Volume: gli agrumi

Sezione: coltivazione

Capitolo: malattie fungine

Autori: Gaetano Magnano di San Lio

Introduzione

Il termine “fungine”, riferito alle malattie degli agrumi, viene attribuito sia alle malattie causate dai funghi in senso stretto (Eumiceti), sia a quelle causate dagli pseudofunghi (Oomiceti) che, sebbene facciano parte di un regno ben distinto (Cromista o Stramenopila), per tradizione sono ancora considerati funghi, anche perché hanno in comune con questi ultimi alcune caratteristiche ecologiche. Le malattie fungine degli agrumi che mostrano sintomi specifici possono essere diagnosticate visivamente, mentre per altre sono necessari esami di laboratorio. Del resto, alcuni sintomi si possono osservare soltanto in determinati periodi dell’anno o compaiono in organi della pianta diversi da quelli in cui si trova l’agente patogeno. Sui tessuti necrotici, inoltre, si possono trovare fruttificazioni di parassiti secondari o patogeni opportunisti. Un esempio classico è quello del Colletotrichum gloeosporioides, fungo ubiquitario con habitus endofitico, i cui acervuli si osservano sui rametti disseccati in seguito a stress biotici o abiotici. Neoscytalidium dimidiatum, noto in passato come Hendersonula toruloidea, è un altro tipico esempio di patogeno opportunista: si insedia, infatti, nella corteccia e nel legno di piante di agrumi in seguito a stress termici (gelate o temperature estive molto elevate), causando cancri gommosi e disseccamenti dei germogli. Il metodo di lotta più efficace contro le malattie fungine è la prevenzione, soprattutto nel caso di malattie causate da patogeni terricoli. La maggior parte dei portainnesti utilizzati negli impianti commerciali di agrumi, per esempio, è resistente alla gommosi del tronco e al marciume delle radici causati da specie di Phytophthora, un genere del phylum Oomycota (Oomiceti). La resistenza genetica è stata utilizzata anche per la prevenzione di malattie epigee, quali il mal secco del limone e la maculatura bruna dei frutti di mandarino. Tuttavia, la scelta del nesto è dettata prioritariamente da esigenze commerciali. Tra i metodi di prevenzione sono compresi la scelta del sito di impianto, lo scasso e la sistemazione superficiale del terreno prima dell’impianto, il drenaggio e la gestione razionale dell’irrigazione. Per esempio, i sistemi di irrigazione che bagnano il tronco con continuità favoriscono le infezioni di gommosi, ma il rischio si riduce se l’acqua viene distribuita nelle ore diurne in modo da permettere alla corteccia del tronco di asciugarsi rapidamente. Alcuni sistemi di irrigazione possono contribuire alla disseminazione dell’inoculo o creare condizioni favorevoli alle infezioni. L’irrigazione per aspersione sottochioma, per esempio, favorisce le infezioni di Phytophthora sul tronco e sui frutti, mentre l’irrigazione soprachioma predispone alle infezioni di maculatura bruna sulle varietà di mandarino suscettibili e a quelle di septoriosi e mal secco nei limoneti. In generale, i sistemi di irrigazione localizzati sono i più indicati per prevenire la diffusione di malattie a carico delle foglie o dei frutti. In genere, le malattie infettive si insediano nella pianta a prescindere dal suo vigore; alcune di esse, tuttavia, attaccano soltanto le piante debilitate oppure, al contrario, si sviluppano preferenzialmente sulle piante vigorose. Una di queste è, per esempio, la maculatura bruna causata da Alternaria alternata, le cui infezioni sono più gravi sugli alberi con un’abbondante vegetazione primaverile. Le foglie giovani, infatti, sono molto suscettibili e costituiscono, a loro volta, la fonte primaria di inoculo per le infezioni dei frutti. La lotta chimica contro le malattie fungine degli agrumi si giustifica economicamente soltanto in alcuni casi. Per ridurre il numero dei trattamenti, di solito si preferiscono prodotti con una lunga persistenza. Praticamente, la scelta dei fungicidi è ristretta agli agrofarmaci registrati per i trattamenti su agrumi. Per quanto riguarda le malattie causate da Eumiceti, in Italia sono autorizzati per i trattamenti in campo soltanto i derivati del rame (ossicloruro, idrossido e solfato tribasico), che sono prodotti topici, o di copertura, e hanno efficacia preventiva contro una vasta gamma di malattie fungine e batteriche. Per la lotta chimica contro le malattie causate da Oomiceti sono disponibili anche prodotti sistemici, quali il fosfito di alluminio (fosetil-Al), dotato di sistemia basipeta, che si utilizza prevalentemente per via fogliare, e il metalaxil-M che, essendo dotato di sistemia acropeta, si impiega prevalentemente per trattamenti al terreno. In alcuni formulati commerciali prodotti rameici e sistemici sono miscelati insieme. Di seguito sono illustrate le principali malattie fungine degli agrumi nella regione mediterranea. Tra le malattie fungine dannose in altre aree agrumicole è richiamata soltanto la maculatura nera dei frutti. L’agente causale di questa malattia, l’Ascomicete Guignardia citricarpa (anamorfo: Phyllosticta citricarpa), è nella lista A1 dell’European and Mediterranean Plant Protection Organization (EPPO), che comprende i patogeni e i parassiti da quarantena la cui introduzione nel territorio dell’EPPO comporterebbe gravi rischi di carattere fitosanitario. L’importazione di frutti di agrumi dalle aree in cui questo fungo patogeno è presente (Asia, Africa, Australia e Florida) è soggetta a restrizioni doganali. Un rischio concreto per l’agrumicoltura italiana è che G. citricarpa possa essere importata con agrumi provenienti dal Sud Africa. Per maggiori dettagli si rimanda al protocollo diagnostico dell’EPPO PM7/17 (http://www.eppo.int).

