Volume: la fragola

Sezione: coltivazione

Capitolo: malattie e fisiopatie

Autori: Claudio Lugaresi, Sergio Gengotti

Introduzione

Nel corso degli ultimi anni il quadro relativo alle malattie fungine della fragola si è progressivamente modificato, soprattutto in seguito alla diffusione di nuove tecniche colturali, alla concentrazione in alcune aree di impianti specializzati e alla costituzione e diffusione di nuove varietà più rispondenti alle richieste del mercato ma, in alcuni casi, più suscettibili nei confronti di alcune avversità. Anche l’introduzione di materiali di moltiplicazione da altri Paesi o continenti ha contribuito alla diffusione di nuovi patogeni fungini o di ceppi già presenti ma con differenti livelli di patogenicità. Di seguito sono descritte le principali malattie fungine della fragola, nonché alcune tra le principali fisiopatie che interessano questa coltura. Per ciascuna avversità sono illustrati i più comuni sintomi che si possono riscontrare sui diversi organi della pianta e i vari aspetti del ciclo biologico e dell’epidemiologia del processo infettivo.

Malattie della radice e del colletto

Deperimento progressivo

La pratica del ristoppio e la realizzazione di nuovi impianti con materiale di propagazione prelevato dai campi infetti hanno determinato la comparsa dei primi fenomeni di deperimento delle piante, soprattutto nel secondo o nel terzo anno di coltivazione. In seguito all’introduzione della tecnica della pacciamatura delle prode con film plastico, nonché della forzatura delle colture in tunnel con coperture in polietilene o in PVC, il fenomeno del deperimento progressivo è aumentato fino a raggiungere livelli elevati sin dal primo anno di coltivazione, soprattutto nei periodi con alte temperature del terreno. L’utilizzo di materiale vivaistico sottoposto a frigoconservazione dopo l’estirpo invernale, messo a dimora da inizio estate, ha migliorato la situazione solo per un breve periodo. Le piante affette da deperimento progressivo manifestano arrossamento dei bordi fogliari, avvizzimenti e disseccamenti della vegetazione iniziando dalle foglie esterne fino, nei casi gravi, al completo avvizzimento. Ove le infezioni sono precoci si osserva uno scarso sviluppo delle piante. L’esame dettagliato evidenzia necrosi progressive di radici, colletto e steli. La produzione risulta scarsa e scadente, con frutti acerbi, privi colore e turgore. I sintomi generali del deperimento si accentuano all’aumentare delle temperature, specie nelle giornate ventose. La prevenzione di detta grave fitopatia è in parte attuabile attraverso: lunghe rotazioni realizzate con graminacee, evitando specie molto suscettibili come il pomodoro e la patata; miglioramento degli sgrondi idrici; limitando le concimazioni azotate, ma con lauti apporti organici; impiego di materiale vivaistico sano, moltiplicato in ambienti privi di rischi fitosanitari o adeguatamente fumigati. A ciò possono aggiungersi, oltre alle fumigazioni chimiche, il sovescio con brassicacee, la solarizzazione e l’impiego di varietà tolleranti. Il miglioramento genetico è in ogni modo fondamentale poiché anche la migliore terapia deprime temporaneamente i miceti tellurici, che a fine ciclo si ritrovano comunque presenti negli apparati radicali delle piante produttive.

Collasso o imbrunimento radicale (Rhizoctonia fragariae)
L’agente di quest’alterazione, già indicato fra i responsabili del deperimento progressivo, è un microrganismo fungino in grado di moltiplicarsi e diffondersi grazie alle proprie strutture miceliali. I terreni mantenuti umidi, con temperature anche superiori ai 25-30 °C, tipici delle coltivazioni pacciamate o forzate, oltre alla presenza di “inneschi” al suolo o sulle piantine, facilitano le infezioni di post-impianto. Il caldo primaverile completa lo sviluppo del micete che evidenzia nettamente sulle piante i deperimenti in fase di pieno raccolto o a fine ciclo. Le piante colpite da collasso presentano generalmente scarso sviluppo, poche foglie, infiorescenze poco sviluppate e con estese necrosi alla base. L’apparato radicale appare ridotto e quasi totalmente imbrunito. I frutti prodotti sono di pezzatura accettabile solo nelle prime raccolte.

