Volume: il pesco

Sezione: coltivazione

Capitolo: malattie

Autori: Ivan Ponti

Introduzione

Nel corso degli ultimi anni il quadro relativo alle malattie fungine e batteriche che interessano il pesco si è progressivamente modificato, soprattutto in seguito alla diffusione di nuove tecniche colturali, alla concentrazione in alcune aree di impianti specializzati e alla costituzione di nuove cultivar più rispondenti a esigenze commerciali ma, in alcuni casi, più suscettibili nei confronti di alcune avversità. Anche l’introduzione di materiali di moltiplicazione da altri Paesi o continenti ha contribuito alla diffusione di nuovi patogeni o di funghi e batteri noti da lungo tempo, ma con caratteristiche di patogenicità molto diverse. Gli stessi cambiamenti nei piani di difesa antiparassitaria, messi in atto prevalentemente a partire dagli anni ’90 del secolo scorso, sotto lo stimolo di una pressante e non eludibile richiesta di tutela dell’ambiente e di sicurezza per i consumatori, hanno portato a una riduzione considerevole del numero dei trattamenti fungicidi, con significativi risvolti positivi ma, a volte, sotto il profilo strettamente fitoiatrico, non sempre adeguati per contenere efficacemente tutti i patogeni che possono essere presenti nell’ambiente in cui si opera. Nelle pagine che seguono sono descritte le principali malattie fungine del pesco, nonché quelle di origine batterica tra le quali la maculatura batterica causata da Xanthomonas arboricola pv. pruni e la scabbia batterica da Pseudomonas syringae pv. syringae di recente diffusione nel nostro Paese. Per ciascuna avversità sono illustrati i più comuni sintomi che si possono riscontrare sui diversi organi della pianta, il ciclo biologico del patogeno e i vari aspetti epidemiologici collegati all’andamento del processo infettivo e alla gravità dell’attacco. Al termine di questa rassegna sono indicate le più recenti strategie di difesa anticrittogamica, in linea con i disciplinari di produzione integrata.

Bolla (Taphrina deformans)

L’ascomicete responsabile di questa malattia è diffuso in forma endemica in tutte le aree peschicole italiane e ogni anno, in primavera, può causare danni molto gravi, soprattutto se l’andamento stagionale risulta molto umido e piovoso e non sono stati effettuati adeguati trattamenti fungicidi per ridurre il potenziale d’inoculo svernante e per prevenire le infezioni primarie. I sintomi di questa malattia si osservano a carico di tutti gli organi in fase di attiva crescita: foglie, germogli, fiori e frutti. Le foglie, a cominciare dalle fasi iniziali del loro accrescimento, possono manifestare ampie bollosità negli spazi internervali, con la parte convessa rivolta verso la pagina superiore. I tessuti parenchimatici interessati dall’alterazione assumono uno spessore e una turgidità maggiori del normale, una pigmentazione rosso-vinosa o clorotica, un aspetto ceroso, quasi pruinoso. Con il passare del tempo queste porzioni del lembo vanno soggette a degenerazione e la foglia si distacca dalla pianta. I germogli manifestano escrescenze carnose, ispessimenti, malformazioni e raccorciamento degli internodi. I frutti colpiti presentano escrescenze, più o meno ampie, di colore verde chiaro o rossastro. Gli attacchi sui frutti non si manifestano tutti gli anni ma sono strettamente correlati all’andamento climatico e in particolare alle piogge nel periodo post-fiorale. Gli studi più recenti in merito alla biologia e all’epidemiologia di questa malattia hanno messo in evidenza che le spore di Taphrina deformans riprendono la loro attività patogenetica a fine inverno, in concomitanza della ripresa vegetativa del pesco. Il processo infettivo prende avvio dalla fase di punte verdi, quando inizia a essere visibile la porzione apicale delle giovani foglie e le temperature medie risultano comprese tra 3 e 15 °C, con piante bagnate per almeno 15 ore. Le infezioni più gravi su foglie e germogli si registrano con bagnature superiori alle 24 ore nel periodo compreso fra punte verdi e caduta petali, mentre dalla caduta petali e per le successive 3-4 settimane sono i frutticini in rapido accrescimento a essere particolarmente esposti agli attacchi di bolla. I frutti di nettarine sono in genere più suscettibili a questa malattia rispetto alle pesche, probabilmente per l’assenza della tomentosità che costituisce una naturale barriera all’aggressione del patogeno.Affinché il processo infettivo si possa poi compiere è necessario che durante il periodo di incubazione, che dura in genere 2-3 settimane, le temperature medie si mantengano al di sotto dei 18-20 °C. Dopo la comparsa dei caratteristici sintomi della bolla sui vari organi della pianta si può osservare, in particolare sulle foglie inizialmente interessate dall’infezione, lo sviluppo di un ammasso polverulento biancastro, costituito da aschi liberi al cui interno si trovano in genere otto ascospore. A queste ultime si deve la diffusione del micete nell’ambiente e la successiva formazione di blastospore o conidi-gemma, che si riproducono abbondantemente fino all’autunno con un processo simile a quello dei lieviti, ridistribuendosi su tutta la pianta in forma saprofitaria.

