Volume: il riso

Sezione: coltivazione

Capitolo: macchine per la risaia

Autori: Antonio Finassi, Giuseppe Sarasso

Buoi, cavalli, bufali

Le macchine hanno sempre avuto con la risaia un rapporto problematico e difficile. Le motivazioni economiche hanno favorito l’introduzione della macchina mentre la risaia si è opposta con tutti i suoi artifici. Da una parte tecnologia, inventiva e pervicacia, dall’altra acqua, fango, trabocchetti nascosti e subdoli. La sfida ha visto alternarsi vittorie e sconfitte e ancora continua. Oggi il lavoro manuale mantiene un ruolo principale soltanto nelle risicolture dedicate all’autoconsumo e in quelle che adottano la tecnica del trapianto. Pratica presente in gran parte della fascia tropicale e che consente di ottenere un doppio raccolto. Nel Sud-Est asiatico è il bufalo d’acqua, vero trattore vivente, che assicura la preparazione del suolo e i trasporti. In Africa, invece, il contributo animale rimane modesto, per la presenza di malattie trasmesse dalla mosca tsè tsè, che consente solo l’allevamento di bovini di piccola taglia di razza N’damà, resistenti alle tripanosmiasi ma capaci di fornire modesti sforzi di trazione. Nelle risaie italiane, il bue è stato sostituito dal cavallo da tiro pesante rapido. Monumenti viventi, cavalli del peso di oltre 800 kg, ma agili e scattanti, anche nel fango della risaia, erano impiegati in tutte le operazioni colturali, nei trasporti aziendali, nello spostamento dei covoni mietuti verso la trebbiatrice e nel trasferimento del risone alle riserie; il loro apporto era costante e decisivo in tutte le stagioni. Alimentati con il fieno e farina di granaglie prodotte in azienda, essi fornivano energia a basso costo in totale autonomia. Con il completarsi della meccanizzazione, dopo il 1960, l’apporto degli animali è diventato pressoché nullo.

Introduzione delle macchine

L’introduzione della macchina nella risicoltura italiana ha sempre mirato a sostituire il lavoro umano e animale nelle operazioni più impegnative; dapprima la trebbiatura, poi l’aratura e l’essiccazione, poi la monda per terminare con la raccolta e il diserbo. Questa evoluzione si compendia nel termine “meccanizzazione”, un processo dapprima lento, poi accelerato e infine travolgente, dalla convivenza allo stupro. Il lavoro umano si è ridotto dalle 1200 ore per ettaro del 1924 alle attuali 20 ore. Grazie alla meccanizzazione e alla chimica, oggi un solo operaio può coltivare oltre 70 ettari di superficie e produrre più di 500 tonnellate di risone da cui si ricavano 300 tonnellate di riso alimentare. All’inizio del ’900, per addetto, si producevano poco più di 6 tonnellate di risone da cui si ricavavano circa 2,5 tonnellate di riso.

Le difficoltà dei terreni umidi

Il fattore che condiziona l’impiego delle macchine in risaia è la portanza del terreno, vale a dire la capacità di consentire il movimento e di esercitare una forza di traino. Per l’aratura dapprima le trattrici furono equipaggiate con ruote di ferro con spuntoni, poi con pneumatici con battistrada fornito di alte costolature integrate da ramponi di ferro ribaltabili, attualmente si impiegano trattrici a quattro ruote motrici, talvolta equipaggiate di cingoli di gomma o pneumatici di dimensioni tali da esercitare una pressione specifica sul suolo intorno a 400 g/cm2. Per i lavori in acqua, sono montate ruote strette, in ferro e con spuntoni, che affondano nel suolo fino a raggiungere lo strato compatto (la suola) coincidente con i 20-25 cm della profondità di aratura. Le strette carreggiate originate dal loro passaggio non disturbano lo sviluppo del riso e la sistemazione del terreno.