Avvizzimento della fragola o verticilliosi> (Verticillium dahliae e V. albo-atrum)
La malattia, come nel precedente caso, può presentarsi con maggiore virulenza negli impianti più vecchi o dove questi sono realizzati con materiale di moltiplicazione ottenuto senza gli adeguati requisiti sanitari. Essa è causata da funghi deuteromiceti quali Verticillium alboatrum e V. dahliae, che possono permanere vitali a lungo nel terreno, anche in profondità, e infettare numerose specie erbacee, arbustive e arboree. Le contaminazioni alle radici, dovute ai conidi trasportati da acqua o animali, possono avvenire attraverso ferite prodotte dalle operazioni di trapianto, da insetti ecc. All’interno dei vasi legnosi il patogeno, favorito da temperature sui 25 °C, si diffonde con le correnti linfatiche provocando interferenze ormoniche e metaboliche e infettando anche le piante figlie. I primi sintomi di sofferenza possono notarsi da fine estate-inizio autunno. In primavera, con l’aumento della temperatura e le elevate necessità metaboliche, i deperimenti assumono notevole rilevanza. Le foglie esterne della corona delle piante colpite da verticilliosi presentano imbrunimento marginale, mentre i piccioli evidenziano piccole striature necrotiche, depresse, localizzate alla base. Su impianti con frutti pendenti, nei periodi caratterizzati da elevate temperature, si assiste all’afflosciarsi graduale di tutto l’apparato fogliare, a eccezione, in molti casi, della rosetta centrale, dalla quale emergono foglie piccole e clorotiche. A fine produzione, o con temperature miti, molte piante stentate si riprendono. In vivaio le piante madri infette deperiscono contornate dalle figlie a loro volta in gran parte infette. In sezione longitudinale, il rizoma e le radici grosse mostrano un evidente imbrunimento della zona legnosa. La lotta e la prevenzione contro gli agenti della verticilliosi si basano sulle lunghe rotazioni con colture non suscettibili, su apporti di sostanza organica, sull’impiego di materiale di propagazione sano, prodotto con le migliori tecniche vivaistiche e sull’impiego di varietà tolleranti. Poiché il micete sviluppa all’interno del fittone, è difficile devitalizzarlo anche impiegando i migliori fumiganti. Tale pratica deve pertanto essere integrata dalla distruzione del materiale vegetale infetto, assieme agli abbondanti e costanti apporti di sostanza organica che favoriscono la decomposizione dei residui colturali.

Necrosi del colletto e del rizoma (Phytophthora cactorum)
L’alterazione, favorita da temperature di 15-22 °C e da alta umidità relativa, interessa il colletto o l’intero rizoma. Le infezioni possono presentarsi in post-impianto (estate-autunno) e in primavera. In coltivazione forzata avvizzimenti precoci compaiono fin dall’inizio della fioritura. Detta malattia si evidenzia spesso su piantine che sono state sottoposte a frigoconservazione o che hanno sofferto, in campo, danni da gelate. Per questo si ritiene che i succhi liberi, dovuti alle microlesioni, agevolino l’infezione della malattia. Le piante colpite, all’estirpo manuale, tendono a spezzarsi mostrando, oltre a una scarsa resistenza alla trazione, un imbrunimento rosso scuro dei tessuti. Le porzioni di piante lesionate da gelo spesso presentano tessuti poco sviluppati, con netti restringimenti. In corrispondenza di questi possono presentarsi i tipici imbrunimenti qualora vi sia stata l’infezione. Le piantine colpite da P. cactorum iniziano a manifestare avvizzimenti altalenanti in funzione dei periodi più o meno caldi della giornata. Già in autunno, nei giovani impianti, possono evidenziarsi necrosi al colletto. In piena fioritura e durante l’ingrossamento dei frutti, le piante avvizziscono rapidamente. Sezionando il fittone i tessuti appaiono imbruniti totalmente o solo nella zona della corona, o al restringimento, o alla base, oppure in corrispondenza dei residui dello stolone. Per la prevenzione della malattia sono fondamentali l’impiego di piante sane e la realizzazione di efficienti reti di sgrondo delle acque piovane. Inoltre è necessario allontanare e distruggere la risulta delle pulizie o sfogliature autunnali o primaverili, per eliminare fonti d’inoculo di questa o di altre fitopatie. La difesa chimica, oltre che sull’azione preventiva dei preparati rameici, verte soprattutto sull’impiego di prodotti dotati di sistemia basipeta o acropeta applicati per immersione delle piantine prima della loro messa a dimora o al terreno in pre- o in post-impianto e alla ripresa vegetativa. Permangono fondamentali le produzioni vivaistiche con piante madri sane, in terreni privi di problematiche. La realizzazione di reti di sgrondo, tali da impedire quei ristagni con i quali si possono infettare grandi quantità di piante, è importantissima. Inoltre è necessario allontanare e distruggere la risulta delle pulizie autunnali o primaverili, per eliminare fonti d’inoculo anche per altre fitopatie. Nelle produzioni di cime radicate, o per l’ingrossamento di piantine in vasetto, oltre all’utilizzo di materiale di sicura origine e sanità, è necessario impiegare terricci sufficientemente sciolti per evitare ristagni.

