Volume: il pesco

Sezione: storia e arte

Capitolo: letteratura, pittura e cultura

Autori: Elvio Bellini, Stefania Nin

Oggi si ritiene che il pesco (Prunus persica, ex Persica vulgaris) sia originario della Cina, ma per molto tempo non è stato possibile avere indicazioni certe sulla sua origine, anche a causa delle notizie incomplete provenienti dai Paesi orientali. Il nome della specie deriva da Persia, che fu erroneamente considerata dagli antichi autori greci e romani il paese di origine del pesco. Lo testimoniano i nomi: Persicum, riportato da Columella e Marziale; Persicum pomum, Persica arbor e Persica malus, con cui Plinio distingueva all’epoca il frutto e l’albero; Persicum malum, che si rinviene negli scritti di Macrobio; nomi che si ritrovano conservati nelle varie espressioni moderne, quali pesco, pesca, persica, pêcher, peach, Pfirsich, pêssego, persikka, persic, persik ecc. A tale proposito, è curioso come il nome persic implichi che i russi abbiano conosciuto questo frutto attraverso l’occidente anziché direttamente dal Centro Asia. Interessante è anche notare come il nome francese brugnon sia più vicino al nome usato in Pannonia (bacino ungherese-serbocroato), per indicare le coltivazioni di pesco, che non alla parola pêche, usata per indicare il frutto, introdotta in Francia dai Romani. Questa considerazione avvalorerebbe la tesi secondo la quale le pesche galliche avrebbero una loro origine, indipendente da quella romana. Secondo Leroy (1879), il nome brugnon (= piccole nettarine) avrebbe avuto origine dal nome della città di Brugnoles (Broniolacum, ai tempi dei Romani; Brignoles, oggi), un importante centro di produzione delle antiche pesche galliche, che si trova in Provenza. Tuttavia, rimane il quesito se l’evoluzione del nome sia stata o meno influenzata da quello del frutto che era già presente a quei tempi nella città di Broniolacum.

Origine e storia

Cina: il centro nativo
Nel 1917, Hedrick rielaborò tutte le informazioni esistenti sul pesco, arrivando alla conclusione che la Cina è da ritenersi il centro di origine del pesco. In effetti, scritti cinesi, che si riferiscono al pesco, risalgono ad almeno 1000 anni prima rispetto alla letteratura europea. In Cina, il pesco sarebbe stato addomesticato già nel 3300-2500 a.C., molto prima del periodo archeologico degli Zhou (1122-770 a.C.). Dalla Cina, esso sarebbe pervenuto in Giappone, dove la sua coltivazione è evidente nel periodo archeologico dei Yayoi (300 a.C.-250 d.C). ShiJing, un libro di canzoni scritto nel 1000 a.C. circa, applaude la bellezza dei fiori di pesco; mentre Confucio (551-479 a.C.), noto col nome latino di K’ung Fu, pensatore cinese e maestro, rivisita insieme ad alcuni discepoli gli antichi testi classici e raccoglie in un libro di poesie, intitolato Shiking, una serie di antichi poemi cinesi (tutti databili prima del VI sec. a.C. e il più antico al XVIII sec. a.C.), in cui il pesco è menzionato diverse volte insieme ad altri fruttiferi. Ma il pesco si ritrova anche nella letteratura successiva. Er Ya, il primo dizionario cinese dei termini e dei nomi citati nell’antica letteratura, scritto nel 200 a.C. circa, riporta 3 cultivar di pesco: Dongtao, Hutao e Shantao. Un altro libro, Xi Jing Za Ji (tradotto come Scenette sulla capitale occidentale), scritto da Ge Hong durante la dinastia Han Occidentali (206 a.C.-24 d.C.), riporta 6 cultivar di pesco; un capitolo sulla piantagione di alberi di pesco nel libro Qi Min Yao Shou (tradotto come I provvedimenti importanti per migliorare la vita delle persone), scritto da Jia Si-Xie (533-544 d.C.), sintetizza tutte le esperienze acquisite sulla coltura del pesco nei precedenti 1500 anni.

Grecia antica ed epoca romana
Non si hanno notizie precise sull’introduzione di questa drupacea in Europa e in particolare nel mondo greco-romano. C’è chi pensa che, dalla Cina, il pesco sia giunto in Europa attraverso la Persia, grazie alle spedizioni che Alessandro Magno (356-323 a.C.) fece contro i Persiani. Secondo altri, sarebbe stato trasportato in Egitto ai tempi di Cambise (530-522 a.C.), quindi avrebbe raggiunto la Grecia e, molti anni dopo, l’Italia. Alcuni studiosi ritengono che il pesco fosse già coltivato sotto la VI Dinastia (circa 2350-2200 a.C.), con cui si conclude il periodo della storia egizia, comunemente denominato Regno Antico. Molti altri, tuttavia, presumono che il pesco sia giunto in Italia in epoca romana, circa un secolo a.C. durante l’espansione dell’Impero, per mezzo degli scambi mercantili con la Grecia o durante l’occupazione romana della Siria a opera di Gneo Pompeo Magno (106-48 a.C.), ma c’è anche chi ritiene che esso sia stato portato in Italia, dalla Grecia, solo 20 anni prima della nascita di Plinio. Le indicazioni e descrizioni di alcune varietà ritrovate nei testi di Columella, Plinio e Marziale (I sec.), fanno comunque ritenere che il pesco fosse coltivato e ben conosciuto già all’epoca dell’Impero di Ottaviano Augusto. Certo è che la coltura del pesco suscitò molto interesse nel mondo romano e molti, compresi consoli e senatori, furono gli appassionati che ebbero alberi di pesco nel loro hortus. I peschi di Gallia, menzionati insieme a quelli di Roma negli scritti di Plinio, Columella e Palladio, sembrano testimoniare che la coltura del pesco avrebbe avuto inizio simultaneamente in Francia e in Italia. Secondo Werneck (1956), i peschi di Gallia, di cui parla Plinio, sarebbero giunti in Europa mediante un’altra via, ossia dai Balcani, attraverso la via del Danubio dall’area del Mar Nero. Reperti archeologici sono i semi di pesco ritrovati durante gli scavi di rovine del I secolo nel Nord Italia (Mincio); in Francia (nella regione di Poitou, a sud di Angers); in Germania (lungo le rive del Reno, a Neuss, Linz, Pforzeim, Fulda e Mainz); in Ungheria (in una comunità celtica di Regöly). Altri ritrovamenti archeologici, che arrivano da comunità ceche, slovene e polacche, sono la dimostrazione della distribuzione del pesco nel Centro Europa, oltre l’area occupata dai Romani. Dioscoride Pedanio (I sec. d.C.), medico, botanico e farmacista greco che esercitò a Roma ai tempi dell’imperatore Nerone e considerato, assieme a Teofrasto tra i padri della botanica, cita due varietà di pesco nella famosa opera in 5 libri, De Materia Medica. Trattasi di un erbario, scritto in lingua greca, che ebbe una profonda influenza nella storia della medicina. Rimase, infatti, in uso, con traduzioni e commenti, almeno fino al XVII secolo. Il principale criterio di suddivisione delle piante (circa 600), adottato da Dioscoride, si basava sulle proprietà terapeutiche delle diverse essenze vegetali. Il sommo poeta latino, Publio Virgilio Marone (70-19 a.C.), avrebbe fatto, secondo alcuni, un velato riferimento al pesco nelle Bucoliche, libro II, che tratta della cultura delle piante, in particolare della vite e dell’olivo (Ecloga II, 51):

«Io stesso coglierò le cotogne bianche per la tenera lanugine, e le castagne, che la mia Amarilli amava. Aggiungerò le ceree prugne, perché abbia onore anche questo frutto» (Bucoliche, Ecloga II, 51)

Lucio Giunio Moderato Columella (4 a.C.-65 d.C. circa), scrittore latino del I secolo d.C., nella sua opera in dodici libri, De Re Rustica (libro X, 408), sull’agricoltura e l’economia rurale, ricorda la credenza secondo la quale il pesco proveniva dalla Persia e poi evidenzia che, nella Gallia, le pesche acquistano un volume superiore. Anche Gaio Plinio il Vecchio (23-79 d.C.), nella sua opera enciclopedica Naturalis Historia (libro XV, 13), databile al 77-78 d.C., composta di 37 libri, indica la Persia quale zona di provenienza del pesco, poi prosegue con l’arrivo di questa pianta in Italia, dall’Egitto, via Rodi nell’ultima trentina di anni. Quinto Gargilio Marziale (200-260 d.C.), scrittore latino vissuto intorno alla metà del III secolo d.C., fu autore di un’opera sull’agricoltura, probabilmente intitolata (De Hortis) De Pomis seu Medicina ex Pomis, dedicata alla coltivazione di alberi e vegetali e alle loro proprietà medicamentose. Egli dà notizie dei primi incroci per ottenere la pesca-noce, recitando: «Sui rami materni eravamo vili pesche, ora siamo pesche rare da quando passammo a piante adottive». Nel capitolo 5, tratta della coltivazione del pesco e scrive: «Sed armenia vel praecoqua, peculiariter prunis insita, floriora sunt». La frase si riferisce ai “persica”, ossia ai peschi e significa: «Gli armeni e i precochi – tipi di pesco – specialmente se innestati sui susini, sono piuttosto prosperosi». Il sacerdote Egidio Forcellini (1688-1768), professore di retorica a Padova dal 1731 al 1742 e autore del Lexicon totius latinitatis, definisce così questo termine: «persicorum vel pruinorum vel armeniorum praecocium fructum qui in aestate maturescent: hunc graeci bericocca nostrates vulgo: baricocoli, Itali: albicocchi vocant»; ossia: «le precoche sono frutti precoci di peschi, susini, o armeni – tipi di pesche – che maturano in estate: i greci chiamano questi frutti bericocca, i nostri compatrioti in termine dialettale: baricocoli, in lingua italiana, albicocchi». Infine, Rutilio Tauro Emiliano Palladio, l’ultimo autore di agronomia dell’antichità classica, compose il trattato Opus Agricolturae o De Re Rustica, in 15 libri, di cui uno introduttivo e dodici che riproducono una sorta di calendario rurale (uno per ogni mese); il libro XIV è, invece, dedicato alla veterinaria (ed è stato scoperto nel ’900), mentre il XV contiene un poemetto sull’innesto delle piante. Nel libro XII, 7, ricorda 4 varietà di pesco e suggerisce di potare il pesco nel periodo autunnale, avendo l’avvertenza di asportare i rami secchi, perché, togliendo qualcosa di verde, secca.