Corineo (Wilsonomyces carpophilus)

L’agente di questa malattia, tradizionalmente indicato come Coryneum beijerinkii, è stato oggetto di vari aggiornamenti sistematici che lo hanno portato ad assumere prima la denominazione di Stigmina carpophila e, più recentemente, di Wilsonomyces carpophilus. Da segnalare che in questi ultimi anni, dopo un lungo periodo di modesta presenza della malattia, confinata per lo più in impianti mal gestiti, si sta registrando una nuova fase di recrudescenza, collegata probabilmente a una consistente riduzione dei trattamenti fungicidi nei mesi primaverili. I sintomi della malattia compaiono inizialmente sulle foglie sotto forma di piccole tacche rosso-violacee circondate da un alone clorotico. Con il progredire dell’infezione le aree colpite si allargano, fino a raggiungere la dimensione di alcuni millimetri, mantenendo però una decisa separazione fra la zona infetta e quella sana. Le parti di lembo fogliare ammalate tendono a distaccarsi, lasciando in tal modo la foglia più o meno bucherellata. Sui rami, l’infezione si evidenzia attraverso lesioni di varie dimensioni, che possono evolversi fino a raggiungere l’aspetto di “cancri aperti”, dai quali solitamente fuoriesce un abbondante essudato gommoso. La parte distale del ramo colpito finisce talvolta per disseccare totalmente. Anche sui frutti ammalati si formano inizialmente delle piccole aree rossastre di 1-2 mm, che in prossimità della maturazione appaiono più estese e ricoperte di incrostazioni gommose. Questo microrganismo esplica la sua attività vegetativa e patogenetica in condizioni di elevata umidità e temperature comprese fra i 5 e i 26 °C, con valori ottimali intorno ai 15 °C. L’umidità rappresenta in ogni caso l’elemento di maggiore importanza, poiché la differenziazione e la germinazione dei conidi avvengono solamente alla presenza di un velo d’acqua. L’attività vegetativa di questo microrganismo si arresta durante i mesi estivi in concomitanza di periodi caldoasciutti; per contro, raggiunge la massima diffusione nei mesi primaverili piovosi e umidi. Gli attacchi più gravi si hanno di norma dopo inverni miti e su piante indebolite o danneggiate dal gelo.

Nerume (Cladosporium carpophilum)

Questa malattia, nota anche come “ticchiolatura”, può colpire tutte le drupacee e in particolare il pesco, causando in alcune annate umide e piovose danni di una certa gravità. Sono interessati dall’infezione le foglie, i rami e, soprattutto, i frutti causando, su questi ultimi, piccole macchie scure, superficiali, che tendono poi a confluire, fino a interessare un’ampia superficie, in corrispondenza della quale l’epidermide non si accresce più regolarmente. Il deuteromicete responsabile di questa malattia si perpetua da un anno all’altro per opera del micelio presente sui tessuti colpiti. In primavera, dopo abbondanti precipitazioni, il fungo riprende la sua attività vegetativa dando origine a conidi che, giunti a contatto di nuovi tessuti vegetali recettivi, danno avvio al processo infettivo. Di norma l’incubazione dura circa due settimane, dopodiché si differenziano nuovi conidi responsabili di successive infezioni. L’aggressività di C. carpophilum è particolarmente intensa subito dopo la fioritura o in prossimità della maturazione, perché il tomento che ricopre l’epidermide del frutto durante l’accrescimento rende molto difficile la penetrazione del patogeno. Le cultivar più suscettibili sono in genere quelle a maturazione tardiva. Studi epidemiologici sono ancora in corso per meglio chiarire le relazioni tra infezione, andamento climatico e sensibilità dei vari organi della pianta.

