Volume: il mais

Sezione: paesaggio

Capitolo: mais in Italia

Autori: Tommaso Maggiore, Stella Agostini

Paesaggio agrario e colture

Alla fine del ’400 il paesaggio in cui si inserisce il nuovo cereale è quello dell’Italia moderna con residui medievali. Un mosaico di agricoltura minuta, ricco di colori e di tessiture, dove le colture di miglio, panico, orzo e segale si succedono, in modo più o meno ordinato, all’interno di filari di piante da legna o di piante arboree da frutto, in adiacenza a piccole aree destinate a vigneto e a orto. Nelle aree irrigue della bassa pianura del Po, il paesaggio è dominato dalla piantata padana: filari di alberi (olmo o acero o pioppo, fonte di legna da ardere e da lavoro) e alberi da frutta che sorreggono la vite a tralcio alto e fanno da contorno al prato stabile, cui si accompagnano colture cerealicole e piccole quote di lino e canapa. Ovunque le rotazioni colturali sono poco praticate e di norma, dopo uno o più anni, le colture cerealicole vengono alternate con il maggese nudo, periodo di riposo atto a garantire il mantenimento della fertilità della terra. La varietà di colture praticate in piccoli appezzamenti mostra diverse tessiture con la successione dei ritmi di accrescimento, delle tecniche impiegate, dei periodi di maturazione, rivestendosi di volta in volta di verde, di giallo, di rosso. Dopo il raccolto, quando i residui colturali vengono sovesciati per portare al terreno nuova sostanza organica, rivoltandoli al di sotto dello strato superficiale del terreno, i campi si tingono del colore della terra. Fossi e siepi sottolineano i confini poderali.

Evoluzioni sceniche e colturali

Il mais, dopo essere rimasto per circa un secolo negli orti d’Europa, più come curiosità e utilizzato prevalentemente come mangime per pollame, colombi e maiali, arriva in Italia dove ben presto rivela la propria maggiore produttività rispetto ai cereali vernini, che sino ad allora costituivano la base dell’alimentazione. Inoltre, come nuovo prodotto agricolo non ancora rubricato, resta escluso da prelievi di decime e diritti padronali. Grazie a questi vantaggi il paesaggio agrario, seppur ancora fortemente farcito di altre colture, comincia presto a puntellarsi delle macchie dal colore verde intenso dei piccolissimi appezzamenti di mais che fanno capolino, sia in pianura, sia in collina. La ricorrenza con cui, nel periodo rinascimentale, la spiga di mais comincia a entrare nelle raffigurazioni artistiche è indicativa dell’ormai larga diffusione del cereale nelle province venete. Nel 1568 Pietro Andrea Mattioli, nei suoi Discorsi dedicati alla principessa Giovanna arciduchessa d’Austria scrive che “i villani che abitano nei confini che determinano l’Italia dalla Germania, fanno della farina la polenta, la quale dopo che è cotta in una massa, la tagliano con un filo in larghe fette e sottili e acconcianla in un piattello con cascio o con butirro et assai ingordamente se la mangiano”. Nel 1580 il mais è già seminato in pieno campo soprattutto nelle aree della bassa veronese, Polesine e Ferrarese, dove va gradatamente a sostituire le colture di farro e frumento; alla fine del secolo si estende a diverse zone della Repubblica di Venezia, al Piemonte, alla Romagna e alle Marche. Seppur nei capitolati di affitto della valle del Po il mais sia citato fra i cereali di cui si limita o si vieta la semina, all’inizio del ’600 la coltura è già diffusa anche nel Bresciano, nel Bergamasco e nello Stato di Milano.

