Volume: il pero

Sezione: storia e arte

Capitolo: letteratura, pittura e cultura

Autori: Elvio Bellini, Stefania Nin

Il pero nella diverse epoche storiche

Il pero, conosciuto in Asia ed Europa dai tempi della preistoria, con i suoi frutti ha goduto di alta considerazione, specialmente da parte dei Cinesi e degli antichi Greci. Gli esiti di scavi archeologici mostrano chiaramente come il pero fosse conosciuto già 3000 anni fa, sia in Cina sia lungo le coste africane del Mediterraneo. Semi, parti di frutto e reperti lignei sono stati ritrovati in villaggi palafitticoli del Centro Europa e numerose sono le notizie sulla coltura del pero in Europa che ci pervengono prima dai testi classici greci e poi da quelli latini.

Grecia antica ed Epoca romana
La prima citazione del pero si trova nel poema epico di Omero (900 a.C.), quale uno dei “doni degli Dei” del giardino reale di Alcinoo, re dei Feaci. Ippocrate di Kos (460-370 a.C. circa), famosissimo medico greco, in uno dei suoi molti libri scrive già dell’impollinazione incrociata nei fruttiferi. Teofrasto, soprannome che in greco significherebbe “divino parlatore” (370-286 a.C.), considerato il più grande botanico dell’antichità, fu discepolo di Aristotele e autore di una vasta produzione letteraria (circa 240 scritti, che spaziavano dalla morale alla politica, alla fisica, alla metafisica, alla logica, alla retorica, alla poetica, alla botanica e alla zoologia), di cui ben poco ci è pervenuto: qualche centinaio di frammenti e tre opere complete, delle quali due trattano di botanica (Historia Plantarum, in 9 libri, e De Plantarum Causis, in 6 libri). Nell’Historia Plantarum egli classifica le piante in alberi, frutici, suffrutici ed erbe, classificando poi ulteriormente all’interno di questi grandi raggruppamenti per genere e specie, descrivendo le poche piante allora conosciute (circa 500) e riportando l’esistenza di numerose varietà di pero coltivate e selvatiche. Nel De Plantarum Causis si parla della coltura di piante utili all’economia agraria, riferendo ampiamente sulle tecniche di propagazione per seme, per talea e per innesto, e fornendo le prime indicazioni sulle distanze di piantagione in funzione del terreno. Nel suo trattato di botanica vengono descritte anche alcune tecniche di potatura, quali vari tipi di strozzatura dei tronchi per anticipare la messa a frutto, viene evidenziata la necessità dell’impollinazione incrociata, nonché riportate alcune osservazioni relative ai danni sui frutti. Nel mondo romano, sono Catone, Varrone, Virgilio, Celso, Columella e Plinio ad attestare lo splendore della pomicoltura in Italia e l’importanza del pero in quell’epoca, fornendoci preziose indicazioni anche sulle cultivar allora diffuse e conosciute. Marco Porcio Catone (234-149 a.C.), soprannominato il Censore, fu oratore eccellente per raggiungere le vette del potere politico. A detta di Cicerone, Catone pronunciò nel corso della sua vita moltissimi discorsi (almeno 160) e fu anche il primo a scriverli per rielaborarli. Noi possediamo circa 80 titoli e qualche frammento delle sue orazioni. Contro il crescente diffondersi del latifondo scrisse il De agricultura in difesa della medio-piccola proprietà terriera, l’unica opera pervenutaci interamente e la prima scritta in prosa della letteratura latina. È un trattato sull’agricoltura con 162 capitoli, in cui sono esposti consigli circa la conduzione di un’azienda agricola, nell’ambito dei quali sono illustrati vari metodi di propagazione e descritte 6 cultivar di pero. Marco Terenzio Varrone (116-27 a.C.), uno tra i grandi del suo tempo, passò come un gigante, senza rivali e senza invidia; ma anche attraverso i secoli il suo plauso fu universale e unanime. Merito di questa gloria immortale fu senza dubbio la sua sconfinata cultura e la sua immensa produzione letteraria (75 opere distribuite in 620 libri) che toccava tutti gli angoli della cultura antica. La sua appartenenza a famiglia plebea, ricca però di possedimenti terrieri, le sue stesse esperienze di vita rustica e familiare, la continua comunione con un ambiente di rigidi costumi, misurato e moderato, diedero alla sua prima educazione un carattere schietto, rude e virile. Nel De Re Rustica, volumetto che contiene gli amori del Reatino per la campagna, si avverte subito una nota di fresca sentimentalità sabina, che riporta l’Autore al centro della propria esperienza di campagnolo e coltivatore. Esso contiene informazioni sull’innesto e sulla conservazione dei frutti, tra cui il pero. Il poeta latino Publio Virgilio Marone (70-19 a.C.) scrisse le Bucoliche, le Georgiche, poema didascalico in 4 libri, dedicati, nell’ordine, all’agricoltura, alla coltura degli alberi (vite in particolare), all’allevamento del bestiame e all’apicoltura (Georgicon libro IV), composizione compiuta in sette anni durante un soggiorno a Napoli fra il 37 e il 30 a.C., e l’Eneide (Aeneidos libro XII), il famoso poema dell’epos latino, voluto dallo stesso Augusto, a cui Virgilio cominciò a lavorare nel 29 a.C. senza riuscire a sottoporlo a una revisione finale. Il poema delle Georgiche (grecamente, “trattato sull’agricoltura”), in 2183 esametri, si riallaccia alla poesia della natura, che è nelle Bucoliche, ed è insieme preludio al canto epico delle virtù umane, che sarà nell’Eneide. Virgilio vede l’uomo nella sua funzione di trasformatore, capace di vincere le avversità, di correggere gli errori, di trovare rimedio ai mali, grazie al suo impegno costante nel lavoro. Il libro II inizia con il trattare degli alberi in generale e poi prosegue con la viticoltura e l’olivicoltura. I romani, con il poema virgiliano, scoprono gli aspetti autenticamente morali dell’agricoltura, ma l’opera, che contiene consigli e ammaestramenti non sempre realizzabili o logici in senso strettamente pratico, non risulterà di carattere fondamentale. Aulo Cornelio Celso (53 a.C.-7 d.C.), considerato l’Ippocrate della latinità, scrisse un vasto manuale enciclopedico che trattava di sei artes: agricoltura, medicina, arte militare, oratoria, filosofia e giurisprudenza. Scrittore di discreta eleganza, sobrio ed equilibrato, egli usò fonti greche, mantenendo una posizione equidistante fra i due opposti indirizzi del suo tempo: l’empirismo e il razionalismo. Lucio Giunio Moderato Columella (circa 4 a.C.-65 d.C.), scrittore latino del primo secolo d.C., grande proprietario terriero, appassionato e competente agricoltore, scrisse un’opera in dodici libri intorno all’agricoltura e all’economia rurale, De Re Rustica, in cui cita 18 cultivar di pero. Di lui ci resta anche un’altra opera, in un unico libro, De Arboribus, che contiene in compendio la materia trattata diffusamente nei libri III-V dell’opera maggiore. Si tratta probabilmente di una stesura precedente più ridotta. Vi è poi l’opera enciclopedica realizzata da Gaio Plinio il Vecchio (23-79 d.C.), in un’epoca in cui la letteratura risente di un evidente impulso pratico, della necessità di sistemare il sapere acquisito: in questo senso si parla di “enciclopedismo”, un atteggiamento che nasce dalla volontà di raccogliere e conservare il meglio delle conoscenze in diversi settori. La Historia Naturalis, opera databile al 77-78 d.C., è il prodotto più compiuto di questa tendenza; essa si compone di 37 libri ed è il risultato di anni di studio e di lavoro; è la summa delle conoscenze che Plinio trasse dalla lettura di 2000 volumi di 100 autori diversi. Nel libro XV egli ricorda 35 cultivar di pero. Tuttavia, il dilettantismo di opere del genere si rivela nel gusto per i dettagli, nell’assenza di rigore metodologico che non discerne le informazioni scientificamente fondate da quelle prive di attendibilità ed esprime il limite della cultura scientifica (o pseudo-scientifica) latina rispetto a quella greca. Nonostante il limite evidente di Plinio, costituito dal fatto di essere un semplice compilatore di nozioni e teorie altrui, sono da apprezzare la serietà e il sincero altruismo che ispirarono il suo immenso sforzo di trasmettere il sapere: “Alcune pere rivelano di aver preso nome dai loro scopritori, è il caso della Decimiana e della pseudo-Decimiana da questa derivata, della Dolabelliana dal lungo picciolo, della protuberante Pomponiana, della Liceriana, della Seviana e di quelle che ne sono derivate, come la Turraniana che si distingue per il lungo picciolo, o la rossa Flavoniana, un po’ più grande della Superba, la Lateriana, la Aniciana, che matura in autunno ed ha un buon aroma acidulo. La Tiberiana prende il suo nome dall’Imperatore Tiberio al quale piaceva molto. Queste pere sono più colorate dal sole e hanno maggiore pezzatura, ma in fondo sono sempre Liceriana. Alcune pere portano il nome della regione di origine; le Amerine, peggiori di tutte, le Picetine, le Numantine, le Alessandrine, le Numidiane; le greche e tra queste le Tarentine, le Signine, che alcuni chiamano Testacea per il loro colore, cosa che accade per le Onicine o le Purpuree. Dal loro profumo prendono il nome le Myrapya (mirra), Laurea (alloro), Nardina (nardo); dalla stagione di maturazione le Hordearia (orzo); dalla loro forma le Ampulacea (ampolla).” (Historia Naturalis XV 15; tratto da Janick, 2002) Ad attestare il periodo di grande splendore della pomicoltura durante l’Impero romano hanno contribuito anche le opere di Palladio e Macrobio, che si inseriscono nel filone della letteratura erudita, molto diffusa nel IV secolo, la quale spazia da problemi linguistici, esegetici e stilistici all’erudizione e alla storia, dalla filosofia alla religione. In particolare, Rutilio Tauro Emiliano Palladio, ultimo tra gli eruditi scrittori di agricoltura e storia naturale dell’età imperiale, fu autore di Opus Agricolturae, trattato di 14 libri che affronta con molti dettagli questioni legate all’agricoltura, in particolare olivo e vite. Nei testi sacri, infine, la pera viene descritta come frutto della tentazione per il peccato da Aurelio Agostino di Ippona (354-430 d.C.), filosofo, vescovo e teologo; padre e dottore della Chiesa cattolica, conosciuto semplicemente come Sant’Agostino. Divenuto vescovo di Ippona (vicino all’antica Cartagine, odierna Tunisi) nel 395, dove fonderà un monastero, Agostino elaborò le sue dottrine sul peccato originale (istituendo fra il IV secolo e il V secolo il battesimo infantile nella Chiesa cattolica), la grazia divina e la predestinazione.