Gommosi e altre malattie causate da specie di Phytophthora

La gommosi o mal di gomma fu osservata per la prima volta nelle isole Azzorre intorno al 1832. In Italia, comparve nel 1855 nelle campate di limone del lago di Garda e più tardi in Liguria, ma con minore gravità, poiché in questa regione il limone era innestato generalmente su arancio amaro. Probabilmente la malattia era già presente sporadicamente e in forma non epidemica da molto tempo. In Sicilia, la gommosi fece la sua comparsa nel 1863 nella provincia di Messina, per poi diffondersi negli agrumeti delle altre provincie siciliane e contemporaneamente in Calabria, nell’agro di Reggio. Tra il 1866 e il 1870 aveva distrutto gran parte degli agrumeti siciliani e nel 1878 era già stata segnalata in tutti i paesi agrumicoli del bacino del Mediterraneo. Attualmente può considerarsi endemica in tutte le aree agrumicole del mondo. Gli effetti devastanti di questa malattia furono in gran parte dovuti alle modalità di propagazione allora in uso. Nella maggior parte dei casi, infatti, il limone era propagato per talea e l’arancio dolce per seme. Inoltre, l’innesto era di solito molto basso perché si credeva così di conferire maggiore solidità all’albero. I tentativi di risanare le piante con mezzi chimici non sortirono alcun effetto. Fu evidente, tuttavia, che le piante innestate su semenzali d’arancio amaro ne avessero risentito molto meno. La maggiore resistenza alla malattia delle piante innestate su arancio amaro fu notata anche in altre aree del bacino del Mediterraneo colpite dall’epidemia (Portogallo, Spagna, Provenza, isole d’Hyères) e da essa prese lo spunto il rinnovamento dei sistemi di coltivazione degli agrumi. Si iniziò, infatti, a mettere in coltura piante innestate su semenzali di arancio amaro, con l’innesto e l’impalcatura a una certa altezza dal terreno. Da allora l’arancio amaro è rimasto il portainnesto più diffuso nei paesi agrumicoli del bacino del Mediterraneo. Ancora oggi in tutti i paesi agrumicoli del mondo, anche laddove l’arancio amaro è stato sostituito, l’impiego di portainnesti resistenti è il principale metodo di lotta utilizzato contro la gommosi. L’epidemia di gommosi che tra il 1832 e il 1878 interessò i principali paesi produttori di agrumi del bacino del Mediterraneo fu causata dall’Oomicete terricolo Phytophthora citrophthora. Un’altra specie altrettanto comune nella regione mediterranea ma più termofila di P. citrophthora è P. nicotianae. La differenza tra le temperature ottimali e le temperature vitali massime e minime di queste due specie è di circa 5 °C. Pertanto, mentre P. citrophthora è attiva dalla fine dell’autunno all’inizio della primavera, P. nicotianae lo è nei mesi più caldi e durante l’inverno sopravvive nel terreno sotto forma di clamidospore o di micelio associato alle radici. Entrambe le specie infettano le piantine in semenzaio, il tronco e i rami, le radici, i frutti, le foglie e i germogli, causando quelle che possono definirsi facies diverse della stessa malattia, rispettivamente marciume dei semenzali, gommosi del tronco e dei rami, marciume radicale, marciume bruno dei frutti, disseccamento delle foglie e dei germogli. Grazie all’applicazione di misure di profilassi, il marciume dei semenzali si riscontra sempre più raramente nei vivai di agrumi italiani. Il disseccamento delle foglie e dei germogli negli impianti in produzione è quasi sempre associato agli scoppi epidemici di marciume bruno dei frutti e di conseguenza i danni passano il più delle volte inosservati; nei vivai di agrumi ornamentali, invece, questa facies della malattia può causare danni rilevanti. Nella regione mediterranea, P. citrophthora è il principale agente causale del marciume bruno dei frutti e della gommosi del tronco e delle branche; P. nicotianae, invece, oltre a essere il principale agente causale del marciume radicale, causa gommosi della parte basale del tronco ma soltanto eccezionalmente infetta le branche. Un’altra differenza epidemiologica tra le due specie è la capacità di P. citrophthora di produrre sporangi sui frutti, che diventano così fonte di inoculo per infezioni secondarie. Questa caratteristica ecologica di P. citrophthora spiega le improvvise esplosioni epidemiche di marciume bruno durante i mesi invernali in seguito a piogge persistenti. Nessuna delle due specie, invece, sporula sui cancri gommosi alla base del tronco. La maggiore fonte di inoculo delle specie terricole di Phytophthora è costituita dagli sporangi prodotti nello strato più superficiale del terreno (da 0 a 30 cm di profondità). Le zoospore liberate dagli sporangi si muovono attivamente nell’acqua e giunte a contatto della superficie dell’ospite perdono i flagelli, s’incistano e germinano. Il tubulo germinativo delle zoospore è in grado di penetrare direttamente nelle radichette, nelle foglie e nell’epicarpo dei frutti, mentre per le infezioni della corteccia è necessaria la presenza di ferite. Altre specie di Phytophthora che infettano gli agrumi sono P. palmivora, diffusa nei paesi tropicali, P. citricola, P. cactorum, P. hibernalis e P. syringae. Le ultime due specie, che si distinguono dalle altre per un optimum termico più basso (<20 °C), hanno una diffusione limitata alle aree con inverni freddi.