Tessuto di parcelle

Fino a metà del XVII secolo nell’Italia settentrionale e centrale la forma prevalente di conduzione è la mezzadria. L’azienda agricola è suddivisa in tante piccole unità colturali corrispondenti alla capacità lavorativa di una famiglia. I margini dei campi sono disegnati dagli allineamenti della piantata padana. Il prezzo del frumento è circa il doppio di quello del granturco e ben presto in alcune aree il paesaggio è scandito ritmicamente in motivi di “tre campi”: due a frumento per pagare l’affitto (in grano) e uno a mais per l’alimentazione della famiglia contadina e diviene forma di salario per i braccianti. In breve tempo la farina di granturco, diventa l’alimento fondamentale (e l’unico) delle popolazioni rurali dell’Italia centro-Settentrionale e questa dieta, priva degli aminoacidi di cui sono invece ricchi verdure e latte, causa il diffondersi del male della polenta, la “pelle agra”. Nella pianura lombarda, all’inizio del XVIII secolo, i fictabiles (mediatori tra la proprietà e i mezzadri, nonché curatori delle colture foraggere irrigue e della stalla) divenuti affittuari cominciano a intervenire sempre più direttamente nel processo di produzione agricola. Il ’700 segna una decisiva avanzata del mais in tutte le regioni del nord e presto entra anche nelle rotazioni agrarie di Romagna, Marche e Toscana. In Piemonte l’area di maggiore diffusione del mais è quella della risaia. La necessità di utilizzare per le colture grandi volumi d’acqua spinge gli imprenditori delle terre del riso ad ampliare gli appezzamenti. Nella zona fra Casale, Mortara, Novara e Vercelli si produce il quaranta percento del mais piemontese. L’abbondanza di mais, aumentando le disponibilità alimentari, consente all’azienda una maggiore commercializzazione di frumento e riso. Fra il 1716 e il 1775 nello Stato di Milano la produzione maidicola si triplica. A metà del ’700 il mais copre circa il dieci percento del prodotto agrario complessivo dell’Italia settentrionale. Dalla seconda metà del secolo i progressi nella diffusione della risaia in alcune aree della valle del Po e del prato da vicenda incidono profondamente il paesaggio agrario. Le forme regolari dei campi e i limiti dei poderi si adeguano ai canali d’irrigazione o di scolo, dando luogo a nuove geometrie. Nel paesaggio estivo si mescolano tre diverse tonalità di verde che accostano il prato alle gradazioni del mais e del riso. In autunno il giallo oro della pannocchia del riso si stempera nel giallo paglia del mais e nel verde del prato, puntinato di bianco dal trifoglio ladino. Con l’espansione del mais e del riso, ai fini della gestione, gli appezzamenti destinati ai cereali vengono accorpati in uniche aziende dove, ben presto, la conduzione diretta con operai salariati si sostituisce alla mezzadria. Al centro di queste grandi proprietà si sviluppa il sistema di insediamenti rurali d’impianto industriale, presso cui è impiegata molta manodopera salariata e avventizia. Alla fine del secolo, con l’avanzare delle opere di sistemazione agraria e di bonifica, il sistema socio-economico della campagna padana ruota intorno alla cascina, condizionando una crescente specializzazione delle colture, con l’abbinamento di mais e riso. Le colture irrigue prative permettono lo sviluppo dell’allevamento di bestiame da latte e la relativa caseificazione in azienda con contemporanea presenza di mini allevamenti di suini. Nelle zone non irrigue si inseriscono nuovi sistemi colturali a