Volume: gli agrumi

Sezione: storia e arte

Capitolo: letteratura

Autori: Giovanni Continella

Cina

In quale paese se non in Cina, ove si è originata la maggior parte degli agrumi, ne annoveriamo la più antica testimonianza scritta della terra? Si tratta del Tributo di Yu (Yu kung) dove vengono elencati i frutti di mandarino (chu) e pummelo (yu) inviati quali tributi all’imperatore Ta Yu, che regnò dal 2205 al 2197 a.C., dando inizio alla dinastia Hsia (2205-1767 a.C.). I Cinque Canoni costituiscono il più importante documento mitologico, storico, filosofico e letterario della Cina nel lungo periodo della dinastia Chou (1122-249 a.C.). Essi sono, in ordine cronologico, il “Libro delle odi”, il “Libro del mutamento”, il “Libro dei documenti storici”, gli “Annali della primavera e dell’autunno” e il “Libro dei riti”. Gli agrumi più volte richiamati sono due: chu (kumquat e mandarini a frutto piccolo) e yu (yuzu e pummelo). Alla fine della dinastia Chou il poeta Sung Yu menziona il Poncirus trifoliata definendolo “albero preferito dagli uccelli per costruirvi il nido”. Alla dinastia Chou succedettero la dinastia Ch’in (249-210 a.C.) e quella Han (202 a.C.-220 d.C.), sotto la quale Ssu Hsiang-Ju (?-118 a.C.) scrisse un poema in cui si parla di cheng (arancio amaro), lu chu (kumquat) e huang kan (mandarino giallo). Dopo il breve periodo dei “Tre Regni” (221-265 d.C.), durante la dinastia Chin (265-420 d.C.) nell’opera Nan fang ts’ao mu chuang, scritta da Chi Han nel 304, vengono citati lo ju kan, che corrisponderebbe al mandarino “Ponkan”, e il cedro denominato kuo han. Nello stesso periodo vide la luce il primo testo cinese di botanica, Shan Nung Pen Ts’ao, in cui viene citato un agrume con l’antico nome di chu. Nell’età dell’oro della poesia cinese, che cade nell’era della dinastia Tang (620-907 d.C), Tu Fu (712-770), nel suo poema Un giardino di alberi d’arancio, scrive: “In piena primavera sulle sponde di un fiume / due grandi giardini piantati con migliaia di aranci. / Le loro folte foglie stanno spingendo le nubi a vergognarsi, / sulla ricchezza dei loro fiori caduti si cammina / senza toccare la neve”. Un altro poeta, Tin Tun Ling (772-845 d.C.), è insuperabile nei versi intitolati L’ombra di una foglia di arancio: “Sola nella sua stanza, una ragazza ricama fiori di seta. / All’improvviso sente un flauto distante... Lei trema. / Pensa al giovane che le sta parlando d’amore. / Attraverso la tenda di carta della finestra, l’ombra / di una foglia di arancio viene e si ferma sulle sue ginocchia... / Lei chiude gli occhi, pensa che una mano / le sta strappando il vestito”. Su Tung Po (1031-1101 d.C.), nel ritmico poema in prosa Il vino colorato di primavera di Tung-T’ing, scrive che questo vino ottenuto da arance dolci “è meritevole di mestoli di turchese, bricchi d’argento, garze purpuree e involucri di seta verde”. Nel 1026 Hsi Ma Kuang così descrive il proprio paese: “La primavera non abbandona mai questo luogo delizioso. Una piccola foresta di melograni, cedri e aranci, sempre coperta di fiori e di frutti, limita l’orizzonte. Nel mezzo di essa su una piccola collina si erge un padiglione verde verso il quale una scala sale a spirale in volute sempre più strette”. La prima monografia completa sugli agrumi, dal titolo Chu lu, fu scritta da Han Yen-chih nel 1178 durante la dinastia Sung (9601279) e costituisce il testo più antico al mondo che si occupi di propagazione, tecniche colturali, difesa degli alberi e della raccolta, conservazione e trasformazione dei frutti, descrivendo minuziosamente ventisette varietà di agrumi riferibili ad arancio amaro, mandarino, pummelo, cedro, kumquat e Poncirus. Di notevole rilevanza è una voluminosa opera medico-botanica del XVI secolo, Pen ts’ao kang mu, che descrive cinque specie di agrumi: kan (mandarino), ch’eng (arancio), yu (pummelo), kou yuan (cedro) e ching-chu (kumquat).

