Volume: il melo

Sezione: coltivazione

Capitolo: malattie

Autori: Agostino Brunelli

Introduzione

Come la maggior parte delle colture anche il melo è interessato da numerose malattie causate da microrganismi di diversa natura (funghi, batteri, virus, fitoplasmi), che possono mettere a repentaglio la sua produttività durante la fase di coltivazione e richiedono quindi le opportune contromisure. Malattie di natura infettiva possono insorgere anche durante la conservazione dei frutti in postraccolta, unitamente ad alterazioni di tipo fisiologico. Per quanto riguarda la fase di coltivazione, il problema principale è rappresentato dalla ticchiolatura ma anche altre malattie fungine (principalmente oidio e cancri rameali da nectria) richiedono attenzione tutti gli anni mentre altre ancora, sempre di natura fungina (per es. marciumi del colletto e delle radici), si manifestano sporadicamente e hanno quindi una limitata importanza pratica; peraltro da alcuni anni è stata segnalata in alcune aree (principalmente Alto Adige e Trentino) una nuova alterazione, presumibilmente causata da Alternaria alternata ma il relativo quadro eziologico non è stato ancora del tutto chiarito. Di scarsa rilevanza sono, fortunatamente, sul melo gli attacchi dei batteri, anche se la recente comparsa in Italia del colpo di fuoco da Erwinia amylovora richiede una costante vigilanza sulla coltura, in particolare sulla cultivar Gala, che risulta particolarmente sensibile. Di seguito sono presentate le principali malattie infettive di natura fungina e batterica che possono colpire il melo durante la fase di coltivazione, con una breve descrizione dei sintomi causati sulla pianta, delle peculiarità del loro ciclo biologico anche in rapporto allo sviluppo vegetativo della coltura e alle condizioni ambientali e climatiche, che rappresentano i fattori fondamentali alla base dello sviluppo e dell’andamento delle infezioni.

Ticchiolatura (Venturia inaequalis)