rotazione continua, con la sostituzione di parte del frumento con granturco e patata in successione. Nel 1764 il consumo di mais in contadi come Brescia, Crema, Verona, Vicenza, Padova, Udine, Treviso e Belluno è pari a due terzi di quello cerealicolo totale. Quando, nel 1773, il cuoco galante di Vincenzo Corrado spiega che per fare la polenta gialla, “alla milanese”, è necessario cuocere “nel brodo di cappone condito di butirro farina di grano d’India, mescolata con poco parmigiano grattato”, il granturco è ormai utilizzato in ogni sua parte, non più solo come alimento umano e foraggio, ma anche come combustibile o come manto di copertura per le tettoie (stocchi), come imbottiture dei materassi (bratteee, comunemente dette cartocci). I paesaggi del mais sono ben rappresentativi di quelle interrelazioni fra fattori naturali e umani di cui parla la Convenzione Europea del Paesaggio. È l’effetto di queste interrelazioni che colpisce Goethe quando, attraversando il Veneto nel 1786, rimane impressionato dall’aspetto malaticcio della gente del luogo, dovuto al consumo frequente del granturco. L’avanzare della pellagra è ormai quella piaga sociale che nell’800 arriverà a mietere 4000 vittime all’anno. Ben diversa l’impressione che il poeta riceve attraversando in ottobre la campagna toscana, di cui scrive: “Non ho mai visto un campo meglio tenuto in alcun luogo; nemmeno una zolla di terra: tutto sembra passato al crivello. Il frumento riesce come si vuole e sembra trovi qui tutte le condizioni che convengon alla sua natura. Il secondo anno si seminano le fave per i cavalli ai quali, qui, non danno avena. Si seminano anche dei lupini che già sono di un verde magnifico e saranno raccolti nel mese di marzo. Anche il lino è già germogliato. (…) Intorno a Firenze, sul pendio dei monti, tutto è piantato a vigne e oliveti. Gli intervalli sono destinati ai cereali. Presso Arezzo e anche un po’ più in là, si lasciano i campi più liberi. (…) Non si vede alcuna prateria. Dicono che il granturco esaurisca il terreno, che da quando è stato introdotto, l’agricoltura ha perduto sotto altri aspetti”. Contrariamente a quello che pensava Goethe o i suoi contemporanei il mais non esaurisce il suolo come il grano e alla fine del secolo è noto come una stagione che risulti negativa per il frumento, non dia problemi con il frumentone. La certezza che il granturco tenga lontano dalle carestie accelera il processo di conversione e di specializzazione foraggera. Grazie a queste sue caratteristiche il mais si sostituisce alla coltura dei cereali minori, come sorgo, miglio e panico. Nella pianura irrigua l’introduzione del granturco consente di modificare l’avvicendamento biennale, sino ad allora usuale, di grano-maggese. Inserito in rotazioni complesse di sei-nove anni, il mais spesso garantisce un secondo raccolto annuale, trasformando i paesaggi ritmati dai vuoti colturali in scenari senza interruzione, fertili e rigogliosi. I nove mesi che intercorrono fra la coltura del mais e quella precedente, consentono al bestiame alcune settimane di pascolo in più sulle stoppie, oltre che disporre di maggior foraggio attraverso la coltura del granturchino (erbaio di mais), da sfalciare alla fioritura. Altro apporto del mais come foraggio alla zootecnia è quello dato dalla parte alta dello stocco, dall’inserzione della spiga fino a tutto il pennacchio, che viene tolta dopo circa due settimane dalla fioritura, per consentire una più rapida essiccazione della granella.