Trattrice: primi tentativi di introduzione

Per molti anni, l’aratura delle risaie è stata affidata ai buoi. La sostituzione dei buoi con i cavalli è avvenuta in tempi relativamente recenti, grazie alla maggior velocità di questi ultimi, e al fatto che si potevano evitare le lunghe pause a metà giornata dovute alla necessità dei buoi di ruminare il pasto. Il regno del cavallo per il lavoro in risaia, affermatosi tra la fine dell’800 e l’inizio del ’900, fu presto minacciato dalle macchine, che proprio nei primi decenni del XX secolo fecero la loro timida comparsa in Italia, dopo essersi imposte nell’agricoltura statunitense. Risalgono al 1910 i primi esperimenti di aratura meccanica in risaia, promossi dalla Stazione Sperimentale di Risicoltura di Vercelli. Furono anche sperimentati sistemi di aratura funicolare ad alimentazione elettrica e una trattrice a triciclo con motore a benzina di 20 HP di costruzione inglese. I ricercatori di allora misero a punto un dinamografo, per registrare gli sforzi di trazione, e un registratore della larghezza e profondità dei solchi. La misurazione dei dati in modo preciso era preziosa a causa delle basse potenze disponibili; dopo un lungo periodo di energia abbondante e a basso costo, nella nuova situazione di mercato dei combustibili sarebbe utile valutare questo tipo di rilevazioni anche per gli aratri moderni. Sulla scorta di quelle prime esperienze, nel 1914 fu indetto un concorso di motoaratura in risaia, tenutosi a Sali Vercellese. Tra tutte le soluzioni presentate, le motoaratrici e i primi prototipi di trattrice con motore a combustione interna si guadagnarono i favori della giuria. Il sopraggiungere della guerra incoraggiò la sperimentazione: occorreva sostituire il gran numero di operai agricoli inviati al fronte, garantendo la produzione agricola. Le società idroelettriche disponevano di un esubero di produzione durante le ore diurne, dato che il principale impiego dell’energia elettrica era allora quello dell’illuminazione. La Società Anonima Elettricità Alta Italia, con l’aiuto della Stazione Sperimentale di Risicoltura, allo scopo di diffondere l’aratura funicolare elettrica, bandì nel 1915 un concorso, tenutosi a Castelmerlino di Trino (VC), per individuare i migliori modelli di linee mobili per l’alta tensione, di trasformatori, di argani motorizzati, di carri-ancora e di aratri a bilanciere. Le perdite dovute alla resistenza degli argani e al trascinamento delle funi sul suolo causavano un rendimento assai basso, pari al 37% dell’energia fornita al trasformatore posto in prossimità del carro argano. L’aratura funicolare ebbe successo solo nelle aree paludose del delta padano, mentre nelle risaie piemontesi e lombarde non ebbe seguito. In Italia si affermarono i motori a combustione interna alimentati a petrolio. Tra le numerose proposte spicca il Pavesi P4M, una macchina eccezionalmente innovativa connotata dal telaio a snodo centrale e da quattro ruote motrici dello stesso diametro. In risaia l’aratura meccanica si affermò a partire dal 1930, in corrispondenza con l’adozione, su larga scala, del trapianto. La maggior velocità di avanzamento, consentita dal mezzo meccanico, facilitò anche le operazioni di affinamento, perché la zolla veniva frantumata, e rese più celere la preparazione del terreno alla semina o al trapianto.

Trattrice moderna

Nel secondo dopoguerra iniziò la rapida diffusione dei motori diesel veloci, che oggi equipaggiano la totalità delle macchine agricole. Le trattrici furono dotate di presa di potenza, di sollevatore idraulico, e di prese di olio in pressione, diventando così centrali di potenza, adatte a svariati utilizzi. A partire dagli anni ’80 le trattrici impiegate dispongono di trazione integrale, indispensabile per trasferire al suolo le potenze crescenti. Le trattrici “da risaia”, impiegate per le operazioni in acqua quali la semina, la distribuzione di fertilizzanti, erbicidi e fungicidi, e il ripristino delle reti scolanti, sono equipaggiate con ruote metalliche dentate, di larghezza tra 6 e 8 cm e con diametro compreso tra 1,6 e 1,8 m. Di solito esse hanno potenza intorno ai 75 kW, e una massa minore di 4 tonnellate. Per l’aratura vengono preferiti modelli di almeno 100 kW, idonei al sollevamento e traino di aratri pentavomeri reversibili. Diviene sempre più frequente l’impiego di trattrici da 150 kW e oltre, per il traino delle livellatrici a controllo laser e degli scraper. Queste grandi macchine sono anche utilizzate per l’aratura e per l’erpicatura, in questo caso accoppiate a erpici rotativi larghi 5-6 m. I ramponi metallici, un tempo indispensabili in risaia, sono stati abbandonati a seguito dell’introduzione delle grandi trattrici moderne. Queste possono fornire le loro prestazioni grazie agli pneumatici radiali a bassa pressione, che consentono un migliore galleggiamento nei terreni cedevoli. Attualmente vengono omologate per la circolazione stradale trattrici equipaggiate di pneumatici larghi fino a 900 mm; per l’aratura vengono preferiti pneumatici da 650-710 mm, a spalla alta, caratteristiche che consentono un’accentuata deformazione e quindi il distacco della terra che si incastra tra le costolature.

Elettronica e guida satellitare

L’elettronica si sta affermando in misura sempre crescente nelle nuove trattrici. La gestione elettronica del motore, generalmente con iniezione common rail per poter ottemperare alle normative sulle emissioni, si associa a quella del cambio, sia di tipo a variazione dei rapporti sotto carico (semipowershift e full powershift) sia a variazione continua (stepless); spesso le due gestioni sono interfacciate, in modo da adeguare automaticamente il rapporto di trasmissione e il regime motore più economici in funzione della velocità scelta dall’operatore. Sono inoltre diffusi i sistemi di guida assistita o automatica pilotati da ricevitori GPS, molto efficienti quando si lavora in acqua e non esiste possibilità di riferimenti visibili. Questi dispositivi sono assai utili per la semina, la distribuzione dei fitofarmaci e dei fertilizzanti, operazioni eseguite con attrezzi che hanno una larghezza di lavoro superiore a 12-18 metri.