India

In una collezione di testi sacri bramini, scritta in sanscrito e denominata Vajasaneyi Samhita, viene indicato con il nome di jambila o jambira un agrume che corrisponde al cedro e/o al limone, ai quali somiglia molto l’agrume indiano Citrus jambhiri universalmente noto come rough lemon. Intorno al 100 d.C. venne pubblicato il primo libro di medicina scritto in sanscrito, dal titolo Charaka Samhita; vi si citano vari agrumi, il cedro (matulungaka), il limone (jambira) e l’arancio sia dolce che amaro (naranga). Nel 1519 vennero pubblicate le memorie di Zeher-ed-din Muhammed Baber, sovrano dell’Hindostan, che riportano notizie dettagliate sugli agrumi ivi coltivati e sugli usi dei relativi frutti. Si menzionano l’arancio amaro (naranji), il limone (limoo), il cedro (taranj), la lima (kilkil), il limone rugoso (jambiri) e altri agrumi, tra cui il samtereh (probabilmente l’arancio dolce).

Giappone

L’antologia poetica Manyoshu, scritta durante l’VIII secolo d.C. da Otomo Yakamochida da solo o assieme ad altri autori, menziona per la prima volta il C. tachibana, tipico e antico agrume giapponese. Un prezioso esempio sono i seguenti versi della principessa Awata: “A casa andrò / non appena la luna si sarà levata, / poi essa brillerà / sugli splendidi fiori di tachibana / aderenti ai miei capelli”.

Palestina

Il vertice della letteratura ebraica risiede nella Bibbia, dove viene citato un agrume, seppure non esplicitamente. La testuale citazione biblica (Lev. XIII-40) è la seguente: “Mosè disse al popolo: prendete il primo giorno frutti dell’albero più bello, rami di palme e dell’albero più frondoso e dei salici che crescono lungo i torrenti e gioite davanti il Signore”. Il frutto dell’albero più bello (perì et’s hadar, come è scritto in ebraico nel Levitico) si è da allora identificato come il frutto del cedro, che veniva recato nella mano sinistra, mentre la destra portava rami di palma, mirto e salice per celebrare la festa delle Capanne o dei Tabernacoli. Questa festa, denominata Sukkoth, viene celebrata ai primi di ottobre e, assieme ad altre due festività religiose, la Pasqua e la Pentecoste, viene tutt’oggi osservata scrupolosamente dagli ebrei ortodossi.