Marcia del mais

Le aziende di grande dimensioni, con affitto novennale, cominciano a diffondersi in Lombardia, Emilia e Romagna e in tutta la parte bassa della pianura, dove predominano le foraggere avvicendate e stabili. Il mais da granella rappresenta i due noni o i due settimi delle superfici coltivate. Nell’alta pianura rimangono prevalenti per due terzi il grano e per un terzo il mais, coltivati tra i filari più o meno stretti di gelsi la cui foglia era destinata all’alimentazione del baco da seta. I documenti dell’epoca (Czoernig,1830; catasto Lombardo Veneto, 1863; Jacini, 1880), mostrano come questa marcia del mais, indice dei nuovi rapporti capitalistici, che cominciano ad affermarsi nelle campagne, incida sensibilmente sull’evoluzione ed estensione dei paesaggi agricoli. Negli scritti di Economia di Cavour del 1840 il paesaggio agrario piemontese è fondato “sui prati stabili ed irrigatori e sul grano turco eseguito in grande; il frumento succede al grano turco e questo a quello, senz’altra interruzione tranne quella dei trifogli di tempo in tempo coltivati come raccolta sottratta” . Diverso il paesaggio del Mezzogiorno, dove in gran parte delle aree prevale un’agricoltura di tipo estensivo caratterizzata da produzioni modeste su appezzamenti di ampie dimensioni e bassa potenzialità agronomica. Nei quadri paesistici aridi dell’estate, il poco mais presente, qui e là, emerge a formare delle oasi verdi. Nel 1925 si avvia un’ingente opera di rimodellamento del territorio che continuando sino al 1939 porterà anche alla bonifica di 250.000 ha di terra. La battaglia del grano – consistente nell’applicazione di una precisa agrotecnica a varietà migliorate per bassa taglia e resistenza ai parassiti, effettuata per incentivare la produttività granaria onde importare meno cereali, – e la contemporanea bonifica integrale (effettuata per strappare nuove terre agli acquitrini ed estendere la superficie coltivabile), sono le azioni che più incidono su detto rimodellamento. Il paesaggio più segnato dalle opere di bonifica è quello del Nord-est italiano con le bonifiche intorno al delta del Po e lungo il litorale veneto-friulano oltre che quello dell’Italia centrale nelle cosiddette Paludi Pontine che, prosciugate, diventano ampie radure di prato-pascoli o di campi coltivati a cereali, tra i quali il granturco. In queste nuove conquiste, effettuate al sud e nelle isole (in Sardegna la bonifica di Arborea), si cerca di trasferire gli avvicendamenti già presenti al nord introducendo anche il mais in irriguo. All’inizio del XX secolo nel nord Italia l’espansione degli appoderamenti e le fitte maglie dei campi danno luogo alle più elaborate forme di paesaggio. In pianura la piantata padana caratterizza ancora quasi completamente il territorio agricolo, estendendosi al basso mantovano, al Piemonte, all’Emilia e al Veneto. Scompaiono le zone a bosco e a incolto, diminuiscono gli alberi isolati e le siepi e si allargano i campi di mais. In collina la coltura del mais è sempre presente, su superfici limitate, ma tali da produrre la granella utile all’alimentazione delle famiglie coltivatrici. Nelle aree più fertili fino agli 800 m s.l.m., il mais comincia a sostituire il frumento; gli effetti si notano bene nella modifica del paesaggio estivo, dove le chiazze gialle delle stoppie del frumento vengono sostituite dalle aree verde brillanti del mais. L’avanzare del mais non migliora la vita degli agricoltori e fino al 1930 il paesaggio agrario italiano mantiene generalmente l’assetto creatosi nei secoli precedenti, componendosi di un insieme di agro-ecosistemi che si diversificano in funzione pedologica, sociologica e ambientale (estensione delle proprietà e dei seminativi, modi di conduzione e produzione, ecc.). In Val Padana e in molte aree del nord la grande azienda capitalistica di pianura irrigua continua a essere il segno dominante. Le vaste estensioni di seminativo, grano, mais e foraggere si snodano intorno alle corti, chiuse o aperte, in un paesaggio reticolare ordinato dai canali irrigatori e dagli specchi d’acqua delle risaie. Nelle zone asciutte, ai cereali si destina la maggior parte della superficie, lasciando solo una piccola quota al prato. A sud il paesaggio prevalente è ancora quello del latifondo, con immense superfici a seminativo o a pascolo, interrotte dalle macchie di uliveti, mandorleti e ficheti, caratterizzati da un verde spento che si distingue nettamente dal verde brillante delle zone agrumetate, che emergono quasi sempre in una campagna prevalentemente disabitata. Nelle piane costiere del centro-sud, la macchia mediterranea si converte in un paesaggio lineare e ripetitivo, dove i filari di eucalipti vengono introdotti a separare le terre arabili dai litorali. Fino al 1950 nella Pianura Padana il mais è inserito in un avvicendamento colturale. Normalmente sono avvicendamenti lunghi, dai 7 ai 9 anni dove occupa al massimo i due settimi o i due noni dell’avvicendamento perché il resto è occupato da prati e frumento e molti erbai intercalari. Raccolto il frumento si semina l’erbaio di mais che, somministrato