Mal bianco (Sphaerotecha pannosa var. persicae)

Questa malattia interessa prevalentemente i pescheti collinari o dell’Italia centro-meridionale e può manifestarsi su tutti gli organi erbacei sin dalle prime fasi di ingrossamento dei frutticini; in genere, però, gli esiti dell’attacco assumono una particolare gravità nella primavera inoltrata o verso la fine dell’estate. Il fungo risulta particolarmente dannoso sui frutti nel periodo compreso tra la scamiciatura e l’indurimento del nocciolo e sui germogli in concomitanza con il loro rapido accrescimento. È noto che esiste una differente sensibilità delle varietà a quest’avversità, ma anche tutti i fattori che interferiscono sulle condizioni vegetative della pianta (carico produttivo, portinnesto, irrigazione, concimazione azotata) influiscono notevolmente sulla gravità delle infezioni oidiche sui germogli. I sintomi dell’infezione appaiono inizialmente sotto forma di chiazze biancastre, per poi assumere un colore ocraceo. I frutti colpiti precocemente tendono a cadere oppure rimangono deformati e deprezzati sotto il profilo commerciale. Sulle foglie la malattia si manifesta inizialmente per la difficoltà che denotano le due parti della lamina fogliare a staccarsi e per la posizione ondulata che assume solitamente la foglia colpita. In seguito sulla superficie fogliare si osservano delle aree decolorate, di forma irregolare, in corrispondenza delle quali compare la caratteristica muffa bianca che, poco alla volta, si estende a quasi tutto il resto della lamina. La diffusione primaverile-estiva della malattia avviene per opera dei conidi della forma agamica Oidium leucoconium, che hanno origine dal micelio presente sulla superficie degli organi vegetali infetti. Questo germe è ostacolato, nella sua propagazione, dalle piogge e perde virulenza quando la temperatura supera i 28-30 °C e l’umidità relativa è inferiore al 65-70%. La durata del periodo di incubazione varia da 25 giorni con temperature di 5-6 °C fino a 6-11 giorni con valori ottimali intorno ai 23 °C.

Fusicocco (Fusicoccum amygdali)

Il più comune microrganismo fungino responsabile di cancri e seccumi dei rami di pesco è il F. amygdali (= Phomopsis amygdali). Segnalato in Italia su pesco e mandorlo fin dall’inizio del 1900, fortunatamente non si è ancora diffuso in tutte le aree peschicole, anche se, proprio in questi ultimi anni, le segnalazioni di attacchi di questo deuteromicete si sono moltiplicate e hanno riguardato zone finora non interessate da questa affezione. L’intensità degli attacchi è strettamente correlata all’andamento climatico e alla suscettibilità varietale. Di norma le percoche sono molto sensibili, ma anche tra le nettarine e le pesche si segnalano varietà molto recettive come Stark RedGold o Maria Bianca. La malattia si evidenzia principalmente sui rami di un anno con lesioni ellittiche, di colore nocciola o bruno, centrate su una gemma e localizzate di preferenza alla base dei getti. Nei casi gravi il cancro interessa l’intera circonferenza del rametto provocando la morte della porzione distale, mentre le gemme poste inferiormente riescono a vegetare normalmente. Gli attacchi sul tronco o sulle branche si evidenziano per la presenza di porzioni di corteccia necrotizzate, spesso contornate da un’abbondante produzione gommosa. Le piante colpite si presentano fortemente debilitate e, nei casi più gravi, nell’arco di pochi anni disseccano. L’infezione può interessare anche le foglie con aree necrotiche, spesso contornate da un alone giallo-rossastro. Le alterazioni sui vari organi della pianta sono legate a una tossina (fusicoccina) prodotta dal fungo. La perpetuazione della malattia è affidata alle fruttificazioni picnidiche del patogeno che sono costituite da piccolissime masserelle nerastre, rotondeggianti, dapprima sottoepidermiche e poi erompenti, che si ritrovano sulle tacche necrotiche dei rametti colpiti. Dai picnidi maturi fuoriescono, sotto forma di cirri biancastri, i conidi che, trasportati dalla pioggia, diffondono la malattia. In particolare le infezioni si verificano durante i mesi autunnali e primaverili caratterizzati da piogge ripetute o da prolungate bagnature; l’insediamento del patogeno all’interno della pianta avviene prevalentemente attraverso le lesioni che si verificano a seguito del distacco delle foglie o di colpi di grandine. Altri microrganismi fungini responsabili di seccumi rameali su pesco sono Cytospora leucostoma e C. cincta. Questi miceti si differenziano sostanzialmente dal Fusicoccum amygdali per il minore potere patogenetico e, di norma, si insediano su piante debilitate o colpite originariamente da fusicocco, anche se in alcuni casi sono stati isolati ceppi di Cytospora dotati di un’elevata aggressività.