Rappresenta la principale malattia del melo e si manifesta costantemente negli anni con una gravità più o meno elevata in dipendenza dall’andamento climatico. Il suo nome italiano deriva dai sintomi causati dalla malattia sugli organi colpiti, rappresentati da macchie scure, più o meno numerose. Attacca tutte le parti verdi della pianta. Sulle foglie determina la comparsa, su entrambe le pagine, di macchie rotondeggianti di colore olivaceo, che diventano sempre più scure e assumono un aspetto vellutato dovuto allo sviluppo di abbondanti fruttificazioni del patogeno. In caso di forti infezioni le macchie possono confluire e le foglie imbruniscono finendo per cadere. Le foglie sono suscettibili agli attacchi sin dai primissimi stadi di apertura della gemma e diventano progressivamente più resistenti col procedere del loro accrescimento. I frutti possono essere colpiti in tutti gli stadi di sviluppo e anche dopo la raccolta, durante la conservazione. Anche su di essi compaiono macchie di colore olivaceo scuro, con un aspetto vellutato come sulle foglie ma a contorno definito sin dall’inizio e più evidente. Quando il frutto viene colpito a inizio accrescimento le macchie possono interessare ampie aree dell’organo, che cade rapidamente. Se il frutto non cade le lesioni si accrescono perdendo, nella zona centrale, il colore scuro a causa dell’affioramento di tessuto suberoso; inoltre le parti colpite e devitalizzate non possono seguire l’accrescimento dei tessuti sani, per cui si originano fessurazioni (anche profonde) e malformazioni dell’organo. Quando l’attacco interessa frutti già sviluppati, le macchie rimangono più piccole e uniformemente scure; più o meno sviluppate e di colore scuro sono anche le macchie che si manifestano sui frutti immagazzinati. I fiori possono essere colpiti in tutte le loro parti, compresi i peduncoli, e manifestano alterazioni analoghe a quelle fogliari. L’agente della ticchiolatura del melo è un fungo ascomicete caratterizzato da 2 forme di riproduzione, una sessuata (denominata Venturia inaequalis), l’altra agamica (denominata Spilocea pomi), che si alternano fra di loro nel corso del ciclo vegetativo della coltura. La prima si sviluppa saprofiticamente nelle foglie cadute a terra, la seconda vive a spese della pianta in maniera parassitaria e dà origine a un numero variabile di generazioni responsabili dei danni ai vari organi a partire dalla ripresa vegetativa. Nelle foglie infette cadute a terra in autunno, nel periodo compreso fra l’autunno e la ripresa vegetativa, si sviluppano i corpi fruttiferi sessuati (detti pseudoteci) all’interno dei quali sono contenuti gli aschi che producono le cosiddette ascospore. Queste, alla ripresa vegetativa, a seguito di sufficiente bagnatura delle foglie a terra, vengono emesse dagli pseudoteci e sono trasportate dagli schizzi d’acqua piovana o dal vento sugli organi della pianta dove, in presenza di un velo d’acqua e di idonea temperatura, germinano e, dopo avere perforato la cuticola, danno inizio al processo infettivo (infezione primaria). Dopo diversi giorni di incubazione (la cui durata dipende dalla temperatura) sugli organi infetti si ha la comparsa delle fruttificazioni conidiche responsabili delle sopraricordate macchie olivacee. A loro volta i conidi, in presenza di idonee condizioni ambientali (bagnature della pianta e temperatura adeguata), sono in grado di dare origine a nuovi processi infettivi (infezioni secondarie) per un numero di cicli dipendente dall’andamento meteoclimatico (fondamentale è la disponibilità di acqua) fino all’autunno. In pratica, l’aggressività della ticchiolatura è, negli ambienti italiani, sostanzialmente legata alle piogge e relative condizioni di elevata umidità e prolungata bagnatura che si verificano dopo la ripresa vegetativa del melo, periodo in cui la liberazione delle ascospore, sviluppatesi nelle foglie cadute nell’autunno precedente, coincide con la fase di maggiore suscettibilità della coltura e in particolare dei frutti. Purtroppo la maggior parte delle varietà di melo oggi coltivate sono più o meno suscettibili alla ticchiolatura e richiedono quindi di essere adeguatamente protette. Negli ultimi anni è peraltro cresciuto l’interesse per le cultivar selezionate per la resistenza alla malattia, che hanno cominciato a diffondersi e sembrano potere incontrare il favore del mercato, diversamente da quanto verificatosi in passato.

Oidio o mal bianco (Podosphaera leucotricha)