Midollo rosso o cuore rosso (Phytophthora fragariae)
La malattia, particolarmente aggressiva, è poco diffusa in Italia e molto più nei Paesi del Nord Europa. Si manifesta con temperature di 20-25 °C e abbondante umidità; colpisce il fusto e le radici portandoli a rapido deperimento. La perpetuazione degli agenti infettivi avviene come oospore nel terreno o sui tessuti vegetali. Questa micopatia si manifesta con le foglie centrali della rosetta poco vigorose e di colore verde cupo, e con afflosciamento del fogliame partendo dagli elementi esterni. Alla sezione del rizoma i tessuti manifestano un’inconfondibile colorazione rossa estesa anche alla parte centrale delle radici. La prevenzione è legata al materiale vivaistico oltre che alle lunghe rotazioni e alle indicazioni riportate per P. cactorum. La coltivazione su terreno pacciamato con buona baulatura e lo sgrondo delle acque piovane sono basilari per non favorire le fitoftore in genere.

Marciume della corona (Botrytis cinerea)
La malattia, accentuata dall’alta temperatura e dall’umidità elevata, può manifestarsi già in estate dopo il trapianto oppure alla ripresa vegetativa primaverile, soprattutto negli impianti in coltura protetta. L’infezione è favorita da lesioni alla corona, fin dall’epoca dell’estirpazione in vivaio, o dai danni da gelo invernale alle gemme o ai germogli. Le infezioni in post-trapianto sono spesso incontenibili. Le piantine affette da marciume della corona dopo il trapianto presentano le foglioline dapprima afflosciate, poi disseccate e necrotizzate. Le infezioni possono ripetersi anche in fasi successive o in primavera, interessando, a volte, solo parte della corona o una sola gemma. Osservando gli organi colpiti possono evidenziarsi le tipiche efflorescenze di muffa grigia. Per prevenire la malattia è bene evitare i ristagni e le vecchie tecniche d’irrigazione per aspersione con grandi volumi d’acqua, adottando invece le manichette sotto pacciamatura. Fondamentale anche l’impiego di materiale di propagazione sano. La tecnica di far germogliare le piantine frigoconservate prima del trapianto permette di identificare parte del materiale a rischio. L’arieggiamento delle serre, fin dalla copertura, costituisce una discreta prevenzione, ma deve essere integrata da specifici interventi fungicidi allorché i focolai sono estesi o il clima è sfavorevole.

Marciume asciutto della corona o carbone-Rot (Macrophomina phaseolina)
L’agente, conosciuto e diffuso in varie specie erbacee (melone, peperone, solanacee, leguminose ecc.), è stato rilevato su Fragaria × ananassa, nel 2001 in Florida (USA) e in seguito in Francia, India, Illinois (USA), Israele, Spagna. La grave manifestazione di collasso, che si presenta similmente a quella causata da altre fitopatie del colletto come antracnosi o fitoftora, si ritiene favorita in primis dall’abbandono, per motivi ambientali, delle fumigazioni con bromuro di metile, ma ogni ipotesi è aperta. I primi casi si sono notati in aree di bordo, ritenute fumigate male e anche con problemi idrici. Le epoche di infezione e di comparsa sono quelle calde, con bassa umidità, cioè in condizioni simili a quelle che portano allo stress idrico. Le piante colpite mostrano inizialmente sintomi di stress idrico, poi vanno soggette a collasso afflosciando le foglie al suolo. Alla sezione presentano imbrunimenti estesi lungo l’anello vascolare. La diagnosi, necessariamente scrupolosa data la notevole importanza della fitopatia emergente, richiede accurati esami di laboratorio. Per la lotta, gli unici prodotti che rallentano il deperimento non sono registrati, per cui oltre alle fumigazioni si deve puntare su ampie rotazioni.