Monilia (Monilinia laxa)

Questa malattia è causata principalmente da Monilia laxa (forma agamica della Monilinia laxa ). Sui frutti si possono verificare infezioni anche da parte di M. fructigena. I fiori e i frutti sono gli organi sui quali si registrano i maggiori danni. I fiori colpiti avvizziscono e imbruniscono rapidamente. Dal fiore l’infezione si può estendere ai rami, provocando la comparsa di tacche depresse che spesso portano al disseccamento della parte distale del ramo colpito. Quando le condizioni climatiche durante la fioritura sono favorevoli all’insediamento del patogeno e l’inoculo nel pescheto è elevato sono possibili anche danni gravi, tali da compromettere la produzione dell’anno. Recenti studi epidemiologici hanno permesso di accertare che la formazione dei conidi di M. laxa si realizza anche a basse temperature (5-6 °C) e, se giungono a contatto di organi della pianta suscettibili, germinano più o meno rapidamente e danno avvio al processo infettivo. La penetrazione del micelio fungino all’interno dei tessuti vegetali avviene in presenza di un velo liquido e con un range termico compreso tra 5 e 30 °C. Il periodo di incubazione, prima della comparsa dei sintomi, può variare da pochi giorni a due settimane in funzione della temperatura. Di norma i danni che la monilia può provocare in campo rimangono a livelli trascurabili, mentre molto gravi possono essere le conseguenze delle infezioni nelle fasi di post-raccolta e di commercializzazione. Relativamente a questi ultimi aspetti si rimanda al capitolo del post-raccolta.

Ruggine (Tranzschelia pruni-spinosae)

Gli esiti degli attacchi di ruggine si manifestano sulle foglie a fine estate o in autunno sotto forma di piccole macchie giallastre presenti sulla pagina superiore, mentre in quella inferiore appaiono numerose pustole localizzate prevalentemente in corrispondenza delle nervature. I danni sulla pianta prodotti da questa malattia non sono quasi mai rilevanti e si traducono per lo più in un’anticipata defogliazione. In alcuni impianti, soprattutto dell’Italia centro-meridionale, possono venire colpiti anche i frutti, sui quali appaiono delle piccole lesioni rotondeggianti. L’agente di questa malattia è un fungo eteroico, che svolge il suo ciclo biologico su due differenti ospiti. Sulle drupacee si differenziano le uredospore e le teleutospore, che consentono la sopravvivenza del micete durante i mesi invernali. In primavera il fungo si trasferisce sull’altro ospite, costituito da piante erbacee quali anemoni e ranuncoli, ove differenzia prima i picnidi poi gli ecidi, contenenti le ecidiospore. Queste ultime, trasportate dal vento, reinfettano le piante di pesco dando avvio alla formazione degli uredosori. Le infezioni si ripetono più volte nel corso dell’anno, fino a quando le condizioni climatiche sono favorevoli allo sviluppo di questo basidiomicete.