Costituisce, in ordine di importanza, la seconda malattia fungina del melo e può causare danni gravi, specialmente in situazioni di elevata suscettibilità della cultivar e condizioni pedoclimatiche favorevoli. Il nome di mal bianco è giustificato dall’aspetto che caratterizza gli organi della pianta colpiti, che si presentano più o meno estesamente ricoperti da una muffa biancastra di aspetto polverulento, costituita dall’insieme del micelio fungino e delle spore. In effetti questo è il sintomo tipico della malattia, anche se la sintomatologia è diversificata a seconda dell’organo colpito e del momento dell’infezione. Sulle foglie compaiono, generalmente nella pagina inferiore, zone più o meno estese della suddetta efflorescenza bianca, a cui, sulla pagina superiore, corrispondono aree clorotiche; nei casi più gravi l’efflorescenza interessa l’intera superficie fogliare compresa quella superiore, inoltre i margini possono deformarsi oppure la foglia può assumere una forma allungata e ripiegata longitudinalmente. I rametti si ricoprono della tipica efflorescenza bianco-grigiastra che persiste anche nell’anno successivo e producono gemme terminali e laterali più piccole della norma, che daranno origine a germogli irregolari, spesso con un numero elevato di piccole foglie; dalle gemme a frutto infette si sviluppano fiori irregolari, piccoli, ricoperti di una leggera efflorescenza e di colore giallo o verde pallido, con scarsa allegagione. I frutti provenienti da gemme infettate nell’anno precedente si presentano piccoli e rugginosi, quelli colpiti a partire dalla fioritura-allegagione possono manifestare la classica efflorescenza ma più spesso presentano una rugginosità superficiale reticolata che si conserva fino alla raccolta. L’agente del mal bianco del melo è un fungo ascomicete caratterizzato da 2 forme di riproduzione, una sessuata denominata Podosphaera leucotricha, l’altra agamica chiamata Oidium farinosum. Il patogeno ha, sul melo, un comportamento particolare, analogo a quello tipico di altri agenti di mal bianco sui fruttiferi. Durante il ciclo vegetativo della coltura è in grado di infettare le gemme in formazione con frammenti di micelio che, riparati fra le perule, rimangono quiescenti fino al risveglio vegetativo dell’anno seguente, allorché riprendono a svilupparsi attivamente a carico dei germogli fogliari e a fiore, invadendoli in maniera totale e producendo abbondanti spore (conidi). D’altra parte, nel corso dell’anno, il patogeno continua a svilupparsi e a moltiplicarsi regolarmente in maniera agamica a carico dei vari organi e, nella stagione autunnale, differenzia i corpi fruttiferi sessuati (cleistoteci), all’interno dei quali si ha la formazione degli aschi contenenti le ascospore. Queste, a partire dalla ripresa vegetativa, stimolate da piogge anche leggere, vengono liberate e vanno a infettare i vari organi, sui quali si ha la comparsa della caratteristica efflorescenza bianca da cui vengono prodotte le spore agamiche (conidi) che danno origine a nuovi cicli d’infezione per tutta la stagione. In pratica, quindi, il patogeno è in grado di superare la stagione fredda attraverso 2 forme (agamica, più comune, e sessuata), che, alla ripresa vegetativa, si affiancano nel garantire l’avvio delle infezioni primarie, a cui seguirà una serie di nuovi cicli (infezioni secondarie) per tutto il periodo di accrescimento della coltura. Come la maggior parte degli agenti di mal bianco il patogeno non ha particolare bisogno di acqua per il suo sviluppo. Solo la fase di liberazione e germinazione delle ascospore è legata alla disponibilità di bagnature, in seguito lo sviluppo delle infezioni è favorito da condizioni di assenza di bagnature e da temperature medio-elevate (non superiori a 30 °C). Un altro fattore predisponente le infezioni oidiche è l’attivo accrescimento della vegetazione, che rende i tessuti della pianta più suscettibili. Peraltro la sensibilità delle varietà di melo è molto differenziata, per cui accanto a cultivar molto suscettibili (per es. Jonathan, Jonagold, Imperatore, Summerred, Granny Smith) troviamo cultivar a scarsa suscettibilità come quelle del gruppo Red Delicious.

Cancri rameali da nectria (Nectria galligena)