Impianto della risaia: spianamento e livellamento

Il riso è una pianta dalla fisiologia molto duttile e si adatta a svariate tecniche colturali, unicamente condizionate dalle esigenze termiche, ma i migliori risultati produttivi sono conseguiti con la coltura in sommersione in regime di irrigazione controllata. È questo il caso della risicoltura mediterranea e di quell’italiana in particolare. L’impianto della risaia è favorito dalla giacitura pianeggiante del terreno e da un’adeguata disponibilità idrica ben regimata. Queste esigenze impongono un notevole intervento sul territorio, perché si tratta di ricavare delle aree perfettamente piane e di creare una rete idrica capillare ed efficiente. Questo risultato, nei tempi passati, si otteneva tracciando delle arginature che seguivano le curve di livello allo scopo di ridurre al minimo lo spostamento di terra. Questa tecnica però può essere adottata solo dove prevale la coltivazione manuale o in presenza di aree naturalmente piatte. In ogni caso da sempre il risicoltore ha cercato di estendere le camere di coltivazione, di rettificarne i confini, di renderle più gestibili e redditizie riducendo le aree improduttive delle arginature. Lo sviluppo della meccanizzazione ha accelerato questo processo mirando alla creazione di risaie di grandi dimensioni con campi dai contorni regolari. Quest’obiettivo ha comportato lo spianamento, operazione che, in alcuni casi, impone ingenti movimenti di terra e lo sconvolgimento della naturale stratificazione. Tale operazione è stata resa possibile dalla disponibilità di potenti trattrici cingolate, munite di lama frontale, integrate dagli scraper, attrezzi trainati, utilizzati per gli spostamenti di terreno su lunghe distanze. Per mantenere una sufficiente uniformità della fertilità, si procede alla rimozione e all’accumulo dello strato attivo più fertile (scorticatura) e al suo ricollocamento dopo aver spostato lo strato sterile. Nel caso in cui lo strato interessato sia di pochi centimetri si procede con la tecnica a “caselle” asportando, alternativamente, strisce di suolo di spessore doppio di quello necessario e successivamente procedendo al riempimento con la lavorazione. L’adozione del controllo con raggio laser ha facilitato di molto le procedure operative, che comportavano un puntuale rilevamento e definizione dei livelli nelle aree di asportazione e in quelle di riporto. Le macchine impiegate, in quest’operazione di impianto, hanno una potenza di alcune centinaia di kW e sono noleggiate poiché eseguono operazioni non ripetute. Il livellamento, invece, ha lo scopo di mantenere un livello molto accurato all’interno della “camera o bacino” e viene ripetuto, periodicamente, per ovviare agli assestamenti conseguenti lo spianamento o a errate esecuzioni delle lavorazioni. Vengono impiegate lame livellatrici, a controllo laser, della larghezza di 4-7 m trainate da trattrici a quattro ruote motrici della potenza di 120-150 kW. Prima dell’intervento si procede all’aratura e quindi si esegue il livellamento con passaggi ripetuti e incrociati. A operazione completata la variazione di livello all’interno della camera oscilla intorno ai 3 cm, condizione ideale per la coltivazione.

Arginatura

Il compito dell’arginatura è di delimitare aree piane in un terreno declive. La massima espressione di questo compito è rappresentata dalla spettacolare visione di alcune aree della risicoltura orientale, connotate dai ritagli nastriformi che intagliano le montagne e le colline del Sud-Est asiatico. Una situazione meno spettacolare ma rappresentativa era rilevabile nei terreni della baraggia vercellese, ai piedi delle colline biellesi, in cui la pendenza è molto accentuata. In queste condizioni l’arginatura era costituita da due tipologie: gli argini semipermanenti che avevano la direzione parallela al senso di aratura (lunghi) e quelli annuali (corde), posti di traverso, che venivano abbattuti prima dell’aratura. La costruzione degli argini era un’impegnativa e faticosa operazione nel passato, quando le arginature seguivano l’andamento delle curve di livello, erano numerose con andamento sinuoso e dovevano essere costruite dopo l’aratura. Anticamente erano prima segnate da un doppio passaggio, a colmare, di aratro e rifinite manualmente con il badile. Negli anni ’60, con la disponibilità di trattrici potenti, venne adottata una nuova, efficace tecnica: un grande aratro, con un lungo e alto versoio, costruiva con 4 o 6 passaggi l’argine che poi era compattato con un rullo sagomato. A partire dagli anni ’70 l’avvento dei grandi bulldozer ha consentito di revisionare i livelli, ingrandendo le camere delle risaie, eliminando le corde, spostando i lunghi, portando la superficie unitaria delle camere a diversi ettari. In tal modo non solo si sono ridotte le aree improduttive e fonti di diffusione delle infestanti ma si sono anche molto facilitati l’impiego delle macchine e il controllo dell’irrigazione. In effetti tali risultati sono stati ottenuti anche grazie all’impiego delle livellatrici a controllo laser che consentono di ottenere precisioni di livello altrimenti impensabili. Oggi l’arginatura, per i risicoltori italiani, è divenuta un’operazione marginale, totalmente meccanizzata, che viene eseguita prima della aratura.

