratterizzano un paesaggio tradizionale, purtroppo in via di estinzione.

Lombardia. Il melo era ampiamente diffuso nelle zone collinari dalla Brianza all’Oltrepo pavese, in piccoli appezzamenti o negli orti familiari, e i frutti erano commercializzati sui mercati cittadini. Tra le varietà tipiche dell’Oltrepo pavese si ricordano: Travaglina, Carlona, Musona, Sant’Anna, Pomellone o tra quelle diffuse ma non di origine locale, Carla, Calvilla Rosa, Rambour Franc, Renetta Champagne, Lazzeruola, Wagener. La Pomme Cloche, bella mela, molto acidula, è ottima per la preparazione di dolci e, in particolare, come ripieno di strudel e crostate per la sua resistenza alla cottura. Questo patrimonio varietale è oggetto di studio e di conservazione da parte di Regione e Università.

Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi. Alcune varietà tradizionali sono oggetto di un progetto di catalogazione, studio e recupero. La mela prussiana o Pom prusian o mela di Faller, dal nome della località nel comune di Sovramonte dove è maggiormente coltivata, è arrivata nelle vallate del Bellunese, importata dai lavoratori emigranti che, negli ultimi decenni dell’Ottocento, ritornavano nelle loro terre con le marze di questa cultivar molto diffusa in Germania. Questa cultivar trova un clima ideale tra i 600 e i 900 m s.l.m. La mela Rosetta, di piccola pezzatura, con buccia a fondo giallo con sfumature rosate e aranciate, forma sferoidale, leggermente appiattita, acidula e succosa, di ottima conservazione, è molto buona cotta. Ferro Cesio è tra le più antiche varietà coltivate (da almeno un secolo) nella Valbelluna e nel Feltrino (BI). Il colore di fondo è verde con sfumature rossastre e lenticelle bianche ben evidenti. Di forma sferoidale e di media pezzatura, ha polpa compatta, bianco crema, poco succosa ma dolce.

Parco dei Monti Sibillini. Coltivata da sempre soprattutto nei comuni di Amandola e di Montefortino (AP), la mela Rosa è purtroppo quasi estinta. Di pezzatura piccola e irregolare, ha peduncolo corto, forma sferoidale leggermente appiattita e buccia di colore verdognolo con sfumature che vanno dal rosa al rosso violaceo. La polpa, soda e compatta, è acidula, zuccherina e profumata. La mela Rosa è ricercata per la sua serbevolezza che permette di raccoglierla all’inizio di ottobre e consumarla ad aprile.

Toscana e Parco delle Alpi Apuane. Nel Casentino, dove la coltivazione del melo era diffusa e trovava favorevoli condizioni pedoclimatiche, sono state recuperate alcune varietà da utilizzare come frutta fresca, da cuocere, da essiccare o da fermentare, come indicato nelle ricette della gastronomia casentinese. Tra le varietà censite quelle maggiormente presenti sono le mele del gruppo Agretta, la mela Panaia, inserita nella farmacopea popolare, la Rigata e la Roggia. Nel Parco delle Alpi Apuane, nella Bassa Lunigiana (LU) si coltiva la Rotella della Lunigiana che produce frutti di pezzatura medio-piccola, di forma sferica, leggermente appiattita, con polpa bianca, soda e di sapore dolce-acidulo. Alla raccolta, nella seconda metà di ottobre, le mele sono verdi con striature rosse, mentre a maturazione, in pieno inverno, diventano gialle con striature rosso intenso. Si possono consumare fresche ma tradizionalmente sono usate come mele da cuocere e per la preparazione di dolci. Casciana della Garfagnana è antica varietà, simile alla mela Rotella ma di pezzatura maggiore e meno appiattita; l’esposizione al sole accentua la colorazione della buccia tendente al rosso di queste mele. Di sapore acidulo, con polpa molto dura, si conserva bene per gran parte dell’inverno.

Regioni Centro-meridionali. Oltre alla ben nota Limoncella, si segnala la cultivar Gelata, sporadicamente coltivata in alcune zone dell’Italia centrale. La pianta produce frutti a polpa bianca, soda, di caratteristiche gustative che migliorano durante la conservazione in fruttaio. La buccia, di colore giallo, non presenta rugginosità. Va poi menzionata la mela Annurca, tipica della Campania e di altre regioni centro-meridionali, già nota agli antichi, rappresentata nei dipinti rinvenuti a Ercolano e precedenti l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. Citata quale Mela Orcula da Plinio il Vecchio, perché coltivata nell’agro dell’Orco, ossia degli inferi, nei pressi di Pozzuoli, mantenne il nome di Orcola o Annorcola, fino agli albori del XX secolo. I vecchi alberi, specie quelli del Benventano, Salernitano e dell’area Flegrea, a ovest di Napoli, hanno una spiccata valenza estetico-paesaggistica. Le piante, allevate a vaso espanso, con ampie distanze d’impianto, spiccano a mosaico nelle vallate. Le mele Annurca, dopo raccolta vengono poste a maturare o “arrossare” per un paio di mesi in melai che ravvivano, prima di giallo e poi di rosso, i frutteti familiari. Al termine di questo periodo le mele hanno raggiunto la colorazione rossa e il giusto equilibrio tra il dolce e l’acidulo che le distingue. Durante la permanenza nei melai, le Annurche vengono ripetutamente rivoltate e selezionate. Se la stagione è calda, per evitare che possano danneggiarsi, si coprono con frasche di castagno e la sera sono innaffiate per evitare la disidratazione della polpa. Insignita del marchio IGP, è una varietà campana pregiata, coltivata anche sui terreni collinari nel Parco dei Monti Picentini. Sulle pendici dell’Etna, uno dei maggiori vulcani attivi del mondo e il più elevato d’Europa (3323 m s.l.m.), esiste un’interessante produzione di vecchie varietà di melo, spesso in coltura biologica e quasi sempre sopra i 1300 m s.l.m. La varietà Cola ha frutti di piccola pezzatura, di forma ellissoidale, con buccia gialla ricoperta da numerose lenticelle. La polpa è bianca, croccante, succosa, leggermente acidula. La raccolta va da fine settembre ai primi di ottobre o oltre per i meleti più in quota. La mela Gelato Cola ha forma tronco-conica oblunga e, alla raccolta, colore verdeggiante che, col tempo, diventa paglierino. La polpa è zuccherina e aromatica. A Pedara (CT) vi è la sede del Consorzio Meletna (www.meletna.it). In Sardegna, nonostante l’attuale scarsa diffusione, il melo è presente da tempi immemorabili. Tra le vecchie cultivar apprezzate sui mercati locali, la Appio, di origine molto antica è diffusa su tutta l’Isola. Produce frutti attraenti e di eccellenti qualità organolettiche. La varietà Trempa Orrubia, a fioritura tardiva, è produttiva e i frutti, di media pezzatura, sono di colore giallo-rosa.


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