Malattie delle parti epigee

Marciume bruno o marciume amaro dei frutti (Phytophthora cactorum)
Il marciume bruno è una fitopatia che compare specie negli impianti in pien’aria, soggetti ad abbondanti irrigazioni per aspersione e soprattutto in anni con forti precipitazioni. L’agente infettante si perpetua come oospora durevole nei residui della vegetazione di numerose specie, anche arboree e frutticole. Le condizioni ideali per l’infezione sono temperature comprese tra 18 e 23 °C e umidità relativa prossima alla saturazione. La malattia si manifesta su frutti, calici e peduncoli che perdono di consistenza, assumono aspetto cuoioso e induriscono. Sui centri d’infezione compare un micelio bianco. La polpa dei frutti colpiti è di sapore amarognolo.

Antracnosi (Colletotrichum acutatum, C. fragariae)
L’antracnosi rappresenta una grave fitopatia da quarantena che si è diffusa in tutti gli areali fragolicoli negli anni più recenti. La fonte d’inoculo è rappresentata dai residui vegetali infetti dell’annata precedente, o dalle stesse piantine di fragola provenienti da ambienti contaminati. Si ritiene che nel terreno il fungo, sebbene resistente alle basse temperature, non sopravviva da un anno all’altro. Le condizioni favorevoli alle infezioni sono costituite da temperature comprese fra 20 e 28 °C e con bagnatura di circa 8 ore. La prevenzione della malattia è basata su: adozione di ampie rotazioni; esecuzione d’irrigazioni sotto pacciamatura; asportazione e distruzione dei fiori e dei frutti colpiti in campo. Fondamentale l’impiego di materiale di propagazione sano (compresi i “semi” che, ove siano impiegati per particolari produzioni di materiale vivaistico, debbono essere prelevati solo da bacche incontaminate) e, pertanto, l’attuazione nei vivai di scrupolose tecniche agronomiche e fitoiatriche, volte a limitare la diffusione della malattia, moltiplicando materiale sano in ambienti isolati. A fine ciclo è bene interrare subito i fragoleti per evitare che, con le piogge, sui frutti rimasti possano svilupparsi infezioni potenzialmente in grado di contaminare i nuovi impianti limitrofi. I sintomi dell’antracnosi compaiono in fase vegetativa su foglie, frutti, steli, stoloni, piccioli fogliari, peduncoli fiorali, corona e colletto. Su stoloni, piccioli e peduncoli si evidenziano lesioni scure, depresse ed ellittiche, crescenti, che possono confluire determinando strozzature e blocchi di crescita. Sui frutti si osservano tacche prima oleose e successivamente depresse, lucenti e di colore marrone. Con l’evoluzione, sui centri infetti compare un’efflorescenza mucillaginosa (arancio-marrone) costituita dalle fruttificazioni acervulari del patogeno. I frutti colpiti tendono a mummificare e in corrispondenza delle porzioni infette gli acheni divengono nerastri. Nei casi più gravi le infezioni possono estendersi ai tessuti del colletto, provocando alterazioni con imbrunimenti seguiti da seri deperimenti delle piante.

Alternariosi (Alternaria alternata)
Malattia sporadica, legata a caratteristiche genetiche, che compare in periodi caldo-umidi tra la primavera e l’inizio dell’autunno. Detto micete in genere non ha comportamento parassitario ma attiva la sua aggressività verso alcune varietà di fragola, nei confronti delle quali il patogeno produce sostanze a effetto tossico specifico. L’alternariosi colpisce foglie, piccioli e stoloni provocando diffuse lesioni necrotiche rotondeggianti di colore violaceo e chiare al centro, confondibili, nella fase iniziale, con vaiolatura o antracnosi. La malattia non colpisce i frutti, ma le lesioni a carico dell’apparato vegetativo interferiscono sulle capacità elaboranti delle foglie, che arrossano e deperiscono, con conseguente riduzione della vigoria delle piante e della relativa produzione in frutti o in materiale vivaistico.