direttamente al bestiame, serve a risparmiare foraggio affienato da mettere in conserva. Dagli anni ’20 l’erbaio di mais è il granturchino. Si semina a fine giugno con una densità di 80-100 piante/m2. L’effetto sul paesaggio è diverso: non ci sono spighe, si raccoglie alla fioritura, dopo circa 60 giorni dall’emergenza e, per prolungare al massimo il raccolto, si continua a seminare ogni dieci giorni, fino ai primi di agosto, per poi seguire con gli erbai di colza, di segale o di loiessa. Il granturchino tagliato, a volte anche trinciato con attrezzature azionate a mano, viene somministrato al bestiame. È un foraggio ricco di zuccheri, ma povero di amido. La parte più dura, scartata dall’animale, viene trasferita nella lettiera. Al granturchino e agli erbai vernini succede ancora il mais. Nelle aree dell’alta pianura il mais entra nel paesaggio anche decorando le cascine con i grandi festoni di spighe tenute insieme dalle bratteee intrecciate per facilitare la perdita di umidità della granella. Il paesaggio maidicolo cambia aspetto già 15-20 giorni dopo la fioritura, quando le piante di mais vengono private della “cima”, cioè della parte di stocco e foglie presenti al di sopra della spiga. Nella pianura irrigua, sempre ricca di pioppi di ripa e di grandi cascine a corte con allevamento stabulato, il paesaggio è ancora un mosaico di colori. Alla fine di giugno il giallo del frumento si accosta a diverse tonalità di verde, da quello del prato stabile, in cui prevalgono le graminacee, a quello del prato da vicenda di erba medica o di trifoglio ladino, dal fiore a capolino bianco, o di quello violaceo del trifoglio pratense. Fra queste tonalità di verde spicca quello più intenso del mais che si prepara alla fioritura maschile. In collina, data la mancanza di acqua irrigua, il granoturco è presente in minor quantità e in primavera si perde in mezzo alle tessere del frumento, degli erbai di leguminose, dei prati stabili e avvicendati, degli erbai e dei pascoli. Le dimensioni dei campi sono determinate dalle tecniche di lavorazione, modificando l’assetto dei paesaggi in relazione alle condizioni geomorfologiche locali. Dove la terra è disegnata dall’aratro, la trazione animale richiede precisi limiti nella lunghezza del tratto lavorato e determina dimensioni dei campi, che nella pianura irrigua sono diversi da quelli delle colture di mais delle aree montane e di alta collina. Qui le lavorazioni consecutive, effettuate dopo la semina, vengono fatte ancora con gli strumenti manuali (vanga e zappa). L’agricoltura “a braccia”, come la chiama Iacini (Ministro dell’Agricoltura nel primo governo Cavour e famoso per l’inchiesta agraria del 1880 che prende il suo nome), senza bestiame da lavoro e da reddito, si estende nelle pianure asciutte a nord delle risorgive, fino agli anni ’40. Unico animale allevato nella cosiddetta “bassa corte” è il maiale, che viene alimentato con gli scarti di cucina e quindi indirettamente anche con il mais. Quest’ultimo gli viene somministrato nel periodo preliminare alla macellazione, per consentire la produzione di un lardo con maggior consistenza. Il paesaggio, nelle stagioni, resta scandito dai ritmi di lavorazione e produzione. I primi giorni di agosto si procede alla cimatura e si portano le cime in stalla. Quando la granella raggiunge il 2530% di umidità, si raccolgono le spighe e si portano in cascina. Qui sull’aia vengono sistemate negli essiccatoi, grandi “padelle” di ferro sollevate da terra, e riscaldate con aria calda. Durante l’inverno le donne in stalla, sviluppando un’azione di “comaraggio”, sgranano le spighe e dividono la granella in parti, secondo i preventivi accordi con l’affittuario o con il padrone. Finita la raccolta delle spighe, agli inizi di ottobre, prima di preparare i campi per il frumento, si tagliano gli stocchi, si raggruppano in fasci sistemati in bell’ordine al centro del campo, in attesa di essere trasportati in cascina per utilizzarli come lettimi. Chi però per qualche ragione “ringrana”, ovvero torna ancora con il mais sullo stesso appezzamento, spesso lascia gli stocchi non raccolti in campo. Questa scelta è vista male dai vicini agricoltori: in quegli stocchi si annidano le larve della piralide che, l’anno successivo, potrebbero provocare danni superiori a quelli normalmente attesi. Per questo motivo una legge qualche anno dopo vieterà la presenza degli stocchi in campo dopo il primo aprile dell’anno successivo a quello in cui si è coltivato il mais. La presenza degli stocchi, che via via perdono le foglie alla fine dell’inverno, dà l’impressione di canne al vento o di canne nella neve, quando sia ancora presente e, in caso di nevicata tardiva, lascia un paesaggio bianco punteggiato di giallo. Nel dopoguerra la coltivazione diretta supera gradualmente le forme di conduzione della mezzadria e della piccola affittanza. Nel 1948 la riforma della legge mezzadrile segna la fine del potere assoluto del padrone sul podere. Questa varietà di paesaggi si mantiene fino a che, nella seconda metà del ’900, l’applicazione di tecnologie agronomiche innovative interviene a