Dal Medioevo al Rinascimento
Nel V secolo d.C., con la caduta dell’Impero Romano, la coltivazione del pesco scompare quasi del tutto dalle campagne dell’Europa, trovando rifugio tra le mura dei conventi o nelle città risparmiate dalle furie barbariche. I primi segni del suo rifiorire compaiono all’epoca dei Crociati, finché, con il periodo glorioso del Rinascimento, si assiste a un nuovo incremento nella diffusione di questa specie. Se alcune varietà di pregio furono conservate, attraverso il cupo e difficile periodo medioevale, il merito spetta essenzialmente agli Ordini monastici e ad alcune Casate che seppero custodire tale prezioso patrimonio vegetale. Celebre, al riguardo, è il Convento dei Certosini della regione d’Isère, fondato nel 1084 da S. Bruno ai piedi del Grand Som (2026 m), al quale era annesso un orto ricchissimo di colture ortofrutticole. In Francia, ove la coltura del pesco è da ritenere, probabilmente, antica quanto quella italiana, il pesco «Persicarios diversi generi» si trova scritto nel capitolo 70 del Capitulare de villis vel curtis imperii Caroli Magni, vera e propria legislazione universale dell’Impero Carolingio, fatto redigere da Carlo Magno (742-814), sovrano e imperatore franco, nel quale si ordina che nei broli dei suoi domini (parchi imperiali) siano coltivate oltre 70 specie ortofrutticole incluso il pesco. Dopo la caduta dell’Impero Romano, infatti, fu Carlo Magno a promuovere la coltivazione del pesco nei giardini dei monasteri del suo impero che si estendeva a Sud verso Roma e a Nord fino ad Amburgo. Ma, sempre in Francia, il pesco si ritrova in altri contesti, quali per esempio gli atti ritrovati nel Monastero di Saint Denis nel 784, oppure gli scritti di Lupus, abate di una cittadina vicino ad Amiens, dell’860. Tra la composizione dell’ultima grande opera agronomica della Latinità, la monumentale enciclopedia di Plinio, e le prime espressioni dell’agronomia della Rinascenza, trascorrono milletrecento anni. Nel lungo arco di tempo, nelle terre a occidente dell’Indo, vedono la luce tre opere agronomiche: una in greco, la Geoponica, compilazione mediocre che abbraccia tutto il mondo delle informazioni agricole (compresa la meteorologia celeste e terrestre, la viticoltura, l’olivicoltura, l’apicoltura, la medicina veterinaria), attribuita, almeno per il suo nucleo centrale, a Cassiano Basso (VI sec.); una in arabo, il Libro di agricoltura, dell’arabo vissuto a Siviglia, Abu Zakariya Ibn al-Awwam (1108-1179), uno tra i capoˉ ˉ lavori dell’agronomia di tutti i tempi; una in latino, il Liber commodorum ruralium del Crescenzi (Trattato dell’Agricoltura, del 1304, scritto in lingua latina e tradotto in volgare alcuni anni dopo la sua morte). Il monumentale Libro di agricoltura, scritto in trentuno libri, assicura a Ibn al-Awwam un posto tra i maggiori agronomi della storia ˉ della disciplina, poiché riesce a compendiare quanto di più significativo aveva offerto la grande agronomia latina a quanto di più originale offriva quella araba. Per la prima, l’agronomo di Siviglia mostra la conoscenza più penetrante dell’opera di Columella, per la seconda, sintetizza le acquisizioni di oltre venti maestri del sapere naturalistico in lingua araba, scienziati persiani, irakeni, palestinesi, egiziani e ispanici, tra i quali compaiono grandi botanici, geografi, veterinari. Da lui e da Crescenzi ci vengono tramandate notizie precise sul pesco, nel tardo Medioevo. Pier de’ Crescenzi (1233-1320), giudice bolognese al tempo di Dante, che, come tutti i dottori in diritto laureati a Bologna, gode di vaste possibilità di impiego, è giudice in città diverse e, viaggiando, conosce l’agricoltura delle regioni d’Italia, che, ritiratosi in pensione, descrive in un’opera di cospicua mole, la summa agronomica del Medioevo latino. Il suo Liber conobbe immensa diffusione; le più autorevoli fonti che hanno eseguito il computo hanno contato 12 incunaboli ed edizioni latine, 18 edizioni italiane precedenti l’800, 12 tedesche, 15 francesi, una inglese. Nella vastità del disegno, sono comprese tutte le colture principali, cereali e leguminose, ortaggi, frutti e vite, precetti per la manipolazione delle derrate, l’elenco delle proprietà medicinali di ogni pianta; l’opera si chiude con consigli per la caccia e l’uccellagione. Del pesco, egli scrive «un arbore piccolo, il quale tosto cresce e poco tempo dura e in ciascun luogo alligna» (vol. II, cap. 22). Crescenzi descrive anche il giardino ideale, con le pareti interne decorate da alberi a spalliera, spesso rappresentati da peschi. Ma, nonostante il successo delle edizioni, sul valore dell’opera il giudizio è controverso: critici autorevoli rilevano che Crescenzi manca di spirito sperimentale, più che descrivere fenomeni rilevati personalmente, costruisce un universo di concetti obbedienti ai canoni di un aristotelismo ormai privo di vitalità. Un nuovo incremento nella diffusione del pesco si ha con il periodo glorioso del Rinascimento, in Italia prima che negli altri Paesi, dove il frutto gode di grande credito presso le famiglie gentilizie, particolarmente della Toscana. Sotto il dominio mediceo, la passione portò a coltivare molte varietà di pesco, tanto che, nel XVI secolo, si annoveravano già numerose varietà, unitamente a quelle di altri frutti, nei giardini delle ville e nei pomari toscani. Luigi (Aloisio) Anguillara, uno dei più noti botanici ed erboristi europei del XVI secolo, nel libro detto Pareri dei Semplici (le piante o le erbe medicinali) (pag. 72), pubblicato a Venezia nel 1561, scrive che Averroè (1126-1198), il più famoso pensatore musulmano nell’Occidente medievale, celebre soprattutto per i commentari a quasi tutta l’opera di Aristotele, chiamò la pesca noce «antipersica». A Padova, Anguillara non ebbe vita facile, per l’invidia di taluni professori. Tra questi, un altro noto botanico dell’epoca, Pietro Andrea Mattioli (1501-1577) di Siena, tentò di screditarlo presso gli accademici veneziani. Mattioli era autore di un libro, i Commentarii al Dioscoride (1554, prima edizione), che ebbe grande notorietà all’epoca. Nei Commentarii egli riesce a concentrare tutte le cognizioni erboristiche del suo tempo, portando il numero delle piante, descritte da Dioscoride, da 600 a 1200 e dando, di ognuna, la descrizione, la storia e l’indicazione degli usi e delle virtù medicinali. Un’opera, tuttavia, che conteneva diversi errori (alcuni dei quali furono segnalati con garbo e rispetto dall’Anguillara) e che era, in sostanza, una compilazione a cui mancavano quella “verifica” sul campo e quel metodo scientifico e sperimentale che avevano caratterizzato l’opera di Luigi Anguillara. Fatto sta che Mattioli lo accusò, in alcune lettere dirette ai suoi corrispondenti veneziani, di essere “un vigliacco mariolo”, “ignorantissimo, malignissimo e invidiosissimo”, definendolo sprezzantemente “scortica anguille”, in riferimento alle sue origini anguillarine. Nei suoi Discorsi, che avranno molte edizioni e saranno tradotti in italiano, francese, tedesco e boemo, il Mattioli fornisce un buon elenco di varietà di pesco, con notizie delle piante, sommarie descrizioni e xilografie. Anche Agostino Gallo (1499-1570), insigne agronomo del Rinascimento italiano, uno dei protagonisti dell’agronomia cinquecentesca, scrive nel suo Le dieci giornate della vera agricoltura e piaceri della villa (Venezia, 1546): «Voi sapete quante sorti di peschi sono tra noi», ed evidenzia che le pesche sono nocive allo stomaco, in accordo ad alcune errate credenze di quel tempo. L’opera conosce l’immediato successo, che, nel Cinquecento, si traduce nella ristampa abusiva, a Venezia, di una successione di edizioni che sottraggono all’autore ogni guadagno. Sempre nella seconda metà del ’500, va citato anche il bolognese Ulisse Aldrovandi (1522-1605), professore di filosofia naturale a Bologna, il quale, dopo aver fondato l’Orto Botanico nella sua città, si dedicò alla raccolta di circa 7000 campioni essiccati e 1800 disegni di erbe e frutti eseguiti da grandi disegnatori e incisori dell’epoca, racchiusi nel suo capolavoro Iconographia Plantarum Tomi X, considerato uno dei più antichi erbari del mondo. Sparse senz’ordine, nei dieci tomi che compongono l’erbario, si trovano più di cento tavole di frutti, fra cui due che raffigurano varietà di pesco. Le persiche si ritrovano poi nell’Herbario Nuovo di Castore Durante, detto anche Castor Durante da Gualdo (1529-1590), medico, botanico e poeta italiano del Rinascimento. Il volume, pubblicato per la prima volta nel 1585 a Roma, raccoglie una ricca collezione di piante medicinali dell’Europa, delle Indie Orientali e Occidentali. Ogni pianta è illustrata da una xilografia e accompagnata da una descrizione in cui lo studioso ne indica nome, forma, loco, qualità, virtù, con particolare riferimento ai benefici apportati dall’uso “di dentro” e da quello “di fuori”. Egli ci informa che «l’infusione dei fiori ammazza i vermini del corpo, il succo delle foglie messo nelle orecchie v’ammazza i vermi, e le foglie applicate sull’ombelico ammazzano i vermini». Ci insegna, inoltre, a produrre frutti di grandezza e bellezza mirabili, basta «ligare insieme tre noccioli e poi piantarli in un vaso e seppellirlo sotto terra, ma il coperchio del vaso habbia un bugio, per il quale il germine possa uscire». Scientificamente superata dalla classificazione di Linneo, l’opera di Castor Durante offre ancora uno squisito spaccato sulle conoscenze botaniche del Cinquecento e moltissime curiosità sulle proprietà benefiche delle diverse piante. In quest’epoca appare anche la prima citazione delle pesche nella botanica inglese, a opera di Peter Treueris nel Grete Herball del 1526. Successivamente William Turner (1508-1568 circa), conosciuto come il padre della botanica britannica, nel suo Herbal del 1568 scrive: «The peach is not great tree in England that I could see». Infatti, anche se i frutti erano copiosi al tempo di Edward I (1272-1307), tanto che anche due alberi di pesco (pari al costo di circa 100 alberi di ciliegio) erano stati piantati nei giardini della Torre di Londra, essi sparirono in tempi successivi. Quale risultato della loro sparizione, molti fruttiferi furono importati nuovamente durante il regno di Enrico VIII (1491-1547), Re d’Inghilterra e Signore d’Irlanda (in seguito Re d’Irlanda), come riportato da William Harrison (1534-1593), Rettore di Windsor, nel suo Holinshed’s Chronicles del 1586. Secondo alcuni, il primo pesco sarebbe stato piantato in Inghilterra proprio dal giardiniere di Enrico VIII, sebbene sia anche noto che, nel Medioevo, King John (1167-1216) affrettava la sua fine con indigestioni di... pesche e birra. C’è poi Thomas Tusser (1524-1580), che menziona vari tipi di pesche rosse e bianche, nonché John Gerard che, nel suo famoso Herball del 1597, descrive 4 tipi di pesche: le bianche, le rosse, le innovative (con frutti più grossi rispetto alle altre, buccia color ruggine e polpa gialla piacevolmente aromatica) e le gialle. Dalla Francia e dall’Italia il pesco si estese anche alla Germania; esistono documenti dai quali si può desumere che nella valle dell’Elba (Dresda) si faceva riferimento a questa specie già nel 1575. Frequenti peschi selvatici sono segnalati, dal XVI secolo, nei vigneti della Renania, sebbene la coltura moderna abbia origine solo intorno al 1870.

Seicento
Iniziata con Gallo, l’agronomia europea del Rinascimento si compirà con il capolavoro dell’epoca seicentesca dell’agronomo e botanico francese Olivier de Serres (1539-1619), che non cita mai l’autore italiano, ma da cui fu grandemente influenzato e trasse più di un’idea. Studioso autodidatta di botanica e agricoltura, scrisse, su richiesta di Enrico IV, suo estimatore, un’opera considerata il primo trattato scientifico di agricoltura ed economia rurale francese: Le théâtre d’agriculture et mesnage des champs, che fu pubblicata nel 1600 e in cui ricorda 12 varietà di pesco, pur non comprendendole tra i migliori frutti, tanto da scrivere che questo frutto non è migliore delle pere, delle mele e delle susine. All’usanza di adornare le pareti delle case e i muri di cinta con forme obbligate di peschi e altre specie, segue un periodo in cui la coltura si diffonde anche fuori dai giardini, tanto che, all’epoca di Enrico IV, erano predilette per fama e bontà le pesche prodotte da alberi a pieno vento in corbeil. In Francia, la storia della peschicoltura moderna ha inizio con il famoso Catalogo dei frutti di Le Lectier Sieur, pubblicato nel 1628, in cui sono citate 26 varietà di peschi e peschi noci. Successivamente, l’agronomo Nicolas de Bonnefons ne ricorda 37, nel volume Le Jardinier François (1651); Merlet, ritenuto il primo vero pomologo francese, ne menziona 38, nella sua piccola opera Abrégé des bons fruits del 1667; e Jean-Baptiste de la Quintinie (1624-1688), celebre giardiniere di Luigi XIV, nella sua opera Instruction pour les jardins fruitiers et potagers, apparsa nel 1690, ne descrive 42. In Inghilterra, John Parkinson (1567-1650), l’ultimo dei grandi erboristi inglesi e uno dei primi grandi botanici inglesi, nella prima delle sue due opere monumentali, Paradisi in Sole Paradisus Terrestris (1629), in cui descrive la coltivazione delle piante, discute sulle prime nettarine presenti nel Paese. Successivamente, un’edizione posteriore dell’Herball di Gerard, rivisitata da Thomas Johnson nel 1663, riporta maggiori dettagli sulle cultivar di pesco, inclusa Nucipersia o Nectorins. Tornando in Italia, a partire dal XVII secolo, nuove e significative testimonianze iconografiche arricchirono la pomologia del nostro Paese e, in particolare, quella toscana che, sotto il governo mediceo (da Cosimo I a Cosimo III), visse un’era particolarmente feconda. I granduchi non persero occasione, infatti, per arricchire il germoplasma dei territori di loro competenza; basti pensare alle tre casse contenenti marze di una cinquantina di varietà di melo, pero e pesco (Pesca violetta tardiva, Pesca di Croia, Peschi della Chareuse, Pesche Pauis blanche attive, Peschi Bouren, Peschi ammirabili, Peschi della Maddalena rossi, Peschi cuor-mio, Aduanpeche, Peschi della grossa persigue, Peschi violetti molto migliori che la tardiva mela noce, Peschi della Maddalena bianchi), fatte arrivare nel dicembre del 1681 dalla Francia, per essere innestate nei pomari del giardino di Boboli e di numerose ville medicee toscane. Il gran favore che la coltura del pesco aveva in Toscana è confermata da Francesco Redi (1626-1697), uno degli scienziati più importanti nel panorama scientifico del Seicento che, in una lettera del 1688, afferma che il Serenissimo Granduca Ferdinando II aveva fatto venire di Francia varie razze di questa frutta, le quali allignate in Toscana erano squisitissime (Opere, IV, pag. 326). Successivamente, agli albori del XVIII secolo, sotto richiesta di Cosimo III (1645-1723), il botanico Pietro Antonio Micheli (16791737) descrive, nei suoi manoscritti, ben 47 varietà di pesco, mentre 30 varietà vengono catalogate e dipinte dal Micheli e dal pittore di corte Bartolomeo Bimbi (1646-1729), con la collaborazione dell’acquerellista Tommaso Chellini (1672-1742), per adornare con quadri le Regie Ville della Topaia, dell’Ambrogiana e di Careggi, da dove furono, in seguito, trasferiti a quella di Castello, al R. Museo e, quindi, all’Istituto di Botanica di Firenze. Tra i quadri di frutti dipinti da Bartolomeo Bimbi, vi sono 3 tele raffiguranti pesche e albicocche. La coltivazione del pesco e vari tipi di pesche noci e pesche cotogne sono citati nel grande trattato seicentesco di agricoltura L’economia del cittadino in villa, scritto nel 1653 dall’agronomo bolognese Vincenzo Tanari. Tra i più raffinati prodotti dell’editoria illustrata seicentesca, vi è poi il Flora overo cultura di fiori del gesuita Giovan Battista Ferrari, pubblicata a Roma nel 1633 e ristampata nel 1638 in traduzione italiana, in cui si parla del pesco a fiore doppio. È, questa, un’opera eclettica che riflette l’atmosfera culturale del papato di Urbano VIII Barberini e delle ricerche naturalistiche degli Accademici Lincei. Diviso in quattro libri, con un testo di floricoltura, orticoltura e di storia naturale, scientificamente ineccepibile, il trattato si propone come un manuale sui fiori ornamentali nostrani ed esotici, ma anche come uno strumento di diletto. Consapevole della necessità di un rapporto interattivo tra notazione verbale e corrispettiva immagine, l’autore volle arricchire l’opera con un sontuoso corredo iconografico che illustrasse le essenze vegetali descritte e alcune amene “favolette” su accattivanti metamorfosi floreali. Ad approntare queste tavole furono alcuni tra i più prestigiosi artisti del tempo, come Guido Reni, Pietro da Cortona e Friederich Greuter.