Grecia

Prima di apparire nella letteratura, gli agrumi nell’antica Grecia sono stati annoverati nella mitologia, in quanto si identificavano con essi gli alberi dai pomi d’oro che Hera (la Giunone dei Latini) aveva portato in dote alle nozze con Zeus (il Giove dei Romani); furono impiantati a costituire il notissimo “giardino delle Esperidi” dislocato ai piedi dell’Atlante, nell’odierno Marocco. A questo mito si intrecciava quello di Eracle (l’Ercole dei Latini) che, tra le sue celebri imprese, compì l’undicesima fatica uccidendo il drago messo a guardia del giardino e impossessandosi dei pomi d’oro. Teofrasto di Ereso (372-287 a.C.) nella Historia plantarum scrive anche del cedro, indicandolo come coltivato in Media e in Persia per produrre un frutto che, appunto, chiama “pomo della Persia” o “della Media”. Di esso descrive alcuni aspetti morfologici, nonché l’utilizzazione precisando che il frutto non è commestibile, ma è utile per proteggere la biancheria dalle tignole e anche come antidoto ai veleni e per correggere l’alito cattivo. Si sofferma poi sulla propagazione per seme e sulle caratteristiche morfologiche del fiore che influenzano la fertilità e la conseguente fruttificazione. Dioscoride, vissuto nel I secolo d.C., è autore di un ampio trattato, Materia medica, dove cita i cedri chiamandoli “pomi medi e persiani, o cedromeli (kedròmela), che in lingua romana sono detti citria (kitria)”. Intorno al 200 d.C. Ateneo nel suo Deipnosophistae (“Sofisti a convivio”) torna a discettare sul cedro, riportando anche gli scritti di vari altri autori. Nel II secolo d.C. Florentinus scrisse la Geoponica, dove, sempre facendo riferimento al cedro, fornisce una serie di indicazioni di carattere agronomico sulla migliore difesa della pianta dal freddo e di carattere botanico sui fantasiosi effetti di improbabili innesti su sicomoro o melograno.

Roma

Nella letteratura latina i richiami al cedro sono numerosi: si va da Cloanzio Vero (II secolo a.C.), che lo chiama citreum, al botanico Oppio, che definisce i cedri citrea. Il grande poeta Virgilio (70-19 a.C.) nelle Georgiche si riferisce al cedro con l’espressione “frutto della Media”, mentre Plinio nella Naturalis Historia, scritta tra il 70 e il 79 d.C., cita il “malum assyria, quam alii vocant medicam”. Il celebre gastronomo Apicio Celio, vissuto nel II secolo d.C., nella sua opera De re coquinaria inserisce l’albedo del cedro tra le sue ricette più elaborate. Rutilio Tauro Emiliano Palladio, vissuto nel III o IV secolo d.C., dedica al cedro un intero capitolo (“De citreo”) della sua Agriculturae opus, descrivendone le tecniche di propagazione e di coltivazione.

Mondo arabo

Del Libro di agricoltura nabatea dell’agronomo iracheno IbnWahshiya, che nel 904 d.C. lo presentò come una serie di antiche scritture, ci restano solo frammenti citati da scrittori successivi, contenenti notizie sul limone (hasia in nabateo, limun in persiano), sul cedro e sull’arancio amaro (naranj), ricordato per la sua origine indiana e il sapore simile a quello del cedro. “Prati d’oro” è la traduzione del titolo del testo di al-Masudi, completato nel 943, dove si citano, tra tante altre cose, l’arancio amaro e un imprecisato “agrume rotondo” (una lima?), che sarebbe stato introdotto dall’India. Il ben noto Avicenna (980-1037), il cui nome deriva dall’ebraico Aven Sina, contrazione del suo vero nome (Abu Ali el-Huseyn Ibn Sina), nel suo Canone di medicina, il testo medico più accreditato del Medioevo, si diffonde sull’efficacia di alcuni agrumi nella prevenzione e cura di malesseri e malattie, peste compresa. Alla fine del 1100 il medico Ibn Jamiya pubblicò il Trattato sul limone, dove descrive le numerosissime funzioni medicinali del frutto e menziona la limonata per le sue proprietà dissetanti e disinfettanti. Un altro medico, Muwaffaq ed-Din Abd el Latif ben Yusuf (Bagdad, XII-XIII secolo), nella sua Descrizione dell’Egitto annovera tra gli agrumi del Paese cedri, limoni dolci e altri, tra cui probabilmente i pummeli, oltre a fare la prima segnalazione di agrumi “ombelicati”. Il trattato più completo di agricoltura, articolato in 34 capitoli e opera del sivigliano Abu Zacaria Iahia, universalmente conosciuto con il nome di Ibn al-Awwam, è Kitab-al-Felaha (“Libro di agricoltura”), vastissimo compendio delle conoscenze dell’epoca sulle piante (circa 200) e sull’arte di coltivarle. Sugli agrumi (cedro, arancio amaro, pummelo e limone) si diffonde con informazioni interessanti e scientificamente esatte, alternate a credenze e superstizioni. Il grande botanico Ibn el-Beithar di Malaga (1197-1248), autore del Dizionario dei semplici rimedi, tra le oltre 1400 piante di cui tratta annovera anche gli agrumi, descrivendo vari processi di estrazione dell’olio essenziale dal cedro, raccomandato per la cura di molte malattie, e la preparazione dello sciroppo partendo dal succo di limone. Anche con la poesia la civiltà araba seppe mostrare il meglio del fascino degli agrumi. Alì al-Ballanubi di Villanova, vissuto nella prima metà dell’XI secolo, così si esprime: “gioisci delle arance che raccogli: / dalla loro presenza viene gioia. / Oh, siano benvenute / queste guance dei rami, / benvenute le stelle di quest’albero. / Si direbbe che il cielo abbia versato oro, / e che per noi la terra abbia forgiato pomi”. Abd ar-Rahman, arabo di Trapani, intorno al 1160 compose i bellissimi versi che descrivono il lago della Villa Favara presso Palermo: “le arance dell’isola sono simili a fiamme / brillanti tra rami di smeraldo / e i limoni riflettono il pallore di un amante / che ha trascorso la notte in lacrime / per il dolore della lontananza”.