Muffa grigia dei frutti (Botrytis cinerea)
Potenzialmente è la più grave malattia della fragola coltivata in pien’aria, mentre nelle coltivazioni in serra o in tunnel le infezioni, con opportune accortezze, sono limitate. Piogge persistenti o lunghi periodi di bagnatura e temperature comprese fra 5 e 35 °C rappresentano i maggiori fattori di rischio per questo patogeno ubiquitario. Gli impianti fitti o con piante eccessivamente vigorose, con ristagni di umidità, sono facilmente soggetti a infezioni. Le irrigazioni per aspersione sono sconsigliate e, dove non è possibile adottare altre soluzioni, è opportuno eseguirle al mattino per limitare le ore di bagnatura. In coltivazione forzata, o con altre coperture, le infezioni sono limitate qualora gli ambienti siano ventilati e asciugati fin dalle prime ore del mattino. La prevenzione è legata alle equilibrate concimazioni azotate e alla pacciamatura su discreta baulatura, nonché all’asportazione delle foglie deperite nel momento della ripresa vegetativa. Le infezioni botritiche interessano peduncoli fogliari, steli, fiori, calici, foglie e frutti. I sintomi sui frutti si evidenziano sotto forma di macchie bruno-chiare traslucide sulle quali compaiono feltri grigi contenenti gli organi di diffusione della malattia. I fiori colpiti divengono scuri, poi presentano la tipica muffa grigia e rinsecchiscono. Infezioni ad antere e pistilli, poco evidenti a occhio nudo, determinando la perdita di elementi fecondati, possono indurre alla formazione di bacche gravemente deformate.

Muffa nera, marciume acquoso (Aspergillus niger)
Malattia provocata da un micete comunissimo, saprofita e con deboli attitudini parassitarie, favorita da temperature di 28-30 °C e da piogge persistenti. Gli esiti dell’infezione si manifestano soprattutto in fase di postraccolta mentre in campo si evidenziano sui frutti molto maturi, soprattutto dopo forti temporali. Il patogeno determina sui frutti il rammollimento della polpa, la perdita di succhi e il disfacimento dei tessuti, che appiattiscono. Nei contenitori per la commercializzazione i frutti infetti collassano e formano una massa deliquescente su cui si sviluppa un’abbondante muffa fungina polverulenta di colore nero.

Vaiolatura (Mycosphaerella fragariae, Ramularia tulasnei)
L’infezione, che necessita di alcune settimane d’incubazione, avviene con temperature da 18 a 25 °C e alta umidità relativa. La vaiolatura causa sulle foglie la comparsa di macchie rotondeggianti o ovoidali (di 2-4 mm), di colore rosso scuro, ben evidenti nella pagina superiore. Con l’evoluzione, al centro le aree infette divengono grigio chiaro o biancastre, mantenendo il tipico alone rossastro. Con infezioni estese e confluenti, il fogliame è soggetto a deperimenti con arrossamenti o imbrunimenti. Nei casi gravi, a fine estate o in autunno, ove non si intervenga adeguatamente, l’evoluzione delle infezioni porta al deperimento parziale della vegetazione più vecchia.

Maculatura bruna (Diplocarpon earliana, Marssonina fragariae)
Il micete sopravvive da un anno all’altro sulle foglie morte. Gli schizzi della pioggia battente o dell’irrigazione contribuiscono alla diffusione delle spore infettanti. L’asportazione delle foglie deperite, a fine stagione o in primavera, contribuisce a limitare il potenziale d’inoculo. Le lesioni iniziali di maculatura bruna sulla foglia sono simili a quelle della vaiolatura ma, con l’evolversi dell’infezione, le macchie si espandono, assumono un aspetto irregolare (4-5 mm) e un colore rosso cupo o, a volte, sono circondate da un alone più chiaro. La parte centrale delle macchie, di colore marrone, distingue la maculatura bruna dalla vaiolatura nella quale è grigio-biancastra. La confluenza di più lesioni può determinare disseccamenti a porzioni di lamine fogliari i cui margini si piegano verso l’alto. Lesioni necrotiche possono evidenziarsi anche sugli altri organi della pianta, compresi i frutti.