modificare profondamente la struttura del tessuto agricolo italiano. Lo sviluppo del settore terziario e industriale segna l’esodo dalle campagne. La popolazione attiva in agricoltura, che nel 1945 era il quarantotto percento degli attivi totali, nel 1960 scende al 27% (che diventerà il 6% circa nel 2000). L’agricoltore non produce più per il sostentamento della propria famiglia, ma comincia a voler fornire i grandi mercati. Nei piccoli poderi multicolore, dominati dalla casa colonica e dai grandi alberi secolari, la trattrice entra a sradicare e a trasformare. Presto anche il campo sembra una grande fabbrica, spoglia, con “tutti gli accidenti eliminati, gli arzari, i sentieri, le terrazze erbose, il campo per la vacca da latte, il campo per i radicchi, il luogo dei siresari (n.d.a. piante delle ciliege), delle nespole, dei fichi, delle querce e degli olivi che richiamavano i tordi gazoti e le gardenie e i beccafichi” (Turri, 1995). Le numerose innovazioni tecnologiche e agronomiche introdotte fino alla fine degli anni ‘60, insieme ai prezzi crescenti della granella stimolano qualche operatore agricolo nell’area padana ad abbandonare la stalla e a sperimentare la successione continua anno dopo anno di mais. Ma anche quando non si abbandoni la stalla aumenta la superficie a granturco e diminuisce quella a frumento. Sempre in questi anni in America si avvia la coltura del mais da destinare all’insilamento con raccolta alla maturazione cerosa, dopo opportuna trinciatura. Questa innovazione dà la possibilità di concentrare dapprima l’allevamento dei bovini da carne e, in seguito, anche quello dei bovini da latte. Intorno al 1965 anche in Italia il mais comincia a essere coltivato per la produzione di trinciato integrale destinato all’insilamento, con una densità leggermente superiore a quella della coltura da granella. L’erbaio, raccolto con apposite macchine nei primi giorni di settembre, quando la pianta ha raggiunto la sua massima produttività (trentacinque percento di sostanza secca) diventa il nuovo alimento per il bestiame. Tutto il sistema porta una vera e propria rivoluzione: una coltura di mais produce ora 200 q di sostanza secca, a fronte dei 120 q prodotti dal prato. Il valore nutritivo della coltura da foraggio non è più quello povero del granturchino, ma arriva a 18.000 unità foraggere (contro le 6000 del prato). Queste tecniche di utilizzazione della coltura modificano ancora una volta il paesaggio aziendale, lasciando emergere i volumi e i colori delle nuove strutture di stoccaggio del foraggio che si modificano nel tempo, dai sili Samarani a torre con blocco di compressione per rendere anaerobico l’ambiente, ai ciclatori Harwestore dal carico dall’alto e scarico dal basso, in acciaio e di colore bleu, alle trincee, più o meno ampie, dapprima interrate poi fuoriterra e con pareti prefabbricate in cemento. Il silomais, immesso nell’alimentazione del bestiame supporta meglio la produttività delle bovine; è sufficiente mescolarlo con poco fieno e mangime concentrato per avere una razione completa. Mentre la superficie a mais aumenta a scapito di quella a prato da vicenda, queste innovazioni intervengono a modificare ancora una volta l’architettura dell’azienda agricola e del suo paesaggio. Contemporaneamente all’introduzione del silomais e quasi, almeno in parte, in conseguenza, cambiano le strutture zootecniche. Si passa dalla stalla chiusa a quella aperta, prima cercando di modificare i vecchi fabbricati, poi costruendo nuove strutture in grado di razionalizzare le varie fasi dell’allevamento. La cascina, nel suo assetto tradizionale, perde la sua funzionalità e, se non si trasforma, tende a essere abbandonata: la stalla e il soprastante fienile vengono utilizzati per depositi di materiale vario; i portici antistanti diventano rimesse per i carri e per le attrezzature. Nella maggior parte dei casi le case per i salariati, i magazzini e i granai, a piano terra o soprastanti le abitazioni, vengono dismessi con le relative corti e basse corti. Parimente viene dismessa la letamaia tradizionale, mentre anche l’aia, in mattoni o in cemento al centro della cascina, perde le sue principali funzioni di organizzazione del lavoro. Gli edifici che restano a lato delle nuove strutture vengono prevalentemente utilizzati come magazzino sussidiario. I sili cremaschi detti anche Samarani, dal nome dell’inventore, un tempo utilizzati per conservare il fieno-silo, diventano obsoleti, restando monumenti di archeologia rurale a ricordo per i posteri di quella che fu una particolare stagione di scienza agricola. La Campania è l’altra area italiana in cui il mais diventa essenziale per la zootecnia, in particolare come base alimentare degli allevamenti bufalini. Nel resto della penisola il mais si diffonde in ambienti con elevata disponibilità idrica, destinato prevalentemente a trinciato integrale. In alcune zone siciliane, calabre o sarde la coltura è perlopiù confinata negli orti familiari come tutrice del fagiolo, ritrovando la funzione che svolgeva nelle civiltà Maia: fornire carboidrati e aiutare a far crescere la leguminosa.