Come richiamato dalla denominazione della malattia, il sintomo tipico interessa rami e branche, con alterazioni della corteccia e dei tessuti legnosi che presentano cancri di varie forme e dimensioni. Inizialmente, in genere alla base dei giovani rami o in corrispondenza delle gemme, compaiono sulla corteccia piccole tacche depresse, che corrispondono al punto d’infezione. Con l’accrescimento della parte colpita l’intera sezione del ramo può essere compromessa, per cui si ha l’avvizzimento delle foglie e il disseccamento della porzione distale dello stesso. Se il ramo non viene devitalizzato totalmente i tessuti reagiscono producendo un callo cicatriziale che viene invaso dal patogeno l’anno successivo e così di seguito, per cui progressivamente con l’accrescimento del ramo si originano delle formazioni cancerose allungate, con margini irregolari, screpolature nella corteccia, zonature e, a volte, con spessore inferiore a quello delle parti sane. Durante i periodi umidi, sui tessuti colpiti dai giovani cancri si ha la comparsa di ammassi biancastri (corpi fruttiferi agamici denominati sporodochi, da cui vengono prodotti i conidi), mentre sui vecchi cancri, in autunno, si formano corpiccioli sferici di colore rosso aranciato (fruttificazioni sessuate, o periteci, in cui si sviluppano gli aschi e le ascospore). I 2 tipi di fruttificazioni corrispondono alle due forme con cui è in grado di svilupparsi il fungo patogeno, rispettivamente Nectria galligena quella sessuata e Cilindrocarpon heteronema quella agamica, che si susseguono con tempi regolati dalle condizioni ambientali e climatiche e provvedono a diffondere la malattia. Normalmente i periteci si sviluppano in autunno e liberano le ascospore nella stagione successiva, mentre i conidi vengono prodotti dalla primavera all’autunno. Il patogeno è comunque in grado di superare la stagione invernale anche come micelio nei tessuti infetti dei rami e delle branche. L’infezione dei rami si verifica, in presenza di sufficiente bagnatura, attraverso lesioni della corteccia di qualsiasi natura (per es. da ferite da grandine o potatura, biforcazioni dei rami, distacco delle foglie). Quest’ultima possibilità fa sì che il periodo di maggiore rischio infettivo corrisponda alla fase di caduta delle foglie, specialmente fino a quando le cicatrici non sono completamente suberificate. Il patogeno è in grado di colpire anche i frutti, sia sulla pianta sia durante la conservazione, causando marciumi localizzati in corrispondenza della cavità calicina. La dannosità della malattia è molto più elevata nei giovani impianti, poiché i cancri del tronco e delle branche principali possono portare alla morte delle piante, mentre in quelli adulti difficilmente la vitalità delle stesse viene compromessa. La suscettibilità del melo alla malattia è molto diversificata fra le varie cultivar; fra le più recettive si ricordano quelle del gruppo Delicious rosse.

Cancri e disseccamenti rameali da altri agenti fungini

Oltre alla più comune Nectria galligena diversi sono i microrganismi fungini in grado di determinare la sintomatologia dei cancri dei tessuti legnosi e conseguenti disseccamenti rameali. Negli ambienti italiani si ricordano in particolare Botriosphaeria obtusa e Diaporte perniciosa, che comunque solo sporadicamente, nei frutteti in cui viene condotta una difesa regolare contro le precedenti malattie, causano problemi pratici. B. obtusa è un ascomicete la cui forma agamica è rappresentata da Sphaeropsis malorum. Questa, in presenza di elevata umidità, differenzia a livello dei cancri i corpi fruttiferi (picnidi), corpiccioli nerastri erompenti dalla corteccia da cui vengono emessi i conidi, responsabili della diffusione della malattia; negli stessi cancri possono svilupparsi anche i corpi fruttiferi sessuati (periteci) contenenti le ascospore. Le alterazioni cancerose interessano generalmente i rami più sviluppati. Fra gli ascomiceti rientra anche D. perniciosa, in rapporto metagenetico con Phomopsis mali, principale responsabile, nei nostri ambienti, degli attacchi ai rami, sui quali vengono differenziati a livello dei cancri i corpi fruttiferi agamici (picnidi), da cui in presenza di elevata umidità fuoriescono cirri mucillaginosi contenenti i conidi, che diffondono le infezioni. Il patogeno è caratterizzato da deboli attitudini parassitarie e si riscontra quindi più frequentemente su piante in stato di debolezza. I patogeni suddetti rientrano fra i parassiti da ferita in quanto sono in grado di infettare la pianta solo attraverso lesioni della corteccia di qualsiasi natura (da potatura, grandine, distacco delle foglie o dei frutti). Entrambi possono attaccare anche i frutti, sia sulla pianta sia in post-raccolta durante la conservazione, causandovi dei marciumi. Come nel caso di N. galligena lo sviluppo e la diffusione di questi patogeni sono favoriti dalle bagnature e dalla elevata umidità.

Marciume del colletto (Phytophthora spp.)