Lavori di preparazione del terreno

Nelle aree temperate, ove in genere si effettua la semina diretta in acqua, la preparazione del terreno consiste nell’aratura e nella successiva sminuzzatura delle zolle mediante l’erpicatura. Sebbene sia auspicabile ridurre al minimo l’intervallo tra la lavorazione e la semina, per contenere la competizione delle infestanti, è ormai divenuta pratica comune compiere l’aratura in autunno, dopo la raccolta, ed effettuare l’affinamento in primavera. Questa tecnica consente di eseguire la revisione del livellamento, approfittando del clima secco e ventoso di marzo. Il livellamento è l’elemento che contraddistingue la risaia e tutte le operazioni mirano a ottenere e conservare il livello per avere la stessa altezza dello strato di acqua su tutti i punti del campo. L’affinamento del terreno arato è eseguito con diversi tipi di erpice la cui scelta è condizionata dall’umidità e dalla struttura del suolo. Nei suoli umidi si impiegano attrezzi trainati, nei terreni asciutti sono utilizzati attrezzi rotativi azionati dalla presa di forza. Per tali motivi, in ogni azienda sono disponibili diversi tipi di erpice che, secondo la potenza disponibile, possono raggiungere la larghezza di quattro e più metri. Nel passato prevalevano gli erpici trainati, attualmente sono sovente impiegati quelli azionati dalla presa di potenza della trattrice. In alcuni casi pesanti erpici a dischi possono sostituire l’aratura. In ogni caso lo scopo finale è di ottenere una superficie livellata ma con una zollosità fine che faciliti il radicamento delle plantule. Un affinamento troppo spinto rende difficile la penetrazione della radichetta del germoglio, la plantula galleggia e viene spostata dall’acqua increspata dal vento che spesso soffia in primavera. La rifinitura finale del livellamento viene eseguita con lo spianone subito prima della semina in acqua. Nelle aree tropicali, in cui si pratica il trapianto, l’aratura è sostituita dal puddling (spoltigliamento) eseguito, mediante ripetuti passaggi, in presenza di acqua, con attrezzi trainati da bufali o zappatrici rotative, con lame a sciabola, montate su motocoltivatori; in tal modo si ottiene uno strato molto morbido, adatto alla posa delle piantine. In Italia una pratica analoga è ancora effettuata nei terreni permeabili, con scarsa presenza di argilla o limo, ove si procede alla pesta, operazione che ha lo scopo di ridurre l’infiltrazione e il consumo dell’acqua irrigua. Anticamente, la pesta era effettuata con ripetuti passaggi di mandrie di bovini nella risaia sommersa, ora si impiegano trattrici munite di ruote a gabbia, trainanti attrezzi rotanti. L’ intasamento non deriva dal calpestamento ma dalla sedimentazione della torbida sollevata che ricopre la superficie del suolo riducendo l’infiltrazione; in questi terreni occorre evitare asciutte prolungate perché le crepacciature che si formano riattivano l’infiltrazione.

Lavorazioni alternative
Le lavorazioni autunnali sono determinate da esigenze economiche e non agronomiche; esse sono effettuate nel periodo post raccolta per utilizzare i tempi morti del personale e per alleggerire le punte di lavoro primaverili. Notevole importanza ha assunto la lotta al riso crodo mediante la falsa semina. Questa tecnica, ritardando per oltre un mese la semina dopo la sommersione, rende inopportuna la concimazione azotata di fondo in quanto troppo grandi sono le perdite di azoto per dilavamento. La concimazione viene effettuata con almeno due successivi interventi durante la vegetazione. Di conseguenza si sovrappongono diverse operazioni durante il ciclo colturale, per le quali il tempo disponibile è molto ridotto, e solo la grande capacità di lavoro delle macchine e opportuni adattamenti tecnici consentono di eseguirle nel momento ottimale. In prospettiva si tende a semplificare e rendere più spediti i lavori di preparazione del letto di semina differendo la concimazione e impiegando attrezzi combinati che sostituiscono l’aratro e l’erpice. In alcuni casi l’erpicatura è sostituita da un unico passaggio di spianone, in presenza di un sottile velo di acqua.

Scoline

Allo scopo di velocizzare i movimenti dell’acqua, è in uso scavare all’interno delle camere alcuni solchi adacquatori di profondità compresa tra 0,20 e 0,30 m. La loro presenza è utile per allontanare rapidamente le acque meteoriche nei periodi durante i quali il terreno deve essere asciutto per poter essere agevolmente lavorato, o essere transitabile per effettuare la raccolta. Un terreno ben drenato durante l’inverno si ossida e favorisce una corretta decomposizione della sostanza organica. Le scoline sono utili anche in fase di immissione dell’acqua di sommersione: la loro funzione è quella di facilitare il trasferimento dell’acqua fino alle porzioni di terreno più distanti dal punto di presa, evitando di far scorrere l’acqua a livelli e velocità eccessive sopra le piante di riso, facili a essere sradicate nelle prime fasi di sviluppo. Per tracciarle, sono disponibili diversi tipi di attrezzi rotativi, tutti composti da ruote dentate che lanciano a distanza la terra di scavo, distribuendola su larga superficie onde evitare di compromettere in modo significativo il livellamento delle camere. Nel corso della stagione sono necessari passaggi ripetuti: al termine delle lavorazioni del terreno, dopo il passaggio della mietitrebbiatrice, e nei terreni più compatti anche prima della levata del riso, per sgombrare le scoline dalle piante di riso attecchite al loro interno e dalle masse algali che inevitabilmente si formano durante la stagione. Con questa operazione viene ripristinata la funzionalità di sgrondo, per permettere il consolidamento del terreno in vista delle operazioni di raccolta.