Gommosi del tronco e dei rami
Il sintomo più tipico di questa facies è l’essudato gommoso che fuoriesce dalle fessure della corteccia alla base del tronco. Inizialmente l’infezione si manifesta con una macchia d’umido sulla corteccia, che necrotizza e si distacca dal cilindro centrale. Se il portainnesto è suscettibile l’infezione si espande nella zona in cui le radici più grosse si ramificano dal tronco: da qui i nomi di “marciume del pedale” o “marciume del colletto” con cui spesso è indicata questa facies della malattia. In Italia e Spagna, su piante di clementine, sono state osservate infezioni di gommosi anche sulle branche. La gommosi è endemica in tutte le aree agrumicole del mondo. Esplosioni epidemiche sono state osservate nei vivai o in seguito ad alluvioni ed esondazioni di corsi d’acqua. La formazione di gomma interessa la corteccia e il cambio e soltanto un sottile strato del legno, quello più esterno. La lesione si estende attorno alla circonferenza del tronco, circondandolo progressivamente, e le radici sottostanti marciscono perché non ricevono più linfa. Nella maggior parte dei casi il decorso dell’infezione è cronico, ma può anche essere rapido e causare la morte della pianta nel giro di pochi mesi. Durante i mesi più caldi lo sviluppo dell’infezione rallenta e la lesione può cicatrizzare spontaneamente. In una fase avanzata dell’infezione compaiono sintomi non specifici di deperimento sulla chioma, clorosi delle nervature fogliari, ingiallimento e caduta anticipata delle foglie, foglie piccole, sviluppo stentato e diradamento della vegetazione, seccumi, fioriture fuori stagione e frutti di piccola pezzatura che non sempre raggiungono la piena maturazione. Se oltre il 50% della circonferenza del tronco è interessata dalla lesione conviene estirpare ed eventualmente sostituire l’albero. La lotta contro la gommosi è basata fondamentalmente su misure di prevenzione nella fase di pre-impianto e impianto dell’agrumeto, quali l’impiego di portainnesti resistenti, l’innesto a un’altezza di almeno 30-40 cm dal terreno, il drenaggio e la sistemazione superficiale del terreno (per esempio la sistemazione in dossi dei terreni argillosi), lo scarto delle piantine che presentano sintomi anche lievi di gommosi in vivaio, l’impianto in buche non profonde (il “colletto” delle piantine deve essere a livello del suolo). Altre misure preventive nella fase di post-impianto consistono nell’evitare la bagnatura prolungata del tronco, la saturazione idrica del terreno durante l’irrigazione, l’interramento della parte basale del tronco con le lavorazioni e l’inerbimento del terreno in vicinanza del tronco. Nei vivai, inoltre, è sconsigliabile avvolgere il fusto delle piantine con guaine protettive impermeabili. Anche la lotta chimica contro la gommosi è più efficace se effettuata preventivamente; hanno dato buoni risultati trattamenti fogliari con fosetilAl (200-300 g/hl e 400 g/hl di prodotto commerciale contenente l’80% di sostanza attiva, rispettivamente negli agrumeti in produzione e nei vivai), effettuati in primavera o in autunno. Alcuni fosfiti, non registrati come agrofarmaci ma utilizzati in agrumicoltura come fertilizzanti, quali il fosfito di potassio e il fosfito di calcio, somministrati per via fogliare hanno mostrato un’azione simile a quella del fosetil-Al. Se l’infezione è in una fase iniziale, i fungicidi sistemici fosetil-Al e metalaxil-M possono avere anche azione curativa; in questi casi si applicano sul tronco con pennellature o irrorazioni di sospensioni concentrate del prodotto. Le pennellature sul tronco di sospensioni concentrate di prodotti rameici, tuttora utilizzate negli agrumeti, hanno soltanto azione preventiva.

Marciume radicale
I sintomi del marciume radicale si osservano soprattutto sulle radichette ma non sono specifici, di conseguenza soltanto esami di laboratorio possono confermare con certezza la diagnosi. Nella regione mediterranea, durante i mesi invernali le radici degli agrumi sono esposte alle infezioni di P. citrophthora, essendo questa specie vitale anche con temperature relativamente basse, mentre da giugno a novembre, quando le radici sono in attiva crescita, le infezioni sono causate prevalentemente da P. nicotianae. Nei vivai, le condizioni microclimatiche possono essere diverse da quelle degli impianti produttivi e la distribuzione stagionale delle due principali specie di Phytophthora può variare. I metodi di lotta sono sostanzialmente gli stessi indicati per la gommosi e possono essere così riassunti in ordine di importanza: 1) impiego di portainnesti resistenti, 2) sistemazione del terreno, 3) gestione razionale dell’irrigazione, 4) lotta chimica. La resistenza dei portainnesti al marciume radicale è correlata, tranne alcune eccezioni, alla resistenza alla gommosi e dipende nella maggior parte dei casi dalla capacità del portainnesto di rigenerare radici in sostituzione di quelle morte. Nelle piante innestate su portainnesti resistenti i sintomi di deperimento compaiono sulla chioma soltanto quando la percentuale di radichette marce è molto alta; tuttavia la quantità di frutto prodotta si può ridurre significativamente anche in piante asintomatiche. Poiché vi è una relazione diretta tra la percentuale di radichette marce e la quantità di inoculo di Phytophthora presente nel terreno, per valutare la convenienza a effettuare trattamenti chimici è utile conoscere il valore di quest’ultima. Sono state applicate diverse tecniche per diagnosticare le infezioni di Phytophthora e per determinare quantitativamente l’inoculo di questi Oomiceti patogeni nel terreno; la più utilizzata è quella con cui si determina la densità dell’inoculo (DI) in base al conteggio delle colonie di Phytophthora che si sviluppano su substrato di coltura selettivo in piastre Petri inseminate con terreno. I risultati sono espressi in termini di Unità Formanti Colonie (UFC) per unità di peso (g). Negli agrumeti in produzione è consigliabile effettuare i trattamenti quando la DI di Phytophthora è superiore a 10-30 UFC/g. Nei vivai e negli impianti giovani il valore-soglia per i trattamenti è molto più basso (circa 1/10); per la certificazione delle piantine in vivaio ai fini della commercializzazione la soglia di tolleranza, stabilita per legge, è 0 UFC/g. Per i trattamenti si utilizzano i fungicidi sistemici fosetil-Al e metalaxil-M, il primo somministrato alla ripresa vegetativa per via fogliare, alle stesse dosi indicate per la gommosi del tronco, il secondo al terreno, alla base della pianta, sotto la proiezione della chioma, alla dose di 0,5-1 ml di sostanza attiva/m2. Entrambi i trattamenti possono essere ripetuti a distanza di 2-3 mesi. Il metalaxil-M può essere distribuito tramite gli impianti predisposti per la fertirrigazione. La gestione razionale dell’irrigazione durante i mesi estivi è un altro importante mezzo di prevenzione del marciume radicale. Idealmente, per creare condizioni sfavorevoli allo sviluppo di questa malattia, i turni di irrigazione dovrebbero essere regolati in modo che nell’intervallo tra le adacquate il potenziale idrico matriciale nei 30 cm più superficiali del terreno si riduca a valori compresi tra –600 e –700 kPa, in modo che la produzione di sporangi sia inibita.