Il Medioevo e il Rinascimento

Ugo Falcando, vissuto in Sicilia dal 1154 al 1169, scrisse l’Historia de rebus gestis in Siciliae Regno, che contiene riferimenti ai limoni (lumias) e alle arance (arengias). Jacques de Vitry (Jacopus Vitriacus), sacerdote francese che fece carriera fino a divenire patriarca di Gerusalemme, nella sua Historia hierosolymitana descrisse, tra l’altro, gli agrumi noti nella prima metà del XIII secolo in Palestina, dai limoni ai cedri, agli aranci amari, fino ad agrumi molto belli, del colore del cedro, che portano l’impronta di denti e vengono perciò chiamati pomi di Adamo, attribuendo così a essi il ruolo del “frutto proibito” del Giardino dell’Eden. Matteo Silvatico (1277-1342) fu medico della Scuola salernitana e, nel suo Opus Pandectarum Medicinae, presentò cedro, arancio amaro, limone e lima come agrumi coltivati in Liguria, diffondendosi anche sull’uso medicinale, in particolare del limone. Pier de’ Crescenzi (1233-1320/21) nell’Opus ruralium commodorum elenca tre tipologie di giardini e tra gli agrumi cita soltanto il cedro. Nicolò Speciale, storico del XIV secolo, nel De Siculis rebus parla delle arance amare prodotte da “alberi dai frutti agri” (“acripomorum arbores quos vulgo arangias vocant”). Il geografo Blondo Flavio di Forlì nella sua opera Italiae illustratae libri VIII, pubblicata a Verona nel 1482, descrisse il ruolo degli agrumi nei territori di Amalfi in Campania e di San Remo in Liguria. Giovanni Gioviano Pontano (1426-1503), poliedrica personalità di scrittore in latino sia in prosa sia in versi, nel suo De Hortis Hesperidum sive de cultu citriorum si compiace di essere anche agrumicoltore nel suo giardino presso Napoli, dove crescono “aranci a frutti acri e a frutti dolci”, limoni di tre varietà, cedri e il pomo di Adamo. In particolare, l’arancio viene esaltato come “hortorum honor, et nemorum ac geniale domorum delicium”. Antonino Venuto da Noto (?-1550) nel De agricultura opusculum, scritto nel 1510 e pubblicato a Napoli nel 1516, suddivide gli agrumi in quattro specie (“Arangio, Cetro, Lomie e Scombo”); cita esplicitamente gli aranci dolci nel primo capitolo, che inizia con questa impegnativa affermazione: “L’Arangio è cosa manifesta essere il Re, Prencipe, e Signore di tutti arbori”. Il domenicano bolognese Leandro Alberti (1479-1553), al termine dei suoi viaggi che lo portarono nelle diverse regioni d’Italia, pubblicò nel 1550 la Descrittione di tutta l’Italia et Isole pertinenti ad essa, opera che attesta, tra l’altro, la diffusione dell’agrumicoltura in Sicilia (che l’autore visitò nel 1526), Calabria, Campania e Puglia, non trascurandone la presenza in agro di Fiesole (Toscana), Ancona (Marche), San Remo (Liguria) e Salò (Lombardia). Nicolò Peranzoni nel De laudibus Piceni, scritto tra il 1510 e il 1527, cantò le peculiarità del territorio, assicurando che “nell’Agro Piceno non mancano i cedri né le arance”. Anche due notissimi poeti del Rinascimento menzionarono gli agrumi. Ludovico Ariosto (1474-1533) nell’Orlando Furioso, dato alle stampe nel 1516, così descriveva il giardino di Alcina: “Vaghi boschetti di suavi allori, / di palme, et d’amenissime mortelle, / cedri, et naranci, ch’avean frutti e fiori, / contesti in varie forme e tutte belle, / facean riparo a’ fervidi calori / de’ giorni estivi con lor spesse ombrelle”. Torquato Tasso (1544-1595) nella sua Gerusalemme Liberata, nella descrizione dei giardini della maga Armida, inserisce questo celebre verso sulla rifiorenza: “coi fiori eterni eterno il frutto dura, / e mentre spunta l’un, l’altro matura”. Agostino Gallo (1499-1570), nella sua opera Le venti giornate dell’agricoltura e dei piaceri della villa, descrive “orticelli vaghi di cedri, di limoni e di aranzi vari” e “pergolati di limoni” nei giardini di nobili della Riviera del Garda. Il bolognese Ulisse Aldrovandi (1522-1605), ricordato per la sua “onniscienza della natura”, nella sua ponderosa Iconographia plantarum, costituita dalla raffigurazione di oltre 1800 reperti vegetali, dedicò dodici tavole a numerosi agrumi, tra cui cedri, limoni, aranci e diverse varianti di pomo di Adamo.