Dal Settecento ai primi del Novecento
Nel 1737, alla morte del granduca Giangastone (1671-1737), ultimo granduca mediceo, la Toscana passò sotto il governo degli Asburgo-Lorena, i quali continuarono a coltivare con interesse la pomologia, tanto amata dai loro predecessori medicei. Tra la fine del XVIII secolo e gli inizi del XIX, tutta l’Europa si arricchì di numerose e importanti opere pomologiche. In Italia, il forlivese Cesare Majoli (1746-1823) compilò l’opera Plantarum collectio (1790-1810), composta da 27 tomi con oltre 5000 disegni, comprensivi di tavole acquarellate raffiguranti, a grandezza naturale e con grande qualità, varietà di frutti di molte regioni italiane. Pochi anni dopo, il conte Giorgio Gallesio (1772-1839) intraprese un’opera grandiosa intitolata La Pomona italiana, che pubblicò in due grossi volumi in folio e in cui sono descritte 39 pesche comuni e 18 pesche noci. L’edizione di quest’opera si protrasse per oltre vent’anni, ma risulta tuttora di grande validità scientifica e artistica, sia per il lavoro organico e sistematico svolto dallo stesso Gallesio, con cui descrive le più interessanti varietà coltivate in varie zone del nostro Paese, riconoscendo le loro sinonimie e omonimie, sia per le preziose tavole che corredano l’opera, a cui collaborarono numerosi pittori professionisti e dilettanti. In quel periodo, ma anche successivamente, venivano importate dalla Francia numerosissime varietà che, diffuse in tutto il nostro Paese, dominavano spesso in molte zone, sebbene anche le varietà indigene fossero molto apprezzate. Nel XVI secolo, e poi nel XVII, era costume coltivare i peschi in forma di spalliere addossate a muri interni dei giardini delle ville italiane, come pure nei monasteri francesi. Celebri le spalliere reali di Versailles, quelle piemontesi del Conte di Cavour e anche quelle del nonno di Goethe: «Mi sembrava di trovarmi nel giardino di mio nonno, ove le spalliere sovraccariche di pesche eccitavano l’avida golosità del nipotino, e soltanto la minaccia di essere scacciato da quel paradiso, solo la speranza di ricevere dalla mano dell’avo benefico i frutti più rossi e più maturi, riuscivano ad acquietare un po’ la bramosia fino al momento opportuno». Ottaviano Targioni Tozzetti (1755–1826), medico primario e professore di botanica nell’Ospedale di Santa Maria Nuova a Firenze, ricorda come i fiorentini fossero solleciti a procurarsi pesche, insieme ad altra frutta e, nel suo Dizionario botanico italiano (1809), cita ben 76 varietà di pesche. Al 1825 risale, invece, l’opera Raccolta di fiori, frutti ed agrumi più ricercati per l’adornamento dei giardini, disegnati al naturale da vari artisti, anch’essa corredata da tavole a colori disegnate da vari artisti, di Antonio Targioni Tozzetti (1785-1856), medico e naturalista fiorentino, che probabilmente aveva inteso così onorare un progetto editoriale del padre Ottaviano, il quale si era proposto di pubblicare una Pomona Toscana, senza però riuscirvi. Si arriva così all’unificazione del Regno d’Italia (1861); due lustri dopo avrà inizio un nuovo periodo per la peschicoltura italiana, caratterizzato dalla diffusione di ottime varietà indigene e dall’introduzione di varietà americane che ben presto si affermano in preferenza di quelle francesi. A questo proposito, è doveroso ricordare che già nel 1771, Prince, pioniere dei vivaisti americani, metteva in commercio, a Long Island (NY), 29 tipi di pesche e, vent’anni dopo, proponeva 35 varietà innestate. Nel 1901 compare il Manuale di Pomologia di Girolamo Molon (1860-1937), realizzato in una veste economica, alla portata di quanti amassero la frutticoltura, in cui guida gli agricoltori nella scelta tra 20 varietà di pesco. Negli anni successivi, numerosi altri illustri pomologi, quali Domenico Tamaro, Alberto Pirovano, Alessandro Morettini ecc., contribuiscono ampiamente alla conoscenza e diffusione del pesco. In Francia, nel frattempo, quasi un secolo dopo il contributo di De La Quintinie, Henry-Louis Duhamel du Monceau (1700-1782), nella sua opera Traité des Arbres Fruitiers del 1768, secondo di due tomi, descrive 43 varietà di pesche, sottolineando anche come il pesco si fosse adattato bene al suo nuovo ambiente, tanto che solo il nome persica era rimasto esotico. In effetti, la maggior parte delle aree peschicole ricevette, a partire dal Medioevo e fino alla fine del XVIII secolo, varietà provenienti dalla Francia, tanto che questa nazione può essere considerata come il secondo maggiore centro di distribuzione delle pesche dopo la Cina. René Le Berryais (1722-1807), collaboratore di Duhamel du Monceau e celebre pomologo, ne cita 33 nel suo Traité des jardins: ou Le nouveau de la Quintinie, contenant la description & la culture, 1. des arbres fruitiers; 2. des plantes potagères del 1775; mentre Etienne Calvel (1740-1830 circa), nel 1805, offre una lista di 60 varietà nel volume dal titolo Des arbres fruitiers pyramidaux vulgairement appelés quenouilles. Il noto vivaista Luigi Noisette, nel 1839, cita altre 60 varietà di pesche; André Leroy (1801-1875) ne nomina 41 nel 1852, ma in un’edizione successiva del 1865 ne descrive 148. Infine, O. Thomas, nella Guide pratique de l’Amateur de Fruits - Description de 5000 variétés del 1876, pubblica una lista di 355 varietà. Numerosi gli scritti prodotti da Charles Baltet (1830-1908), illustre vivaista e agronomo di Troyes, il cui nome è stato per sempre consacrato agli alberi da frutto. Grande esperto di potatura e dell’innesto, ha scritto numerosi libri, articoli e opuscoli divulgativi, che sono stati tradotti in molte lingue, in svariate edizioni. Del 1884 è la prima edizione del Traité de la Culture Fruitière commerciale et bourgeoise, completo di 150 disegni che illustrano la potatura degli alberi da frutto. In Francia, il XIX secolo è contraddistinto da un forte interesse per la pomologia e il numero della varietà aumenta rapidamente con importazioni dagli Stati Uniti e dal Belgio, tanto che, a partire dal 1850, c’è una vera e propria inflazione di novità varietali. In Inghilterra, invece, la coltura del pesco prese incremento solo a partire dal 1858, per merito del vivaista Thomas Rivers di Sawbridgeworth, piccola città nel Sud d’Inghilterra. Meritevole di menzione, tuttavia, è il trattato A treatise on the culture and management of fruit trees del 1802, il cui testo, tradotto nelle principali lingue europee, è opera del botanico scozzese William Forsyth (1737-1804), studioso delle avversità che colpiscono le specie arboree da frutto e forestali, nonché giardiniere del re Giorgio III a Kesington e a St. James. In suo onore è stato chiamato il genere di piante da fiore Forsythia.

America
Hedrick (1917) ricorda che il pesco arrivò in America subito dopo la scoperta di Colombo, a opera dei colonizzatori spagnoli, e che trovò condizioni così favorevoli da diffondersi molto rapidamente tra gli Aztechi in Messico. Con ogni probabilità, entro il primo cinquantennio dalla conquista spagnola, il pesco era comunemente coltivato in Messico. Nel libro dal titolo Molina’s Vocubalario en Lengua Castellana y Mexicana del 1571, trovato nella Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti, si fa uso di parole composte spagnolo-azteche, quali Cuztic-durazno e Xuchipal-durazno, per indicare rispettivamente le pesche gialle e le pesche rosse, nonché il nome Xocotlmelocoton per le pesche in generale. In tali nomi si può intravedere la persistenza degli antichi nomi romani duracina e melocoton. Dal Messico, il pesco si diffuse nel Nuovo Messico, in Arizona e in California. Un’altra introduzione a opera degli spagnoli sarebbe avvenuta, verosimilmente, in Florida intorno al 1500. La piantagione dei semi di pesco era, comunque, molto comune e probabilmente fu il vivaio Prince di Flushing, a Long Island, il primo a propagare il pesco per innesto. La coltivazione commerciale del pesco in America risale agli inizi del XIX secolo; grandi piantagioni apparvero nel Maryland, Delaware e New Jersey. La coltivazione del pesco in California ebbe inizio intorno alla metà del XIX secolo e la produzione aumentò rapidamente, tanto che, nel 1885, questa drupacea divenne il fruttifero più importante della California. Tutte le varietà di pesco coltivate negli Stati Uniti, anteriormente al 1850, derivavano da stirpi introdotte dall’Europa. Intorno al 1850, ci furono alcune importazioni dirette di peschi da Shanghai, indicati come Chinese Cling, che si andarono sempre più diffondendo, tanto che, 25 anni dopo la loro prima importazione, erano coltivati in frutteti di ogni parte degli Stati Uniti. Durante il periodo dal 1850 al 1900 fu selezionato un grande numero di cultivar; le famose cultivar americane “Elberta”, “Belle of Georgia” e “J.H. Hale” avrebbero avuto origine dal gruppo cinese. In seguito, i colonizzatori europei continuarono a diffondere questa specie negli orti e nei frutteti della zona temperata. In Sud America, il pesco si trova allo stato selvatico in Cile, Argentina, Perù e Bolivia.

XX secolo
Inizia, nel XX secolo, un periodo molto fecondo per gli studi e le descrizioni pomologiche; i criteri adottati nella descrizione delle piante da frutto diventano più numerosi e minuziosi e l’insieme di questi caratteri esaminati viene raccolto nella scheda pomologica, che rappresenta una sorta di carta d’identità della cultivar. Molto feconde sono le ricerche e le indagini pomologiche condotte, con particolare riguardo al pesco, nel nostro Paese e all’estero, soprattutto negli Stati Uniti d’America e in Francia.

Italia. L’imponente opera di Molon si pone a cavallo tra il XIX e il XX secolo, dando nuovi stimoli, più significativi impulsi e ampi contributi al progresso della pomologia nel nostro Paese. Oltre al tangibile contributo all’aggiornamento pomologico in Italia con la sua Pomologia, in cui Molon descrive, con puntigliosa precisione di nomenclatura, riferimenti bibliografici, sinonimie e caratteristiche agro-bio-pomologiche e commerciali, 126 cultivar di pesco, egli pubblica numerose altre opere di sistematica, tassonomia e classificazioni pomologiche, tra le quali emergono: Buone frutta, studi di fitografia e tassonomia pomologica (1890), Brevi note di tassonomia pomologica (1907), L’Ampelografia (1906) ecc. La feconda opera di Molon non ebbe, però, molto seguito in Italia. Nel 1940, l’Ente economico per l’ortofrutticoltura diede incarico al Guzzini di coordinare un’indagine pomologica a carattere nazionale. Le indagini vennero regolarmente avviate su ampia scala e su numerose specie da frutto, con la collaborazione di valenti studiosi e tecnici, ma gli eventi bellici ne impedirono la conclusione. Occorre attendere il dopoguerra per veder risorgere l’interessamento agli studi pomologici dei quali, più che mai, era fortemente sentita la mancanza nel nostro Paese. La prima di queste indagini pomologiche fu presentata da Breviglieri e Solaroli (1949) al 3° Congresso nazionale di frutticoltura di Ferrara. Al Breviglieri si deve, del resto, il trattato Peschicoltura, edito nel 1950. Ma l’impulso maggiore all’evoluzione degli studi pomologici in Italia, dal dopoguerra a oggi, si deve a Morettini e ai suoi collaboratori che, dall’Istituto Tecnico Agrario Specializzato e poi dall’Istituto di Coltivazioni Arboree dell’Università degli Studi di Firenze con l’annesso Centro per il miglioramento delle piante da frutto e da orto del CNR, hanno avviato e condotto a termine numerose e sistematiche indagini pomologiche comparative sulle cultivar delle più importanti specie arboree da frutto, raccolte in vaste collezioni di piante madri, presso le aziende sperimentali delle istituzioni fiorentine. Della poderosa opera pomologica coordinata da Morettini, in un trentennio di fervida attività, ricordiamo: Le nuove cultivar Morettini (1961), in cui sono sistematicamente illustrate, tra le altre, 16 cultivar di pesco; Monografia delle principali cultivar di pesco (1962), realizzata in collobarazione con Baldini, Scaramuzzi, Bargioni e Pisani. Quest’opera segna l’inizio della vasta serie delle monografie frutticole italiane, affrontando, dapprima, il problema della classificazione e descrizione delle cultivar di pesco, con la messa a punto di un’organica metodologia per il rilevamento dei principali caratteri agro-bio-pomologici, morfologici e mercantili delle numerose cultivar, quindi descrivendo compiutamente 150 cultivar vecchie e nuove. Sulla scia di Morettini, numerosi sono gli studiosi italiani (fra cui valenti suoi allievi) che si dedicano alle ricerche pomologiche. All’opera meritoria di Pirovano, sia come costitutore sia come pomologo, al quale dobbiamo la pubblicazione del volume Le nuove pesche italiane (1953), con la dettagliata descrizione delle numerose cultivar da lui ottenute, nonché di quelle ottenute fino ad allora da Morettini, da Capucci e da Pieri, fa seguito l’opera di una folta schiera di ricercatori. I loro studi sono orientati al perfezionamento e all’aggiornamento delle indagini pomologiche, dettati dal sempre crescente numero di nuove cultivar che, annualmente, vengono licenziate e poste a disposizione dei frutticoltori, quasi sempre prive di una particolareggiata descrizione delle loro caratteristiche essenziali. Tra gli scritti più significativi della copiosa attività pomologica italiana di questi ultimi anni, ricordiamo: Orientamenti varietali per la peschicoltura da industria in Emilia Romagna (Baldini e Pisani, 1968), in cui vengono illustrate, con cura, 14 percoche ritenute pregevoli per quell’ambiente; Le pesche: nuove cultivar (Fideghelli, 1971), che contiene l’ampia descrizione di 28 cultivar di pesche da consumo fresco, ritenute meritevoli di diffusione in Italia; Mostra pomologica 1972 a Firenze (Bellini, 1973), in cui vengono redatte le schede pomologiche, con le descrizioni di 512 cultivar di pesco; Monografia delle principali cultivar di nettarine (Loreti e Fiorino, 1973), in cui gli autori descrivono dettagliatamente 80 cultivar di nettarine vecchie e nuove; Pesche da industria, indagine collegiale sul comportamento agronomico e tecnologico delle cultivar in Italia (Sansavini et al., 1974), vasta indagine condotta su 104 percoche sperimentate in diversi ambienti colturali del nostro Paese; Schede pomologiche e agronomiche di varietà di pesco da consumo fresco (Fideghelli et al., 1974), con la descrizione di 141 cultivar di pesco vecchie e nuove; Contributo allo studio delle cultivar di pesco toscane a maturazione tardiva (Bellini e Bini 1976), indagine pomologica pluriennale condotta su 36 cultivar ampiamente descritte; Monografia delle principali cultivar di pesco, volume II (Bellini e Scaramuzzi, 1976), in cui si descrivono, sulla base di una scheda pomologica arricchita di nuove determinazioni, i caratteri morfologici e agro-biologici di 128 recenti cultivar di pesco; Cento anni di coltura del pesco nel cuneese (Bassi et al., 1985), volume ricco di immagini storiche, in cui si ripercorrono le tappe evolutive della peschicoltura nella provincia di Cuneo; Elenco delle cultivar di fruttiferi reperite in Italia (Fiorino e Mariotti, 1988), dove si riportano circa 12.000 accessioni italiane dei principali fruttiferi; Reperimento e difesa delle risorse genetiche del pesco in Italia e catalogo preliminare italiano del pesco (Bellini et al., 1990), dove gli autori riferiscono sullo stato attuale del germoplasma peschicolo presente in Italia, riportando i principali caratteri di 2398 accessioni di pesco; Monografia di cultivar di pesco, nettarine e percoche (Conte et al., 1994), dove vengono descritte e illustrate 114 cultivar di pesco, 85 di nettarine e 24 di percoche; Il germoplasma della Toscana: tutela e valorizzazione delle specie legnose da frutto (Bellini, 2000), in cui si riferisce sul patrimonio frutticolo esistente presso le istituzioni pubbliche toscane, che ammonta a 4310 accessioni, delle quali 1445 sono di origine toscana; Il germoplasma del pesco. 1. Le Cotogne fiorentine e 2. Le Burrone fiorentine (Bellini et al., 2000), in cui si descrivono in modo dettagliato le cotogne e le burrone fiorentine, ancora presenti sul territorio, repertoriate dall’ARSIA-Regione Toscana. Si arriva, quindi, ai nostri giorni, con una notevole produzione di pubblicazioni a opera di istituzioni scientifiche (in particolare l’Istituto Sperimentale per la Frutticoltura di Roma e diverse Università), mirate a fini sia scientifici sia pratici (scelte varietali).