Marciume bruno dei frutti

Il marciume bruno o “allupatura” dei frutti causa danni sia in campo sia nel post-raccolta. Diffusione e gravità di questa malattia policiclica sono strettamente dipendenti da fattori ambientali e molto variabili da un anno all’altro anche nella stessa località. Le esplosioni epidemiche sono ricorrenti nelle aree in cui P. citrophthora è endemica e periodi di piogge intense e persistenti coincidono con l’inizio della maturazione dei frutti. Le zoospore e gli sporangi dell’agente patogeno raggiungono i frutti con le gocce d’acqua trasportate dal vento e con gli schizzi che rimbalzano sul terreno. Di conseguenza, i frutti della parte della chioma più vicina al suolo hanno maggiore probabilità di infettarsi. Se insieme alla pioggia si verificano venti forti, le infezioni possono interessare anche i frutti della parte più alta della chioma, le foglie e i germogli. In questi casi si osserva anche una forte defogliazione e il disseccamento dei rametti. Nell’intervallo di temperatura compreso tra 14 e 23 °C è sufficiente un periodo di bagnatura di 3 ore perché si realizzi l’infezione. I frutti infetti di solito dopo alcuni giorni cadono al suolo. Tuttavia, poiché il periodo di incubazione della malattia è di circa 10 giorni a una temperatura costante di 10 °C e può superare i 14 giorni con temperature più basse, i frutti infetti raccolti subito dopo le piogge infettanti possono sfuggire alla selezione e innescare cicli secondari di infezione in magazzino e nelle successive fasi di conservazione e trasporto. Di conseguenza, anche una piccola percentuale di frutti infetti può compromettere il valore commerciale del prodotto. La lotta contro il marciume bruno si basa soprattutto su trattamenti preventivi alla chioma con prodotti a base di rame o con il fungicida sistemico fosetil-Al. In genere è sufficiente un solo trattamento autunnale, all’inizio del periodo delle piogge. In caso di piogge persistenti, se si utilizzano prodotti rameici, può essere necessario ripetere il trattamento a distanza di 2-3 mesi. Le formulazioni liquide di questi prodotti in genere sono più persistenti. Il tempo di carenza dei prodotti a base di fosetil-Al è di 15 giorni, ma la persistenza di azione del trattamento fogliare è superiore a 80 giorni; questi prodotti inoltre, essendo sistemici, non sono dilavati dalla pioggia. Quando si utilizzano volumi di irrorazione normali (1500-2000 l/ha), la quantità di rame rilasciata in un agrumeto adulto con un singolo trattamento può variare da 1 kg/ha, se si impiegano idrossidi, a più di 10 kg/ha, se si impiega la poltiglia bordolese. Recentemente, i limiti massimi di residui (LMR) di rame ammessi negli agrumi sono stati ridotti in seguito all’applicazione del Regolamento UE 396/2005 (LMR di rame negli agrumi 20 mg/kg), che prevede l’armonizzazione dei LMR di agrofarmaci nei paesi dell’Unione Europea. Già precedentemente, per motivi di ordine ecotossicologico, il Regolamento CE 473/2002 aveva fissato precisi limiti all’impiego del rame in agricoltura biologica (6 kg/anno per ettaro). Ciò ha indotto le case produttrici di agrofarmaci a sviluppare nuovi formulati e a riconsiderare le strategie di applicazione, con l’obiettivo di ridurre i quantitativi di rame utilizzati per i trattamenti. Per quanto riguarda il marciume bruno dei frutti degli agrumi, è stato dimostrato che utilizzando formulati a base di idrossido è possibile ridurre la dose di rame sino a 500750 g/ha per singolo trattamento. Alcune pratiche agronomiche, come la rasatura della parte basale della chioma e l’inerbimento del terreno, riducono il rischio di infezioni di marciume bruno; il diserbo chimico, invece, le favorisce perché sul terreno nudo l’impatto della pioggia non è attutito dall’erba e, di conseguenza, aumenta il potenziale infettivo degli schizzi d’acqua.