Spargimento dei fertilizzanti

I fertilizzanti chimici e la semente sono generalmente distribuiti mediante spandiconcime centrifughi. L’uniformità di semina è un parametro importante per la buona riuscita della coltivazione. Analogamente, specie per i fertilizzanti azotati, eventuali sovrapposizioni del dosaggio possono causare allettamenti o condizioni favorevoli allo sviluppo del brusone (Pyricularia oryzae). Data la rilevanza delle operazioni compiute è necessario quindi disporre di attrezzature efficienti e ben regolate. Attualmente vengono preferiti i modelli a doppio piatto, che consentono una migliore regolarità trasversale della distribuzione. La maggior parte degli interventi (semina, concimazioni di copertura) avviene in terreno sommerso o comunque saturo d’acqua, pertanto si impiegano trattrici leggere (< 4 t) equipaggiate con ruote strette in ferro. Poiché spesso le sementi e i fertilizzanti sono contenuti in confezioni da 0,4-0,6 t, la tramoggia dello spandiconcime deve avere una capienza di almeno 1 t e pertanto, se portata, caricherebbe eccessivamente il retrotreno della trattrice. Per tale motivo è consigliabile adottare spandiconcime trainati, in modo da ripartire il peso su sei ruote, e mantenere inalterata la ripartizione delle masse gravanti sui due assali della trattrice, a tutto vantaggio della capacità di trazione e del disimpegno nei suoli cedevoli. Per eseguire con precisione i successivi passaggi alla distanza prestabilita, occorre disporre di punti di riferimento ben visibili: le tradizionali due persone, dotate di bandierine di segnalazione, sono sempre più di frequente sostituite dai tracciafile satellitari a causa della scarsa disponibilità di personale e delle sempre più grandi dimensioni delle camere, la cui lunghezza spesso supera diverse centinaia di metri.

Trapianto e semina

Il trapianto ha connotato la risicoltura italiana dal 1924 al 1964, poco più di quattro decenni, e rappresenta il più clamoroso fallimento di meccanizzazione. Numerosi furono i tentativi sostenuti e promossi da concorsi a premi ma non si giunse mai a un risultato significativo anche se si è pervenuti, negli anni ’60, alla costruzione di piccole serie di trapiantatrici automatiche. Il trapianto aveva una forte connotazione economica perché consentiva di ottenere il doppio raccolto: fieno per i cavalli e le vacche, riso per il mercato e riduceva la monda a un solo intervento. Il grosso difetto risiedeva nella fortissima richiesta di mano d’opera concentrata in un periodo di sei settimane in cui si sommavano i lavori di monda, fienagione e raccolta del frumento. Lo sviluppo della meccanizzazione e i mutamenti sociali che a cavallo del 1960 hanno reso indisponibile la mano d’opera stagionale e l’abbandono della zootecnia da latte e della trazione animale hanno reso inutile la produzione del fieno. In questo periodo è stata introdotta la semina diretta a spaglio mediante spandiconcime centrifughi adattati, in grado di seminare quattro ettari in un’ora con due soli addetti. Successivamente il diserbo chimico selettivo ha ulteriormente aumentato la convenienza della semina diretta a spaglio e ha posto fine all’impiego delle seminatrici a righe Cabrini e Mocchi, che operavano nel fango, il cui impiego era principalmente motivato dalla riduzione dei tempi di monda. La semina a righe, distanziate di 30 cm, consentiva anche l’impiego di sarchiatrici e di attrezzi manuali. In effetti però la sarchiatura meccanica non si diffuse perché le infestanti facilmente si radicavano di nuovo.

Trasporti su strada e in campo

Il presente
In risaia i trasporti sono stati sempre difficoltosi a causa delle condizioni particolari del terreno. Nel corso della coltivazione vi sono due distinti periodi in cui i trasporti assumono un ruolo importante: il primo riguarda il trasferimento dei fertilizzanti in coincidenza con la preparazione del letto di semina. Particolarmente gravosi sono il trasporto e la distribuzione del letame, perché comportano la movimentazione di masse dell’ordine di decine di tonnellate per ettaro. In presenza di monocoltura, con il ricorso ai soli fertilizzanti chimici o organici, si riducono di molto i tempi operativi, per il sostegno offerto dalla meccanizzazione. Seguono il trasporto della semente e la distribuzione degli erbicidi. Il secondo periodo si verifica alla raccolta per il trasporto del risone dal campo alla azienda. Il progressivo evolversi della meccanizzazione ha influenzato grandemente i mezzi di trasporto. In particolare l’abbandono delle confezioni in sacchi e il passaggio ai contenitori da mezza tonnellata ha reso totalmente meccanizzabile la movimentazione dei prodotti. In azienda sono così comparsi i muletti (caricatori meccanici) a motore e i trasporti in campo sono eseguiti con carri a due assali trainati dalla trattrice. La diffusione di questi sistemi di trasporto è stata resa possibile dall’adeguamento della rete viaria poderale. Sono state create delle strade di servizio, che hanno sostituito i lunghi trasporti in capezzagna, rendendo possibile l’accesso ai campi durante l’intera stagione di coltivazione. La rete viaria aziendale, eliminando l’entrata nel campo dei mezzi di trasporto, ha ridotto grandemente i tempi operativi, sia attraverso la maggior velocità sia con l’impiego di rimorchi di grande capacità, indispensabili per far fronte all’aumentata capienza dei serbatoi della granella delle mietitrebbiatrici. Il trasporto del risone dal campo all’essiccatoio aziendale avviene con rimorchi monoasse, a ribaltamento idraulico con capacità di trasporto di 6-12 tonnellate.