Stati Uniti d’America. Sorrette dalla poderosa attività di ricerca nel campo dell’arboricoltura, iniziata su solide basi nella seconda metà del XIX secolo, le indagini pomologiche si intensificano e raggiungono alti livelli di perfezionamento. Ai dipartimenti di pomologia delle università e ai dipartimenti di agricoltura si uniscono le società pomologiche. I contributi resi noti sono cospicui e le opere pomologiche pubblicate sono assai numerose; basti qui ricordare l’opera meritoria di Hedrick e collaboratori, conclusasi con la pubblicazione di 6 prestigiosi volumi monografici, tra i quali The peaches of New York (1917), in cui sono raccolte 2160 cultivar di pesco, 86 delle quali con ampia e completa descrizione. Alla significativa opera di Hedrick e della sua scuola ha fatto seguito quella di Brooks e Olmo che, dal 1944, hanno pubblicato, oltre al Register of new fruits and nut varieties (1997), numerose liste di cultivar apparse nei Proceedings e in HortScience, organi dell’American Society for Horticultural Science, che tanto ha contribuito all’evoluzione della pomologia americana, unitamente all’American Pomological Society. In tali liste, Brooks e Olmo riportano notizie dettagliate in merito alla nomenclatura, all’origine genetica, al luogo di ottenimento, alle caratteristiche pomologiche di numerose cultivar (oltre 1000 di pesco), la maggior parte delle quali americane e protette da brevetto.

Francia. In questo Paese dalle grandi tradizioni pomologiche, gli studi sono orientati per lo più al perfezionamento delle classificazioni pomologiche e alle indagini monografiche per singole specie, come d’altro lato avviene in tutta Europa. Nel 1948 appare l’opera in tre volumi La détermination rapide des variétés de fruits di Vercier, nella quale l’autore propone un nuovo metodo per l’identificazione e il riconoscimento delle cultivar, basato su classi cifrate, e descrive, con una certa precisione, numerose cultivar di cui 101 di pesco. Seguono diverse indagini pomologiche, condotte nel dopoguerra, fra le quali emergono: Monographie des principales variétés de pêchers (Caillavet e Souty, 1950), con la messa a punto della metodologia per il rilevamento dei caratteri esaminati e la descrizione di 363 cultivar di pesco, 75 delle quali ampiamente illustrate; Monographie des principales variétés de pêchers (Hugard e Saunier, 1965), con la descrizione dettagliata e completa di 171 cultivar di pesco. Da segnalare, infine, numerose indagini pomologiche di Caillavet e di altri studiosi sulle nettarine, sulle pesche da industria (pavies) e numerose altre specie.

Altri Paesi. Anche in altri Paesi europei, sebbene in misura più ridotta, si conducono studi pomologici volti al perfezionamento dei metodi di indagine e alla descrizione delle cultivar autoctone e importate. Le indagini pomologiche in Russia rivestono ancora un carattere generale. Le opere pubblicate fino a oggi, certamente meritevoli, assumono l’importanza delle “pomone europee” del secolo scorso. Solo recentemente sono state condotte e portate a termine alcune indagini pomologiche monografiche di particolare rilievo. Tra gli scritti più significativi di cui abbiamo conoscenza vi sono: Sorta Plodovîh i Iagodnîh Kultur (Veniaminov et al., 1953), in cui sono descritte le cultivar dei fruttiferi presenti nel Paese, tra cui 75 di pesco; Novye Sorta Plodovîh i Iagodnîh Kultur Ucraina (Shiepielskiy, 1966), altra “pomona russa” della vasta zona dell’Ucraina, nella quale sono descritte anche 28 cultivar di pesco. In Romania, emerge la poderosa Pomologia, opera di Bordeianu et al. (1963-1969), in 8 volumi, che rappresenta la classica “pomona romena”; in essa sono compiutamente descritte e illustrate 82 cultivar di pesco.

Frutti artificiali

Già alla fine del Settecento, mentre autori come Gallesio e Targioni Tozzetti erano dediti alle loro opere editoriali, la pomologia italiana intraprendeva anche una nuova strada per rappresentare i frutti nel modo più realistico possibile, mediante modelli tridimensionali di gesso o cera. “Frutti artificiali” iniziarono a essere prodotti a Firenze, presso il Museo di Storia Naturale, da Clemente Michelangelo Susini (1754-1814) e Francesco Calenzuoli (1796-1828), allievo e successore di Susini. Sempre a Firenze, si ricordano ancora i modelli realizzati da Antonio Piccioli (1794-1842) e Luigi Calamai (1800-1851); a Bologna, i preparati in cera di Cesare Bettini (1801-1855); a Torino, infine, i modelli pomologici dell’indiscusso maestro Francesco Garnier Valletti (1808-1889). Della sua Pomona artificiale esistono ancora 5 serie conservate presso l’Accademia di Agricoltura di Torino e il Dipartimento di Colture Arboree di Milano, l’Istituto Tecnico Agrario Statale di Firenze e l’Istituto Tecnico Agrario “A. Ciuffelli” di Todi. Ciascuna serie comprendeva più di 1500 pezzi realizzati mediante l’elaborazione di sempre nuove formule, accompagnati da più di 12.000 disegni pomologici a grandezza naturale, corredati di numerosi appunti su aspetto dei frutti, epoca di maturazione, zona di coltivazione ecc. Nella catalogazione dei pezzi salvati dell’Istituto di Coltivazioni Arboree (ora Dipartimento) dell’Università di Milano, compaiono ben 76 modelli di pesco. Nel corso del XX secolo, frutti artificiali vennero ancora prodotti, a Firenze, da Don Vincenzo Di Majo, sacerdote della parrocchia di Sant’Ambrogio. Una serie dei suoi frutti è conservata presso l’Istituto Tecnico Agrario Statale di Firenze.