Dal Seicento all’Ottocento

La trattatistica in tema di agrumi trova gli esempi più mirabili nel Seicento. L’opera più completa, autentico caposaldo della letteratura citrologica, è Hesperides, sive De Malorum aureorum Cultura et Usu Libri Quatuor, data alle stampe nel 1646 a Roma dal gesuita senese Giovan Battista Ferrari (1583-1655). Si tratta di una monografia ampia che unisce il fascino della mitologia e delle leggende sull’argomento al rigore della documentazione con cui vengono descritti i numerosi agrumi, raffigurati fedelmente in splendide incisioni. L’opera è suddivisa in quattro libri: il primo comprende in dieci capitoli le generalità, rappresentate dai criteri ispiratori e dagli obiettivi dell’opera, seguiti dalla narrazione della leggenda del giardino delle Esperidi (Hesperidum fabula), che si conclude con la fuga delle ninfe in Italia per trapiantarvi gli agrumi: il cedro in riva al Garda a Salò per opera di Egle, il limone in Liguria per mano di Aretusa e l’arancio nella Campania Felix per iniziativa di Hesperetusa. Alle tre Esperidi sono dedicati, conseguentemente, i tre libri successivi: il secondo che descrive il cedro, il terzo che tratta del limone e il quarto che si occupa dell’arancio. All’opera del Ferrari fornirono un contributo decisivo le informazioni e i dipinti del “museo cartaceo” dell’accademico dei Lincei Cassiano dal Pozzo, oggi conservati presso la Royal Library di Windsor. Nello stesso periodo molti autori (Barpo, Scamozzi, Taegio, Del Riccio, Tanara ecc.) descrissero agrumi coltivati nei giardini di ville e palazzi delle classi emergenti o affermate del tempo, insediati in oasi microclimatiche del settentrione d’Italia e particolarmente della Lombardia, dove, partendo dall’areale a clima più dolce costituito dalla riviera gardesana, che va da Salò a Limone, si giunge fino al giardino di palazzo Vertemate Franchi a Piuro, in piena val Chiavenna (Sondrio). Bisogna aspettare l’inizio del Settecento per trovare un altro trattato sugli agrumi paragonabile al capolavoro del Ferrari, di cui peraltro ricalca l’impianto scientifico: è l’opera di Johann Christoph Volkamer (1644-1720) intitolata Nürnbergische Hesperides, oder Gründliche Beschreibung der Edlen Citronat, Citronen, und Pomerantzen-Fruchte: data alle stampe a Norimberga nel 1708, fu seguita da un altro volume (Continuation...), pubblicato nel 1714, e quindi ristampata in latino. L’opera, scaturita anche da un lungo soggiorno di Volkamer a Roverè Veronese, descrive agrumi coltivati sulle sponde del lago di Garda, lungo la riviera del Brenta e nei litorali della Liguria, con i frutti rappresentati spesso su scorci di paesaggi e di palazzi gentilizi di quei territori. Nel 1723 a Venezia venne pubblicata postuma Historia e coltura delle piante, con un copioso Trattato degli agrumi di Paolo Bartolomeo Clarici che descrive sinteticamente 150 tra cedri, limoni, lime, lumie, aranci, pummeli e chinotti. Ai citrologi del Seicento e dell’inizio del Settecento si rifece Pier Antonio