Il termine di marciume del colletto deriva dal sintomo caratteristico della malattia, che è rappresentato da una sorta di disfacimento della parte basale del tronco della pianta. A questo livello compaiono sulla corteccia aree imbrunite e necrotiche, a cui corrisponde un imbrunimento dei tessuti legnosi sottostanti e sintomi analoghi possono interessare anche parte del tronco e le radici più sviluppate. Le piante colpite presentano uno sviluppo ridotto, con avvizzimento di foglie e germogli, e vanno incontro a un progressivo deperimento che può arrivare fino alla morte. La malattia può colpire anche i frutti, su cui compaiono più o meno ampie aree marcescenti di colore da verde olivaceo a bruno chiaro. Agenti del marciume del colletto sono microrganismi oomiceti appartenenti al genere. Phytophthora e più frequentemente P. cactorum. Essi sopravvivono sui residui colturali e nel terreno e possono attaccare le radici e il colletto in particolari condizioni come ristagno d’acqua e indebolimento delle piante.

Marciumi radicali (Armillaria mellea, Rosellinia necatrix)

Sono malattie in grado di colpire tutti i fruttiferi, causate principalmente dal basidiomicete Armillaria mellea (= Armillariella mellea) e dall’ascomicete Rosellinia necatrix, microrganismi fungini largamente diffusi nel terreno. Armillaria mellea produce, sotto la corteccia delle grosse radici e della parte basale del tronco, placche miceliali bianche a volte a forma di ventaglio; i tessuti corticali possono essere facilmente sollevati ed emanano un forte odore di fungo fresco. Inoltre sui tessuti infetti si sviluppano cordoni miceliali intrecciati, dapprima di colore chiaro poi nerastro (rizomorfe), che invadono anche i tessuti non infetti e diffondono la malattia nel terreno. Al piede delle piante gravemente colpite compaiono talvolta i corpi fruttiferi costituiti da gruppi di funghi “a cappello” (i noti chiodini o famigliole). Per l’aspetto del micelio la malattia causata da tale fungo viene anche chiamata marciume radicale fibroso. L’ascomicete Rosellinia necatrix determina, a livello delle radici, imbrunimenti dei tessuti che interessano sia il legno sia la corteccia. Alla loro superficie si sviluppano masse miceliali soffici, dapprima bianche poi brunastre, collegate da cordoni miceliali (costituiti da fasci di ife) che formano un reticolo esterno. Per l’aspetto particolare del micelio fungino la malattia viene anche identificata come marciume radicale lanoso. Il patogeno si può sviluppare in 2 forme, ascofora (R. necatrix) e agamica (Dematophora necatrix), in grado di produrre le rispettive fruttificazioni, ma in natura tali stadi riproduttivi sono rari. Il fungo si conserva e si diffonde principalmente per via vegetativa, attraverso il micelio e i cordoni miceliali. Entrambi i patogeni attaccano la pianta attraverso le radici e il loro sviluppo su tali organi ne determina un progressivo deperimento causando, a livello della parte aerea, sintomi generici come vegetazione stentata, decolorazione e appassimento delle foglie, fino alla morte.

Alternariosi (Alternaria alternata)

In alcuni Paesi dell’estremo oriente e negli Stati Uniti è da tempo presente su melo una alterazione causata dal fungo Alternaria mali che determina macchie necrotiche sulle foglie e talvolta anche sui frutti in corrispondenza delle lenticelle. Recentemente è stata segnalata, in alcune aree dell’Italia settentrionale (Alto Adige, Trentino, Veneto, Piemonte), una sintomatologia molto simile le cui eziologia ed epidemiologia non sono state ancora chiarite. Le indagini hanno comunque evidenziato la probabile responsabilità del fungo Alternaria alternata, che potrebbe avere selezionato una forma in grado di produrre tossine specifiche per alcune cultivar di melo (in particolare del gruppo Golden Delicious e Gala). I sintomi interessano sia le foglie, su cui compaiono macchie necrotiche di forma irregolare, che possono causarne la caduta anticipata, sia i frutti, che manifestano maculature lenticellari a volte circondate da un alone rosso. La malattia è più frequentemente riscontrabile nelle aree umide ed è favorita da andamenti stagionali piovosi.