Medioevo (476-1492 d.C.)
L’età tardo imperiale (III e V secolo d.C.) è un periodo di crisi economica e sociale di tutto l’Impero romano, accompagnato dallo spopolamento progressivo delle campagne al quale contribuirono le guerre e le pestilenze, crisi che porterà alla fine del mondo antico e che influenzerà ampiamente il mondo medioevale. Con il crollo ufficiale e la completa disgregazione dell’organizzazione statale dell’Impero romano d’Occidente, datata 476 d.C., si assiste a un decadimento delle strutture produttive nelle campagne. Il peggioramento delle condizioni economiche unito, più tardi, al progressivo deterioramento climatico del VI secolo fu responsabile di carestie terribili. Soprattutto nel basso Medioevo e ancor più verso il XIV secolo, per ottenere maggiori rese, si sfruttarono le terre più fertili e vennero lasciate incolte le terre meno produttive, come quelle collinari. A Carlo Magno (742-814 d.C.), re dei Franchi, dei Longobardi, nonché Imperatore del Sacro Romano Impero, viene attribuita la costituzione della prima collezione varietale di pero in Francia. Egli si preoccupò di disporre la migliore amministrazione del suo patrimonio fondiario nel famoso Capitulare de villis, fatto redigere da Eginardo (fra il 770 e l’800), in cui con una premessa “non si meraviglino i miei impiegati se io chiedo tante minuzie, poiché io voglio che le ville siano a me e non ad altri redditizie”, dava alcune norme per una diligente amministrazione delle fattorie, si indicavano le varie colture, i tempi della vita agricola, l’allevamento degli animali, le condizioni di vita dei contadini, l’attività dei laboratori tessili. Nel Capitulare de villis si incontra anche un vasto elenco di piante, utilizzate sia per uso alimentare, che aromatico o medicinale. Tra queste il pero, con l’imposizione di piantarne nei campi reali diversi tipi per scopi diversi: “... Piantate alberi di pero i cui prodotti possono essere mangiati crudi grazie al loro sapore piacevole, quelli che forniscono frutti per cuocere e, infine, quelli che maturano tardi e che possono servire in inverno...” (capitolo LXX). Dopo il periodo di Carlo Magno, l’agricoltura e la frutticoltura italiana furono praticamente in mano ai soli ordini monastici, come attestano anche alcuni nomi di varietà da frutto che ricordano i nomi dei conventi nei quali ebbero origine (per esempio pera S. Germano o pera di Gerusalemme). Nel periodo rinascimentale, le antiche varietà romane furono tramandate dai monaci ai frutticoltori, sebbene molte andarono perdute durante le conquiste barbariche. Ma anche il Medioevo ha i suoi cultori di scienze naturali. Nell’alto Medioevo vengono rielaborati i compendi classici e ne è un esempio il De agris di Isidoro di Siviglia (560-636 d.C.). Nel basso Medioevo si assiste al fiorire di una letteratura scientifica e agronomica, basti pensare al Libro di agricoltura di Ibn-elAwwam (XII sec.) e il Ruralium commodorum libro XII del bolognese Piero De Crescenzi (circa 1233-1320), che vagliano le tecniche agrarie nelle diverse regioni del bacino mediterraneo e dell’Italia, con un interesse che potrebbe già definirsi storiografico. In particolare, De Crescenzi è l’agronomo più famoso e importante del Medioevo: uomo di vasta cultura, legato agli ambienti accademici di Bologna, peregrinò per molti anni per il centro e il nord dell’Italia al seguito di vari podestà bolognesi, in qualità di iudex, come lo descrivono alcuni documenti. Il vagabondare gli permise di raccogliere osservazioni, di raffrontare tecniche agricole differenti e di incontrare paesaggi rurali diversi. Nel suo trattato di agricoltura, composto fra il 1304 e il 1309 in 12 libri e subito tradotto in volgare, il tema del vino e della viticoltura ha una parte preponderante.

Rinascimento (1450-1600)
Il Rinascimento è un movimento culturale e un periodo della storia dell’Europa, considerato comunemente come la fine del Medioevo e l’inizio dell’Età moderna. L’Italia, in particolare, si avvia alla fine del Medioevo verso una grave decadenza politica, ma contemporaneamente è il centro di una rivoluzione intellettuale, che apre un nuovo periodo storico. Le grandi istituzioni della civiltà medievale sono venute meno e si sono trasformate, nuove forme di vita economica si sono inserite nella struttura feudale, vivaci correnti internazionali di scambio hanno rotto l’immobilismo e la ristrettezza dei mercati locali. L’impero ha perduto di fatto la sua importanza. Tema fondamentale della nuova cultura è l’affermazione della centralità dell’uomo nell’ordine universale della creazione, di contro alla svalutazione dell’essere umano che era tipica del pensiero di tutto il Medioevo. Anche la scienza e la teoria politica rinnegano la soggezione a premesse e fini metafisici. Leonardo da Vinci dà un altissimo esempio di geniale spregiudicatezza scientifica, cercando una spiegazione razionale e sperimentale dei fenomeni naturali che cadono sotto la sua osservazione ed elaborando su questa base progetti e macchine che aprono orizzonti prima sconosciuti alla tecnica. La fioritura rinascimentale fu agevolata dal favore che scrittori, artisti e pensatori incontrarono presso le corti dei principi italiani, i papi umanisti e le più ricche e potenti famiglie private. L’interesse per l’uomo e per la natura determinò anche una vivace ripresa dell’indagine scientifica. Nel Medioevo, la scienza si era affidata non tanto all’osservazione diretta dei fatti quanto alla lettura di testi autorevoli: nella Bibbia o nell’opera del filosofo greco Aristotele (384-322 a.C.) si rintracciavano le spiegazioni dei fenomeni naturali. In accordo con la più alta opinione che l’uomo del Rinascimento ebbe di se stesso, la scienza si liberò dal timore del confronto col passato e si affidò alle proprie ricerche e alle proprie libere valutazioni. Di grande rilievo furono gli sviluppi delle scienze naturali: biologia, zoologia, botanica, basti pensare a Vesalio (1514-1564), Copernico (1473-1543), Cardano (1501-76) ecc. L’enciclopedismo, cioè la capacità di approfondire molte discipline, non caratterizzò solo gli artisti e i filosofi, ma anche gli scienziati. A partire dal XVI secolo, al pari di altri rami delle scienze, la botanica diventa oggetto di innumerevoli studi, generali e specifici su singoli vegetali o famiglie. La scoperta dell’America e dei Paesi dell’Estremo Oriente è stata determinante per lo sviluppo della disciplina e una delle dimostrazioni dell’interesse suscitato dalla scoperta di nuove piante fu la creazione degli orti botanici, dove vennero coltivate e curate specie vegetali di Paesi lontani, oltre a quelle relative all’area di appartenenza. Le piante iniziarono così a essere raffigurate in opere iconografiche con grande fedeltà di immagine e di colore. Nel 1520 Luca Ghini inventa l’erbario. Certamente una pietra miliare è rappresentata da Pietro Andrea Mattioli (1501-1578), medico e naturalista senese, laureato in medicina a Padova; che, ottenuta l’agiatezza economica, si dedicò esclusivamente alle scienze naturali e, in particolare, alla botanica. Riunì e coordinò tutte le conoscenze di botanica medica del tempo nei suoi celebri Commentari al Dioscuride. Questa opera ebbe numerose edizioni, anche in francese, tedesco e boemo. Il titolo della prima edizione è Pedacii Dioscoridis de materia medica libri sex. Numerose le edizioni nel corso del secolo; l’edizione in volgare con il titolo Di Pedacio Dioscoride Anazarbeo libri cinque della historia et materia medicinale tradotto in volgare da Mattioli è stata edita a Brescia nel 1544, a Firenze nel 1547, a Venezia nel 1548 e 1552, a Mantova nel 1549. Accanto alle notizie delle piante, compaiono anche sommarie descrizioni, xilografie e, per alcuni alberi da frutto, anche i nomi di alcune varietà coltivate. Da ricordare anche il capolavoro Iconographia Plantarum tomo X eseguito da Ulisse Aldrovandi (1522-1605), professore di filosofia naturale a Bologna e fondatore dell’orto botanico, considerato uno dei più antichi erbari del mondo. Esso racchiude circa 7000 campioni essiccati e 1800 disegni di erbe e frutti eseguiti da grandi disegnatori e incisori dell’epoca. Tra le circa 100 tavole di frutti ve ne sono alcune che raffigurano nel complesso 51 varietà di pero, ai cui nomi si accompagnano a volte brevi descrizioni di alcuni caratteri salienti. Nella letteratura rinascimentale più classica (narrativa) troviamo una serie di fiabe botaniche, compresa una che riguarda l’alloro, il mirto e il pero racchiuse dal grande Leonardo da Vinci (1452-1519) nel Codex Arundel 67. Alcuni riferimenti al pero si possono trovare anche nella letturatura drammaturgica di William Shakespear (1564-1616), tutti assurdi o spiacevoli:

The Merry Wives of Windsor (IV, 5):
Falstaff: I would all the world might be cozened; for I have been cozened and beaten too. If it should come to the ear of the court, how I have been transformed and how my transformation hath been washed and cudgelled, they would melt me out of my fat drop by drop and liquor fishermen’s boots with me; I warrant they would whip me with their fine wits till I were as crest-fallen as a dried pear.