Micheli (1679-1736) in un manoscritto intitolato Enumeratio quarundam Plantarum sibi per Italiam et Germaniam observatarum iuxta Tournefortii Methodum dispositarum tomus IX. Un geografo siciliano, Arcangiolo Leanti, pubblicò nel 1761 Lo stato presente della Sicilia, da cui si ricavano notizie precise sulla distribuzione nell’isola degli agrumeti che alimentavano consistenti correnti di esportazione di limoni, scorze e sugo di limoni, arance dolci, arance agrodolci, essenze di arancio e di bergamotto. Un ulteriore notevole progresso della coltura e dell’esportazione si evince dalle Lettere dalla Sicilia e dalla Turchia a diversi suoi amici in Toscana date alle stampe nel 1779-1781 dall’abate fiorentino Domenico Sestini (1750-1832), che soggiornò a Catania quasi tre anni come “antiquario e bibliotecario” di Ignazio Paternò Castello, principe di Biscari. È di quel tempo il primo viaggio di Goethe in Italia, che gli dette occasione per comporre i famosi versi della canzone di Mignon dal Wilhelm Meisters Lehrjahre: “Kennst du das Land wo die Zitronen bluhen / im dunkeln Laub die Gold-Orangen gluhen?” (“Conosci la terra dove fioriscono i limoni, / ove scintillano sopra bruno fogliame arance d’oro?”). Alcuni anni dopo, nel 1816, il conte Giorgio Gallesio (1772-1839), già autore di una monumentale Pomona Italiana, dava alle stampe a Parigi il Traité du Citrus, che rappresentò il primo tentativo organico di inquadramento scientifico delle specie del genere Citrus. In seguito il Gallesio si adoperò per predisporre materiali e iconografie di un Atlante citrografico che non vide mai la luce, ma i cui elementi sono stati scoperti e studiati magistralmente da Enrico Baldini. Un’altra opera fondamentale è l’Histoire Naturelle des Orangers, pubblicata da Joseph-Antoine Risso e Pierre-Antoine Poiteau a Parigi in diciannove fascicoli tra il 1818 e il 1820, che riporta l’accurata descrizione e raffigurazione di ben 171 varietà di agrumi, tra aranci (43), aranci amari (32), bergamotti (5), lime (8), pummeli (6), lumie (12), limoni (46), cedri (7) e altri (2). Poco dopo, nel 1825, Antonio Targioni Tozzetti dette alle stampe a Firenze la Raccolta di fiori, frutti e agrumi più ricercati per l’adornamento dei giardini, disegnati al naturale da vari artisti, che comprende quattordici agrumi rappresentati con singolare precisione ed eleganza. Giuseppe Inzenga (1815-1887), seguace del Risso, compilò sulla scorta di una collezione vivente la monografia Agrumi Siciliani, pubblicata nel 1915 da Luigi Savastano, in cui descrisse 81 varietà di agrumi. Nel 1875 Ferdinando Alfonso dette alle stampe un Trattato sulla coltivazione degli agrumi che testimonia lo sviluppo della coltura in Sicilia, dove “la estensione della terra irrigua consacrata agli esperidi, dal 1854 a questa volta, si ritiene quintuplicata per l’aumento grandissimo dei pozzi semplici e a ripiano, e per la introduzione delle norie Gattau o delle trombe a vapore, che elevano le acque latenti per lo innanzi inesplorate”.