Maculatura zonata (Gnomonia comari, Zythia fragariae)
È una malattia ritenuta di secondaria importanza, che si manifesta sulle varietà sensibili con andamento climatico piovoso. Il parassita sverna sulla vegetazione morta o sulle piante. Le infezioni, dovute a conidi e ascospore, presenti sui tessuti infetti, si manifestano sulla vegetazione di fine estate-autunno e primaverile, con temperature da 18 a 25 °C e con alta umidità relativa. Le prescrizioni nei confronti di questa micopatia si basano sull’evitare le irrigazioni per aspersione e sull’asportazione del materiale infetto alla ripresa vegetativa. I sintomi di questa malattia sulle foglie si evidenziano dapprima con piccole macchie del diametro di 2-3 mm che possono essere confuse con quelle causate da altri patogeni. Successivamente le lesioni si estendono (oltre 1 cm di diametro) con la formazione di ampi imbrunimenti rotondeggianti o triangolari, orientati nel senso delle nervature, che limitano la superficie elaborante dell’apparato vegetativo. Macchie inizialmente puntiformi possono interessare i piccioli fogliari, i peduncoli fiorali e anche la corona, determinando uno stato di sofferenza della pianta. In casi gravi le alterazioni coinvolgono peduncoli, calici e frutti che prima schiariscono, poi possono imbrunire. Sui centri d’infezione dei vari tessuti colpiti, compaiono punteggiature nerastre che rappresentano le fruttificazioni della malattia.

Oidio (Sphaerotheca macularis, Oidium fragariae)
È una malattia molto diffusa, riscontrabile sulla superficie di tutti gli organi epigei. Le fragole in coltivazioni protette sono maggiormente soggette all’oidio rispetto a quelle di pieno campo. L’effetto dilavante delle precipitazioni e delle irrigazioni per aspersione, assieme all’elevato turgore cellulare, contrasta le infezioni del patogeno. Queste sono favorite da somministrazioni azotate fuori tempo o esagerate, che stimolano l’emissione di nuova vegetazione priva di protezione. La germinazione ottimale dei conidi, responsabili delle infezioni, può avvenire con temperature fra i 15 e i 25 °C, mentre è ridottissima a 5 e 35 °C. I conidi rimangono vitali per un breve periodo e, per germinare, necessitano, a 25 °C, di 5-6 ore con umidità relativa elevata. La successiva colonizzazione avviene in uno o due giorni dalla germinazione. Le foglie colpite da oidio presentano la tipica muffa biancastra e la pagina fogliare lievemente accartocciata verso l’alto. Sulle varietà poco sensibili il micelio si nota pochissimo mentre, come reazione all’infezione, i tessuti fogliari possono presentare un particolare arrossamento. Sui fiori il micelio può ricoprire l’intera superficie determinando anche deformazioni. I frutti sviluppati, e prossimi alla raccolta, possono presentare opacizzazioni del colore, perdita della brillantezza, e giungere ai mercati con aspetto spento.

Fisiopatie

Colpo di sole
La manifestazione in pieno campo interessa essenzialmente il frutto o le foglie qualora manchi il governo del tessuto non tessuto steso sui fragoleti. In molti casi le piogge sono gli elementi scatenanti, specie sugli impianti molto vigorosi o già con elevate dotazioni idriche. Nelle coltivazioni protette sono frequenti lesioni alle foglie per il raggiungimento di temperature altissime dopo periodi umidi e tiepidi. Inoltre con le alte temperature, asciugando lo stigma, si perdono capacità recettive e di germinazione del polline, a sua volta a rischio con temperature superiori a 28 °C e umidità relativa prossima al 50%. Il contenimento di detti danni può essere realizzato: evitando eccessive concimazioni azotate ed elevate irrigazioni per aspersione; arieggiando adeguatamente i tunnel; mantenendo, in fioritura, umidi gli ambienti attraverso la distribuzione di acqua lungo le file; gestendo l’apertura delle coperture o, addirittura, sovrapponendovi reti ombreggianti o spruzzando sulle stesse un velo di calce.

Danni da gelo

Possono interessare ogni organo della pianta, in vivaio e in produzione, in funzione dello status in cui si trovano. Forti gelate ma con la copertura di neve o di un buon ”tappeto” di foglie attenuano gli effetti (la temperatura letale è –10-15 °C) Esperienze dirette indicano che la sensibilità è legata al buono stato agronomico (pieno turgore), alla durata dell’evento e al ripetersi dello stesso. Con un buono status, in vivaio a –8 °C, le piante adatte ai climi settentrionali possono mostrare alterazioni lievi mentre quelle per climi caldi possono presentare lesioni anche con temperature di –5 °C. In ciascun caso, l’evoluzione favorevole è influenzata da una buona reidratazione e dal clima mite all’epoca del trapianto o della ripresa primaverile. I danni ai fiori o ai frutticini o la lessatura delle foglie si possono verificare con semplici brinate tardive causando perdite dirette o malformazioni dei frutti. Nei riguardi di questi valgono le comuni pratiche antibrina, a condizione che il gelo sia di limitata durata e di poco inferiore allo zero.