Le allegre comari di Windsor (Atto IV, Scena V)
Falstaff: Truffato, eh?!... Vorrei che tutto il mondo fosse truffato, dopo che io stesso sono stato truffato e bastonato. Se alla corte venissero a sapere com’io son stato metamorfosato, e come, nelle varie metamorfosi, sono stato inzuppato e bastonato, mi farebbero strugger nel mio grasso a goccia a goccia, fino a farne sego da unger gli stivali ai pescatori; mi frusterebbero coi loro lazzi fino a ridurmi, per la gran vergogna, come una pera secca. Decisamente non mi va più bene dal giorno che barai alla primera. (161) Avessi ancora fiato per pregare, reciterei il mea culpa...

All’s Well That Ends Well (I, 1):
Parolles: Let me see: marry, ill, to like him that ne’er it likes. ‘Tis a commodity will lose the gloss with lying; the longer kept, the less worth: off with ‘t while ‘tis vendible; answer the time of request. Virginity, like an old courtier, wears her cap out of fashion: richly suited, but unsuitable: just like the brooch and the tooth-pick, which wear not now. Your date is better in your pie and your porridge than in your cheek; and your virginity, your old virginity, is like one of our French withered pears it looks ill, it eats drily; marry, ‘tis a withered pear; it was formerly better; marry, yet ‘tis a withered pear: will you anything with it?

Tutto è bene quel che finisce bene (Atto I, Scena I)
Parolles: Vediamo. Ma! Dovrebbe far male. Dovrebbe farsi piacere colui al quale non piace la verginità. È una mercanzia che perde la sua lucentezza se la si lascia giacere: più la si custodisce e più perde di valore: liberatevene, finché è vendibile: sappiate andare incontro alla richiesta. La verginità, come un vecchio cortigiano, ha un cappello fuor di moda, ha un costume ricco che non costuma più, come il fermaglio e lo stuzzicadenti che ormai non si usano più... È meglio il dattero nella torta e nella minestra, che la data sulla vostra guancia. La vostra verginità, la vostra vecchia verginità, assomiglia alle nostre pere francesi vizze; brutta al di fuori, secca al palato; già, è una pera vizza; prima era migliore, ma ora, già, è vizza. Ecco!

Romeo and Juliet (II, I)
Mercutio:
If love be blind, love cannot hit the mark. Now will he sit under a medlar tree, And wish his mistress were that kind of fruit As maids call medlars, when they laugh alone. Romeo, that she were, O, that she were An open et caetera, thou a poperin pear! Romeo, good night: I’ll to my truckle-bed; This field-bed is too cold for me to sleep: Come, shall we go?

Giulietta e Romeo (Atto II, Scena I)
Mercuzio:
Se l’amore è cieco, non può colpire il segno. Ora Romeo sta seduto sotto un nespolo e sogna con desiderio la sua donna; la vede nella forma di quel frutto che le ragazze ridendo chiamano «nespola», quando sono sole. O Romeo, se ella fosse, se ella fosse un’aperta... eccetera...e tu una pera di Poperin! Buona notte, Romeo! Vado a dormire nel mio letto, perché questo letto da campo è troppo freddo per me. Vieni; andiamo via?

Winter’s tale (IV, III)
I must have saffron, to colour the warden pies; mace, dates, … none; that’s out of my note: nutmegs seven; a race or two of ginger, but that I may beg; four pound of prunes, and as many of raisins o’ the sun.

Il racconto d’inverno (Atto IV, Scena III)
Bisogna che mi procuri dello zafferano per colorire le torte di pere, e scorza di noce moscata e datteri... No, datteri no, non sono nella mia lista: sette noci moscate, una radice o due di zenzero, ma queste posso farmele regalare, quattro libbre di prugne e altrettante di uva seccata al sole.

Seicento (XVII secolo)
A partire dai primi del 1600 si sviluppò in Francia una folta schiera di pomologi che andavano sempre più perfezionandosi. Tra i grandi nomi sono da ricordare: Olivier de Serres, Le Lectier Sieur, John Parkinson, Merlet e Jean-Baptiste de la Quintinie. Olivier de Serres (1539-1619), autodidatta francese, per primo si dedicò al miglioramento in via sperimentale con il Théâtre d’agriculture et mesnage des champs (1608), descrivendo numerose varietà di pere. Le Lectier Sieur, procuratore di Re Luigi XIII di Orléans, collezionò e propagò nel giardino reale del re molte varietà da frutto, poi descritte nel Catalogue des arbres cultivés dans le verger del 1628, con ben 254 varietà di pere. John Parkinson (1567-1650), scrisse il Paradisi in sole Paradisus terrestris (1629) e il Theatrum Botanicum (1640) con cento xilografie a tutta pagina e che contiene anche una presentazione delle piante aromatiche e di un frutteto, cui fanno seguito due interessanti trattati: uno sui frutti e la loro coltivazione, l’altro sull’orto aromatico. Merlet, ritenuto il primo vero pomologo francese, produsse l’opera Agrégé des bons fruits del 1666, in cui emerge la consistenza varietale francese di quell’epoca, costituita da 481 cultivar di fruttiferi di cui 187 di pero. Famose le opere di Jean-Baptiste de la Quintinie (1624-1688), celebre giardiniere di Luigi XIV, tra cui Instruction pour les jardins fruitiers et potagers, opera apparsa nel 1690, due anni dopo la sua morte, in cui sono descritte 150 varietà di fruttiferi. Alla fine del XVII secolo fu compiuto un altro grande passo nella pomologia italiana, quando le ricchissime collezioni di frutta raccolte dai Granduchi Medicei in Toscana furono catalogate e documentate sotto richiesta di Cosimo III dal botanico Pietro Antonio Micheli (1679-1737) e il pittore di corte Bartolomeo Bimbi (1646-1729), che con la collaborazione dell’acquerellista Tommaso Chellini (1672-1742) dettero vita all’opera Enumeratio quarundam plantarum sibi per Italiam et Germaniam observatarum in acta Tournefortii methodum dispositarum, tomo X, comprendente un saggio e numerose tavole di varietà di frutti.

Dal Settecento ai primi del Novecento
Il periodo compreso tra la metà del ’700 e l’inizio del ’900 segna la massima fioritura delle opere pomologiche, costituite con rigore metodologico, in cui, oltre alla descrizione e riproduzione su tavola, appaiono una serie di notizie sull’origine, sui sinonimi e sulle tecniche di coltivazione. Queste opere sono ancora oggi strumento valido per la identificazione delle varietà. Si segnala, per esempio, Henry-Louis Duhamel du Monceau (1700-1782), fondatore di numerosi trattati tra cui il Traité des Arbres Fruitiers del 1768, in 2 tomi in cui sono descritte in maniera dettagliata 400 specie e varietà, tra cui 119 tipi di pere, nonché i frati del monastero Chartreuse de Paris che moltiplicarono tra il 1650 e il 1789 più di un milione di piante da frutto e nel 1775 descrissero 102 varietà di pere. Tra le altre importanti opere pomologiche di origine europea vi sono la Pomologia (1758) e la Fructologia (1763) di Hermann Knoop, la Pomona Austriaca (1772-1796) di Johann Kraft, il Teutsche Obstgaertner (1794-1804) di Johann Volkmar Siekler, la Pomona Franconica (1776-1801) di Johan Prokop Mayer, la Pomona Londinensis (1806) di William Kooker ecc. Da ricordare anche il frate del monastero di Montebello di Urbino Cesare Majoli (1746-1823) che compilò l’opera Plantarum collectio (1790-1810), composta da 27 tomi con oltre 5000 disegni, comprensivi di tavole acquarellate raffiguranti a grandezza naturale e con grande qualità varietà di frutti di molte regioni italiane.