Il Novecento: le poesie e i romanzi

Lungo le rive del Mediterraneo, tra gli assolati giardini di Spagna, gli appartati orti della Liguria e gli agrumeti di Sicilia dall’impareggiabile fascino, estraggono lo spirito degli agrumi Machado, Salinas, Montale e Quasimodo. Antonio Machado y Ruiz (1875-1939) sin dalla sua prima grande raccolta di poesie (Soledades, 1903) esprime la solitaria e pensosa aristocrazia del poeta e dell’uomo. Tra i suoi componimenti citiamo La plaza y los naranjos (“La piazza e questi aranci così accesi / dai frutti che sorridono rotondi...”) e El limonero lánguido (“Il languido limone sporge un ramo / pallido e polveroso / sopra il limpido incanto della fonte / e già sul fondo sognano / i frutti d’oro...”). Pedro Salinas (1891-1951) nella sua prima pubblicazione (Presagios, 1923) si esprime con mirabile tensione e delicata classicità di stile. Fanno parte della poesia Yo no te habìa visto i seguenti versi: “Io non ti avevo visto / giallo limone nascosto / nell’agrumeto tra le scure foglie: / no, non ti avevo visto. Ma al bambino / un nuovo fuoco di desiderio germogliò negli occhi / e tese le due mani. Dove quelle / non giungevano giunse il suo grido. / Ora è notte e, come compiuto frutto / del giorno ti tengo tra le mani / limpido limone nascosto, / limpido limone svelato”. Eugenio Montale (1886-1981) nella sua prima raccolta (Ossi di seppia, 1925) esprime già pienamente la sua poetica aspra e nuda, intessuta tuttavia di immagini vivaci, che lo porterà nel 1975 a essere insignito del premio Nobel per la letteratura. Da I limoni: “Ascoltami, i poeti laureati / si muovono soltanto fra le piante / dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti. / Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi / fossi dove in pozzanghere / mezzo seccate agguantano i ragazzi / qualche sparuta anguilla: / le viuzze che seguono i ciglioni, /discendono tra i ciuffi delle canne / e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni... / Qui delle divertite passioni / per miracolo tace la guerra, / qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza / ed è l’odore dei limoni... / Quando un giorno da un malchiuso portone / tra gli alberi di una corte / ci si mostrano i gialli dei limoni; / e il gelo dei cuore si sfa, / e in petto ci scrosciano / le loro canzoni / le trombe d’oro della solarità”. Salvatore Quasimodo (1901-1968) ha impresso ai suoi versi un senso di solitudine incolmabile che gli è valso nel 1959 il conferimento del premio Nobel. Da Nuove poesie (1936-1942), Ride la gazza, nera sugli aranci: “Già l’airone s’avanza verso l’acqua / e fiuta lento il fango fra le spine, / ride la gazza, nera sugli aranci”. Quante altre citazioni letterarie, fino ai giorni nostri, sarebbe possibile riportare! Per quanto riguarda la prosa, ci si limita a un brano del Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (1896-1957), edito postumo nel 1958: “la strada attraversava gli aranceti in fiore, e l’aroma nuziale delle zagare annullava ogni cosa come il plenilunio annulla un paesaggio... tutto era cancellato da quel profumo islamico che evocava urì e carnali oltretomba”.