Pittura

I frutti del pesco sono stati raffigurati in svariati dipinti artistici, soprattutto nature morte, in ghirlande e mosaici, in tavole botaniche e tassonomiche, grazie alla loro perfetta rotondità, alla loro morbidezza e al loro diversificato colore. In epoca romana, nella città di Ercolano, distrutta dall’eruzione del Vesuvio nel 70 d.C., è sopravvissuto l’affresco Natura morta con brocca e acqua, nel quale si possono notare un ramo di pesche e un frutto tagliato per mostrare la polpa e il nocciolo al suo interno. L’affresco è conservato nel Museo Archeologico di Napoli, a testimoniare l’interesse che i Romani nutrivano verso questi nuovi, lussuriosi frutti provenienti dalla Cina. Non a caso, il disegno appartiene alla casa di Sirico (Domus Sirici), un facoltoso mercante di Ercolano di quel tempo; infatti, le pesche erano molto costose e solo persone ricche potevano permettersele. Nel Museo Nazionale di Roma esiste un altro affresco murale, sempre del I secolo d.C., proveniente dalla Villa di Livia Drusilla a Prima Porta (Roma), residenza di campagna della terza moglie di Augusto. Il dipinto mostra il giardino della Villa e, in particolare, una grande fioriera con un melo, un abete bianco e un albero di pesco. Dopo la caduta dell’Impero Romano, segue un periodo artistico di decadenza e bisognerà attendere l’inizio del XVI secolo perché la raffigurazione pittorica degli elementi naturali (flora e fauna) assuma nuovamente un ruolo fondamentale. Sia nell’antica arte romana (in mosaici e dipinti murali basati su modelli greci) sia in quella medievale italiana si riconoscono composizioni assimilabili alla natura morta; con spirito differente, anche l’arte cinese e giapponese si interessarono agli aspetti del mondo naturale, ritraendoli con molta sensibilità. Tuttavia, la natura morta, intesa come forma artistica indipendente, è un fenomeno tipicamente occidentale, che conobbe particolare fortuna in area fiamminga. In Italia, la nascita della natura morta è sancita da un dipinto del pittore di origine lombarda Michelangelo Merisi da Caravaggio (1571-1610), la Canestra di Frutta, realizzato tra il 1597 e il 1598, vero e proprio capolavoro e primo esempio di natura morta che avrà, successivamente, largo seguito e verrà considerato alla stessa stregua dei dipinti di “soggetto nobile”. La ricerca del naturale, perseguita dall’artista lombardo, è evidente in questa stupenda composizione dove oggetti, frutti e foglie vengono riprodotti in modo fedele, attraverso un disegno nitido e preciso, non privo di una certa eleganza. Nel nostro Paese, inizia un periodo di fulgida attività pittorica, nel quale si possono annoverare numerosi pittori e artisti appartenenti alle scuole italiane più rappresentative (lombarda, romana, napoletana, genovese, emiliana ecc.), che dedicano, quasi interamente, il loro percorso artistico alla rappresentazione pittorica di oggetti inanimati. Giuseppe Arcimboldo (1527-1593) o Arcimboldoà, come è nominato in diversi documenti d’archivio, è noto soprattutto per le sue “ghiribizzose” realizzazioni antropomorfe. La sua partenza, nel 1562, alla volta di Vienna, invitato a corte dal principe (e futuro imperatore) Ferdinando I, fu l’episodio che ne decise vita e carriera. Nella capitale austriaca, dove fu molto ben voluto, il pittore milanese si incentra in larga misura sulle famose teste composte, ritratti allegorici e scherzosi realizzati accostando in modo bizzarro frutti, ortaggi e oggetti diversi. Nel 1590, già ritornato a Milano, dipinge il ritratto di Rodolfo II d’Asburgo, noto come Vertumno, utilizzando un fitto accostamento di ortaggi e frutta, tra cui la pesca per raffigurare il colorito roseo della guancia del volto. Questo dipinto su tela, conservato a Stoccolma nello Sklosters Slott (Svezia), risulta l’opera più significativa del Maestro. Qui l’Imperatore è raffigurato in veste del dio romano dell’abbondanza; le fattezze di Rodolfo II sono magnificate da splendidi frutti, ortaggi e fiori (era un amante del giardinaggio), armonicamente disposti nel ciclo delle quattro stagioni. Sempre sullo stile stravagante di Arcimboldo, sono tre tele, conservate al Museo Bardini di Firenze, di un Seguace dell’Arcimboldo che utilizza diversi tipi di frutta estiva, tra cui numerose pesche per dipingere la sua Estate. Di origine lombarda anche Giovanni Ambrogio Figino (1553-1608), pittore manierista, che si pone in luce, inizialmente, come ritrattista, con dipinti commissionati da ricche famiglie dell’epoca. La fortuna del Figino giunge alla fine del secolo, quando realizza le ante del Duomo di Milano. Tra i suoi numerosi lavori, la cosiddetta Fruttiera di persichi, raffigurante un superbo piatto metallico di pesche e foglie di vite, considerata un incunabolo della natura morta italiana. Il suo stile pittorico prosegue con Fede Galizia (1578-1630), pittrice milanese, nota per le sue composizioni di tema religioso e ritrattistico, tanto da ricevere diverse committenze dalla nobiltà milanese. Tuttavia, ella intraprende con successo anche la realizzazione di nature morte, utilizzando la sua tecnica preferita su carta pergamena; ricordiamo, in particolare, la sua opera Pesche in una fruttiera di vetro, fiori di gelsomino, mele cotogne e cavalletta, dove una fruttiera in vetro contenente pesche e alcune mele cotogne appoggiate a un tavolo emergono dal buio di uno sfondo. Di simile percorso artistico è il dipinto di Panfilo Nuvolone (1581-1651) Coppa metallica con pesche, uva bianca e nera che, assieme alle fruttiere di Figino e di Fede Galizia, si inserisce in un felice momento della natura morta in Lombardia. Al pittore cremonese Vincenzo Campi (1536-1591) si deve la fondazione, nel 1574, di una bottega artistica da cui scaturisce una vasta produzione di dipinti di generi associati alla natura morta, sulla scia degli esempi fiamminghi diffusi in Italia. Nel 1580 esegue una serie di meravigliosi dipinti a olio, commissionati dal banchiere Fugger, destinati ad arredare la sala da pranzo del castello di Kirchheim, residenza estiva della famiglia. Tra questi vi sono La Fruttivendola, dove una donna seduta tra cesti di frutta e verdura sta sbucciando una pesca, nonché l’esemplare di pura natura morta Natura morta di frutta e vegetali, con piatti e ceste di ortaggi disposti uno sopra l’altro, senza un preciso ordine geometrico. Torniamo a Roma, dove, verso la fine del ’500 giunge Caravaggio, che, dopo aver attraversato un periodo difficile della sua attività artistica, trova il successo con importanti committenze per il Cardinal Del Monte, suo estimatore e protettore. Tra il 1593 e il 1594 realizza il Bacchino Malato, in cui le imperfezioni del corpo umano non sono per nulla attenuate, anzi, la malattia viene sottolineata dall’autore con il pallore del volto e il colore bluastro delle labbra. Nello stesso periodo Caravaggio dipinge il Fanciullo con canestro di frutta, in cui appare evidente l’abilità del pittore nel raffigurare ogni dettaglio, da quelli della pelle del ragazzo a quelli della buccia di una pesca, dalle pieghe dell’abito ai vimini del canestro. Tra gli altri esponenti della natura morta romana, che si ispirano al modello caravaggesco, troviamo il Maestro di Hartford con la sua Tavola di fiori e frutta, in cui diversi tipi di frutta sono disposti in gruppi omogenei con solerte cura, secondo i dettami della natura morta arcaica; Giovan Battista Crescenzi (1577-1635), di cui ricordiamo il dipinto Frutta e ortaggi su ripiani di pietra e legno, una delle più importanti nature morte per qualità e dimensioni; Pietro Paolo Bonzi, detto il “Gobbo dei Frutti” (1576-1636), con il dipinto, di pregevole qualità artistica, Frutta varia su due ripiani in pietra; Agostino Verrocchi (1580-1636), che, nell’opera Natura morta di frutta, raffigura una vasta e variegata esposizione di frutti collocati in ceste o sparsi liberamente sul tavolo; infine, Carlo Saraceni (1579-1620), che alla natura morta con frutta inserisce l’elemento innovativo del vaso di vetro con fiori (Natura morta di frutta e vaso di fiori), tipico del secondo-terzo decennio del Seicento. Se ci trasferiamo a Napoli, troviamo la bottega di Luca Forte (1600-1670), altro caravaggesco maestro della natura morta, da ritenersi il primo grande specialista della scuola partenopea e di cui rammentiamo la Natura morta con vaso di fiori, frutta, limoni e cedri. A Firenze, l’attività pittorica nella prima metà del Seicento si sviluppa grazie al mecenatismo e collezionismo mediceo, dove si evidenzia il tratto originale di una pittrice, Giovanna Garzoni (1600-1676), miniatrice ascolana, al servizio della Corte dei Medici dal 1642 al 1651. Molti dei suoi dipinti su carta pergamena, la sua tecnica prediletta, raffigurano nature morte di frutta, fiori e insetti, conservate nella Collezione Pitti, a Firenze, e all’Accademia di San Luca, a Roma. Tra i suoi dipinti, alcuni sono dedicati al pesco, come Pesche su un’alzatina tra sorbe e fico e Pesche in un piatto con cetriolo, oppure abbinano la frutta con specie animali e fiori, come in Natura morta con frutta e uccelli e Fiori in un buffone di vetro posto su una base in pietra con una pesca appoggiata. Protagonista di una serie di scrupolose rappresentazioni viventi è Bartolomeo del Bimbo, detto “Bimbi” (1648-1729), pittore fiorentino di nature morte, le cui opere, commissionate dal Gran Principe Ferdinando e dal Granduca Cosimo III, costituiscono un vero e proprio repertorio di ogni genere di flora e fauna esistenti in Toscana alla fine del ’600. Espressamente dedicate al pesco sono le opere Pesche e albicocche e Natura morta con frutta e uccelli. Sempre in Toscana, vera e propria culla dell’arte, emerge in quell’epoca, Pietro Antonio Micheli (1679-1737), al quale si deve la rappresentazione a grandezza naturale di molte varietà di uva, agrumi e altra frutta, nonché la loro identificazione secondo le denominazioni varietali del tempo. Nella metà del Seicento, esplode la grande pittura barocca, in cui il naturalismo caravaggesco viene abbandonato per scene di maggior impatto decorativo. I pittori si moltiplicano e si ampliano le commissioni da parte della piccola nobiltà e del ceto borghese. Massimo esponente del Seicento genovese è il pittore Bernardo Strozzi (1581-1644), considerato uno dei più importanti e prolifici artisti del barocco italiano. La sua opera fu ispirata inizialmente alla scuola pittorica toscana, per risentire, successivamente, delle influenze di artisti lombardi e fiamminghi, sia pure restituite in una matrice comune reinterpretata con personale visione. Delle sue opere rammentiamo la Natura morta di frutta e vaso di fiori, in cui si denota il sensualismo della pittura barocca. Un altro pittore di grande rilievo, nell’ambiente artistico genovese della seconda metà del XVII secolo, è Domenico Piola (1627-1703), specialista nel dipingere fiori e nature morte. Tra le opere pervenute, ricordiamo in particolare l’Allegoria della Primavera e dell’Estate, dove putti panciuti sorreggono un vaso di fiori e una scimmietta porge della frutta posta su un vassoio. Anche questa pittura risente dell’influenza di artisti fiamminghi, quali Rubens e Jan Roos, che aprirono botteghe artistiche a Genova. Già barocco, nell’esuberanza della composizione, nel tratto pittorico pastoso e nella ricerca di un risultato decorativo, è il quadro Natura morta di fiori e frutta del pittore romano Giovanni Stanchi (1608-1673). Si tratta di un quadro di transizione tra un’ideologia ormai al tramonto, quella caravaggesca della pittura del naturale, in cui predomina una luce da una doppia funzione analitica e sintetica, e quella barocca. Altro pregevole artista romano è Michelangelo Pace (1610-1670), detto Michelangelo di Campidoglio, la cui opera Rose e tuberose in vaso di cristallo e frutta è carica di luci e ombre tipiche dello stile maturo barocco. Interprete del gusto barocco anche il pittore Abraham Brueghel (1631-1697), che ha dato vita a un’intensa produzione di nature morte, soprattutto di fiori e frutta. Tra questi, i dipinti Frutta e fiori, dove i frutti sono sparsi disordinatamente per terra, mentre in posizione più arretrata si trovano svariati fiori in un vaso di terracotta con un bassorilievo antico, nonché Donna tra i fiori, dove il genere della natura morta viene “nobilitato” con l’inserimento di una figura femminile per esaltare la bellezza e la giovinezza della donna. Da menzionare, infine, Christian Berents (1658-1722), noto per le sue composizioni di nature morte di frutti, fiori e altri cibi disposti in tavole imbandite con preziosi vasi e bicchieri di cristallo, ambientate in stanze scure, illuminate da una luce radente. Nel Settecento, la pittura si riavvicina nuovamente al recupero del naturalismo caravaggesco. È questo il caso di Luis Meléndez (1716-1780), miniaturista napoletano, le cui opere non sono di stile barocco, ma si rifanno alla tradizione seicentesca romana, raccontando, in modo dettagliato, un mondo quotidiano fatto di semplici oggetti e cibi d’uso: il suo dipinto Alzatina con fichi, piatto di ciliegie e pesche denota uno stile di eccezionale realismo. In epoca neoclassica la natura morta conosce un periodo di decadenza per poi tornare in auge con gli impressionisti del XIX secolo, in particolare con il grande Vincent Van Gogh (1853-1890), che, nel Pescheto in fiore, ritrae uno splendido albero di pesco in piena fioritura dal quale emerge la magia dei colori e della luce primaverile. La frutta, con la sua profusione e abbondanza di colori caldi e vivaci e con la morbidezza delle sue forme arrotondate, suggerisce a Paul Cézanne (1839-1906) un gran numero di dipinti, nei quali il pittore impressionista realizza i suoi frutti con solida consistenza attraverso il colore e con l’idea costante di ricondurre la realtà a forme geometriche fondamentali. Svariate sono le nature morte con frutta realizzate da Cézanne, in cui mele, arance o pesche (Peach), dai colori vivaci, sono disposte con meditata casualità su una tovaglia bianca, affiancate ad altri elementi, quali la brocca o i drappi, e si organizzano entro prospettive distorte con molteplici punti di vista, entro uno spazio definito secondo una grande libertà compositiva. Anche il pittore francese Claude Monet (1840-1926) ha dedicato a questo frutto un dipinto dove numerose pesche, con forma sfumata, quasi tremolante, sono disposte in modo disordinato su un tavolo. Tra i massimi esponenti dell’impressionismo è anche il francese Pierre Auguste Renoir (1841-1919), di cui ricordiamo un meraviglioso cesto di pesche, intitolato Natura morta con pesche, oggi conservato al Museo de l’Orangerie a Parigi. I suoi dipinti sono notevoli per la loro luce vibrante e il colore saturo; grazie ai suoi tocchi veloci di colore, le figure si fondono morbidamente tra di loro e con lo sfondo. Sulla scia impressionistica si inserisce anche il dipinto intitolato Pesche, di Marcello Giachino (1877-1927), con le sue variabili sfumature di colore e di forma. Tra i numerosi artisti contemporanei, ricordiamo in particolare il fiorentino Giorgio Morfini (1914-1986), che, nel dipinto intitolato Tota pulcra est Maria Bianca, ha riprodotto fedelmente i caratteri pomologici della cultivar “Maria Bianca”, costituita dal Prof. Elvio Bellini dell’Università di Firenze. Per concludere, è doveroso evidenziare la bravura della pittrice botanica Aurora Tazza, autrice di una collezione di fiori, frutta e agrumi di notevole livello artistico, realizzata ad acquerello su carta o pergamena, che ricorda le antiche tradizioni seicentesche di Giovanna Garzoni. Tra le sue opere si ricorda la Composizione di frutti estivi, dove, appunto, è presente in primo piano una pesca.

Arte delle pietre dure

La tecnica a mosaico in pietre dure, eseguita da abili artisti italiani, ha inizio nel Cinquecento a Roma e si diffonde nelle corti aristocratiche di tutta la penisola, ma la produzione di mosaici si perfeziona alla corte di Ferdinando I de’ Medici che, nel 1588, fonda a Firenze l’Opificio delle Pietre Dure. Si diffonde una passione per le pietre dure e preziose, per i marmi rari e pregiati, che diverranno elemento propulsore della cultura e dell’arte rinascimentale. Alcuni esempi di pregiati manufatti italiani in cui compaiono anche frutti di pesco sono: piano di tavolo con ornati naturalistici e collana di perle, eseguito dalle botteghe granducali (metà del XVIII sec.); piano di tavolo donato da Cosimo III de’ Medici all’Elettore di Baviera (primo decennio del XVII sec.), custodito nel Castello di Nymphenburg a Monaco; piano di tavolo fiorentino, con vassoio di frutta, fiori e uccelli (metà del XVII sec.), conservato al Museo dell’Ermitage a San Pietroburgo. Dalle botteghe dei Corbarelli scaturiscono tre opere scultoree: l’altare maggiore della Chiesa di Santa Corona a Vicenza (seconda metà del XVII sec.), dove, in alcune formelle, sono rappresentati un ramo di pesche e un pappagallo; l’altare maggiore della Chiesa di Santa Giustina a Padova (seconda metà del XVII sec.), con un eccellente mazzo di frutta, contenente numerose pesche gialle, contornato da rami di fiori su cui si appoggiano uccelli con piumaggio variopinto; l’altare del Santissimo Sacramento a Padova (seconda metà del XVII sec.), con bouquet di fiori e frutta e spighe di grano. Tra i tanti capolavori conservati presso il Museo dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze è possibile ammirare opere dove sono riprodotti diversi tipi di frutti, tra cui le pesche; ne sono esempio: il mosaico fiorentino delle botteghe granducali, per il prospetto di uno stipo (metà del XVII sec.) dove è raffigurato un cesto contenente alcune pesche, una mela e un grappolo di uva; il tavolo ottagonale con al centro una coppa dorata contenente diversi tipi di frutta (fine XVIII sec.) e, negli 8 lati, particolari di frutta tra cui un ramo di pesche. Il successo della scuola manifatturiera italiana portò al sorgere, nel corso del Seicento, di vari laboratori presso altre corti europee, dai quali sono scaturite numerose opere tra cui: piano di tavolo completamente ricoperto con fiori e frutti che sembrano formare il ricamo di una tovaglia (primo quarto del XVII sec.), conservato nel Castello di Rosenborg a Copenaghen; piano di tavolo con tradizionali temi naturalistici, delle botteghe granducali (inizi XVIII sec.), facente parte di una collezione privata parigina; piano di tavolo con fiori, frutti e uccelli cardinale, delle botteghe granducali (seconda metà del XVII sec.), conservato nel Castello di Schönbrunn a Vienna; piano di tavolo con gigli araldici di Francia, della manifattura dei Gobelins, conservato al Museo del Louvre a Parigi; pannello con rilievo di pietre dure, dei Gobelins, di epoca Luigi XVI, utilizzato per decorare un cabinet, custodito nel Palazzo Reale di Stoccolma, dove, su un piedistallo di marmo ornato di festoni, poggia un elegante vaso con fiori e frutta, tra cui diverse pesche; commode di Adam Weisweiler (fine del XVIII sec.), con mosaici e rilievi della manifattura dei Gobelins, di proprietà della Regina di Inghilterra, conservato a Buckingham Palace a Londra. Nello sportello centrale uno splendido cestino con pesche e altri frutti, alcuni fiori e un pappagallo.