In Belgio, l’abate Nicola d’Hardenpont e il pomologo Jean Baptiste Van Mons svilupparono il miglioramento varietale del pero, orientando la selezione sulle cultivar e non più sulle semine occasionali e generiche. Hardenpont costituì 12 nuove varietà, mentre Van Mons diffuse oltre 400 cultivar e pubblicò nel 1823 un catalogo dove figuravano elencate ben 1050 varietà di pero. Degno di menzione anche il noto vivaista Luigi Noisette, che accumulò tanto materiale pomologico da compilare Le Jardin Fruitièr (1821), pregevole lavoro che fece rinascere in Francia l’amore verso gli studi pomologici; vi si trovano descritte 238 cultivar di pero. Nel 1838 Antonio Poiteau stampò la Pomologie Française con tavole a colori e con la descrizione di ben 397 cultivar di fruttiferi. Ma l’elenco dei pomologi è davvero ampio; infatti in Francia si ricorda Leroy, Mas, Decaisne, Thomas, Vilmorin e Rozier; in Germania Lucas, Oberdieck, Jahn, Diel, Engelbrecht e Lauche; in Austria Stoll, Mader, Franck, Babo e Attems; in Belgio Van Hulle, Burvenich, Bavay, Buisseret, Gillikens e Pinaert; in Inghilterra e negli Stati Uniti d’America Miller, Lyndney, Rogers, Hogg, Dowing, Thomas, Thompson ecc.; che pubblicarono opere di gran lunga superiori a quelle degli scrittori che li preceddettero. Nella seconda metà del XIX secolo si costituirono le prime associazioni nei vari Paesi che concorsero al progredire della pomologia. In Germania sorse la Deutsche Pomologen Verein (1860) che pubblicò numerose importanti opere pomologiche quali l’Illustrirtes Handbuck di Lucas, Oberdieck e Jahn e la Deutsche Pomologie di Lauche. Il principale merito di questa associazione è l’aver iniziato una serie di congressi pomologici (1853 a Naumburg, 1857 a Gotha, 1860 a Berlino, 1863 a Garlitz, 1874 a Trier, 1877 a Potsdam ecc.). In Francia si ebbe il “Congresso pomologico”, sorto come vera e propria associazione nel 1856 con sede a Lione, che teneva assemblee annuali nelle varie città francesi con lo scopo di fare incontrare studiosi e rendere pubblici i risultati dei loro lavori. Anche negli Stati Uniti sorsero le società pomologiche; fra esse l’American Pomological Society, con sede a Boston, sulla falsariga della quale si organizzarono tutte le altre società pomologiche. Tornando all’Italia, ai primi dell’800 troviamo la monumentale Pomona Italiana (1817-1839) di Giorgio Gallesio (1772-1839), dove sono descritte e rappresentate con grande validità scientifica e artistica numerose varietà di fruttiferi, tra cui 21 di pero (Angelica, Allora, Brutta e Buona di Giavenne, Bugiarda, Buon Cristiana Vernina, Butirra Bianca, Butirra Grigia o Butirra d’Autunno, Campana, Del Duca o Centodoppie, Limone, Luisa o Butirra d’Inverno, Martin Secco, Moscatellina, Passa-tutti, Perla, Pistacchina, Reale, Spadona, Spina, Spadona Vernina o San Germana, Virgolata). L’opera ha l’ambizioso progetto di descrivere le varietà più squisite del repertorio frutticolo nazionale. Al rigore scientifico si unisce una raffinata esecuzione pittorica, formata da 160 tavole a colori, grazie alla collaborazione di una nutrita schiera di pittori naturalisti professionisti e dilettanti, diretti e seguiti pressantemente dallo stesso Gallesio. Allo stesso periodo risale l’opera di Antonio Targioni Tozzetti (1785-1856) intitolata Raccolta di fiori, frutti ed agrumi più ricercati per l’adornamento dei giardini, disegnati al naturale da vari artisti (1825), anch’essa corredata da tavole a colori disegnate da vari artisti. Arriviamo così ai primi del ’900 con l’imponente manuale di Pomologia pubblicato nel 1901 di Girolamo Molon (1860-1937), “libro popolare, pratico…, modesto ma utile”, per usare le stesse parole di Molon, “a quanti amano la frutticoltura”. L’imponente opera di Molon dà nuovi stimoli e ampi contributi al progresso della pomologia nel nostro Paese. In questa opera egli descrive con puntigliosa precisione di nomenclatura, riferimenti bibliografici, sinonimie e caratteristiche agro-bio-pomologiche e commerciali, numerose cultivar di fruttiferi tra cui 327 di pero. Egli pubblica numerose altre opere di sistematica, tassonomia e classificazioni pomologiche, tra le quali: Buone frutta, studi di fitografia e tassonomia pomologica (1890), L’Ampelografia (1906); Brevi note di tassonomia pomologica (1907), Come si classificano le pere (1916), Bibliografia orticola (1927) ecc. Inizia un periodo molto fecondo per gli studi e le descrizioni pomologiche, non solo in Italia, ma anche negli Stati Uniti, in Francia, in Inghilterra e in Russia, dove i criteri adottati nella descrizione delle piante da frutto diventano sempre più numerosi e minuziosi e l’insieme dei caratteri viene raccolto nella scheda pomologica, che rappresenta una sorta di carta di identità della cultivar. Basti qui ricordare l’opera meritoria di Hedrick e collaboratori (1908, 1911, 1915, 1917, 1921, 1925), che con i loro 6 prestigiosi volumi monografici, hanno descritto e illustrato oltre 10.000 cultivar delle diverse specie arboree da frutto, tra cui The pears of New York (1921), che descrive 2909 cultivar di pero, 90 delle quali compiutamente illustrate. Fra le opere più significative francesi, vi è quella di Chasset, Essai de détermination des fruits (poires) (1928), in cui l’autore affronta il difficile problema della classificazione delle numerose cultivar di pero in famiglie. A questo periodo storico appartiene anche la formazione delle raccolte di frutti artificiali concepite per fare conoscere le varietà più importanti, spesso accompagnate da disegni originali eseguiti dal vero prima di realizzare i modelli artificiali. Vi sono quelle realizzate a Firenze presso il Museo di Storia Naturale da Clemente Michelangelo Susini (1754-1814) e Francesco Calenzuoli (1796-1828), poi da Antonio Piccioli (1794-1842) e Luigi Calamai (1800-1851), quella di Cesare Bettini (1801-1855) a Bologna; ma la collezione più importante è senza alcun dubbio quella eseguita da Francesco Garnier Valletti (1808-1889), conservata presso l’Accademia di Agricoltura di Torino e il Dipartimento di Colture Arboree dell’Università di Milano, l’Istituto Tecnico Agrario Statale di Firenze e l’Istituto Tecnico Agrario “A. Ciuffelli” di Todi (PG), con migliaia di pezzi realizzati in cera, gesso, resine e numerosi altri materiali fusi insieme. Il suo modo di imitare fiori e frutti fu molto apprezzato dai grandi signori di Milano, Vienna, Pietroburgo, nonché da tutte le case imperiali d’Austria, di Prussia e Russia, dove esistono lavori di gran pregio ordinati dagli imperatori e imperatrici. In Europa è il tedesco Carl Schildbach (1730-1817) a realizzare un singolare erbario artificiale intorno al 1788 che riproduceva foglie, fiori e frutti di oltre 400 specie di interesse agrario tra cui anche alcune piante da frutto, quali melo, pero, pesco, albicocco, ciliegio, susino, agrumi ecc. La collezione di modelli eseguita utilizzando cera, filo di ferro, carta, cuoio, colori e vernici, è conservata in cassette di legno presso il Naturkundemuseum Ottoneum di Kassel. In vari musei naturalistici tedeschi sono custoditi raccolte di frutti artificiali, molte delle quali provengono dal Landes-IndustrieComptoir di Weimar, fondato nel 1791 da Friedrich J. Bertuch (1747-1822), imprenditore ed editore di importanti periodici. Presso il Museo di Storia Naturale di Parigi si trova oggi quel che resta della collezione ceroplastica di piante e frutti, per lo più originari delle Indie, eseguita ai primi dell’800 da Marc de Robillard d’Argentelle (1777-1828), ufficiale della marina francese. Sempre in Francia, presso la Società Orticola del Dipartimento della Senna inferiore si trova una raccolta di modelli di pere e mele da sidro eseguita da un certo M. Bouchetet nel corso dell’800. In un museo di Graz in Austria sono conservati oltre 400 frutti di cartapesta ricoperta da un sottile strato di cera e gesso fabbricati in Sassonia verso la fine dell’800 dalla ditta Duerfel di Obernau; sempre in Austria, vicino a Graz, si trova un’altra raccolta di 243 frutti artificiali eseguiti da padre Constantin Keller (1778-1864). Una piccola ma preziosa collezione di frutti in legno allestita tra il 1920 e il 1940 da Josef Rulisek (1867-1944) si trova esposta nella Repubblica Ceca presso il Moravské Museum di Brno. Anche nella letteratura moderna viene fatto spesso riferimento al pero in modo effimero. Un esempio si ritrova nel romanzo di Charles Dickens (1812-1870), David Copperfield, dove Uriah Heep, dopo aver espresso al padre di Agnes Wickfield il desiderio di sposarla ed essere stato duramente respinto, esprime i suoi sentimenti in termini pomologici. Brevi citazioni sul pero si possono trovare negli scritti di Grazia Deledda (1871-1936), seconda donna a ricevere il premio Nobel per la letteratura: “I peri carichi di frutti maturi che al sole parevano di cera pronti a liquefarsi”; o in quelli di Gianna Manzini (18961974), celebre scrittrice toscana di romanzi, racconti e saggi: “Le pere, sul ramo che non ne può più, sembravan visi di adulti con gli orecchioni”. Karl Heinrich Marx (1818-1883), filosofo, critico dell’economia politica e rivoluzionario comunista, durante il suo fecondo periodo di studi teorici, fece uso delle pere insieme alle mele e altri frutti nella satira degli hegeliani di sinistra Bruno Bauer e altri, che aveva scritto nel 1844 insieme con Friedrich Engels (1820-1895), importante economista, filosofo, scrittore e politico rivoluzionario tedesco che contribuì con Karl Marx allo sviluppo del socialismo scientifico. In essa viene mostrata e messa in ridicolo la genesi dell’astrazione della realtà sensibile, la mistificazione della realtà prodotta dall’hegelismo:

“Se io, dalle mele, pere, fragole, mandorle – frutti reali – mi formo la rappresentazione generale frutto e immagino che il frutto – la mia rappresentazione astratta, ricavata dai frutti reali – sia un’essenza esistente fuori di me, sia anzi l’essenza vera della pera, della mela ecc., io dichiaro – con espressione speculativa – che il frutto è la sostanza della pera, della mela, della mandorla ecc. Io dico allora che per la pera non è essenziale essere pera, che per la mela non è essenziale essere mela. L’essenziale, in queste cose, non sarebbe più la loro esistenza reale, sensibilmente intuibile, ma l’essenza che ho astratto da esse e ad esse ho attribuito, l’essenza della mia rappresentazione il frutto. Io dichiaro allora che mela, pera, mandorla ecc., sono semplici modi di esistenza, modi del frutto. Il mio intelletto finito, sorretto dai sensi, distingue certamente una mela da una pera e una pera da una mandorla, ma la mia ragione speculativa dichiara inessenziale e indifferente questa diversità sensibile. Essa vede nella mela la stessa cosa che nella pera, nella pera la stessa cosa che nella mandorla, cioè il frutto. I frutti particolari e reali non valgono più che come frutti parventi, la cui vera essenza è la sostanza, il frutto... Il minerologo la cui scienza si limitasse a dire che tutti i minerali sono in verità il minerale sarebbe un minerologo solo nella sua immaginazione. L’uomo comune non crede di dire nulla di straordinario quando dice che ci sono mele e pere. Ma il filosofo (hegeliano, speculativo), quando esprime queste esistenze in modo speculativo, ha detto qualcosa di straordinario. Ha compiuto un miracolo, ha prodotto dall’essere intellettuale irreale il frutto gli esseri naturali reali, la mela, la pera ecc.; cioè dal suo proprio intelletto astratto, che egli si rappresenta come un soggetto assoluto esistente fuori di sé, che egli si rappresenta qui come il frutto, ha creato queste frutta e in ogni esistenza che esprime, egli compie un atto creativo... dichiara la sua propria attività, mediante la quale egli passa dalla rappresentazione mela alla rappresentazione pera, essere l’autoattività del soggetto assoluto, del frutto. Quest’operazione si chiama, con espressione speculativa: concepire la sostanza come soggetto, come processo interno, come persona assoluta, e questo concepire forma il carattere essenziale del metodo hegeliano”. (Marx e Engels, La sacra famiglia o Critica della critica critica, 1845)