Marciume secco delle radici

Il marciume secco delle radici è una malattia di incerta eziologia, a cui sono associate alcune specie terricole di Fusarium. Si ritiene che stress di natura biotica e abiotica, quali infezioni di Phytophthora, rosure di arvicole, danni meccanici alle radici e condizioni di ipossia conseguenti a lunghi periodi di saturazione idrica del terreno, siano i principali fattori predisponenti. Il nome della malattia si riferisce all’assenza di essudato gommoso che caratterizza, invece, le infezioni di Phytophthora sul tronco. Il sintomo più tipico è una colorazione bruna che dalle radici principali e dal fittone si estende nel legno della parte basale del tronco, ma si arresta a livello del nesto. Ampie porzioni della corteccia del tronco, a livello del suolo, disseccano. Le piante mostrano sintomi di deperimento simili a quelli causati da altre malattie radicali, quali clorosi delle nervature fogliari, filloptosi, foglie e frutti piccoli, seccumi e diradamento della chioma e in alcuni casi reagiscono emettendo dal tronco radici avventizie superficiali. Il decorso è cronico, ma talvolta nel periodo estivo le piante collassano improvvisamente. La malattia si manifesta su piante di 7-15 anni di età, generalmente in modo sporadico, ma in alcuni agrumeti l’incidenza può superare il 30%. In Italia, il marciume secco è stato osservato soltanto in piante innestate su citrange. Per prevenire questa malattia, si possono adottare misure intese a evitare la saturazione idrica del suolo in prossimità del tronco, quali la sistemazione del terreno in dossi, la scalzatura della parte basale del tronco e l’impiego di sistemi di irrigazione localizzati.

Marciume radicale fibroso

Il marciume radicale fibroso è causato dal Basidiomicete Armillaria mellea. Questo patogeno ha una gamma di ospiti che comprende diverse centinaia di specie di piante spontanee e coltivate, quasi tutte Dicotiledoni. Invade le radici principali e il colletto della pianta, formando tra la corteccia e il legno placche miceliari di colore bianco-crema dalla caratteristica forma “a ventaglio”. Le placche, uno dei segni della malattia, sono visibili tutto l’anno sollevando la corteccia del tronco a livello del colletto. Dal taglio fresco si sprigiona un caratteristico odore “di fungo”. I sintomi generici di deperimento compaiono sulla chioma soltanto in una fase avanzata dell’infezione, dopo che il patogeno ha invaso la parte basale del tronco per almeno un terzo della sua circonferenza. In autunno, alla base del tronco delle piante morenti, è possibile osservare un altro segno della malattia, i basidiomi di A. mellea, che nel linguaggio comune sono chiamati “famigliole buone di chiodini”, con riferimento alla crescita aggregata, alla commestibilità e alla morfologia degli esemplari giovani. Le infezioni si diffondono per contatto radicale o tramite le rizomorfe, cordoni miceliari di colore bruno scuro che si sviluppano sulla corteccia delle radici e negli strati più superficiali del terreno, con una velocità di circa 20-30 cm l’anno. A. mellea, che predilige i terreni subacidi ricchi di sostanza organica, può sopravvivere nel terreno diversi anni anche in assenza di ospiti, sotto forma di micelio, nei residui di grosse radici. Negli agrumeti, il marciume radicale fibroso si presenta in focolai di dimensioni limitate; la malattia è endemica in agrumeti che subentrano a colture molto suscettibili, quali drupacee, olivo e vite, oppure impiantati in golene di fiumi e in terreni precedentemente boscati. Nessuno dei più comuni portainnesti degli agrumi è resistente a questa malattia, ma contro di essa si possono adottare misure preventive prima dell’impianto dell’agrumeto, quali scasso profondo, sistemazione superficiale e drenaggio del terreno per evitare ristagni d’acqua, e rimozione delle radici residuate dalla copertura arborea precedente, soprattutto quelle più grosse, che sono la fonte primaria di inoculo. È sconsigliabile la consociazione degli agrumi con drupacee, ancora più suscettibili a questa malattia.