Tumore batterico (Agrobacterium tumefaciens)

La malattia determina, a livello delle radici e del colletto, anomali accrescimenti di tipo tumorale dei tessuti. Il fenomeno è causato dall’azione di Agrobacterium tumefaciens, batterio terricolo che, dopo essere penetrato nella pianta attraverso ferite delle radici, stimola un’anomala proliferazione delle cellule. La presenza di tali tumori ostacola le funzioni vitali e il normale accrescimento della pianta e talvolta ne causa la morte. Il patogeno è ubiquitario, anche a seguito della disgregazione dei vecchi tumori, e viene diffuso dall’acqua e dagli animali; un’altra importante via di propagazione è rappresentata dalle piante provenienti da vivai infetti.

Colpo di fuoco batterico (Erwinia amylovora)

È una malattia molto pericolosa causata dal batterio E. amylovora. Essa è fortunatamente fino a oggi poco diffusa in Italia su melo, mentre su pero e su alcuni arbusti ornamentali è ormai presente in tutte le principali aree di coltivazione del Nord e richiede un particolare impegno per la sua gestione, anche per la limitata disponibilità di mezzi di lotta diretti. Il sintomo caratteristico, come richiamato dal nome, è costituito dal disseccamento di porzioni più o meno estese della pianta, che si presentano come bruciate da una fiammata. Tutti gli organi possono essere colpiti. Se l’attacco è precoce compaiono necrosi dei mazzetti fiorali, mentre i frutticini imbruniscono e disseccano, raggrinzendosi; i germogli in accrescimento disseccano, ripiegandosi a uncino. In tutti i casi, fiori, frutticini e foglie rimangono attaccati ai rami. Anche i frutti più sviluppati possono essere colpiti, evidenziando più o meno estese aree imbrunite e marcescenti. Dagli organi erbacei colpiti, l’infezione si trasferisce ai rami e alle branche dove compaiono alterazioni cancerose, che presentano dapprima una colorazione grigio-nerastra quindi degli infossamenti circondati da screpolature. Elemento caratteristico di tali cancri è la colorazione rosso-bruna dei tessuti immediatamente sottostanti la corteccia, mentre in profondità gli stessi risultano normali. Se il cancro invade l’intera sezione dei rami, la parte distale degli stessi si dissecca e la pianta può morire se il cancro è localizzato nelle branche principali o nella parte basale del tronco. Dai tessuti degli organi infetti il batterio, dopo essersi moltiplicato, può evadere liberando innumerevoli cellule che provvedono a diffondere la malattia. Esse sono contenute in un essudato che, in condizioni di elevata umidità, si presenta come un liquido lattiginoso bianco-arancio che cola lungo la superficie dell’organo stesso mentre, in presenza di scarsa umidità, appare sottoforma di filamenti più o meno numerosi. Il patogeno sopravvive durante l’inverno nei cancri dei rami da cui, alla ripresa vegetativa, trasportato da pioggia, insetti, uccelli e vento, infetta le parti erbacee (fiori, germogli, foglie), dapprima moltiplicandosi sulla loro superficie, poi diffondendosi e infettando gli organi in maniera epidemica. La penetrazione del batterio avviene attraverso ferite di varia origine oppure, in presenza di sufficiente umidità, attraverso aperture naturali (per es. nettari, idatodi, lenticelle).