Verticilliosi (Verticillium albo-atrum; V. dahliae)

I primi sintomi di questa malattia interessano di solito una o poche branche, per poi estendersi progressivamente a tutta la pianta. Gli esiti dell’infezione si evidenziano solitamente in primavera e interessano in genere un numero limitato di piante. I funghi responsabili di questa malattia si sviluppano all’interno dei vasi legnosi, impedendo il movimento ascendente della linfa grezza e provocando nel contempo alterazioni a livello dell’equilibrio ormonico e metabolico, con conseguente appassimento e disseccamento delle foglie a partire da quelle più alte. La perpetuazione di questi microrganismi può avvenire sia in forma parassitaria, su numerose piante ospiti coltivate o spontanee, sia allo stato saprofitario nei residui vegetali; possono anche sopravvivere per parecchi anni nel terreno, sotto forma di strutture miceliali ispessite (microsclerozi). La penetrazione nella pianta ospite avviene generalmente attraverso ferite o lesioni, che si verificano soprattutto in vivaio o nella fase di trapianto.

Mal del piombo (Chondrostereum purpureum)

Gli esiti di questa micopatia si manifestano inizialmente sulle foglie, le quali assumono una caratteristica colorazione metallica rifrangente; successivamente le foglie “piombate” risultano deformate, bollose e ripiegate a doccia. Nei casi più gravi le piante colpite presentano foglie molto piccole, fortemente argentate e raccolte a rosetta sul ramo. I sintomi caratteristici di questa micopatia si ritrovano nei tessuti legnosi del tronco, delle branche più vecchie e delle radici sotto forma di aree imbrunite irregolarmente circolari. Le alterzioni sopra descritte sono la conseguenza di sostanze tossiche prodotte dal C. purpureum. L’evoluzione dell’infezione è imprevedibile in quanto il decorso della malattia può essere di tipo acuto, con morte della pianta in breve tempo, oppure di tipo cronico con le alterazioni fogliari che si manifestano in modo più o meno accentuato per diversi anni. Questa malattia non va confusa con altre affezioni che provocano anch’esse argentature fogliari, come ad esempio il “mal del piombo tardivo”, causato dalle alte temperature estive, o il “falso mal del piombo”, provocato dall’acaro eriofide Aculus fockeui.

Marciume radicale (Armillaria mellea; Rosellinia necatrix)

Il marciume radicale si manifesta con un indebolimento generale della pianta, vegetazione stentata, clorosi e appassimento progressivo delle foglie. I sintomi caratteristici dell’infezione sono chiaramente evidenti solo a livello dell’apparato radicale o nella parte basale del tronco, ove sono presenti le strutture vegetative dei miceti responsabili di questa malattia. Nel caso del marciume radicale lanoso, causato da Rosellinia necatrix, le radici appaiono avvolte da una rete miceliale dapprima biancastra e poi bruna, che si espande in masse feltrose sfioccate alla periferia. Le infezioni provocate da Armillaria mellea (marciume radicale fibroso) sono caratterizzate da un feltro miceliale di color crema, con una caratteristica conformazione a ventaglio nella parte periferica. Le radici colpite da questo micete emanano un caratteristico odore di fungo fresco. A volte, durante i mesi autunnali sono osservabili i tipici corpi fruttiferi del patogeno (chiodini o famigliole). L’insediamento nella pianta ospite di questi microrganismi, altamente polifagi, in grado di svilupparsi a carico di molte specie arboree coltivate o spontanee, si realizza attraverso lesioni di varia origine. Sono generalmente interessate da marciumi radicali le piante di pesco coltivate in terreni molto ricchi di sostanza organica e con problemi di asfissia radicale.

Maculatura batterica (Xanthomonas campestris pv. pruni)

In diversi impianti di pesco, in particolare su varietà molto suscettibili come Spring Red o Elegant Lady, si ritrovano con una certa frequenza attacchi da parte di questo batterio, soprattutto in concomitanza di periodi caldo-umidi e piovosi. Le infezioni si manifestano generalmente in forma più grave su piante con elevato vigore vegetativo, ad esempio concimate abbondantemente con fertilizzanti azotati, con elevata disponibilità idrica o innestate su portinnesti molto vigorosi. Si ricorda che ceppi di questo batterio possono colpire anche il susino, per lo più le varietà cino-giapponesi. Gli esiti delle infezioni su pesco si evidenziano su foglie, gemme e germogli, rami e frutti. Su questi ultimi si manifestano maculature brunastre rotondeggianti, leggermente depresse, a volte con screpolature ulcerose. Le foglie infette presentano aree a contorno poligonale, dapprima idropiche e poi bruno-nerastre. Il lembo fogliare ingiallisce progressivamente e tende a disseccare, soprattutto nella parte apicale. In caso di gravi attacchi si assiste anche a una consistente caduta anticipata delle foglie. Sui rami il batterio causa, sia nella primavera inoltrata sia nella tarda estate, disseccamenti apicali con necrosi delle gemme. La sopravvivenza del batterio da un anno all’altro avviene prevalentemente nella parte distale dei rami, in corrispondenza delle gemme e delle cicatrici fogliari. Nella primavera successiva le cellule batteriche iniziano a moltiplicarsi per poi diffondersi nell’ambiente per mezzo del vento, della pioggia o degli insetti fino a giungere a contatto e infettare germogli, foglie e frutti. La penetrazione nei tessuti della pianta ospite avviene attraverso stomi, lenticelle e lesioni.