Letteratura classica (Pesche da leggere)

Abbiamo avuto modo di evidenziare come le pesche siano state frutti privilegiati fino alla metà del XIX secolo. Non è un caso che la pesca sia il frutto che nel ’400 il letterato e poeta bolognese Giovanni Sabadino degli Arienti (1445-1510) utilizza, in una novella di stile boccaccesco, per sottolineare la differenza alimentare tra poveri e ricchi. Zucco Padella, villano che va ogni notte a rubare pesche nel giardino di messer Lippo, dopo esser stato preso in trappola e innaffiato con acqua bollente, viene così tenuto a distanza: «Un’altra volte lassa stare le fructe de li miei pari e mangia le tue, che son le rape, gli agli, porri, cipolle, e le scalogne col pan de sorgo». Negli stessi anni Pietro Aretino (1492-1556), noto come modello di intellettuale rinascimentale, che fece della letteratura mestiere, inventando il libro come oggetto intellettuale e commerciale, utilizza le pesche per alludere a ben altri piaceri nel suo Dialogo nel quale la Nanna insegna a la Pippa, del 1536. Doveroso è menzionare il grande Leonardo da Vinci (1452-1519), il quale familiarizzò molto con la germinazione dei semi durante la sua permanenza in una casa vicina al convento di San Marco, acquistata da Lorenzo de’ Medici, che gli offrì un impiego come decoratore dei giardini. Tra le tante analogie che egli utilizzò per spiegare le sue idee, vi è ad esempio il paragone tra la vascolarizzazione del cuore e del fegato e la germinazione del seme di pesco. Egli fornì un’elaborata concezione meccanica del cuore, soffermandosi ampiamente sui suoi complessi movimenti ma, nonostante gli approfonditi studi anatomici e la sua abilità nell’osservare e disegnare il corpo umano, non si scostò significativamente dalle concezioni di Galeno sulla circolazione. Egli constatò che le vene avevano origine nel cuore così come l’intera pianta trova la sua origine nella parte più densa, come esempio utilizzò la crescita del pesco che prende avvio dal suo seme (la sua parte più densa), schematizzata in un suo disegno. Ma Leonardo si diverte anche in aforismi, fiabe, facezie, profezie e storie fantastiche, che caratterizzano una gran parte della sua attività in età matura. Spesso le sue fiabe hanno qualcosa a che fare con gli alberi da frutto e nel Codex Atlanticus ci sono molte storie su uva, fico, noci, limone, nonché una novella dal titolo Il pesco invidioso (C.A. 76r-a): «Il persico, avendo invidia alla gran quantità de’ frutti visti fare al noce suo vicino, diliberato fare il simile, si caricò de’ sua in modo tale, che ’l peso di detti frutti lo tirò diradicato e rotto alla piana terra». Svariati sono i poeti che hanno dedicato a questo straordinario frutto parole piene di ammirazione, come il poeta fiorentino Francesco Berni (1497-1535), da cui derivò un genere letterario chiamato capitolo bernesco; egli, nella sua opera Rime, dedica alle pesche un capitolo in cui ne esalta le proprietà medicinali. In Francia, già agli inizi dell’Ottocento, grazie alla sua perfetta rotondità, alla sua morbidezza, quasi al suo “tepore”, la pesca entra nella letteratura, almeno per quel tempo, osé di Émile Zola (1840-1902), giornalista e scrittore francese, considerato il creatore del filone naturalista: «La fruttivendola, con le braccia nude, il collo nudo e tutto quello che lasciava vedere di nudo e di roseo, aveva la freschezza di pesca ... le guance tonde assumevano colori diversi come le pesche di Montreuil, dalla buccia sottile e chiara rosseggiante come le fanciulle del Nord, o le pesche del mezzogiorno, gialle e bruciate dallo scirocco che abbronza le ragazze di Provenza» (da Il ventre di Parigi, 1873). L’ambientazione del Ventre di Parigi è quella dei mercati e delle contrade commerciali di una Parigi della seconda metà dell’Ottocento. La cura quasi maniacale con cui vengono descritti questi mercati, le botteghe, i ripiani delle merci, le carrette con le verdure, i negozi più svariati, è veramente sconcertante: tutto con un unico motivo conduttore, e cioè il cibo, visto in ogni sua forma, in ogni varietà e specie; cotto, crudo, fresco, conservato; dagli olezzi mefitici dei più pregiati formaggi agli odori nauseabondi del pesce fresco, dalle carni delle più svariate fatture alle verdure e alle primizie locali ed esotiche. Un romanzo che riesce a saziare solo con la semplice lettura. Merito dei suoi colori, è possibile scoprire il frutto del pesco anche tra alcuni versi italiani, quali quelli della poetessa Ada Negri (1870-1945) e dello scrittore Alfredo Panzini (1863-1939). Il pesco si ritrova anche in un breve e poetico brano di Oscar Wilde (1854-1900), tratto da una fiaba irlandese e intitolato Gigante Egoista, storia limpida e poetica, tutt’oggi consigliata per la lettura dei bambini a partire da 7 anni, che ricorda a tutti come non ci sia tesoro che valga se non viene condiviso e donato. Hermann Hesse (1877-1962), scrittore, poeta e pittore tedesco, la cui produzione, in versi e in prosa, è vastissima e conta quindici raccolte di poesie e trentadue tra romanzi e racconti, riferisce di un pesco spezzato dal soffio violento del föhn. La storia è stata raccolta in un libro di poesie, prose e racconti che hanno come tema unificante gli alberi, considerati simbolo della caducità, dell’eterna rinascita e della spensieratezza; faggi, castagni, peschi, betulle, tigli, querce e molti altri, nella magnificenza della fioritura o con i rami nodosi offerti alle brinate notturne, illuminati dal sole o al chiarore della luna, sono i protagonisti indiscussi di questa raccolta. C’è poi Angiolo Silvio Novaro (1866-1938), poeta e scrittore minimalista italiano, della cui opera poetica si ricorda particolarmente la poesia: Che dice la pioggerellina di marzo?, per decenni presente su migliaia di sussidiari e che generazioni di studenti hanno imparato nelle scuole elementari. Ma proprio di Novaro è una delle prime poesie-cantilene, sulle stagioni dell’anno, che s’imparavano a memoria, dal titolo I Doni, in cui le pesche sono insieme alle ciliegie a ricordare la meraviglia dell’estate. Negli Stati Uniti, Indiana, è James Whitcomb Riley (1849-1916), scrittore e poeta americano, conosciuto come il “poeta dell’Indiana” e il “poeta dei bambini” ad aver dedicato alla pesca una poesia. Dei circa 1000 poemi da lui pubblicati, più della metà è in dialetto. I suoi sentimenti semplici, che vengono dal cuore, sono stati il segreto del successo che hanno avuto i suoi versi, per lo più umoristici o sentimentali. La pesca è citata anche nel poema The Love Song of J. Alfred Prufrock (Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock), scritto dal poeta, drammaturgo e critico letterario statunitense Thomas Stearns Eliot (1888-1965), a cui, nel 1948, fu assegnato il premio Nobel per la Letteratura. Durante l’anno 1914, Eliot si trasferì dagli Stati Uniti d’America nel Regno Unito e, nel 1927, divenne suddito britannico. Il poema è un componimento, scritto tra il 1910 e il 1911, con il titolo Prufrock tra le donne, ma pubblicato per la prima volta solo nel 1917, nella raccolta Prufrock e altre osservazioni. La struttura è fortemente influenzata dalle numerose letture di Dante Alighieri e il testo è ricco di riferimenti all’Amleto di Shakespeare e altre opere letterarie.

«Shall I part my hair behind? Do I dare to eat a peach? I shall wear white flannel trousers, and walk upon the beach. I have heard the mermaids singing, each to each»

La coltura del pesco trova spazio quale metafora nei giardini recintati descritti dal piemontese Cesare Pavese (1908-1950), che, secondo la stagione, mostrano pesche belle come Silvia e Irene, ragazze ventenni, che «passavano col parasole» e «dalla vigna le guardavo come si guarda due pesche troppo alte sul ramo». Sono le protagoniste del romanzo La luna e i falò, che conclude la sua carriera di narratore, scritto in pochi mesi nel 1949 e da molti considerato un testo autobiografico. Piccoli racconti, poesie e brani teatrali relativi alla pesca sono stati raccolti in un volumetto realizzato in occasione della Manifestazione promozionale per la peschicoltura delle Valli Curone e Grue, tenutasi a Viguzzolo (AL) nel 1986. Nell’ambito dello spazio dedicato al binomio “pesca e letteratura”, poeti contemporanei locali hanno cercato di deliziarci con rime gustose e profumate: Desirée di Angelo Lumelli; Scena della pesca di Cesare Greppi; La pesca di Luisa Pasotelli; La pesca nel cuore di Leopoldo Cassibba; Peschina permalosa di Giorgio Bona; Il nano, la pesca e la fanciulla di Alberto Mari; La morte e il nocciolo di Pietro Porta; Voci I, II, III di Arrigo Lora – Totino; Per Sic Persica di Sergio Cena; L’assassino della pesca di Angelo Rizzo e Luisa Rubini.

«Lei non sopporta che il suo odore intriso di nettare e polpa, così, tra verde fogliame, deposta sta come pensiero. E per questo che noi, giungendo tempestivi, potremo conglierne essenza mentre s’incanta la mente e tiene a freno il goloso quel tanto che basta ‘sarà la volta buona’ dice lei, ma chi può arrestare lento cuore rapidamente chi può arrestare la mano che l’afferra? Or dunque pensiamo dentro una fiaba trame di giganti e dolci frutti e ancor più in là storie nel concreto dove Io sguardo segue il paesaggio e lei è là, distesa nel piacere. Capita allora di doversi nascondere o mutarsi amanti come i passeri per fare il primo passo verso lei che aspetta tra le sorelle con astuzia? Pensate quale spazio potrà essere suo tra intransigenti mercati e piccoli consumi lei che succhia questa linfa per farsi gemma e amabile frutto ma non avrà nostalgia, non si pentirà.» (Peschina permalosa, Giorgio Bona)

«In semplice accordo Bacchico approfitta di un attimo di distrazione, aumentando il tuo desiderio di cercare più in là ma sai che è tutto un bosco e la più alta del più alto ramo in ogni caso sarà presa. Quindi pensa a quanto inutile sia tutto ciò. Abbarbicati sui muri, con vipere, macchie rosse, e tanti ponti levatoi: se con una sola mano la fai rotolare segna la storia della tua vita, dal parcheggio a tutto il resto. Pressata, mischiata, non altera le sue qualità. Inutile atmosfera, rappresaglia di noccioli, tutti ammucchiati a forma di elica. Principalmente il metodo è stato chiarito, ma ancora oggi una parte di ciò è rimasta imprigionata. Forse domani con la sua foglia potremmo costruire rulli magici assai ben congeniati capaci di diluire anche quest’ultimo dilemma.» (La pesca, Luisa Pasotelli)

«Ma guarda che pesca sì bella e sì fresca ma guarda che frutta la mangerei. Il bravo bambino che s’alza al mattino avanti che esca si mangia la pesca. Le giovani belle che curan la pelle al posto del trucco ne bevono il succo. La mamma che è accorta se vuol che alla torta successo riesca la fa con la pesca. La ditta sicura ne fa confettura e gran pezzettoni, oh mamma che buoni. E se a Borgo d’Ale la fanno non male e in quel di Verona la fanno ancor buona un posto c’è solo, ed è Viguzzolo, che abbia l’onore d’una pesca nel cuore.» (La pesca nel cuore, Leopoldo Cassibba)

 

«(...) Allora arrivò un’altro scioglilingua: Se una pesca va a pescare su di un pesco senza l’esca non è detto che riesca. (...)» (tratto da Il nano, la pesca e la fanciulla, Alberto Mari)

Tra le pesche da leggere contemporanee ricordiamo il libro Il ladro di pesche di Stanev Emilijan, Voland (1995), ambientato nei Balcani sconvolti dalla guerra, in uno scenario dagli inquietanti riflessi attuali, dove una donna “misteriosamente bella”, moglie di un colonnello bulgaro, s’innamora di un prigioniero di guerra serbo. C’è, poi, il libro James e la pesca gigante di Roald Dahl (1961), famoso scrittore inglese per ragazzi. La storia narra di un orfano di nove anni, James, che viene affidato a due zie senza scrupoli che lo obbligano ai lavori più pesanti. Un giorno James incontra un misterioso signore che gli regala un sacchetto di lingue verdi. James sparge le lingue davanti a un pesco e, di lì a poco, da uno dei rami dell’albero nasce una pesca di oltre sei metri di diametro. Mentre le zie pensano a come trarre vantaggio dall’evento, il piccolo morde il frutto, vi entra e fa conoscenza con un gruppo di insetti che vi abitano. Dal libro è stato tratto un film, considerato uno dei migliori di animazione degli anni Novanta del secolo scorso, diretto da Henry Selik e realizzato con il concorso della Walt Disney. Ai tempi nostri la pesca si ritrova, per esempio, in un poema del 2004 di David Michael Jackson, intitolato Fire, così come nella poesia di Nitz Kitty, The Peach Tatoo del 2007.

Musica (Pesche da ascoltare)

Grazie ai suoi colori dolcemente sfumati e alla sua soave vellutatura, la pesca ha evocato, in alcuni poeti, le guance di una fanciulla. Così la cantava Libero De Libero (1903-1981), poeta, critico d’arte e narratore italiano:
«La pesca colta per tua voglia entra in gara con la pesca del tuo viso; tu felice mi chiedi la scelta, gelosa della mano che la tiene.»