Danni da grandine

Le grandinate possono causare, soprattutto sui frutti prossimi alla maturazione, danni molto rilevanti in funzione dell’intensità dell’evento e della presenza o meno di pioggia. Le lesioni possono interessare ogni parte esposta della pianta e soprattutto i frutti che, nei casi gravi, vanno perduti. L’evoluzione delle lesioni è legata alla possibilità d’intervento con fungicidi e all’andamento stagionale successivo all’evento. Nei casi gravi, buona parte del raccolto può andare perduta o non essere destinata al consumo fresco.

Fallanze per ripicchettature post-impianto

Il problema degli insuccessi delle ripicchettature, soprattutto con piantine frigoconservate (e in minima parte vegetanti), su terreni pacciamati interessa i periodi di caldo intenso. Il fenomeno si presenta con le morie ripetute di rimesse nell’esatto sito in cui altre erano deperite anche dopo un rigoglio vegetativo discreto. Lo stesso materiale di riserva, posto a dimora ai bordi della pacciamatura, per le ripicchettature, attecchisce generalmente senza particolari problemi. Identica considerazione per gli impianti eseguiti con materiale degli stessi lotti, ma in periodi con bassa temperatura o in ambienti ombreggiati. La causa del fenomeno è certamente legata alle alte temperature del terreno pacciamato, che permettono a funghi saprofiti e batteri di aggredire i tessuti vegetali indeboliti, ma vi sono altri elementi intrinseci in grado di esaltare queste problematiche in determinate situazioni. Tra questi, le microlesioni dovute a gelate in vivaio o a disidratazioni dopo l’estirpazione, o a frigoconservazione a temperature non adeguate. Altri fattori sfavorevoli all’attecchimento sono: la presenza di tracce di gas residui delle fumigazioni, che risalgono ed esalano con le alte temperature; gli elementi fertilizzanti ad alte concentrazioni; l’acqua d’irrigazione con elevata salinità. La risoluzione agronomica del problema consiste nell’asportare il terreno del sito in cui è avvenuto il deperimento e metterne del nuovo, o nell’eseguire la ripicchettatura lungo la fila, a debita distanza dal punto inospitale. Quanto esposto richiama all’attenzione il pregio della qualità del materiale vivaistico e le cure dei terreni, nonché le tecniche agronomiche atte a limitare i rischi. Tra queste ultime si ricordano le concimazioni, da eseguirsi solo dopo l’accertato attecchimento, all’abbassarsi delle temperature, perché moltissimi terreni adibiti alla fragolicoltura dispongono di abbondanti quantità di elementi chimici e di elevata salinità, nefasta nei periodi delicati. Le piantine dopo l’impianto emettono foglie che appassiscono e disseccano. Estirpate, oltre alle tipiche esalazioni di fermentato, presentano l’apparato radicale, vecchio e nuovo, di facile decorticazione, con imbrunimenti estesi fino all’interno del fittone. Dove è stata eseguita la fumigazione, specie in terreni compatti, vi può essere necessità che i gas residui siano allontanati dal sito di trapianto. Questi possono provocare difficoltà d’attecchimento o stentata crescita con aspetti negativi sulla produzione. Ove il trapianto avvenga in periodi di fine estate, con temperature miti le interferenze sulle piantine possono essere molto lievi e non avere effetti evidenti, ma comparire in primavera con i caldi intensi specie in coltivazione forzata. Per limitare dette interferenze è necessario seguire alcune procedure: prima della fumigazione, se il terreno è molto umido attendere che divenga in giusta tempera; dopo le fumigazioni, trascorsi i giorni previsti, togliere le coperture in giornate e periodi in cui non siano previste piogge, arieggiare il suolo con fresatrici, ma senza superare la linea di fumigazione per non ricontaminare il terreno; prima della stesura della pacciamatura eseguire il test del crescione e ripetere la rimozione del suolo in caso di positività.

 


Coltura & Cultura