Scabbia batterica dei frutti (Pseudomonas syringae pv. syringae)

Si tratta di una malattia recentemente segnalata in Italia, che provoca sui frutti piccole lesioni necrotiche superficiali, tendenzialmente rotondeggianti e di colore bruno-nerastro. Con il passare del tempo le aree necrotiche si approfondiscono sull’epidermide del frutto e tendono a confluire interessandone ampie superfici. In concomitanza delle lesioni si può osservare la fuoriuscita di essudati gommosi. A volte questa malattia batterica può indurre ingiallimenti e disseccamenti sulle foglie, prevalentemente nella parte apicale. L’agente di questa malattia è un batterio ubiquitario e polifago che può svilupparsi come epifita su numerose piante arboree ed erbacee. La sua attività patogenetica si realizza prevalentemente durante i periodi freddi e umidi.

Tumore batterico (Agrobacterium tumefaciens)

Gli attacchi di questo batterio su pesco sono frequenti, ma raramente provocano gravi ripercussioni nello sviluppo della pianta. Solo nel caso in cui la massa tumorale invada gran parte dell’apparato radicale o sia localizzata al colletto, gli effetti negativi si evidenziano con un progressivo deperimento della pianta. I tumori si presentano inizialmente come piccole protuberanze rotondeggianti, di colore bruno chiaro; con il passare del tempo assumono un colore scuro, consistenza legnosa, superficie rugosa e aumentano di dimensione. La massa tumorale tende poi a disgregarsi liberando le cellule batteriche, che vanno a contaminare ulteriormente il terreno. Il processo infettivo a carico della pianta ospite avviene esclusivamente attraverso lesioni che consentono al batterio di raggiungere le cellule corticali, sulle quali provoca alterazioni genetiche e processi di abnorme moltiplicazione.