Steppa e velocità

Nel paesaggio dell’Italia settentrionale sino agli anni ’70 i campi di mais restano inframmezzati da frumento, erba medica e trifoglio ladino, con una varianza di colori garantita dagli avvicendamenti e arricchita dalla vegetazione ripariale. Negli ultimi decenni del ’900 continua il processo di sviluppo tecnologico della produzione agricola e, mettendo in crisi la vecchia organizzazione aziendale e la piccola proprietà, trasforma radicalmente la vita e l’aspetto del paesaggio agrario. L’abbandono dei piccoli poderi e di un’agricoltura di autosostentamento fondata sulle produzioni miste (cereali, viti, olivi ecc.), induce a concentrare gli investimenti dove si prospettano maggiori possibilità di riconversione e remuneratività. Nel trend dello sviluppo socio-economico l’agricoltura diventa sempre più dipendente dalle decisioni dell’industria di trasformazione e conservazione. Dagli anni ’90 non conviene più produrre fieno in proprio e nelle aree padane, dove rimane la zootecnia intensiva, il prato sparisce. Un’azienda di 100 ha con 200 vacche in lattazione avrebbe bisogno di 50 ha di silo mais e 50 ha di prato di erba medica; ma adesso per sfalciare, spandere, andanare e raccogliere il fieno ci vogliono macchine e attrezzi. Il costo di queste macchine si aggira intorno a 135.000 € che l’azienda dovrebbe ammortizzare in cinque anni (circa 600 €/anno per ettaro solo di ammortamento), senza considerare il costo dell’energia impiegata e di due addetti impegnati per sei mesi (senza sapere poi come impegnarli nel semestre successivo). Queste problematiche spingono l’imprenditore agricolo ad affidare la produzione del silomais all’impresa agromeccanica, che semina, raccoglie e insila il prodotto, acquistando all’esterno il fieno che gli necessita (generalmente importato dalla Spagna, dalla Francia, dalla Romagna o dalle Marche). L’industria mangimistica non si preoccupa più di distribuire il mangime concentrato idoneo al gruppo di animali da alimentare, ma lo integra al fieno nel cosiddetto “miscelone” che fornisce alle aziende, personificando di volta in volta i contenuti della razione alle esigenze della specifica stalla. Nel nuovo paesaggio le colture tradizionali lasciano il posto a estese zone di seminativo in “omosuccessione” maidicola, dove in tempi indefiniti si continua a succedere la stessa coltura.

Quadro omopaesistico in continuo cambiamento
Attraversando la provincia di Cremona, sulla strada che procede da Crema verso Mantova, i campi di mais che si susseguono a perdita d’occhio sono stati interrotti dal 1985 a oggi solo dalla soia, ricreando un paesaggio quasi da corn belt americano. La soia per un certo periodo è stata la soluzione ai problemi causati dal sorgo di Aleppo (Sorghum halepense), dato che era impossibile controllare questa pericolosa infestante nelle colture di mais. Oggi il problema è in gran parte superato. La soia, non potendo introdurre in coltura quella GM resistente al glifosate, è antieconomica e quindi via via tende a scomparire, lasciando ancora un paesaggio più monotono, costituito per sei mesi dai cangianti colori del mais nel corso del suo ciclo e da un terreno nudo per gli altri sei mesi. Nel cremonese e nel bresciano rimane una piccola produzione di mais da seme per produrre gli ibridi. La maggior parte del seme oggi viene importato. Seppur sempre di mais, lo scenario paesistico cambia. Le piante portaseme vengono demasculate e restano le infiorescenze maschili delle file impollinanti e ancora, di norma, le linee pure presentano colori diversi e ciò crea una bella cromaticità nel campo che si nota di più quando come portaseme si impiega qualche linea maschiosterile. Qualche settimana dopo la fioritura le file di piante impollinatrici, con il caratteristico pennacchio, vengono eliminate meccanicamente, lasciando un paesaggio dove i vuoti si alternano ai pieni. Ancora una volta cambia il paesaggio che ne risulta: le aree più vocate alla coltura del mais, sia per la produzione di granella, sia per quella da trinciato integrale, sono le più monotone. Nei comprensori con zootecnia, il mais ha portato una drastica riduzione del prato, mentre lo ha completamente sostituito nelle zone in cui l’allevamento è stato abbandonato, andandosi a sovrapporre a tutte le colture meno redditizie. Gli imponenti progressi produttivi e le diverse destinazioni d’uso hanno influito moltissimo sia sulla modifica delle sistemazioni idraulico-agrarie, sia sulla presenza di elementi arborei e arbustivi che ostacolavano, da una parte, la riorganizzazione degli appezzamenti e che, dall’altra, riducevano in varia misura la produttività della coltura.