E così la cantava Italo Calvino (1923-1985):
«O ragazza dalle guance di pesca o ragazza dalle guance di aurora io vorrei che a narrarti riesca la mia vita all’età che tu hai ora. ...............................................» (Oltre il ponte, 1959)

La canzone si inserisce nella tradizione dei canti della Resistenza e nasce dall’esperienza diretta di lotta, di Calvino, in una formazione delle brigate Garibaldi. Alla ragazza dalle guance di pesca, simbolo di una giovinezza splendente e inconsapevole, che non ha vissuto la storia di ieri, lo scrittore indica un ponte, quale metafora dell’arduo passaggio da una condizione dell’uomo priva di libertà a un mondo più giusto e più sereno, dove si può amare e coltivare la speranza di valori autentici che portano al bene. Come non ricordare la melodica Fiori rosa, fiori di pesco dell’indimenticabile Lucio Battisti (1970) con parole scritte da Mogol. Peaches (Peschi) è il titolo di un singolo realizzato, nel 1995, da un gruppo rock alternativo che si firma con il nome The President of the United States of America. La canzone, che parla del mangiare pesche da un barattolo, fa anche parte dell’album intitolato proprio con il nome stesso della band. La canzone ha avuto una nomination nella categoria pop per il Premio Grammy (Grammy Award), uno dei premi più importanti degli Stati Uniti, per i risultati conseguiti nel settore dell’industria musicale e generalmente considerato come l’equivalente nel mondo della musica dei premi Oscar. La canzone è stata anche parodiata in video per il programma televisivo educativo Bill Nye the Science Guy, rivolto ai ragazzi e di grande successo; nonché utilizzata come esempio nella canzone The Fruity Track di Lemon Jelly. Nel video musicale della canzone Peaches, i Presidenti degli Stati Uniti d’America compaiono in un’area folta di alberi di pesco (barattoli di pesche crescono sugli alberi) nel periodo autunnale. Mentre i Presidenti cantano la canzone vengono attaccati da ninja, spie giapponesi, che combattono e cercano di catturarli, ma che alla fine saranno sconfitti dai Presidenti. Eat a Peach è, invece, un doppio album del 1972 del gruppo rock sudamericano The Allman Brothers Band, sulla cui copertina è raffigurata una pesca. È l’ultimo album realizzato da tutti i membri fondatori del gruppo, tra cui il chitarrista Duane Allman, che morì in un incidente motociclistico mentre l’album era in fase di registrazione. Il nome dell’album deriva proprio da quello che Duane disse in un’intervista poco prima della sua morte. Quando gli fu chiesto cosa stesse facendo per aiutare le iniziative contro la guerra in Vietnam, Duane replicò: «Non è rivoluzione, è evoluzione, ma tutte le volte che sono in Georgia io mangio una pesca per la pace; le due leggendarie varietà della Georgia». Ovviamente con le due leggendarie varietà della Georgia, il chitarrista voleva alludere alle signore della Georgia. L’album è stato eletto, nel 1991, dalla rivista statunitense di musica, politica e cultura di massa, Rolling Stone, quale uno dei 100 più grandi album di tutti i tempi. I fans degli Allman Brothers hanno ipotizzato, a volte, che il gruppo si fosse riferito al poema The Love Song of J. Alfred Prufrock di T.S. Eliot del 1917. Nel contesto del poema di Eliot, la pesca rappresenta le realtà sensoriali di una vita vissuta pienamente, dovuta all’associazione tra le pesche e la sessualità, realtà che l’album intitolato Eat a Peach vuole sfidare ad abbracciare.

Cinematografia (Pesche da vedere)

Nel giugno del 1990 esce, nelle sale cinematografiche, il film drammatico e fantasioso dal titolo originale Yume, ossia Sogni, realizzato, in collaborazione tra Giappone e USA, dal regista Akira Kurosawa, sotto una forte influenza del pittore olandese Van Gogh. Si tratta di un film in otto episodi, in cui i sogni divengono simbolo del percorso individuale dell’uomo e sono tutti collegati dalla presenza di un personaggio, di volta in volta bambino o adulto. Così ha scritto Giovanni Grazzini su Il Messaggero: “Il protagonista è un saggio ultracentenario, portavoce di un Kurosawa che tradisce la sua tarda età nel rimpianto di un’armonia utopistica, ma al quale si è ancora una volta debitori di immagini stupende, costruite con una ricchissima varietà cromatica, un senso del ritmo e invenzioni che portano la messinscena a un impareggiabile livello formale. Purtroppo in Italia Sogni sarà visto doppiato, ma il suo superbo lirismo sarà più forte delle parole.” “Film per la gioia degli occhi con i suoi scenari incantati, le sue composizioni pittoriche, le sue cangianti gamme cromatiche. Ma soprattutto un film per la gioia dell’anima”, così è stato definito da Enzo Natta di Famiglia Cristiana. Il secondo episodio, intitolato Il pescheto, inizia con l’immagine di un bambino che entra in una stanza piena di bambole per servire 6 porzioni di tè alle sorelle, convinto che, con loro, vi sia come ospite una graziosa fanciulla. Con stupore, egli nota che le bambine sono solo 5: «Sorella, scusa, non eravate 6? (...) che strano, sorella sono proprio sicuro che eravate in 6, è andata via una?», esclama il ragazzo. «No, nessuno; ti sbagli!», gli risponde la sorella con tono scocciato invitandolo a uscire dalla stanza. Oltre la porta il bambino vede una misteriosa fanciulla «Eccola, c’è!», e chiede alla sorella «Allora chi era quella?»; «Non c’è nessuno!», esclama la sorella pensando che il bambino vaneggi e abbia la febbre. La strana fanciulla riappare al bambino mentre esce di casa; lui la insegue, attraverso un bosco, fino a giungere in un prato dove lo aspettano tante creature-bambola in antichi vestiti hina. L’imperatore si rivolge al bambino: «Sei qui bambino! Prima di tutto c’è una cosa che ti vogliamo dire. Ascolta bene, noi nella tua casa non metteremo piede mai più.» «E perché?», risponde il bambino. Incalzano varie creature: «La gente della tua casa ha tagliato senza pietà tutti gli alberi di questo pescheto. La festa delle bambole si chiama anche la festa del pescheto. La danza delle bambole è in onore degli alberi di pesco. Perché la bambola è la personificazione dell’albero del pesco. Gli spiriti degli alberi di pesco abitano nei fiori di pesco. E se voi tagliate gli alberi di pesco non ci sarà più festa delle bambole. E gli alberi tagliati dalla tua gente piangevano tutti.» Il bambino inizia a piangere, ma l’imperatore continua: «È troppo tardi per piangere, non cambia niente.» Allora interviene una creatura gentile: «Smettiamo di rimproverare questo bambino. Questo bambino era quello che piangeva quando tagliavano i nostri alberi, anzi implorava che non li tagliassero.» E ancora l’imperatore: «Piangeva pensando che non avrebbe mangiato le pesche.» «No, ti sbagli», si ribella il bambino, «le pesche io le trovo al negozio, ma però, dove lo trovo un pescheto quando è tutto in fiore? Mi piaceva tanto venire qui quando era fiorito; io, il pescheto lo adoravo, e quando lo tagliarono, perché sapevo che non l’avrei più visto ci piansi dal dolore.» Persuaso dal dolore e dal pianto infantile, l’imperatore conclude: «Va bene, siamo convinti. Questo bambino è buono, perciò permetteremo a questo bambino di vedere ancora una volta il pescheto in fiore.» Ha, quindi, inizio una specie di danza campestre delle creaturebambole e, in un turbinio di petali rosa, ecco apparire, per qualche istante e in tutto il suo splendore, il pescheto in fiore, affinché il bambino possa godere ancora una volta dei colori e dei profumi della vita. Subito dopo compare ancora una volta la misteriosa fanciulla; ora sul fianco della collina, fra tanti alberi morti, c’è solo lei, trasformata in un alberetto di pesco fiorito, a riaffermare la vita a dispetto di ogni imbecillità umana. James and the Giant Peach (James e la pesca gigante) è un film fantastico del 1996, tratto dall’omonimo romanzo di Roald Dahl (1961), diretto da Henry Selick e prodotto da Tim Burton. Una magica e delicata favola musicale in cui il protagonista, un ragazzino di nome James Henry Trotter, sogna di un posto inventato che riuscirà poi a raggiungere insieme ai suoi amici insetti, attraversando una pesca gigante. La prima parte del film è realizzata “dal vivo” con attori in carne e ossa, ma, dal momento che James riesce a entrare fisicamente all’interno della pesca, il film diviene interamente animato in stopmotion. Il ragazzo farà la conoscenza di bizzarri e coloratissimi insetti durante una fantastica avventura che lo porterà fino a New York, riprendendo, da quel punto in poi, le sembianze umane, nonostante i caratteri mutati degli insetti rimangano animati in stop-motion. Sebbene James e la pesca gigante sia narrato con una tecnica così “antica” (ma perfetta!) come la stop-motion, esso possiede un fascino tutto particolare, capace di incantare anche il più smaliziato fra gli spettatori. Il film è espressamente indirizzato a un pubblico di bambini; ma l’eccellente realizzazione tecnica, la sceneggiatura travolgente, le belle canzoni e le mille trovate visive rendono l’opera appetibile a un pubblico il più eterogeneo possibile. È un vero peccato che la distribuzione italiana abbia voluto penalizzare così duramente questa piccola gemma, la cui uscita è stata limitata a un numero insignificante di sale.

Culture e credenze popolari (miti, simboli, leggende, fiabe e proverbi)

Mitologia
Il pesco è fortemente legato alla mitologia e al folclore del popolo orientale, soprattutto cinese. Nei racconti della mitologia cinese si narra di un palazzo costruito tutto in giada, appartenente alla Regina-Madre dell’Occidente, Hsi Wang Mu, nei lontani Monti Kunlun nel centro della terra, circondato da un magnifico giardino dove cresce l’albero di Pesco dell’Immortalità. In questo luogo le sole creature umane ammesse sono quelle a cui gli dei hanno concesso, in gratitudine alle loro virtù, di mangiare i meravigliosi frutti di pesco dell’albero dell’immortalità, durante la loro vita terrena. Il personaggio della Regina-Madre dell’Occidente entra anche nel folclore quotidiano attraverso la pittura. Ogni anno, quando gli alberi cominciano a fiorire, il popolo cinese celebra la festa tradizionale più importante, la Festa di Primavera (Capodanno cinese). Una parte della celebrazione è rappresentata dal dipinto per il Nuovo Anno, un simbolo di buona fortuna. I dipinti per l’Anno Nuovo hanno in Cina una lunga storia e tre di essi interessano anche il pesco. Anche i fiori di pesco sono molto importanti nel folclore cinese. Yamei Kin (1914) rivisita la storia della Fontana dei Fiori di Pesco, scritta da T’ao Yuan Ming tra il 365 e il 427. Un pescatore disperso si ritrova in una piccola baia circondata da tanti alberi di pesco in fiore; meravigliato, il pescatore spinge la sua barca ancora più avanti remando, chiedendosi quanto lontano arrivassero quei boschi. Verso la foce del fiume, dove gli alberi di pesco cominciano ad assottigliarsi, gli appare una montagna, sul cui pendio c’è un’apertura con una luce scintillante. Scende dalla barca e attraversa quel varco entrando in un’ampia regione, con case disposte in modo ordinato, campi fecondi, meravigliosi laghetti, alberi di gelso e piante di bambù, dove tutti sono gentili, dove prevalgono la bontà e la contentezza. Gli abitanti del villaggio lo invitano nelle loro case e gli offrono vino e cibo. Dopo alcuni giorni, il pescatore è pronto a partire, ma gli abitanti del villaggio lo pregano di non raccontare della loro regione al mondo esterno. Tornando indietro, il pescatore cerca di memorizzare dei punti di riferimento. Una volta arrivato a casa, si reca dall’ufficiale della contea e gli racconta la sua esperienza. L’ufficiale rimane così impressionato dalla storia che decide di accompagnarlo per ritrovare quel luogo meraviglioso, ma la ricerca risulta infruttuosa. Alla fine, il pescatore realizza che non vedrà mai i giorni “del pesco in fiore” della sua giovinezza e che i “rosei” sogni e ideali arrivano una sola volta nella vita. Un nobile uomo di nome Liu Ziji della contea settentrionale di Nanyang, sentita questa storia, cerca di ritrovare il villaggio, ma non ci riesce e muore presto di malattia. Da allora, nessuno ha più chiesto del Paradiso oltre i Peschi Fioriti. Questa storia ha dato origine all’espressione cinese Shiwai Taoyuan (paradiso di pesca nell’altro mondo), che sta a indicare una terra ideale in cui regnano pace e armonia. In Egitto, la pesca era sacra a Hator e ad Arpocrate. Arpocrate (in greco Αρποκρατης, -ους, in latino Harpocrates, -is) è una divini˘ ˘ ˉ tà della mitologia egizia corrispondente al dio Horo da bambino, ossia il dio del silenzio e dell’infanzia, tanto che, ancora oggi, le guance dei bambini vengono paragonate alle pesche, per la loro morbidezza e carnosità. La sua iconografia più diffusa lo rappresenta come un bambino stante o in braccio alla madre, la dea Iside, mentre si porta un dito alla bocca. Altro elemento tipico di Arpocrate è la sua testa completamente rasata, a eccezione di una trecciolina che ricade sul suo lato destro. Crescendo, Arpocrate assunse le sembianze di falco e venne chiamato Horo. Anche se di origini egiziane, soprattutto dell’area del Basso Egitto, il suo culto venne presto adottato anche nell’area greca e romana, dove rappresentò il dio del silenzio, con il dito alla bocca e cinto di un mantello cosparso di occhi e di orecchi.