Difesa dalle malattie

Nel quadro complessivo delle tecniche di coltivazione del pesco, la gestione fitosanitaria occupa un posto di primo piano e deve essere correttamente impostata fin dalla fase di impianto del pescheto. Prima di procedere alla costituzione di un nuovo impianto, è buona norma controllare accuratamente il materiale di moltiplicazione per accertare la presenza di malattie che possono creare seri problemi alla coltura. In particolare è opportuno verificare, anche con esami di laboratorio, che sugli astoni non siano presenti esiti di infezioni batteriche o fungine causate, ad esempio, da Fusicoccum amygdali e Cytospora spp., mentre sull’apparato radicale ed sul colletto non devono essere presenti tumori di Agrobacterium tumefaciens o marciumi causati da Armillaria mellea, Rosellinia necatrix, Pythium spp., Phytophthora spp. Nel caso siano presenti alterazioni causate da questi miceti è necessario eliminare le piante colpite e disinfettare le altre immergendo le radici e il colletto in una soluzione di sali di rame. Nel caso di A. tumefaciens esiste la possibilità di una lotta biologica, da attuare prima della messa a dimora delle piante, somministrando un agrobatterio non tumorigeno (Agrobacterium radiobacter K84). Quest’ultimo, applicato sull’apparato radicale e sul colletto, svolge un’azione competitiva nei confronti del batterio tumorigeno, conferendo così un’efficace e prolungata protezione. La selezione del materiale di moltiplicazione dovrebbe avvenire prima della commercializzazione presso le aziende vivaistiche, anche con l’ausilio di personale qualificato appartenente agli Enti preposti alla vigilanza e alla certificazione, ma è consigliabile che gli stessi frutticoltori effettuino un ulteriore controllo delle piante consegnate in azienda prima della messa a dimora. Per quanto riguarda la scelta varietale, è di fondamentale importanza valutare attentamente la suscettibilità delle diverse cultivar nei confronti delle principali fitopatie diffuse nella zona in cui si opera. Si dovranno, ad esempio, escludere varietà tardive molto recettive agli attacchi di Monilia laxa e di altri agenti di marciumi dei frutti, in zone umide e poco ventilate. In alcune aree gli attacchi di Xanthomonas campestris pv. pruni sono oramai diffusi in forma endemica e pertanto in queste zone è opportuno non costituire nuovi impianti con cultivar molto suscettibili quali Elegant Lady, Iris rosso, Venus, Spring Red, Maria Laura, Maria Emilia, Royal Glory, Top Lady. Da evitare, inoltre, in zone molto umide interessate frequentemente da attacchi di Fusicoccum amygdali e Cytospora spp., le percoche ma anche le varietà di pesche e nettarine molto suscettibili. La scelta del portinnesto dovrà essere effettuata valutando attentamente anche la suscettibilità nei confronti dei parassiti tellurici. Nei terreni contaminati da Agrobacterium tumefaciens è preferibile ricorrere a Damasco 1869, dotato di una certa tolleranza. La sanità di un impianto dipende poi dagli interventi e dalle operazioni colturali attuati nella fase di impianto, quali la concimazione, e la sistemazione idraulica del suolo. Il terreno da destinare al nuovo impianto non dovrebbe aver ospitato negli ultimi 3-4 anni piante arboree, soprattutto della stessa specie. In caso di necessità di reimpianto andrebbero evitati gli appezzamenti nei quali sono state osservate morie di piante a seguito di attacchi di Armillaria mellea, Rosellinia necatrix e Phytophthora spp. Dopo la costituzione dell’impianto è indispensabile mettere in atto specifici interventi di difesa contro le principali malattie, fin dalla fase di allevamento delle piante. La prima malattia sulla quale il produttore deve porre la massima attenzione è la bolla, anche in considerazione dell’elevato potenziale di inoculo di questo germe presente ovunque. È pertanto indispensabile effettuare un primo trattamento in autunno, preferibilmente a completa caduta foglie, per devitalizzare le spore presenti sulle piante in modo tale da ridurre i rischi di infezione alla ripresa vegetativa. A fine inverno, superata la fase di rottura gemme, e in ogni caso sempre prima che si verifichino piogge o prolungate bagnature tali da dare avvio al processo infettivo, è necessario eseguire un secondo trattamento contro la bolla che va eventualmente ripetuto nelle fasi di pre-fioritura e di scamiciatura. Da considerare che anche i trattamenti fungicidi normalmente eseguiti contro oidio e monilia esplicano una certa attività preventiva nei riguardi degli attacchi di bolla, poiché devitalizzano parte delle spore di T. deformans presenti sulla pianta durante i mesi primaverili, estivi e autunnali. Nei riguardi del corineo la strategia di difesa è imperniata tradizionalmente su due interventi da eseguirsi, il primo, in autunno (subito dopo la caduta delle foglie) e il secondo in inverno (solitamente nel mese di febbraio, appena la temperatura tende a innalzarsi). Questi interventi “al bruno” hanno finalità estintive contro le forme ibernanti del fungo presenti nelle anfrattuosità corticali o tra le perule delle gemme. I fungicidi più usati a questo scopo sono gli stessi impiegati