Il pero nella pittura

Le pere si trovano raffigurate nei dipinti di nature morte, festoni e mosaici romani ritrovati nelle rovine di Ercolano e di Pompei. Nel Museo nazionale di Taranto è possibile ammirare, per esempio, uno splendido mosaico che ornava i pavimenti di antichi edifici romani con bellissime melagrane, pere e altra frutta. Tipici del mondo romano, o in esso meglio documentati grazie alla conservazione degli affreschi, sono i quadretti con xenia, ossia con quei cibi freschi e bevande che un ospite trovava sempre nella propria camera, quale atto di cortesia del padrone di casa. Dell’uso di regalare dipinti con frutti abbiamo notizie che risalgono ai primi del ’500, come per esempio il caso del poeta Gerolamo Casio a Isabella d’Este (1474-1539), marchesa di Mantova. L’accostamento del pero al melo e al fico riscontrato nel pomario del palazzo reale di re Alcinoo si ritrova anche nelle iconografie cristiane probabilmente quale metafora degli alberi sacri. L’uso simbolico della pera permane nell’arte cristiana sotto varie forme. Così per esempio, l’ambulacro del Mausoleo di Santa Costanza a Roma, capolavoro paleocristiano, ha una volta a botte (databile al 337-350 d.C.) decorata con mosaici del IV secolo raffiguranti scene di vendemmia, frutta, fiori, animali e uccelli. Frutti vari, tra cui quelli di pero, si possono trovare spesso nelle pitture rinascimentali religiose, quale simbolo di omaggio e di offerta, dalla cui estrazione, secondo alcuni, sarebbe nata la natura morta autonoma. Tra queste la più famosa è la Madonna del Pero di Giovanni Bellini (1430-1516 circa), uno dei grandi pittori rinascimentali e il più grande esponente dell’arte veneta quattrocentesca. Un angelo con pera è rappresentato nella Cappella dei Giudici di Bergamo. Due ciocche di pere si possono trovare sotto il trono della Madonna col bambino fra i santi della Pinacoteca vaticana, dipinto eseguito da Alessandro Bonvicino (1498-1554 circa), detto il Moretto da Brescia, che riuscì a tradurre la pittura religiosa classica in una espressione semplice della realtà quotidiana. Del Moretto da Brescia è anche una fruttiera con pomi e pere posata ai piedi del trono della Vergine nella pala bergamasca di S. Andrea, da considerarsi, a detta di M. Gregori (2003), uno dei prototipi della natura morta in Lombardia. Pittore di opere sacre, in particolare pale d’altare, è anche il figlio d’arte Vincenzo Campi (1536-1591), agli esordi della sua carriera. In seguito vira di tematica ed esegue opere a soggetto sociale, le cosiddette “scene di genere”, consessi popolareschi dove la povera gente banchetta o le fanciulle ostentano pietanze. Tra questi la Fruttivendola, che appartiene a una serie di 5 quadri eseguiti dal pittore cremonese su commissione e destinati ad arredare la sala da pranzo del castello di Kirchheim, residenza estiva del banchiere Hans Fugger. Per certi versi Campi è da ritenersi uno dei precursori della natura morta, che nel secolo entrante – il ’600 – diverrà, grazie soprattutto agli artisti fiamminghi, un tema in auge e dal profondo simbolismo. La pittura fiamminga, affermatesi tra il XV e XVII secolo nella regione storica delle Fiandre e nel vasto territorio confinante, specie quella di Pieter Claesz, Willem Kalf, Clara Peeters, Adriaen van Utrecht, Frans Snyders, Joachim Beuckelaer, estremamente analitica e attenta al dettaglio, realistica e di grande precisione ottica, per prima introduce nella composizione pittorica gli oggetti del quotidiano, inseriti quali unici protagonisti nei celebri interni, dando l’avvio, in pieno ’600, alla corrente artistica della natura morta. I principali esponenti di questo movimento furono gli olandesi, fortemente attratti dal gusto della descrizione miniaturistica, molto coerente con la natura morta: i quadri che rappresentavano frutta e oggetti vari, considerati quasi un genere a sé stante, si chiamavano ontbijt (colazioni). Ma anche se molti aspetti della natura trovarono la loro elaborazione e sviluppo nelle Fiandre e in Olanda, la grande pittura di natura morta è quella che nasce in Italia con l’opera rivoluzionaria di Michelangelo Caravaggio (1573-1610). La Canestra di frutta del Caravaggio, dell’Ambrosiana, eseguito a Roma prima del 1596 e inviato in dono dal Cardinale del Monte al Cardinale Federico Borromeo, per la sua galleria milanese, afferma l’interesse per il soggetto inanimato, non più periferico e complementare alla figura umana, ma centrale ed esauriente. Vi è rappresentata una canestra di frutta che poggia su di un piano sul margine inferiore della tela, i cui elementi, accompagnati da un tralcio di vite, non risultano idealmente scelti per bellezza e perfezione ideale. La mela è bacata, così come alcuni acini e la pera sono martellati dai parassiti; i fichi sono spaccati per l’eccessiva maturazione e le foglie alternano, al vigore della natura, segni di caducità. L’opera è un’autentica novità per il momento storico in cui viene data alla luce. In primo luogo perché la natura viene per la prima volta eletta a soggetto dell’opera con un nuovo e proprio genere, poi perché non sono più le presenze ideali a essere scelte come testimoni stilistici, bensì quelle reali e naturali. Una delle botteghe più attive già nel primo decennio del ’600, oltre alla bottega del Cavalier d’Arpino, che lo stesso Caravaggio frequentò per alcuni mesi, era tenuta da Tommaso Salini (1575-1625), detto Mao e allievo di Giovanni Baglioni, che esordì nell’ambito del tardo manierismo romano, sebbene il suo nome sia soprattutto legato a un gruppo di nature morte di chiaro influsso caravaggesco, La natura morta di frutta e ortaggi, collezione privata firmata e datata 1621. Nella fervida bottega del cavaliere transitarono figure quali quella dell’olandese Floris Claesz van Dijck (1575-1651), esponente di una cultura naturalistica tipicamente nordica, e quella di Francesco Zucchi (1562-1622), autore anche di curiosi montaggi di frutta. Probabilmente verso la fine della decade ebbe inizio l’attività dell’accademia promossa da Giovanni Battista Crescenzi (1577-1635) con esercizi al naturale. Architetto e pittore, appartenente a una nobile famiglia, Crescenzi si trasferì in Spagna nel 1617 al seguito del cardinale Zapada, dove il campo della natura morta lo vide ancora in attività. Portò con sé anche il suo protetto Bartolomeo Cavarozzi (1587-1625), da molti ritenuto il Maestro della natura morta Acquavella, affascinante pittore caravaggesco di grande raffinatezza e perizia tecnica, che dopo la decisa conversione al linguaggio di Caravaggio elaborò pochi ma raffinatissimi temi, spesso ripetuti in repliche autografe per selezionati collezionisti. Pietro Paolo Bonzi (1576-1636), detto il Gobbo dei Carracci, forse per una sua manifesta deformazione fisica, fu, con Crescenzi e Salini, uno dei primi maestri di nature morte nell’ambito del Seicento romano post-caravaggesco. Si formò nella accademia promossa da Giovanni Battista Crescenzi dove si dedicò a dipingere frutti al naturale, e in seguito entrò in contatto con i pittori carracceschi (di Annibale Carracci) a Roma. L’eredità del Caravaggio fu raccolta anche dal Maestro di Hartford, nome di comodo assegnato all’anonimo autore di una serie di dipinti eseguiti a stretto contatto con il mondo caravaggesco. Poco chiari sono i passaggi che portarono all’esplosione della grande natura morta barocca a Roma intorno al quarto decennio del ’600. È probabile che pittori nati ai primi del secolo come Michelangelo Cerquozzi (1602-1660) e Michele Pace detto Michelangelo di Campidolio (1610-1670 circa), abbiano iniziato come caravaggeschi per poi evolversi in senso barocco, mediante l’abbandono del naturalismo e delle problematiche di luce per scene di più immediata lettura e maggiore impatto decorativo. A Milano una posizione preminente spetta a Giovanni Ambrogio Figino (1553-1608), che fu anche un esperto ritrattista. La sua linea pittorica continua con Fede Galizia (1578-1630), già affermata a 16 anni come ritrattista, ma anche conosciuta per le composizioni di tema religioso, tanto da ricevere diverse committenze pubbliche per le pale d’altare delle chiese di Milano. Tuttavia, l’interesse degli storici è rivolto essenzialmente alle sue nature morte, opere caratterizzate da una singolare armonia compositiva con un assetto cromatico essenziale e una luce fredda e tagliente. Sul mercato esistono diverse repliche effettuate dalla pittrice, talvolta dipinte accanto a Panfilo Nuvolone (1581-1651), un altro bravo pittore di nature morte dell’epoca, che dipinse anche pale d’altare per le chiese lombarde. In maniera differente, tutti questi artisti furono influenzati dalle opere del milanese Giuseppe Arcimboldo (1527-1593), conosciuto da molti per le sue caratteristiche raffigurazioni di volti formati dagli oggetti più disparati come animali, frutti, ortaggi, libri e altro. La fortuna di Arcimboldo è legata al trasferimento presso la corte asburgica di Vienna e poi di Praga, dove lavorò come illustratore scientifico alle dirette dipendenze degli imperatori Ferdinando I, Massimiliano II e Rodolfo II, a partire dal 1562, prima di rielaborare la natura negli stravaganti assemblaggi dei suoi ritratti. Il suo modo bizzarro di dipingere si ritrova nel suo olio su tavola Vertunno (ritratto dell’imperatore Rodolfo II, 1590), dove l’imperatore impersona Vertunno che, presso gli antichi romani, era il dio della vegetazione e dei cambiamenti. La figura è composta da fiori, frutti (appunto la pera per rappresentare il naso) e verdure varie. A Firenze una parte consistente della produzione di nature morte è strettamente connessa con la cultura e ricerca scientifica sviluppatasi in Toscana sin dalla seconda metà del ’500, grazie al forte appoggio della corte medicea e rivolta alla riproduzione con minuziosa precisione del dato reale in funzione anche alle esigenze di classificazione degli scienziati. Tra queste le tavole con raffigurazioni di piante del pittore Jacopo Ligozzi (1547-1627), che si trasferì a Firenze nel 1578, chiamato da Francesco I de’ Medici che gli aveva affidato il compito di realizzare un corpus di tavole botaniche e zoologiche. Se intensa fu la sua attività pittorica esercitata in tutto il Granducato, raggiunse una straordinaria celebrità in tutta Europa per le sue illustrazioni di piante e animali, ammirate da naturalisti e intenditori. La corrente naturalistica caravaggesca fiorentina annoverò altri grandi pittori tra i quali Filippo Napoletano (1587-1629), pittore, formatosi tra Roma e Napoli, che “si dilettava d’haver bellissime bizzarrie d’ogni sorte”. Nella sua produzione spiccano infatti le nature morte eseguite con spirito scientifico, molte delle quali realizzate tra il 1617 e il 1621 a Firenze, dove venne chiamato dal Granduca Cosimo II. Sulla linea dell’illustrazione di fondamento scientifico e ligozziano di fiori, frutta e vegetali occupa un posto privilegiato la miniatrice ascolana Giovanna Garzoni (1600-1670), al servizio dei medici dal 1642 al 1651. La sua pittura, più che miniaturistica come spesso è stata impropriamente definita, si compone di una sintesi tra la natura morta e il disegno scientifico. A testimoniare l’abilità di questa pittrice rimane un consistente gruppo di sue opere conservate nella Collezione Pitti a Firenze, ma anche all’Accademia di S. Luca a Roma, che ne possiede un album con ben 22 studi di insetti, frutta e fiori, lascito testamentario della stessa pittrice. Altri fogli di delicata pergamena a tempera, la sua tecnica prediletta, sono anche in altre collezioni sparse in tutta l’Europa e nel mondo, come la Biblioteca Nacional di Madrid o il Cliveland Museum of Art. Sulla sua scia si mosse Octavianus Monfort, miniatore forse torinese, autore di nature morte su pergamena con stile inconfondibile, da cui sembra trarre l’impostazione generale delle composizioni. Protagonista di una serie affascinante di scrupolose e obiettive rappresentazioni animali e vegetali fu il fiorentino Bartolomeo Bimbi (1646-1729) che riuscì a coniugare l’arte barocca con attenzione scientifica. Tra i suoi dipinti anche 24 tele pomologiche rappresentanti a grandezza naturale varietà di frutti di pesco, albicocche, castagne, ciliegie, datteri, fichi, mele, pere, susine, agrumi e uva, numerate e con rispettivo nome volgare trascritto nei corrispondenti cartigli in calce ai quadri. In particolare una delle tre tele dedicate alle pere, la Castello 611, dipinta nel 1699 da Bartolomeo Bimbi, raffigura ben 5 gruppi di pere che maturano nei mesi di giugno (12 varietà), luglio (27 varietà), agosto (28 varietà), settembre (16 varietà), ottobre (19 varietà) e d’inverno (12 varietà). A Genova, la nascita della natura morta come genere autonomo fu diversa da altri contesti italiani e fortemente influenzata dalla presenza di numerosi pittori fiamminghi, soprattutto Jan Roos (1591-1638), Pieter Paul Rubens (1577-1640) e Anton van Dyck (1599-1641). La molteplicità di stimoli confluì nel primo quarto del ’600 nella nascita dei bodegones genovesi, ricche composizioni con fiori, frutti, cacciagione accompagnate dalla presenza di figure. A Genova, come ad Anversa, ebbero particolare fortuna le immagini di tavole imbandite, cucine, scene di mercato, nonché animali vivi. Tra i grandi genovesi Sinibaldo Scorza (1589-1631), che si dedicò a tempo pieno alla pittura, preferendo soggetti quali fiori, animali e paesaggi, traendo la maggior ispirazione dagli artisti fiamminghi e in particolar modo dalle opere di Albrecht Dürer. Tra gli altri protagonisti della pittura di natura morta emerge a Napoli la figura di Luca Forte (1605-1670), da considerarsi il primo grande specialista della scuola napoletana. Le affinità stilistiche con il naturalismo caravaggesco sono riscontrabili nel notevole plasticismo dei singoli elementi, dal taglio luministico e dalla semplicità compositiva. Gli oggetti, il più delle volte sono disposti su un ripiano privo di profondità e si stagliano su un fondo scuro. L’opera Natura morta con mele e pere, di piccole dimensioni, rappresenta un esempio tipico della pittura quasi miniaturistica di Luca Forte intorno agli anni Trenta. A partire dagli anni Trenta del ’600 il filone si sviluppa attraverso personalità ben definite, come Paolo Porpora (1617-1673) con il suo stile scenografico e barocco; Giuseppe Recco (1634-1695) con il suo stile più lirico; Giovan Battista Recco (1615-1660) e Giovan Battista Ruoppolo (1620-1685), entrambi di maggiore impegno naturalistico e drammatico, ai quali si affiancano occasionalmente anche le opere di pittori barocchi di figura, come Salvator Rosa (1615-1673). Elemento caratteristico della natura morta napoletana del ’600 è l’intensità e la fedeltà delle rappresentazioni di fiori, pesci e frutti e l’esuberanza con cui è esaltata la natura. Nel corso del ’700 l’emozionante intensità delle nature morte di lontana ma pur sempre riconoscibile matrice caravaggesca lascerà progressivamente il posto a scenari più luminosi e aperti. A Bologna, e con essa le altre città dell’Emilia Romagna, si registra un ritardo rispetto all’attività romana e bisognerà attendere gli anni Trenta per vedere attestarsi il primo specialista di natura morta: Paolo Antonio Barbieri (1603-1649), fondatore dell’indirizzo della natura morta realistica emiliano-romagnola. Negli stessi anni a Bologna si affermerà anche Pier Francesco Cittadini (1613/1616-1681), detto “Milanese” per la sua origine, con le sue varianti aristocratiche e decorative. Molti furono anche i pittori di tutto rispetto che si formarono nel Centro e Nord Europa, tra i quali per esempio Pieter Aertsen (1507-1575) in Svezia, Georg Flegel (1566-1638) in Germania, Juan van der Hamen y Leòn (1596-1631) in Spagna. Fra i più grandi maestri della natura morta del XVII secolo in Francia troviamo Sébastien Stoskopff (1597-1657) e poi Louise Moillon (1615-1674), che dedicarono parte della loro attività artistica a una raffinata rappresentazione di frutti. La natura morta conobbe un periodo di decadenza nel periodo neoclassico per poi tornare in auge con gli impressionisti del XIX secolo, in particolare con il grande Paul Cézanne (1839-1906), che dipinse le pere da sole o insieme ad altri frutti, oppure con un vaso di fiori, un tovagliolo, un vestito, un teschio ecc. Il pero si ritrova anche nei dipinti impressionisti di Claude Monet (1840-1926) e di Vincent Van Gogh (1853-1890), che disegnò sia l’albero (Pero in fiore, Arles, 1888) sia i frutti di pero; nonché in quelli del post-impressionista Pierre Bonnard (1867-1947), soprannominato anche il “nabi giapponese” per il fascino che esercitarono su di lui le stampe giapponesi. Numerosissimi gli artisti contemporanei che un po’ in tutto il mondo si sono dedicati a ritrarre il pero nelle sue forme più svariate. Singolare tra questi il tratto di Fernando Botero (XX secolo), che ricorre alla pera sia nei suoi dipinti che nelle sue sculture, per enfatizzare con il suo stile unico la forma obesa, ma graziosa di persone e frutti.