Simboli
Il pesco, celebrato come nessun’altra specie nell’Impero Celeste, è in un certo senso “l’albero della vita” e le pesche appuntite sono simbolo di vita eterna. In Cina, infatti, il pesco è considerato, da millenni, l’albero dell’immortalità e della primavera, mentre la pesca è un frutto fatato, simbolo di buon augurio, ricchezza e lunga vita: non a caso, il dio cinese della longevità è spesso raffigurato mentre emerge da una pesca e per il Buddhismo la pesca rappresenta uno dei tre frutti benedetti insieme al cedro e alla melagrana. Questo simbolismo edenico si è trasmesso al Giappone, dove il pesco è venerato come protettore contro le forze malefiche. La fioritura rossa del pesco – di colore solare – è quella su cui si fonda il “buon augurio”. Confucio, nelle sue Prescrizioni, attesta che la fioritura del “Tao”, conosciuta dai cinesi sin dal X secolo a.C., era considerata come simbolo di rinnovamento, di giovinezza e di amore fugace. Ancora oggi, i rami fioriti simboleggiano l’amore, la dolcezza, la bellezza, la gioventù, la purezza, la rinascita e la fedeltà. Il legno di pesco, acceso sulla terra, protegge la casa dai demoni e le frecce, fatte con i suoi rami, sono efficaci per il medesimo fine, mentre i frutti del pesco sono considerati un valido rimedio per le malattie demoniache. Per il Taoismo, il pesco è l’Albero della Vita nel paradiso Kun-lun, poiché conferisce l’immortalità, e la pesca è il cibo dei geni, o immortali taoisti. La pesca, insieme alla fenice, è emblema di Si Wang Mu, Regina del Cielo. I noccioli di pesca vengono intagliati per ricavarne talismani e amuleti usati apotropaicamente. In Egitto, la foglia di pesco, appuntita e affusolata, è simbolo di silenzio. In Giappone, il pesco è venerato quale protettore contro le forze malefiche e la sua fioritura è simbolo di rinascita e rinnovamento. Nel simbolismo cristiano, la pesca è il frutto della salvezza, perciò compare spesso nei dipinti della Vergine con il Bambino; il frutto con le foglie attaccate al picciolo rappresenta la felice combinazione delle virtù del cuore e della parola. Nella letteratura e nella poesia, il frutto soavemente vellutato della pesca ha spesso evocato le rosee guance e la morbida pelle di una fanciulla in fiore. Nel linguaggio ottocentesco dei sentimenti, regalando un ramo di pesco in fiore, ci si assicura la dedizione e si dichiara la propria ammirazione. La pesca è un frutto così carico di promesse che, fin dall’antichità, gli sono stati attribuiti poteri afrodisiaci. Il merito va anche alla sua forma un po’ allusiva. In Francia, tra le molte varietà, ve ne è una conosciuta come “Seno di Venere”, in Italia “Poppa di Venere”.

Racconti e leggende
Nel Libro dei monti e dei mari, risalente al terzo millennio a.C., viene descritto un gigantesco pesco, che occulta fra i suoi rami la Porta degli Spettri, protetta da inflessibili custodi, i quali lasciano entrare solo chi è meritevole di vivere in eterno. La fiaba giapponese Momotarô, il figlio della pesca è tra quelle più famose, sicuramente perché viene accostata alle feste tradizionali per i bambini. La storia narra di una coppia di anziani, molto poveri e tormentati dalla mancanza di prole, che vivono nella contrada di Sagami. Una bella mattina d’estate, la donna decide di lavare i panni al ruscello e assiste a un fenomeno straordinario. Una grossa pesca galleggia tra i flutti della corrente e non affonda. Fortunatamente la pesca si avvicina a lei, che può raccoglierla e portarla a casa al marito. Con un coltello ne tagliano una fetta, e allora accade un imprevisto: dalla pesca esce un bambino arzillo e vivace di un bel colorito roseo. I due vecchietti rimangono a lungo in silenzio; quel bambino è un dono del cielo. Lo chiamano Momotarô, che significa appunto “il primogenito della pesca”. Nella nuova famiglia, il bambino cresce robusto e forte, divenendo presto un ragazzo capace di mirabili imprese. Egli combatterà contro orchi che abitano su un’isola vicina e impongono la loro legge di ingiustizia, malvagità e violenza. Per le sue grandi capacità e gesta, Momotarô diventerà il signore della sua contrada, governando con saggezza e giustizia i suoi uomini e donando loro sempre prosperità; per questo, infatti, Sagami diventerà famoso in tutto il Giappone. Per una volta la ricchezza non aveva provocato lotte e invidie, e Momotarô, il primogenito della pesca, visse a lungo stimato e felice. Leggendaria, in un certo senso, è la storia del “Perzico di Papigno”. Papigno non è conosciuto solo per essere la porta d’accesso alla Cascata delle Marmore o per gli studi cinematografici dove Benigni ha girato il suo Pinocchio e alcune scene de La vita è bella. A Papigno c’è (o forse è meglio dire c’era una volta) il Perzico. Sembra il nome di un conte o duca e invece era una pesca che di “nobile” aveva la dimensione, rimasta proverbiale nella memoria dei ternani e, nei secoli, denominata “Gialla di Papigno” o “Perzichi di Papigno”. Se ne rintracciano notizie nei documenti umbri fino dal 1500, quando, probabilmente, la varietà arrivò in maniera più decisa nella zona. Molto rinomati e presenti fino alla metà del secolo scorso, i pregiati “Perzichi di Papigno” scomparvero a causa di una politica industriale sostenuta, ma anche per la modernizzazione dei sistemi di coltivazione e l’introduzione massiccia di nuove varietà provenienti dall’estero. Nel 1942 si rintraccia un’ultima citazione riguardo questa varietà, ma, nonostante siano passati solo pochi decenni dalla fine della sua coltivazione, le testimonianze raccolte oscillano tra memoria e leggenda.

Proverbi
I proverbi, quale frutto della cultura contadina, rappresentano la saggezza dei popoli, riflettendone le tradizioni, gli usi, i costumi e le credenze. Molto usati in passato, essi indicano in forma più o meno breve un’espressione popolare, un concetto, un pensiero o una massima, solitamente in rima. Da sempre vengono tramandati di padre in figlio, ma molti sono andati persi nel tempo; qui vorremmo ricordarne uno sui mesi dell’anno:
«Gennaio zappatore, febbraio potatore, marzo amoroso, aprile carciofaio, maggio ciliegiaio, giugno fruttaio, luglio agrestaio, agosto pescaio, settembre ficaio, ottobre mostaio, novembre vinaio, dicembre favaio.» (Bellonzi, 1995)

Filatelia (Pesche da affrancare)

Il francobollo, tradizionalmente un piccolo rettangolo di carta che si incolla alla busta, fu ideato dall’inglese Rowland Hill nel 1837 e raggiunse in breve tempo un successo su scala mondiale per la sua grande praticità congiunta alla riforma postale. Nel giro di pochi anni, altre amministrazioni postali seguirono l’esempio inglese; la Svizzera fu il secondo stato al mondo a emettere francobolli e, dal 1849 in poi, tutti gli stati europei adottarono, uno dopo l’altro, il francobollo: in Italia fece la sua prima comparsa nel 1850, quando il Regno Lombardo-Veneto emise la sua prima serie, denominata “Aquila Bicipite”. Con la rapida diffusione dell’utilizzo dei francobolli nacque, in breve tempo, anche il fenomeno del loro collezionismo, la filatelia. Esistono numerosi rami collezionistici molto diversi tra loro; tra questi, oltre alla filatelia classica, che si occupa dei francobolli nuovi o usati, divisi per nazione, esiste la filatelia tematica che si occupa dei francobolli di qualsiasi nazione divisi appunto per “tema”. Le amministrazioni postali di tutto il mondo hanno reso omaggio, attraverso apposite emissioni filateliche, ai frutti più diffusi e tipici della loro terra, da cui le varie tematiche botaniche, quali per esempio “alberi da frutto”, “frutti” oppure “antiche varietà di frutta”, tema, quest’ultimo, al quale la posta svizzera ha dedicato recentemente alcuni francobolli per tutelare e promuovere tale patrimonio vegetale. Relativamente al pesco, è molto bella la serie ungherese che rappresenta, mediante i fiori o i frutti, alcune note varietà coltivate: J.H. Hale e Alexander, Elberta, Mayflower e Champion. Caratteristici i 4 francobolli emessi dal Principato di Monaco nel 1982, che rappresentano, attraverso alcune fasi fenologiche di questa specie, le quattro stagioni dell’anno.

Virtù mediche

Le virtù mediche e dietetiche delle pesche sono state nel tempo esaltate e infamate. Accusata di essere pesante per lo stomaco da Galeno e dalla Scuola Medica Araba, la pesca è stata riabilitata in pieno dalla Scuola Medica Salernitana. Prima e più importante istituzione medica d’Europa all’inizio del Medioevo e, come tale, considerata da molti come l’antesignana delle moderne università, la Scuola di Salerno le ha riconosciuto doti digestive e così annotava: «Ben a retto fine intendi – se la pesca col vin prendi». Anche Giacomo di Castelvetro (1546-1616) nel suo libretto Brieve racconto di tutte le radici, di tutte l’erbe e di tutti i frutti che crudi o cotti in Italia si mangiano, edito a Londra nel 1614, scriveva: «(...) che per giudicare al sicuro, que’ tali se ne fanno in ottimo vino zuppe, perché vogliono che il vino lievi ogni rea qualità, quando pure ve ne sia; che io, per me, credo che così faccino più per golosità (...)». L’autore veneziano prosegue indicando alcuni utilizzi, soprattutto per la conservazione, menzionando una pasta dura con molto zucchero, che chiama persicata. Una cinquantina di anni dopo, Bartolomeo Stefani, cuoco del duca Carlo II di Mantova, presso la cui piccola corte si facevano feste, tornei e pranzi così sfarzosi e dispendiosi da attirare la presenza dei più importanti nobili dell’epoca, pubblica L’arte di ben cucinare et istruire i men periti in questa lodevole professione, in cui suggerisce una minestra di persiche, con pesche durose, da cuocere a dadini in brodo di cappone e a cui aggiungere uova battute, insaporite con semi di melone pestati a mortaio, zucchero e succo di limone. Oggi, le virtù di questa drupacea sono confermate dalla scienza moderna, secondo cui la pesca “fa bene al pancino e così pure al faccino”. Essa svolge un’importante azione diuretica, tanto che, già dal 1700, si consigliava l’uso del nocciolo di pesca ridotto in polvere, con quelli di mele cotogne e nespole e con l’aggiunta di zucchero e vino bianco, per chi soffriva di ritenzione d’urina. È uno dei frutti meglio tollerati dallo stomaco, tanto da essere consigliato persino nelle alterazioni della funzione digestiva. È particolarmente indicato per chi soffre di disturbi artritici e gottosi; gode di proprietà regolatrici delle funzioni intestinali; buone anche le proprietà nutritive ed energetiche. In Europa, questo frutto è sempre stato considerato benefico, tanto che, secondo la coltura popolare siciliana, chi ha il gozzo deve mangiare una pesca nella notte di San Giovanni o dell’Ascensione; il gozzuto guarisce, se la pianta da dove è stato colto il frutto muore. In Lomellina, la regione delle risaie, in provincia di Pavia, ricca di testimonianze del passato e di numerose aree protette, si nascondevano le foglie di pesco sotto terra e, una volta marcite, si usavano per guarire le verruche delle mani. Jacques Brosse, autore di varie opere dedicate agli animali e agli alberi, sotto il profilo naturalistico e culturale, riferisce che, secondo i marsigliesi, bastava assopirsi per due o tre ore ai piedi di un pesco, con la schiena appoggiata al tronco, per guarire dalla febbre.

Curiosità

– Con il nome Guerra delle Pesche si intende un conflitto avvenuto tra un indiano Wappinger (Lenni Lenape) e un colonizzatore olandese nella colonia nordamericana “Nieuw Nederland”. La storia racconta che nel 1655 un agricoltore olandese uccise una donna Wappinger che aveva sorpreso a rubare pesche nella sua proprietà. I parenti della donna si recarono dal governatore per reclamare danni e vendetta e, poco dopo, 200 guerrieri Wappinger avanzarono per uccidere l’agricoltore, ma furono coinvolti in una battaglia con i militari olandesi. Alla fine della guerra, 50 colonizzatori olandesi avevano trovato la morte e altri 50 erano stati catturati; per la liberazione di questi ultimi fu pagato un lauto riscatto. – Toponimi che richiamano il nome della specie sono: Pesche, comune di 1480 abitanti della provincia di Isernia, nel Molise (nome degli abitanti, pescolani); Pesco Sannita, comune campano, in provincia di Benevento, con poco meno di 2200 abitanti, situato a 393 m s.l.m., nell’alta valle del Tammaro, nel Sannio (nome degli abitanti, pescolani). A quel tempo, il nome del paese era Pesclum (macigno), che nel tempo ha subito varie trasformazioni in: Pesco, Piesco, Lo Pesco, Lo Pesco de la Mazca, Pescolamazza e Pesco Sannita. L’ultimo cambiamento di denominazione fu deciso nella seduta del consiglio comunale dell’11 gennaio 1947; Pesco, piccola frazione appartenente al comune di Fuscaldo, in provincia di Cosenza, sul litorale tirrenico della Calabria. Molte altre località iniziano con “Pesco” o contengono la parola “Pesco” quali, per esempio, Pescopennataro e Sant’Angelo del Pesco, situate nel Molise; Pescaglia (LU); Pescantina (VR). – Prendiamoci per la gola Facile lasciarsi tentare da un Bellini, champagne e succo di pesca bianca, come lo ideò Giuseppe Cipriani all’Harry’s Bar di Venezia nel 1948; il cocktail deve il suo nome al Giambellino, pittore rinascimentale in mostra in quel periodo. La pesca bianca è da preferire anche per bavaresi, gelati, sorbetti, budini e soufflé. Un dessert classico è Peach Melba, inventato nel 1892 o 1893 dallo chef francese Auguste Escoffier, all’Hotel Savoy di Londra, in onore del soprano australiano Dame Nellie Melba (1861-1931). Nel dessert, le pesche sono abbinate a una salsa di lamponi e al gelato di vaniglia. Dopo aver sentito una sera l’esibizione di Nellie Melba al Convent Garden, distretto di Londra famoso per i suoi teatri, Escoffier fu ispirato a creare un dessert appropriato a lei. Si diceva che la soprano amasse il gelato, ma non osasse mangiarlo spesso, nel timore che potesse influire sulle sue corde vocali. Escoffier creò una salsa fatta di lamponi, gelatina di ribes, zucchero e amido, in modo da rendere il gelato meno freddo e meno dannoso per le sue corde vocali. Le presentò la sua creazione a cena, in una scultura a forma di cigno ispirata dal concerto Lohengrin, che lui aveva visto. Meglio usare le pesche gialle per crostate e marmellate. Per completare un menù tutto pesca, si può far ricorso alle Penne alla crema di pesche e all’Orata ripiena con salsa di pesche di Sposa del vento. Per una pausa va benissimo un tè aromatizzato di Mariber, accompagnato da panbrioche spalmato di slurposa crema cioccopescosa di Miciapallina.

 


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