Il passato
I trasporti con traino animale hanno caratterizzato l’antica azienda risicola-zootecnica fino al termine degli anni ’50. Tutti i trasporti avvenivano con carri di legno, a due ruote, trainati da cavalli. I carri avevano caratteristiche specifiche per ciascuna operazione: per i trasporti extra aziendali su lunga distanza si impiegavano le robuste bare, trainate da una coppia di cavalli e in grado di trasportare fino a tre tonnellate di prodotto in sacchi. Per i trasporti aziendali venivano usate le carretelle, carri a struttura più leggera e con un cerchione largo 12 cm, che saliva a 18 cm nei carri usati per il trasporto dell’erba dalle marcite; per il terreno e la ghiaia si impiegavano carri ribaltabili a telaio snodato e ribaltamento meccanico con rinculo. Il trasporto dei mazzi di riso, nelle operazioni di trapianto, era eseguito con piccoli carri, ribaltabili, se il vivaio era distante, o con le slitte, composte di un pianale montato su due scivoli ferrati, se il vivaio era adiacente al campo.

Raccolta: uomo, animale, macchina

La meccanizzazione della raccolta del riso è stata attuata dopo quella del frumento, trattandosi di un problema tecnicamente più difficile da risolvere. Il frumento al momento della raccolta ha granella e paglia secca, mentre il riso è umido e la paglia contiene oltre il 60% di acqua. Di conseguenza la massa trattata è molto più pesante e richiede molta più energia. La maggior parte del riso coltivato nel mondo, per motivi socio-economici, ancora oggi è raccolto a mano. L’estensione delle risicolture a meccanizzazione integrale è relativamente limitata, e il loro destino è quello di modificare macchinari progettati per altre colture, senza stravolgerne la struttura di base, in modo da poter usufruire delle economie di scala ottenibili dall’utilizzo di progetti destinati a un ampio mercato. Nella risicoltura italiana il primo passo della meccanizzazione interessò la trebbiatura, che sostituì il calpestamento con animali, trainanti in qualche caso attrezzi di varia foggia atti a favorire il distacco delle cariossidi. Tutti procedimenti che richiedevano molto tempo, determinavano elevate perdite di prodotto e danneggiavano la qualità.

Trebbiatrice e mietitrice
A metà del XIX secolo furono introdotte le trebbiatrici, identiche a quelle da frumento salvo che per il battitore e controbattitore a denti. Queste macchine vennero perfezionate fino a ottenere prestazioni ragguardevoli. Lo sviluppo originò due tipi di trebbiatrice: quella mobile, tipicamente impiegata per operare sull’aia sia sul frumento sia sul riso, e quella fissa, tipica delle grandi aziende specializzate nella coltivazione del riso. Con il progredire della tecnologia e l’aumento della disponibilità di forza motrice, ottenuta dai salti d’acqua e sfruttata con turbine idrauliche, le trebbiatrici a punto fisso assunsero dimensioni e capacità di lavoro notevoli, dell’ordine di 6-7 tonnellate/ora di risone trebbiato. L’adozione di alimentatori automatici e di efficienti apparati di pulizia ridussero l’impiego di mano d’opera a 6-7 addetti ed eliminarono il lavoro notturno. Queste grosse macchine erano sistemate in appositi edifici che ospitavano anche l’essiccatoio ed erano collegati, con trasporti meccanici, ai magazzini. Essi formavano un complesso facilmente riconoscibile nella struttura della grande azienda risicola e sopravvissero fino al decennio 1950-1960, durante il quale la mietitrebbiatrice semovente sostituì in breve tempo il sistema tradizionale di mietitura e legatura manuali, con il trasporto dei covoni in azienda e trebbiatura a punto fisso. Nei primi anni del ’900 la Stazione Sperimentale di Risicoltura di Vercelli cercò di introdurre la mietitrice, e vi furono anche dei tentativi di adattare i modelli americani alle nostre esigenze (cav. Alfonso Balbo Bertone, 1908). Successivamente furono sperimentate le mietilegatrici e nel 1932 anche le mietitrebbiatrici che per le esigenze aziendali di allora “avevano il grosso difetto di lasciare la paglia nel campo”.

Mietitrebbiatrice
Le condizioni tecniche e socio-economiche per la meccanizzazione integrale della raccolta maturarono in Italia nel secondo dopoguerra. Le mietitrebbiatrici introdotte beneficiavano già di oltre un secolo di sviluppi tecnici introdotti, negli Stati Uniti, dapprima per il grano e poi, a partire dal 1929, anche per il riso. L’invenzione nel 1932 dell’aspo Hume-Love a denti verticali, in grado di raccogliere i risi allettati, e molte altre innovazioni hanno consentito lo sviluppo tecnico delle mietitrebbiatrici. Le mietitrebbiatrici da riso sono equipaggiate con battitore e controbattitore a denti e di semicingolature per poter operare nelle risaie. Per poter galleggiare sul suolo bagnato la pressione specifica deve essere contenuta entro i 300-400 g/cm2 e sulle ruote direttrici il carico deve essere contenuto entro le 2-3 t. Per quanto riguarda la potenza installata, in genere sono scelti gli allestimenti con la potenza maggiore, richiesta dall’elevata umidità (60%) e poca scorrevolezza della paglia di riso. La maggior parte delle mietitrebbiatrici operanti è dotata di batterie di 5-6 scuotipaglia alternativi. Nei nuovi modelli di grandi prestazioni il gruppo trebbiante tradizionale è spesso seguito da due separatori assiali paralleli. Una soluzione radicale e rivoluzionaria è l’adozione delle testate stripper, che sgranano le pannocchie senza tagliare il culmo, permettendo di aumentare fino a 30 tonnellate/ora la capacità di raccolta delle mietitrebbiatrici. L’impiego dell’elettronica è in piena espansione: dal monitoraggio dei regimi delle varie componenti alle regolazioni degli apparati, alla misurazione delle perdite, tutto è controllato dal computer di bordo che segnala al conducente qualsiasi anomalia. L’altezza della barra di taglio, oppure la sua pressione al suolo in caso di raccolti allettati, possono essere regolate automaticamente secondo i parametri impostati dall’operatore. Esiste anche la possibilità di adeguare automaticamente la velocità di avanzamento a un limite predeterminato delle perdite di granella, oppure del carico motore; inoltre mediante i sistemi satellitari è possibile impostare la guida automatica, che permette di seguire percorsi tali da sfruttare totalmente la larghezza di taglio. Ultimamente sono state compiute alcune promettenti sperimentazioni di mappatura satellitare della produzione, che consentono l’adozione della Precision Farming (agricoltura di precisione).