Mal secco

Il mal secco è una malattia vascolare causata dal fungo mitosporico Phoma tracheiphila. Particolarmente distruttiva su limone, comparve nei limoneti delle isole Egee di Poros e Chios, in Grecia, nella seconda metà del XIX secolo. In Italia fu segnalata per la prima volta nel 1919, in provincia di Messina e da lì si diffuse rapidamente nelle altre province siciliane e nelle aree limonicole dell’Italia continentale e della Sardegna. L’agente causale fu identificato nel 1929. L’attuale distribuzione geografica del mal secco comprende la costa orientale del Mar Nero (Georgia) e tutti i paesi agrumicoli del bacino del Mediterraneo, a eccezione di Spagna, Portogallo e Marocco. P. tracheiphila rientra nella lista dei patogeni da quarantena stilata dall’EPPO e dalle altre principali organizzazioni fitosanitarie regionali: APPPC (Asia and Pacific Plant Protection Commission), CPPC (Caribbean Plant Protection Commission), COSAVE (Comité Regional de Sanidad Vegetal del Cono Sur), PSC NAPPO (North American Plant Protection Organization) e IAPSC (InterAfrican PhytoSanitary Council). Oltre che su limone, l’ospite principale, il mal secco causa danni di un certo rilievo nelle colture di cedro. Arancio dolce, pompelmo, mandarino e clementine sono tolleranti. Tra i portainnesti, l’alemow è estremamente suscettibile; l’arancio amaro, fatta eccezione per alcune selezioni clonali, il limone rugoso e il limone volkameriano sono anch’essi molto suscettibili, mentre il mandarino Cleopatra, l’arancio trifogliato e il siamelo sono tolleranti. I sintomi iniziali del mal secco, che compaiono sulle foglie apicali in primavera, consistono in clorosi delle nervature e del lembo fogliare, epinastia e filloptosi. Tipicamente, la filloptosi inizia nella parte apicale del rametto e procede in senso basipeto; spesso le foglie disseccano prima di abscindersi oppure si disarticolano a livello della zona distale di abscissione e il picciolo rimane attaccato al rametto. Il rametto defogliato dissecca. Dai rametti, il disseccamento si estende progressivamente ai rami più grossi, alle branche e al tronco. La pianta reagisce con l’emissione di succhioni dalla parte basale dei rami e di polloni dal tronco. Il decorso della malattia dipende dalla suscettibilità dell’ospite, dall’età della pianta e dal sito di infezione. In genere, quando le infezioni avvengono per via radicale la pianta dissecca improvvisamente; questa facies del mal secco è nota come “mal fulminante”. Un’altra facies della malattia è il “mal nero”, una forma cronica che si osserva su piante adulte anche di specie tolleranti quando sono innestate su portainnesti suscettibili. Il sintomo caratteristico del mal nero è la colorazione bruno-nerastra delle cerchie più interne del legno. Sui rami e sul tronco delle piante infette da mal secco, asportando la corteccia o sezionando i rametti, si può osservare un altro sintomo tipico, una colorazione delle cerchie più esterne del legno che varia dal rosa salmone all’arancione; in corrispondenza di essa si isola facilmente l’agente patogeno. La presenza di questa tipica colorazione del legno è il principale criterio con cui si individuano i rami infetti da asportare chirurgicamente con la potatura di risanamento. I rametti di 2-3 anni e i polloni disseccati mostrano una colorazione grigio argentea e su di essi si può osservare un altro segno inconfondibile del mal secco, i picnidi di P. tracheiphila, visibili a occhio nudo come piccoli puntini scuri. Insieme ai picnidi di P. tracheiphila sui rametti secchi compaiono gli acervuli di Colletotrichum gloeosporioides. I picnidi sono la fonte primaria di inoculo; quando sono maturi, se i valori dell’UR superano il 90%, si rigonfiano e liberano i picnoconidi, la cui disseminazione avviene tramite la pioggia. Un’altra forma di propagazione agamica dell’agente causale del mal secco è costituita dai fialoconidi, che si formano direttamente sulle ife da cellule conidiogene specializzate, dette fialidi. Le fialidi si formano estemporaneamente in condizioni di elevata UR (valori prossimi alla saturazione), quando il micelio evade da ferite o tagli di potatura. I fialoconidi sono responsabili delle esplosioni epidemiche di mal secco conseguenti alle grandinate o alle piogge di fine estateautunno, quando invece la capacità germinativa dei picnoconidi è fortemente ridotta; possono essere disseminati dalla pioggia e con gli attrezzi di potatura. La penetrazione nei tessuti dell’ospite avviene attraverso ferite. Insediatosi nello xilema dell’ospite, P. tracheiphila produce sostanze fitotossiche (tossine non selettive) diffusibili, che molto probabilmente sono responsabili di alcuni sintomi della malattia; queste tossine sono prodotte dal fungo anche in vitro. Nonostante la temperatura ottimale per la crescita in vitro del micelio di P. tracheiphila sia di circa 25 °C, la temperatura più favorevole per lo sviluppo delle infezioni e per l’espressione dei sintomi è compresa tra 15 e 22 °C. La crescita del patogeno nello xilema dell’ospite è inibita da temperature inferiori a 10 °C o superiori a 28 °C, di conseguenza le infezioni di mal secco hanno una stasi estiva e una invernale. In Sicilia, le infezioni si verificano, in genere, da ottobre ad aprile e il periodo di incubazione della malattia può variare da due a sette mesi, a seconda della stagione. Le infezioni autunnali si manifestano la primavera successiva. Nonostante alcuni dei sintomi del mal secco non siano specifici, la sindrome, cioè il complesso dei sintomi, è tipica e quindi è possibile diagnosticare visivamente la malattia. La diagnosi sintomatologica può essere confermata in laboratorio mediante isolamento in purezza dell’agente patogeno su substrati di coltura; per questo saggio sono necessari da 7 a 12 giorni. In questi ultimi anni, per diagnosticare le infezioni di P. tracheiphila, sono state sviluppate diverse tecniche molecolari, molto più rapide e in genere più sensibili del metodo tradizionale di diagnosi basato sull’isolamento del patogeno; alcune di esse sono anche quantitative. Le tecniche diagnostiche molecolari, grazie alla loro rapidità e sensibilità, possono essere utili per i controlli fitosanitari alle frontiere e la certificazione del materiale di propagazione; con esse, infatti, è possibile saggiare un numero elevato di campioni e rilevare la presenza di infezioni anche in campioni asintomatici. La lotta al mal secco si basa in primo luogo sull’esclusione del patogeno dalle aree in cui non si è ancora insediato e sull’eradicazione dei focolai iniziali della malattia e delle possibili fonti di inoculo, utilizzando come strumento norme e leggi di carattere fitosanitario. Per quanto riguarda l’Italia vale il Decreto ministeriale del 17/4/1998 (G.U. n. 125 del 1/6/1998), che stabilisce l’obbligatorietà della lotta contro il mal secco in tutto il territorio italiano, il divieto di commercializzazione delle piantine di agrume infette e l’obbligo di eradicazione dei focolai della malattia mediante estirpazione e distruzione con il fuoco delle piante infette. Sin dalle prime manifestazioni epidemiche del mal secco nei limoneti siciliani, la potatura dei rami e dei polloni infetti e la bruciatura del materiale di risulta sono state il mezzo più utilizzato per risanare le piante di limone e ridurre la quantità di inoculo. Nonostante il notevole costo, questo tipo di potatura è ancora in uso e si esegue in primavera e all’inizio dell’estate, perché in questo periodo dell’anno i sintomi sono più evidenti. Per salvare le piante di limone infette si ricorre in alcuni casi a un intervento più drastico, il reinnesto con altre varietà di limone o specie di agrumi tolleranti. Sia la potatura sia il reinnesto non devono essere effettuati in giornate piovose o con cielo coperto per evitare nuove infezioni attraverso i tagli freschi. Le lavorazioni meccaniche del terreno in autunno e in inverno, la triturazione e l’incorporamento nel terreno della legna di risulta della potatura favoriscono le infezioni radicali. Esplosioni epidemiche di mal nero o di mal fulminante sono state osservate in agrumeti diserbati chimicamente, perché le radici del portainnesto tendono a svilupparsi in superficie e vengono a contatto più facilmente con l’inoculo prodotto nella parte aerea della pianta. Le reti antigrandine o i frangiventi, prevenendo la formazione di ferite, riducono il rischio di infezioni. L’impiego di reti antigrandine potrebbe essere preso in considerazione soprattutto nei vivai. Nei limoneti in produzione, la lotta chimica contro il mal secco non ha dato sinora risultati soddisfacenti. Andrebbe valutata la convenienza di effettuare trattamenti fogliari con prodotti rameici nei giorni immediatamente successivi alle grandinate. Nei vivai, invece, sono consigliabili trattamenti fogliari con prodotti rameici durante i mesi autunnali e invernali. Il mezzo di lotta più efficace contro il mal secco sarebbe l’impiego su larga scala di varietà di limone resistenti. Sin dalla comparsa della malattia, sia in Italia sia in altri paesi del bacino del Mediterraneo, furono avviati programmi di miglioramento genetico del limone basati inizialmente sulla selezione di cultivar o cloni nell’ambito delle popolazioni locali di limone. In Sicilia furono individuate due cultivar tolleranti, Monachello e Interdonato, che tuttavia hanno avuto diffusione limitata. Sono stati selezionati anche cloni di Femminello meno suscettibili delle popolazioni originarie, ma nessuno di essi ha mostrato una tolleranza paragonabile a quella del Monachello. Tra questi, ha avuto una certa diffusione il limone Zagara Bianca. Per abbreviare i tempi di selezione sono state utilizzate diverse tecniche, quali l’inoculazione artificiale di foglie e rami, l’infiltrazione delle foglie con tossine dell’agente patogeno e la selezione in vitro di calli o protoplasti trattati con liquidi colturali o tossine parzialmente purificate dell’agente patogeno. È stata tentata anche la via dell’incrocio inter- e intraspecifico. Più recentemente, sono stati utilizzati metodi meno tradizionali, quali la selezione in vitro di varianti somaclonali, la mutagenesi, l’ibridazione somatica inter- o intraspecifica e la trasformazione genetica. Soltanto alcuni dei cloni ottenuti con questi metodi hanno mostrato caratteristiche produttive interessanti: tra questi il Femminello 2Kr, clone nucellare ottenuto tramite mutagenesi indotta con raggi γ, e l’ibrido triploide Lemox. Entrambi i cloni, tuttavia, sono risultati molto suscettibili al mal secco.