Paesaggi maidicoli del terzo millennio
Nel 2006 l’Istat registra 1.383.000 ha di superficie a coltura maidicola, di cui 1.108.000 ha in mais da granella e 275.000 in mais da insilato. Il novanta percento del prodotto destinato a granella e il settancinque percento destinato a trinciato integrale si trovano nel Nord Italia, prevalentemente nelle aree di pianura di Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia-Giulia, Emilia- Romagna. Il mais resta assente dai terreni argillosi, come in Emilia, mentre compare nel ferrarese con campi larghi e grandi e nel Veneto, dove la falda lo alimenta in acqua. Nel medio Friuli sostituisce le altre colture della mezzadria, oggi sparita. La meccanizzazione ha portato ad avere i campi di dimensione doppia o tripla. Ha fatto sparire i pioppi da ripa, ha modificato il sistema irriguo, semplificando il reticolo di rogge. Ma dove le condizioni geomorfologiche non hanno reso conveniente la meccanizzazione il mais si inserisce nel paesaggio in modi diversi. Nelle zone più impervie delle vallate interne delle Alpi, le aree a cerealicoltura, che un tempo macchiavano di giallo a fine estate gli spazi terrazzati intorno al paese, oggi sono quasi sempre lasciate a prato. Negli altipiani asciutti alpini e appenninici, i campi di mais che interrompevano le aree utilizzate per le colture legnose o arbustive, oggi sono spariti perché il cereale è antieconomico. Nell’area pedemontana, come l’alta pianura veronese, i campi di mais occhieggiano fra le distese dei frutteti. Nell’area appenninica dal Parmigiano alla Romagna, in quel paesaggio che ieri Carducci descriveva segnato da “nera canape pel gran piano ondeggiamenti”, oggi la frutta ha preso il posto della canapa e lo scenario della via Emilia è denso di insediamenti ortofrutticoli e industrie alimentari, che si integrano con i centri urbani di medie dimensioni. Nelle colline ripide dell’Italia centrale, il mais si affianca a una promiscuità di coltivazioni, ma fino a quando? Nella pianura emiliana e veneta i campi di mais s’intrecciano a una frammentazione poderale più estesa, segno dell’impegno di piccoli e medi coltivatori. Nelle aziende più grandi alla cerealicoltura si accompagnano le colture specializzate per l’industria. Ieri in Toscana il mais veniva utilizzato come tutore del fagiolo Pievarino; oggi un avvicendamento ricorrente prevede la semina del mais al termine del pascolo primaverile e il paesaggio maremmano è quindi un’alternanza di campi multicolore. In tutti questi quadri diversi, l’influenza dell’urbanizzato dà luogo a un anarchico infittirsi di relazioni e messaggi, dove centro e periferia si incrociano ingoiando allo stesso modo città e campagna. È il caso del Valdarno, oltre Firenze e Prato, in un continuum che arriva sino a Livorno e Pisa. Ma è anche il paesaggio della Pianura Padana, dove il nord Milano si configura come una città-regione in cui le ultime zone a brughiera si intersecano a un’urbanizzazione rapida e omologante; o del sud Milano, scenario “rururbano” dove la città diffusa si inviluppa con l’estensione dei campi. Ovunque, in montagna come in pianura, al nord come al sud, il fulcro percettivo resta la strada. È la strada che, nella velocità imposta dagli spostamenti, condiziona la vita e la vista del paesaggio. In tutti questi scenari, anche se letti dalle auto in corsa, il mais continua a colorare i campi in una distesa di tonalità che variano ancora seguendo i ritmi della natura e le scelte di produzione. Il rosso, il marrone chiaro, o il grigio bianco della terra appena arata. Il verde chiaro e scuro dei campi da seme. Il giallo denso delle spighe in maturazione di fine estate. L’ocra scuro della terra spoglia dell’inverno ricoperta dalle stoppie o dagli stocchi ancora non raccolti che, passando il tempo, diventano sempre più grigi. Un paesaggio che cambia e si contraddice anche nelle forme e nella densità, a seconda delle stagioni. Da quello primaverile, fitto, basso e rigoglioso, a quello alto delle piante di mais in estate, a quello spoglio d’autunno quando, dopo la raccolta, i campi nudi lasciano emergere scheletri volumetrici diversi. Affollato dei detriti di un’organizzazione passata, questo nuovo paesaggio, in contrapposizione con la definizione di Sereni ricordata in apertura, sembra essere segno di un “disfarsi di genti che non sono più”, di relazioni con la terra e con il luogo profondamente modificate. Visto dalla macchina in corsa, il paesaggio, come quello di Kracauer, è più simile a una visione che a una possibile meta di un viaggio, uno scenario che non dà (nè provoca) pensieri e che quindi protegge dagli affanni. Nella perenne velocità, per quella tendenza descritta da Musil, di vedere “sempre le cose in mezzo a ciò che le circonda e di confonderle con il significato che assumono nel loro ambiente”, il giallo dei campi o dei muri sbrecciati si mescola con il blu o con il grigio del cielo, sino a fondersi in un verde orizzonte. Un paesaggio che vive e che produce più di prima e soprattutto che continua a produrre.


Coltura & Cultura