Il pero nelle culture e credenze popolari

Mitologia
Nell’antichità egiziana il pero era sacro a Isis (Iside), divinità che, oltre a essere protettrice dell’unione familiare, è anche la dea della magia. Nella mitologia greca il pero era consacrato alla luna e successivamente alla dea Era, sposa di Zeus e regina degli dei dell’Olimpo, la cui statua nell’Heraion di Micene, antico santuario a lei dedicato, era scolpita nel legno di questo albero. Il pero era sacro anche ad Atena, dea della guerra, della sapienza, delle città e dei mestieri, conosciuta con il nome di Onca (nome pre-ellenico del pero) nel suo santuario di Tebe. Per la forma del suo frutto, che rammenta quella del ventre femminile, il pero veniva associato ad Afrodite e considerato un simbolo erotico. Giambattista Marino (1569-1625), considerato l’esponente più significativo del Barocco letterario italiano, descrisse Priapo, sottoforma di figura mitologica impersonificata in un corpo deforme, con organi genitali esuberanti e venerato quale protettore delle greggi, dei pesci, delle api, dei giardini e degli orti.

Simbologia
Nella simbologia cristiana il pero appare spesso in connessione con l’amore di Cristo per l’umanità. In Cina il pero è simbolo di giustizia, longevità, purezza, saggezza e buona amministrazione. I candidi fiori di pero sono invece simbolo di lutto, sia per il colore bianco dei petali (che in Cina è un colore funebre), che per il loro passaggio repentino (la loro breve vita) che diviene una metafora della tristezza, della freddezza e della morte. In Corea la pera impersonifica la grazia, la nobiltà e la purezza; mentre l’albero di pero rappresenta il conforto e l’agiatezza. Esistono svariate leggende coreane che coinvolgono la pera nel donare fertilità alla donna, buona fortuna agli esami, saggezza e salute. I candidi fiori di pero, grazie alla loro bianchezza, sono simbolici dei visi di belle donne; mentre la breve vita dei petali è la metafora della tristezza e del gelo della morte. In Giappone al pero viene attribuita la capacità di tenere lontano il male, grazie al suono della parola nashi che in giapponese significa “non esiste”. Per questo durante il periodo Edo o periodo Tokugawa (1603-1868) (così definito perché sotto il governo di shôgun, massima carica militare e capo effettivo del governo giapponese, appartenenti alla famiglia Tokugawa che eserciteranno il loro potere attraverso un governo militare residente a Edo) era usanza piantare un albero di pero come talismano, per tenere lontana la malasorte, nell’angolo nord-est, considerato l’angolo del diavolo, di ciascuna proprietà vicino alla porta d’ingresso. Nel “linguaggio dei fiori” occidentale il bocciolo di pero è il fiore di chi è nato il 17 di agosto simboleggiante affetto e tenerezza. In molte parti del mondo la pera simboleggia il cuore umano, a cui assomiglia nella forma.