Essiccatoi

Gli impianti attualmente più diffusi sono quelli a riciclo, nei quali il risone scende lentamente all’interno di una struttura metallica in cui sono inseriti dei canali attraverso i quali fluisce l’aria essiccante, riscaldata intorno a 40 °C, prodotta da gruppi termici a gasolio e aspirata da ventilatori. Il risone segue un percorso a zig zag al termine del quale viene riportato alla sommità del contenitore, in una zona non aerata ove avviene il rinvenimento, durante il quale la pausa del processo consente la migrazione dell’umidità dalla zona interna del granello verso l’esterno, ed elimina le tensioni che causano la fessurazione. L’essiccazione procede con successivi, ripetuti passaggi; il processo dura da 8 a 12 ore a seconda dell’umidità di ingresso del prodotto. Gli essiccatoi sono totalmente meccanizzati e i modelli più recenti sono dotati di rilevatori automatici dell’umidità del risone che arrestano l’impianto quando viene raggiunta l’umidità fissata. I nuovi impianti sono dotati di carenature, rivestimenti e separatori a ciclone atti a limitare l’emissione di polveri e rumore.

Pulizia del risone

Il presente
Per ottenere riso commestibile il risone (riso greggio) deve essere sottoposto a una serie di operazioni in impianti industriali (riserie). Pertanto il prodotto deve essere conservato in strutture adatte ed essere sottoposto a pulizia ed essiccazione. Il risone, proveniente dalla mietitrebbiatrice, è umido e deve essere reso conservabile, per lungo tempo, con l’essiccazione e la pulitura, operazione, quest’ultima, consistente nell’eliminazione di ogni corpo estraneo: paglia, semi di infestanti, polveri e corpi inerti. La pulitura viene effettuata in due tempi: prima e dopo l’essiccazione. Al momento della raccolta, il risone mietitrebbiato contiene ancora molte impurità, non essendo conveniente spingere molto la pulitura durante la raccolta. Il prodotto viene quindi sottoposto a ulteriore cernita e pulizia, in azienda, prima di essere immesso nell’essiccatoio: in tal modo si riducono la durata e il costo energetico della essiccazione. Al termine dell’essiccazione viene effettuata una seconda pulitura per eliminare tutte le parti leggere, i semi incompleti e quelli rotti. Lo scopo di questa seconda operazione è di migliorare la conservazione del risone e aumentarne il valore commerciale, incrementando la resa in grani interi alla sbiancatura, caratteristica primaria che determina il prezzo di vendita. Queste operazioni vengono eseguite con impianti di selezione e pulitura molto efficienti in grado di separare le impurità, secondo il peso specifico, con sistemi di aspirazione o soffiatura, integrati da crivelli oscillanti con fori tondi, che separano i semi minuti delle infestanti. I sistemi soffianti trovano applicazione nelle trebbiatrici e nelle mietitrebbiatrici, mentre negli impianti accoppiati agli essiccatoi si impiegano pulitori ad aspirazione. I pulitori moderni non necessitano di assistenza, in quanto gli scarti sono allontanati da appositi trasportatori, e dispositivi particolari (spazzole, sfere rimbalzanti) mantengono i crivelli liberi dai frammenti di spighette che potrebbero intasarli. Negli ultimi modelli una totale carenatura evita la dispersione delle polveri nell’ambiente.