Malattie emergenti delle foglie e dei frutti

Nonostante il clima Mediterraneo non sia favorevole alle malattie fungine delle foglie e dei frutti, essendo caratterizzato da lunghi periodi di siccità e temperature estive molto elevate, negli ultimi anni in alcune aree agrumicole dell’Italia meridionale e insulare sono state osservate esplosioni epidemiche di malattie nuove per il nostro Paese o già presenti ma in forma endemica, quali la maculatura bruna, le macchie di grasso e la septoriosi.

Maculatura bruna
La maculatura bruna dei frutti di mandarino attualmente è presente nella maggior parte delle aree agrumicole delle Americhe, del Sudafrica, dell’Asia e dell’Europa. La sua comparsa in Italia è coincisa con la diffusione del mandarino Fortune (clementine × mandarino Dancy), varietà che in Spagna ha riscosso notevole successo ma la cui coltivazione ultimamente si è ridotta proprio a causa dell’elevata suscettibilità a questa malattia. L’agente causale della malattia è una variante (o patotipo) di Alternaria alternata che produce la tossina ospite-specifica ACT, responsabile dei sintomi. La tossina ACT è secreta dai conidi durante la germinazione. A. alternata infetta le foglie giovani, che costituiscono la fonte primaria di inoculo. I frutti possono infettarsi in tutti gli stadi di sviluppo ma sono più suscettibili nei 3-4 mesi successivi all’allegagione. Le infezioni primaverili sui frutticini ne causano la cascola anticipata. I sintomi sui frutti consistono in macchie necrotiche puntiformi o subcircolari, infossate, di colore bruno; sulle foglie compaiono macchie necrotiche irregolari, di colore bruno, circondate da un alone clorotico, che si espandono preferenzialmente lungo le nervature secondarie e, sulle foglioline giovani, deformazioni conseguenti alla necrosi del margine del lembo fogliare. Sulle varietà molto suscettibili, si osservano abbondante defogliazione e necrosi dei germogli. Per le infezioni non è necessaria la pioggia ma sono sufficienti condizioni di umidità persistente (nebbia o rugiada) che assicurino un periodo di bagnatura di 8-12 h; la temperatura ottimale è 20-27 °C ma le infezioni si verificano in un intervallo compreso tra 17 e 32 °C. Il periodo di incubazione è di 16-36 h. I conidi sono disseminati dalla pioggia e dalle correnti d’aria. La presenza di questa malattia rappresenta un fattore limitante per la diffusione delle varietà di mandarino o mandarino-simili molto suscettibili, quali Fortune, Dancy, Minneola, Orlando, Nova, Page, Lee, Sunburst, Encore, Murcott, Michal, Winola, Ponkan, Emperor, Tangfang e Primosole. Sono suscettibili anche alcune varietà di pommelo. Le varietà di arancio, invece, sono resistenti. In Spagna sono stati ottenuti recentemente due nuovi ibridi di Fortune resistenti, Garbi (Murcott x Fortune) e Safor (Kara x Fortune). Nei vivai è consigliabile allevare al coperto le varietà di agrumi suscettibili, per evitare infezioni sulla vegetazione giovane e la successiva disseminazione dell’inoculo negli impianti commerciali. Sulle piante di varietà suscettibili in produzione si possono effettuare trattamenti fogliari con prodotti rameici con cadenza di 10-15 giorni, in modo da assicurare una copertura costante dei frutticini nel periodo in cui sono più suscettibili. L’efficacia dei trattamenti dipende dal grado di suscettibilità della varietà. Se il clima è molto piovoso essi sono inefficaci, soprattutto su varietà molto suscettibili come Fortune e Minneola. Su Nova, meno suscettibile di Fortune, i trattamenti con prodotti rameici, se effettuati tempestivamente, possono risultare efficaci. Sconsigliabile per le varietà di mandarino suscettibili l’impianto con sesti molto stretti e in siti con clima caldo-umido o poco ventilati.