Paesi, casati, stemmi e toponomastica
Difficile dire se i paesi di Perarolo di Cadore (BL) e di Pereto (AQ) abbiano qualche radice nella specie del pero; ciò nonostante, nello stemma di Pereto vi è raffigurato un albero di pero (www.comune.pereto.aq.it). Sicuro è invece il riferimento al pero che si trova nello stemma comunale di Pero (MI), in ricordo al carattere prettamente agricolo che il paese manterrà fino al XIX secolo prima del suo grande sviluppo come centro industriale (www.comune.pero.mi.it). Vi sono poi tre piccole località nelle province di Bologna, La Spezia e Trento (Pera di Fassa) che hanno il nome di Pera. Casamicciola Terme, uno dei 6 comuni situato nel verdeggiante nord dell’isola di Ischia e famosissimo luogo di cure termali, si estende sul lato settentrionale dell’isola, alle falde del lato severo del monte Epomeo, alla base di Pera e di Catreca. Etimologicamente, il nome di Pera è un corrotto di Apera, che viene da απαιρω = tollo fero in latino, che significa “io trasporto sulle spalle” (tollo) e “io porto” (fero), perchè da questo luogo i contadini trasportavano sulle spalle la creta e le fascine alla marina di Casamicciola. In Svizzera il nome pera (in tedesco Birne) è stato utilizzato per indicare un allargamento del fiume Emme, appunto la Emme-Birne, opera pionieristica nata per stabilizzare il livello dell’alveo del fiume: il nuovo letto a forma di pera consente all’acqua di perdere velocità e scorrere pacificamente, dividendosi in diversi corsi e rigagnoli, favorendo il processo di rinaturalizzazione del corso d’acqua. Il pontefice Sisto V (di nome Felice Peretti) (1520-1590, pontificato 1585-1590), alludendo al suo cognome, nel suo stemma di famiglia fa comparire, in segno di potenza, un leone rampante che sostiene un grappolo di pere, e così questo frutto diventa simbolo del potere papale.

Leggende e fiabe
Nel cantone svizzero di Argovia era uso piantare un melo quando nasceva un maschio e un pero se veniva alla luce una femmina: il bambino o la bambina – si diceva – cresceva o deperiva con il suo albero. Fin dal Medioevo, nell’immaginario occidentale, il pero ha assunto anche sembianze malefiche, forse a causa del suo legno che marcisce facilmente e si spezza, o per i vermi che ne amano il frutto. Così una leggenda svizzera narra di un cacciatore gobbo che soleva fare scherzi maligni ai poveri passanti dall’alto di un pero selvatico, al quale infine si impiccò. In Turingia, uno dei più piccoli stati federali tedeschi, si narra di una vacca fiammeggiante che dapprima si mutò in pero e poi in una vecchia. Questa leggenda, in verità, allude alle tre stagioni dell’anno: la vacca fiammeggiante simbolo dell’estate diventa un pero in autunno e una vecchia in inverno, quale simbolo della sterilità della natura. La figura di Prete Pero è invece viva nella fantasia popolare toscana e si può ritrovare nella composizione, caratterizzata da un umorismo pungente che ha come cornice la piccola provincia toscana del poeta toscano Giuseppe Giusti (1809-1850), così come in una poesia di Francesco Redi (1626-1698), insigne medico toscano, ma anche artista e poeta della corte medicea.

Proverbi
Proverbio, dal latino proverbium (a pro del verbo), nel suo duplice valore di parola e di intelligenza, viene definito dal Tommaseo “detto breve arguto, e ricevuto comunemente, che per lo più sotto parlar figurato comprende avvertimenti attinenti al vivere umano”, e dal Manzoni “i proverbi sono la sapienza del genere umano”. I proverbi hanno origine molto antica e provengono per gran parte dal popolo contadino, che con spirito poetico, profetico e religioso li associava al comportamento delle stagioni, della terra, delle semine, degli alberi, dei frutti, degli animali domestici, nonché selvatici, esprimendosi con pensiero spontaneo e metaforico. Limitandoci al nostro pero, le citazioni sono frequenti e spaziano un po’ in tutto lo scibile di vita agreste. Di seguito si riportano alcuni tratti di opere toscaneggianti, ritenute le più ricche e “fiorite” in materia. Al pero è associato tradizionalmente l’orso che sarebbe ghiotto dei suoi frutti. Questa sua predilezione ha ispirato due proverbi toscani: “Chi divide le pere con l’orso n’ha sempre men che parte” e “Sarà quest’anno di molte pere, diceva l’orso, perchè n’harebbe volute”. L’ultimo, riferito dal Poliziano (1454-1494), soprannome di Angelo Ambrogini, poeta e umanista toscano, sintetizza l’atteggiamento di chi fa previsioni non sulla base di dati reali, ma proiettando nel futuro i suoi desideri.

Il pero nelle poesie e nelle canzoni

Elementi del mondo vegetale sono stati spesso l’ispirazione di poeti e autori di canzoni, così esistono anche svariati versi di poesie e canzoni che fanno riferimento al pero. Un’incantevole filastrocca inglese descrive un fantastico albero di noci dal quale pende una pera d’oro:

I had a little nut tree, Avevo un noce piccolino Nothing would it bear Senza neanche un frutticino But a silver nutmeg Solo un’argentea noce moscata And a golden pear; Ed una pera tutta dorata The King of Spain’s daughter Dalla Spagna la figlia del Re Came to visit me, Venne a far visita a me And all for the sake Non perché io fossi bello Of my little nut tree. Ma per quel mio alberello

L’allusione alla figlia del re di Spagna potrebbe riferirsi a Giovanna di Castiglia, nota come Giovanna la pazza (1479-1555), figlia di Ferdinando II, re di Aragona, che visitò la corte di Enrico VII nel 1506. Un altro riferimento al pero si può trovare nella canzone popolare inglese sul Natale dal titolo The Twelfe Days of Christmas (I dodici giorni di Natale), che celebra una vecchia tradizione britannica di fare regali ogni giorno da Natale all’Epifania. La canzone inizia con la rima: “Il primo giorno di natale il mio amore mi ha mandato una pernice su un albero di pero”, rima che è ripetuta 12 volte, poiché ad ogni giorno si aggiunge un nuovo dono. Sebbene il ritornello “partridge in a pear tree” sia stato scelto con molta probabilità solo per la sonorità, l’associazione di uccelli e alberi di pere è stata frequentemente soggetto di antichi mosaici, e potrebbe avere radici antiche.

Il pero nella musica

Sono tante le composizioni ispirate alla natura, ai campi e agli alberi. Erik Satie (1866-1925), geniale musicista francese, compose nel 1903 una suite per pianoforte che intitolò Trois morceaux en forme de poire (I tre pezzi in forma di pera) per rispondere all’accusa che la sua musica difettava di struttura. Più tardi egli spiegò a Claude Debussy che se la sua suite era nella forma di una pera non poteva essere criticata come priva di forma. La sua abitazione, a Honfleur, delizioso porticciolo della Normandia, è stata trasformata, da qualche anno a questa parte, in una sorta di museo multimediale a lui dedicato. La cosa più buffa si trova proprio all’entrata, dove il visitatore viene accolto da un’enorme pera volante, che sbatte le ali sulle note di Gymnopedie, a simboleggiare la sua anima che si libra verso il cielo dopo la sua morte.

Il pero nella metafora politica

Nella Francia estroversa del 1830 appaiono leggendari giornali satirici come Caricature e Charivari, privilegiati dallo splendido talento di Honoré Daumier e dalla collaborazione dei mitici Charles Philipon e Paul Gavarni, anche conosciuto come Sulpice-Guillaume Chevalier Gavarni. In particolare nel 1832 Charles Philipon (1800-1861) fu l’autore della metamorfosi in pero di Louis Philippe o Luigi Filippo (1773-1850), re di Francia dal 1830 al 1848, trasformando il suo viso con le masse cascanti dalle mandibole nella forma di una pera (1832). Il sovrano divenne il “Pero di Francia” e le sue iniziali L. P. corrispondevano a La Poire, che in gergo francese significa “testa grassa” o “sempliciotto”. La rappresentazione dell’immagine di Luigi Filippo in un frutto che marcisce rapidamente divenne una metafora dell’amministrazione avida e corrotta. Daumier e Philipon furono entrambi condannati alla prigionia per i loro ritratti “pomologici”. Famosa rimane la sua difesa, in cui Philipon, nel tentativo di calunniare il re, chiese: “È forse colpa mia, gentiluomini della giuria, se la faccia di sua Maestà assomiglia ad una pera?”

Il pero nell’arte delle pietre dure e delle pietre preziose

Le pietre dure hanno esercitato un grande fascino nel panorama artistico italiano ed europeo. L’arte di lavorare le pietre dure, deriva dal greco glyphein = incidere, a conferma che fu il mondo greco a porre le basi di una tradizione che proseguirà in epoca medievale, ma raggiungerà il suo massimo splendore in epoca medicea. La tecnica a mosaico di pietre dure trova largo impiego nella lavorazione di preziosi ornamenti architettonici e arredi, adornando lussuosi ambienti di ricche e nobili famiglie, diffondendosi così nelle corti aristocratiche di tutta la penisola; ma la produzione di mosaici si affina e si perfeziona sotto la corte di Ferdinando I de’ Medici quando, nel 1588, viene fondato per volere del sovrano l’Opificio delle Pietre Dure. Le pietre colorate trionfano per la loro spettacolarità di materiali e cromie e si diffonde una passione per i marmi rari e pregiati, che diverranno un fulcro propulsore della cultura e dell’arte rinascimentale. Il successo della manifattura fiorentina porterà al sorgere nel corso del Seicento di vari laboratori presso altre corti europee. La tradizione manifatturiera dell’Opificio fiorentino continuerà anche nei secoli venturi fino alla seconda metà del XIX secolo, quando questo sarà destinato esclusivamente all’attività del restauro. Tra i tanti capolavori conservati presso il Museo dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze è possibile ammirare diverse opere dove sono riprodotte immagini di pere o alberi di pero: Formella con pappagallo su un ramo di pero (pietre tenere, XVII secolo); Sportello per stipi con formella con pappagallo su albero di pero (pietre dure e tenere, XVII secolo); Formelle per cassetti e stipi con uccelli, fiori e pere (pietre dure, inizi del XVIII secolo); Formella con rilievo a pera e mosaico di fiori (pietre dure e tenere, XVII-XVIII secolo); Formelle con trionfi di fiori e frutta (la serie di 4 formelle è riferibile a un inattuato progetto ottocentesco, pietre dure circa 1850-60); Stipo in noce d’India, bronzo e pietre dure con formelle a commesso con uccelli, fiori e frutta (XVII secolo); Formelle per stipi con pere, festoni e fiori (pietre dure, XVIII secolo); Piano di tavolo con coppa di frutta su disegno di Edoardo Marchionni (nel periodo 1864-1885 rimangono 20 piani di tavolo, tutti a commesso di pietre dure, con prevalenze di ornati floreali su fondo nero, predisposti per la vendita e rimasti senza acquirenti); Serie di formelle con fiori e frutta (tra cui le pere) da modelli di Niccolò Betti e Edoardo Marchionni (pietre dure, circa 1864-1883; opere di minor impegno, spesso affidate all’esecuzione di apprendisti; in genere predisposti per la decorazione di cofanetti lignei o stipi, in modo da risultare già disponibili al momento di ordinazione del mobile); Pressacarte con rilievo di pere (pietre dure, 1878-79).