Difesa

Per quanto riguarda le malattie, due in particolare (ticchiolatura e mal bianco) hanno assunto progressivamente un ruolo centrale nella gestione fitoiatrica della coltura, richiedendo, soprattutto nel primo caso, una notevole attenzione, a causa delle possibili gravi ripercussioni sulla sanità dei frutti, e, nella maggior parte delle situazioni, interventi ripetuti con idonei fungicidi. In effetti, nelle condizioni pedoclimatiche italiane, la difesa del melo dalle malattie è tradizionalmente imperniata sulla gestione della ticchiolatura, le cui caratteristiche biologiche, in combinazione con il normale andamento climatico del nostro Paese, rendono possibili, per circa 2 mesi dopo la ripresa vegetativa, attacchi epidemici con gravi pericoli per i frutti e obbligano quindi a un costante impegno, in termini sia di cadenze d’intervento sia di scelta dei principi attivi. Praticamente, dopo la ripresa vegetativa, pur con una variabilità collegata da un lato all’andamento climatico antecedente la ripresa vegetativa e dall’altro alla quantità di inoculo conseguente agli attacchi dell’anno precedente, ogni pioggia è potenzialmente in grado di determinare la fuoriuscita delle ascospore e, se accompagnata da una sufficiente bagnatura, di consentire l’instaurarsi dell’infezione primaria. In tale situazione è opportuno garantire un’adeguata protezione della pianta con fungicidi, allo scopo di impedire insediamenti significativi della malattia, che renderebbero difficile una ottimale protezione dei frutti. L’obiettivo può essere più agevolmente perseguibile con ripetute applicazioni di fungicidi, modulate in modo da mantenere una costante copertura della pianta sulla base delle caratteristiche dei prodotti e dell’andamento climatico nel periodo compreso fra l’apertura delle gemme e l’esaurimento del potenziale ascosporico (che di norma corrisponde al mese di maggio). Tale impostazione cautelativa può portare a un elevato numero di trattamenti e per superare questa criticità si è da tempo cercato di adottare criteri di razionalizzazione, modulando gli interventi anche sulla base degli eventi meteo-climatici in grado di condizionare le infezioni. Al riguardo, un utile strumento decisionale per l’effettuazione dei trattamenti è il grafico di Mills che, sulla base della combinazione delle ore di bagnatura e della temperatura, consente di valutare se l’infezione ha preso avvio e con quale gravità. Un ulteriore contributo in questa direzione è derivato, negli anni più recenti, dalla messa a punto di modelli previsionali matematici su base climatica, che consentono di valutare nel corso della stagione l’andamento del rischio infettivo e di ottimizzare le scelte dei tempi d’intervento e dei principi attivi. D’altra parte l’elevata importanza economica della coltura ha favorito nel tempo una costante evoluzione dei fungicidi, che ha portato a una attuale discreta disponibilità di principi attivi, tale da agevolare l’impostazione di adeguate strategie di difesa. Le prime fasi vegetative comprese tra la formazione e il primo accrescimento dei frutti corrispondono anche al periodo di maggiore rischio per le infezioni di mal bianco, che non sono di carattere distruttivo come quelle di ticchiolatura, ma possono comunque arrecare danni anche ai frutti. Peraltro la difesa dal mal bianco è oggi agevolata dal fatto che molti dei moderni fungicidi utilizzati per la ticchiolatura sono dotati di una buona attività antioidica e quindi contribuiscono indirettamente a contenere eventuali attacchi della malattia. Una costante vigilanza ed eventuali interventi mirati sono richiesti dagli agenti dei cancri e disseccamenti rameali e in particolare dalla Nectria, soprattutto nei primi anni dopo l’impianto, poiché eventuali attacchi a carico del tronco e delle branche principali possono compromettere il successivo sviluppo delle piante. Per contro, negli impianti adulti tale malattia non desta particolari preoccupazioni in quanto difficilmente i suoi attacchi si ripercuotono direttamente sulla produzione e possono quindi essere gestiti con trattamenti chimici solo nelle situazioni di accertata presenza. In ogni caso la difesa da questo tipo di malattia è imperniata su applicazioni di idonei fungicidi nei periodi corrispondenti alla caduta delle foglie e all’inizio della ripresa vegetativa. Attualmente non richiedono trattamenti generalizzati le pur temute problematiche dell’alternariosi e del colpo di fuoco batterico, che per ora hanno una limitata diffusione e sono oggetto, oltre che di interventi mirati, di osservazioni e verifiche finalizzate a comprendere il loro comportamento e a mettere a punto le strategie di difesa nell’eventualità di un loro sviluppo epidemico. Le altre malattie sopra descritte, che riguardano fondamentalmente organi vitali per la pianta e sono difficilmente raggiungibili con interventi diretti, richiedono una gestione soprattutto preventiva imperniata sulla scelta di terreni e materiale d’impianto sani. In Italia esse sono, fortunatamente, di comparsa sporadica e comunque limitata a poche piante nel frutteto, per cui vengono affrontate caso per caso, in genere, attraverso l’eliminazione delle piante colpite.


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