contro la bolla. Nelle annate caratterizzate da primavere molto piovose o quando la lotta invernale non abbia debellato completamente l’infezione, potranno rendersi necessari anche uno o due interventi in vegetazione, solitamente durante i mesi di marzo e aprile. È importante sottolineare l’esigenza di una difesa preventiva contro le forme svernanti di questo patogeno, perché se da un lato il suo insediamento è relativamente lento, dall’altro risulta difficile sradicare le infezioni in atto, specialmente di tipo lignicolo. Per limitare la suscettibilità delle piante a questa malattia è, inoltre, buona norma ridurre le concimazioni azotate e le irrigazioni che tendono a rallentare i processi di lignificazione dei rami. Si raccomanda, infine, come misura profilattica, di costituire nuovi impianti con varietà poco sensibili al corineo in zone molto umide e poco ventilate e di asportare durante la potatura tutti gli organi della pianta colpiti dalla malattia. Per quanto riguarda il nerume, interventi specifici sono consigliati solo negli impianti generalmente interessati da questa malattia e si effettuano a partire dalla fase di accrescimento frutti, impiegando preferibilmente zolfo bagnabile. Da sottolineare che le ripetute applicazioni con fungicidi contro le diverse malattie crittogamiche esplicano una discreta efficacia anche nei riguardi di Cladosporium carpophilum. Per combattere adeguatamente il mal bianco nelle aree peschicole dove l’infezione si presenta ogni anno con particolare virulenza, è opportuno eseguire alcune applicazioni preventive nelle fasi di scamiciatura e ingrossamento dei frutticini, mentre in tutti gli altri casi si può intervenire dopo la comparsa dei sintomi. A questo proposito si raccomanda di iniziare i trattamenti appena si notano i primi esiti dell’infezione, evitando in tal modo il pericolo che la malattia possa diffondersi gravemente nel pescheto. Relativamente ai prodotti da impiegare, la scelta dovrà di norma cadere sullo zolfo, riservando l’uso dei più efficaci antioidici di sintesi ai soli casi in cui la malattia si manifesta tutti gli anni con una certa intensità. Per quanto riguarda l’intervallo di tempo fra una applicazione e la successiva, esso varia fortemente in relazione alle condizioni ambientali, allo stadio vegetativo della pianta e al fungicida impiegato. Nei periodi di massima recettività all’infezione è necessario adottare turni molto ravvicinati, variabili da un minimo di 7-8 giorni sino a 12-14 giorni. Collateralmente all’attuazione della lotta chimica, si raccomanda di eliminare i germogli coperti dal feltro miceliale, asportare durante il diradamento i frutticini ammalati ed evitare un uso eccessivo di fertilizzanti azotati. Inoltre, per i nuovi impianti in zone molto soggette a questa malattia è bene scegliere cultivar poco suscettibili al mal bianco. La lotta contro gli agenti di cancri rameali, da attuarsi solo negli impianti ad alto rischio o già interessati dalla malattia, si basa su trattamenti preventivi da ripetersi più volte durante i mesi autunnali e primaverili, in concomitanza di piogge o di periodi di prolungata bagnatura delle piante. Oltre agli interventi chimici, un razionale piano di lotta contro queste alterazioni non può prescindere dall’accurata asportazione e distruzione di tutti i rami secchi. Si deve infine evitare la pratica dello sfibramento e interramento dei rami tagliati con la potatura, il ricorso a sistemi di irrigazione che bagnino i rami e rendano le piante più suscettibili al patogeno e, infine, l’uso eccessivo di fertilizzanti azotati. Per contenere i danni provocati principalmente da Monilia laxa, e in misura nettamente inferiore da M. fructigena, è necessario in primo luogo ricorrere a misure agronomiche finalizzate a limitare la suscettibilità dei fiori e dei frutti e ad abbassare il potenziale di inoculo. A questo proposito è opportuno limitare le irrigazioni e le concimazioni azotate, asportare e distruggere i frutti mummificati appesi alla pianta o caduti a terra, nonché i rametti parzialmente o totalmente disseccati a seguito di attacchi verificatisi durante il periodo fiorale. Si dovrà poi evitare di lesionare i frutti nelle fasi di raccolta e di selezione in magazzino, allontanare immediatamente quelli marcescenti dai locali di lavorazione e, soprattutto, ridurre al massimo i tempi di conservazione e di commercializzazione. La difesa chimica andrà realizzata in pre-raccolta effettuando nelle due-tre settimane precedenti l’inizio della raccolta una o due applicazioni con specifici preparati antimonilia. Può inoltre essere opportuno eseguire un intervento anche nella fase di fioritura se questo periodo è caratterizzato da piogge frequenti, elevata umidità o prolungata bagnatura della pianta. Per prevenire infine gli attacchi delle malattie batteriche, oltre al ricorso ai preparati cuprici durante i mesi primaverili e invernali, sono di fondamentale importanza l’impiego di materiali di moltiplicazione sani e la tempestiva asportazione e distruzione dei residui di foglie e frutti infetti caduti a terra, nonché dei rami interessati da cancri batterici.


Coltura & Cultura