Il pero nella tipologia fisica del corpo umano

La forma a pera e la forma a mela sono state utilizzate per descrivere due diverse tipologie del corpo umano: la forma a mela per chi accumula i grassi intorno alla vita e la forma a pera per chi tende a ingrassare sui fianchi e sulle cosce. Senz’altro è curioso il fatto che, secondo l’American Heart Association, la forma a pera sarebbe più salutare di quella a mela. La forma a pera è stata anche utilizzata in diverse opere pittoriche per esaltare il carattere erotico del corpo umano grazie alla sua somiglianza con il torso umano. Infine, sempre a sfondo erotico, è la forma a pera che viene ripresa per rappresentare alcune tipologie del seno femminile.

Il pero nella medicina

Nel corso dei secoli la pera è stata sempre considerata un frutto salutare, e già il medico greco Pedanio Dioscoride (I secolo d.C.), nel suo trattato di De Materia Medica, considerato uno dei primi testi autorevoli di botanica e farmacologia, la indicava come curativa di molte malattie dell’apparato digerente e urinario. Il De Materia Medica fu copiata e tradotta innumerevoli volte e fino al XVI secolo venne considerata la raccolta più importante sulle conoscenze degli effetti benefici, soprattutto delle piante. A ogni preparato medicinale è dedicato un capitolo, suddiviso in maniera sistematica. Per i vegetali generalmente in sette paragrafi: nome della pianta e sinonimi in uso in vari Paesi, area di diffusione della pianta, descrizione molto precisa, effetti e proprietà, indicazioni sulla preparazione (ricette di fabbricazione), indicazioni sulla verifica della autenticità dei prepararti, della loro purezza e qualità, la raccolta delle piante, la conservazione e trasformazione e sulle apparecchiature da usare. Non troppo lusinghieri sono anche i riferimenti alla pera che si possono trovare nel Herball di Gerard del 1597: “Tutte le pere sono di umore freddo, hanno potere astringente e carattere terrestre, le pere Choke e quelle aspre molto legate all’elemento terra, quelle dolci meno. Non si possono mangiare crude. Le pere sono astringenti e bloccano l’intestino, specialmente la Choke e quelle aspre, che son buone da mangiare per chi soffre di gotta ed emorragie. Le pere più aspre possono essere efficaci per ridurre i gonfiori, se usate immediatamente, la stessa funzione possono avere le foglie ed il legno che sono entrambi astringenti e rinfrescanti. Il vino fatto di succo di pera chiamato in inglese Perry è solubile e purgativo per chi non lo beve abitualmente; è senza dubbio una bevanda salutare presa in modiche quantità come il vino, è di conforto e riscalda lo stomaco aiutando la buona digestione.” La tradizione popolare ha sempre ritenuto la pera adatta ai sofferenti di reumatismo, gotta e artritismo, agli astenici e anemici, alle donne in gravidanza e alle persone stressate da superlavoro psicofisico. Attualmente si ritiene che la pera goda di azione diuretica, uricolitica, stomachica, rinfrescante, lassativa. Il decotto di pere immature è astringente. Nella medicina cinese, secondo la teoria degli opposti yin e yang, sviluppatasi nel periodo storico detto anche “periodo dei regni combattenti” che va dal 475 a.C. al 221 a.C., le pere sono considerate “fredde” (yin), mentre “calde” sono le albicocche e “neutre” le mele.

Il pero nella filatelia

I primi francobolli del mondo nacquero il 6 maggio del 1840 nel Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda. La gente iniziò da subito a raccoglierli, perché erano oggetti nuovi e curiosi e praticamente non costavano nulla perché venivano staccati dalle buste. Quando anche gli altri Paesi del mondo iniziarono ad adottare i francobolli ebbero vita collezioni più ricche e varie... nasce così la filatelia. In Italia i francobolli sbarcarono nel senso più letterale del termine dalle navi con i militari francesi del Corpo di spedizione mandato a reprimere la Repubblica romana. I francesi, mandati dalla Repubblica presidenziale di Luigi Napoleone, avevano con sé i francobolli emessi il 1° gennaio 1849. Il servizio di Posta Militare ebbe una efficiente organizzazione dopo l’ingresso delle truppe a Roma, 3 luglio 1849, e la prima lettera affrancata spedita dall’Italia (finora conosciuta) reca la data del 23 luglio 1849. Possiamo quindi affermare che i primi francobolli usati in Italia furono francesi. La prima serie fu emessa il 1° giugno 1850 e comprendeva cinque valori: 5 centesimi giallo; 10 centesimi nero; 15 centesimi rosso; 30 centesimi bruno e 45 centesimi azzurro. Oggi, in ogni parte del mondo, vengono emessi numerosi francobolli illustrati con precise tematiche, soggetti e motivi. Ci sono poi le collezioni per scopo di emissione, spesso per celebrare un avvenimento, organizzazione o ricorrenza. Tra le tematiche più diffuse vi è l’arte, la cosmonautica, la flora, l’agricoltura, la botanica, la geografia, lo sport, la musica, i trasporti, la fauna ecc. Tra i soggetti favoriti, vi fu all’inizio quello delle scienze naturali, con tipici esempi della fauna e flora locale di molti Paesi e territori coloniali, che non molto altro avevano da vantare. Su questi esemplari si basarono le collezioni “zoofilateliche” e “florofilateliche” ancora oggi molto diffuse. I frutti della terra sono senza dubbio un tema abbastanza frequente nei francobolli; vi sono delle vere e proprie tematiche, per esempio di botanica, quali “le piante medicinali” o “gli alberi da frutto”, e dei veri e propri soggetti, come nel nostro caso specifico “la pera e l’albero di pero”. Particolarmente belli sono, per esempio, i 4 francobolli emessi dal Principato di Monaco nel 1988 che rappresentano, attraverso alcune fasi fenologiche del pero, le quattro stagioni dell’anno.

Il pero nell’oggettistica

Una vasta gamma di originali, curiosi o preziosi oggetti e complementi di arredo hanno tratto la loro ispirazione dal frutto della pera. Così, può capitare che, passeggiando per i negozi nell’intento di fare shopping, si abbia il piacere di trovarsi di fronte a un grande assortimento di oggetti a forma di pera, realizzati e proposti nei materiali e nelle forme più varie: oliera in vetro soffiato; zuccheriera a forma di pera in vetro con coperchio in argento; zuccheriera in ottone o argento; appoggia mestolo in legno o ceramica; sottopentola in paglia intrecciata; appendi asciughini in ceramica di vari colori; orologio-timer da cucina; portaceneri vari in ceramica, vetro, rame od ottone; bomboniere o portagioie di ceramica, vetro, cristallo o argento; porta salviette, segnaposti, contenitore per stuzzicadenti, ferma-tovaglioli in legno e altri materiali; soprammobili vari a forma di pera in ceramica, cristallo o argento; soprammobile a forma di pera realizzato con un ammasso di felci essiccate e intrecciate. In particolare, ricordiamo il portacenere a forma di pera in ceramica realizzato in occasione del II International Symposium on Pear Growing della ISHS, tenutosi a Firenze nell’ottobre del 1976, donato come souvenir a tutti i partecipanti provenienti da molti Paesi dei cinque continenti.

Il pero nei tempi moderni e nei comix

Ai nostri tempi i discorsi sconclusionati si definiscono “a pera”, così come prende quel nome l’interruttore volante della corrente o l’iniettore di gomma per clisteri; e, se la “mela cotta” è sinonimo di una persona debole e pacioccona, “pera cotta” sta per un tipo travolto dall’amore e dalla passione. Così la pera, quale frutto o sua allegoria, è stata e viene utilizzata in battute, frecciate, barzellette e freddure. – Una pera cade dall’albero, e le altre si mettono a sghignazzare. Da terra, quella caduta grida loro: “Cosa avete da ridere tanto, immature!” – Sapete, se un’arancia e una mela si consultassero per una conferenza, potrebbe uscirne una pera (Ronald Reagan) – Il pesco fa la pesca … Il ciliegio fa la ciliegia… Il melo fa la mela... Il pero fa la pera... Ed il fico?!? Il fico fa eccezione, no?! (Gino Bramieri) – “Sta’ lontano dalle pere, William” come diceva la mamma di Shakespeare al figlio quando usciva di casa (Agostino Bugli) – Un signore con la testa a pera entra dal barbiere. Il barbiere appena lo vede esclama: scusi, come gliela sbuccio!!! – Una pera che va a pesca, passa una mela e dice: - pesca?... - no pera! – Congresso medico sulle nuove scoperte a base di frutta. I dottori tedeschi espongono: “Noi teteski avere sperimentato una medicina a base di ananas per la cura delle vene varicose, si chiama Ananasen!” I dottori francesi espongono “Noi français abbiamo inventato una cura a base di pera per la cura della couperose, si chiama Poirex”. È il turno dei dottori napoletani che espongono: “Noi abbiamo un tipo di pillola al mango, efficace per le cefalee: si chiama Mango Pa Capa”.

 


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