Il passato
Anticamente la pulizia del risone era un’operazione lunga, faticosa, e anche penosa. Prima dell’introduzione della trebbiatura meccanica la pulizia comprendeva diversi interventi manuali che avvenivano sull’aia. La prima operazione era eseguita durante lo stendimento, in strato sottile, del risone sull’aia per l’essiccazione. Le donne, disposte in fila scalare, con rastrelli di legno sollevavano leggermente il risone da terra portando in superficie i frammenti di paglia, che venivano separati (parà) mediante una leggera scopatura eseguita con le scope da aia composte da ramaglie fini. L’operazione veniva ripetuta più volte durante l’essiccazione del risone sull’aia, procedimento che richiedeva almeno due giorni. Al termine dell’essiccazione venivano separati la granella vuota e i semi delle infestanti mediante il ventilabro, operazione che avveniva di mattino per utilizzare la brezza del sorgere del sole. L’operatore impugnava una speciale pala monolitica in legno, ricavata da un tronco di salice, e lanciava il risone contro vento con un ampio movimento semicircolare. In tal modo le diverse parti si separavano, secondo il loro peso specifico: nella zona più distante si depositava il prodotto più pesante e maturo, all’interno le parti più leggere che potevano essere separate. La polvere finiva in faccia all’operatore, che si proteggeva con un fazzoletto a coprire naso e bocca. La trebbiatura meccanica, accoppiata alla ventilazione, e poi l’introduzione di pulitori mobili azionati manualmente prima e da motori elettrici poi hanno posto fine all’uso del ventilabro. Il pulitore mobile da aia era una versione semplificata della tarara. Montato su due ruote e di piccole dimensioni poteva essere agevolmente spostato da un solo operaio. Il risone era posto in un piccolo contenitore da cui defluiva passando attraverso due tipi di crivelli; le parti più leggere erano separate per ventilazione soffiante, generata da un ventilatore a pala diritta, la separazione delle parti fini avveniva tramite un crivello oscillante azionato da un eccentrico.

Conservazione

In Italia, a differenza di altre realtà, il risone essiccato è conservato in azienda allo stato sfuso in magazzini o sili. In passato i sacchi di iuta sono stati usati solo per i trasporti (dall’aia al magazzino, dalla mietitrebbiatrice all’essiccatoio, dalla cascina alla riseria) e mai per lo stoccaggio. Attualmente l’uso dei sacchi è scomparso; anche per i fertilizzanti e la semente si adottano i sacconi (Big Bags) da 400-600 kg. Gradualmente le aziende adottano sistemi di stoccaggio del risone con carico e scarico completamente automatizzati, con conservazione in sili che, frequentemente, sono dotati di condotti per la ventilazione, in cui viene insufflata aria raffreddata e deumidificata per migliorare la conservazione. Sistemi di sonde controllano la temperatura del risone stoccato, in modo da poter intervenire tempestivamente in caso di problemi. Le temperature di conservazione ottimali sono inferiori ai 18 °C, valore di soglia al quale inizia a verificarsi la possibilità di infestazione da insetti (punteruolo, cappuccino, silvano) che deprezzano il valore del prodotto, e danno ai compratori il diritto di rifiutare il risone.

Refrigerazione

Per evitare l’impiego di disinfestanti chimici durante il periodo di conservazione, il metodo migliore e più ecologico è raffreddare la massa al di sotto dei 15 °C, temperatura che si può ottenere eseguendo un ciclo di raffreddamento con aria ambiente all’interno dell’essiccatoio. Le condizioni climatiche, nel periodo della raccolta, raramente consentono di raggiungere le temperature desiderate tramite la semplice ventilazione. Per tale motivo vengono impiegati gruppi di raffreddamento a pompa di calore, in grado di insufflare aria con temperatura e umidità costanti in condotti di ventilazione, inseriti nei pavimenti dei silos. I risultati più economici si ottengono raffreddando l’aria intorno agli 11-12 °C e deumidificandola al 75% di U.R. (umidità relativa), in equilibrio igroscopico con il risone al 14,5%. Con questa procedura, all’interno del silos, la temperatura del risone viene portata tra i 13 e i 15 °C.

Manutenzione della rete irrigua

L’enorme estensione, dell’ordine di decine di migliaia di chilometri, dei canali al servizio delle risaie richiede una continua manutenzione per assicurare il regolare flusso delle acque irrigue e di sgrondo. Il progresso tecnologico ha consentito di meccanizzare l’eliminazione della vegetazione di sponda e di alveo, operazione compiuta tramite il decespugliatore montato su un braccio idraulico applicato alla trattrice. Il braccio porta alla sua estremità una trincia a flagelli per lo sfalcio sulle sponde, oppure una fresa, adatta a eliminare le erbe flottanti, radicate sul fondo dei fontanili o dei canali, che si sviluppano durante l’estate. Queste vengono sradicate e trasportate dal flusso della corrente; in punti fissi vengono posizionate delle griglie che intercettano la massa galleggiante la quale viene successivamente asportata e tolta dall’alveo con un caricatore a forche. L’eliminazione della vegetazione si rende necessaria almeno due volte nella stagione estiva e una in inverno. Durante il periodo di coltivazione, la disponibilità di strade alzaie a fianco dei canali è indispensabile per eseguire la manutenzione meccanizzata; in assenza, si utilizzano barche appositamente attrezzate, oppure si ricorre all’antico metodo manuale della falce. La rimozione dei sedimenti e del materiale franato dalle sponde si esegue invece durante l’inverno. L’operazione viene svolta nei canali di maggiori dimensioni grazie a escavatori cingolati dotati di benna “da scarpata”, larga fino a due metri. Nei canali più piccoli si opera generalmente applicando al braccio del decespugliatore l’apposita “ruota” da spurgo. Questa è costituita da un disco metallico dotato di denti e palette, posto in rotazione da un motore idraulico, che viene fatto avanzare con l’asse parallelo alla direzione del fosso, e lancia i depositi sulle sponde rettificando il fondo dell’alveo, portandolo a una forma semicircolare. L’attrezzo lavora a bassa velocità, inferiore a 1 km/h.

 


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