Il Novecento: i trattati

La prima monografia del secolo sugli agrumi la dobbiamo a un autore dell’Università della Florida, H. Harold Hume, che pubblicò nel 1904 Citrus fruits and their culture, riedita nel 1926 con il titolo The cultivation of citrus fruits, dopo ampi rimaneggiamenti e aggiornamenti. Citrus fruits, un altro autorevole testo di un professore dell’Università di California, J. Eliot Coit, fu pubblicato nel 1915 e assieme al precedente costituì per oltre un trentennio un caposaldo della letteratura statunitense sugli agrumi. Ma il trattato più completo è stato senza alcun dubbio The Citrus Industry, che vide la luce per iniziativa di Herbert John Webber e Leon Dexter Batchelor dell’Università di California. Edito in due volumi, il primo pubblicato nel 1943 (History, Botany and Breeding), il secondo nel 1948 (Production of the Crop), ha costituito per un ventennio un il testo di riferimento nella letteratura sugli agrumi. L’inevitabile obsolescenza di alcuni temi, l’affermazione di nuove conoscenze e tecnologie e la volontà di dare un impianto più organico e completo alla materia trattata portarono all’iniziativa editoriale di Walter Reuther di dar vita, con una sostanziale opera di revisione e ampliamento, ai cinque volumi dell’opera The Citrus Industry, di cui videro la luce nel 1967 e nel 1968 il primo e il secondo tomo, in concomitanza con il centenario dell’Università di California (1868-1968). Il primo volume tratta la storia, la distribuzione nel mondo, la botanica e le varietà, il secondo le caratteristiche morfofisiologiche, la nutrizione minerale, la riproduzione e gli aspetti genetici; seguirono il terzo volume, pubblicato nel 1973, che si occupa della propagazione e dei diversi interventi colturali, il quarto, dato alle stampe nel 1978, che affronta le malattie fungine, batteriche e virotiche e il loro controllo, il quinto, apparso nel 1989, che abbina alla biologia e al controllo degli insetti parassiti le alterazioni dei frutti nel post-raccolta e i problemi del reimpianto, per concludere con un saggio sulle origini della ricerca in agrumicoltura in California. In Italia, dopo il volume La coltivazione degli agrumi, dato alle stampe nel 1899 da Emanuele Arnao, allievo di Ferdinando Alfonso, è da ricordare L’agrumicoltura siciliana che Domenico Casella pubblicò nel 1935, offrendo un quadro abbastanza analitico delle caratteristiche della coltura nell’isola. Si deve poi giungere al 1980, anno in cui, nell’ambito di una fortunata collana diretta da Enrico Baldini e Franco Scaramuzzi, venne pubblicato il volume Gli agrumi, che sintetizza in 333 pagine i principali temi della loro coltura. Successivamente, nel 1985, è stato dato alle stampe il Trattato di agrumicoltura, coordinato da Paolo Spina ed Enrico Di Martino, che ha impresso un ampio respiro alla trattazione della materia, organizzata in due volumi: il primo dedicato alla coltura e il secondo alla difesa. Le sempre frequenti necessità di aggiornamento hanno condotto nel 2009 all’edizione di Citrus. Trattato di agrumicoltura, grazie al coordinamento di Vincenzo Vacante e Francesco Calabrese e all’apporto di altri trentadue studiosi dei diversi argomenti.

 


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