Macchie di grasso
“Macchie di grasso” è la traduzione dall’inglese di greasy spot, malattia comune in diverse aree agrumicole con clima tropicale o subtropicale-umido. In Florida, questa malattia è stata attribuita all’Ascomicete Zasmidium citri (sinonimo di Mycosphaerella citri). In Italia è stata segnalata una sindrome, denominata “intumescenze gommose”, che presenta alcune analogie sintomatiche con il greasy spot ma la cui eziologia è ancora incerta. I sintomi di greasy spot consistono in pustole brune superficiali, di dimensioni variabili da 1 a 5 mm, che compaiono sulla pagina inferiore della foglia e alle quali corrispondono aree clorotiche nella pagina superiore. Il principale effetto della malattia è la caduta prematura delle foglie sintomatiche. L’incidenza della defogliazione è correlata alla piovosità. I sintomi sui frutti sono evidenti soprattutto sulle specie di agrumi più suscettibili, quali pompelmo e limone, e consistono in macchie necrotiche superficiali, di forma irregolare. L’inoculo è costituito dalle ascospore rilasciate dai periteci che si differenziano sulle foglie della lettiera in decomposizione, mentre i conidi dell’anamorfo, Stenella citri-grisea, hanno un ruolo epidemiologico secondario. Il processo di infezione comprende una fase epifitica e una endofitica. La penetrazione avviene per via stomatica. In Florida le infezioni avvengono prevalentemente tra giugno e settembre, soprattutto nelle ore notturne. Il periodo di incubazione può variare da 2 a 9 mesi; su specie di agrumi molto suscettibili e in condizioni ambientali favorevoli (25-30 °C e UR >90%) è di 3-4 mesi. Pertanto, la defogliazione è più accentuata in autunno e in inverno. Negli ambienti in cui la malattia causa danni rilevanti, la lotta si basa su trattamenti fogliari estivi con prodotti di copertura, quali i derivati del rame. Se il clima è piovoso può essere necessario più di un trattamento.

Septoriosi
La septoriosi, causata da specie del genere Septoria, è endemica in tutte le principali aree agrumicole del mondo su limone, arancio dolce, mandarino, clementine e bergamotto. Sui frutti si osservano macchie necrotiche superficiali puntiformi (1-2 mm di diametro), rossastre, bruno-ruggine o nere, leggermente depresse, oppure macchie necrotiche depresse e profonde, che interessano anche l’albedo, subrotondeggianti, di 3-10 mm di diametro, di colore bruno-nerastro, talora circondate da un alone clorotico. Sulle foglie compaiono macchie necrotiche bruno-nerastre, di forma irregolare, circondate da un alone clorotico, che interessano entrambe le facce delle lamina fogliare. In ambienti molto umidi si può verificare una forte defogliazione. Anche le infezioni sui frutti si verificano in ambienti molto umidi, in seguito ad abbassamenti termici. La suscettibilità del frutto è direttamente correlata al grado di maturazione. Le macchie confluiscono tra loro e si evolvono durante la frigoconservazione. Infezioni gravi sono state osservate su frutti di limone e bergamotto. La prevenzione della septoriosi si basa innanzitutto sulla potatura, che favorisce l’arieggiamento della chioma e riduce la quantità di inoculo. I trattamenti autunnali con prodotti rameici contro il marciume bruno dei frutti sono efficaci anche contro la septoriosi e le macchie di grasso.

Carie del legno

La carie del legno è causata da numerose specie di funghi lignicoli, soprattutto Basidiomiceti; endemica nei vecchi agrumeti, provoca la morte di grosse branche e il deperimento precoce degli alberi. In seguito a stress abiotici, quali forti gelate, può interessare anche piante giovani. Un altro fattore predisponente è l’eccessiva insolazione delle branche, conseguente a drastiche potature. La presenza di un’estesa carie nel tronco compromette la possibilità di reinnesto. Sul tronco e sui rami più grossi i Basidiomiceti lignicoli producono i basidiomi, che costituiscono la fonte primaria di inoculo. Le basidiospore prodotte dai basidiomi sono disseminate dall’acqua e dal vento e germinano con UR >90%. La penetrazione avviene attraverso tagli di potatura o ferite. Il decorso dell’infezione è cronico. I basidiomi emergono dalla corteccia quando il legno del tronco o del ramo è stato estesamente colonizzato dal micelio dell’agente patogeno. Uno dei funghi lignicoli più comuni negli agrumeti dell’Italia meridionale è il Basidiomicete Fomitiporia mediterranea, specie polifaga, comune anche su altre specie arboree, quali fruttiferi, olivo e vite. La carie si può prevenire evitando grossi tagli di potatura durante i mesi invernali o nei periodi piovosi, impiegando sistemi di irrigazione localizzati, lutando i tagli di potatura con mastici, facilitando lo sgrondo dell’acqua dall’incavo dell’impalcatura delle branche e imbiancando con calce il tronco e i rami per proteggerli dalle scottature solari.

 


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