Volume: il pomodoro

Sezione: coltivazione

Capitolo: vivaismo

Autori: Giorgio Gianquinto

Introduzione

La produzione di piantine di alta qualità è il primo passo per ottenere elevate produzioni di pomodoro in campo e in serra. La sopravvivenza e la rapida ripresa vegetativa delle piante dopo il trapianto dipende in larga misura dalla corretta gestione dell’allevamento in vivaio. Per secoli l’agricoltore ha prodotto da sé le piantine da trapiantare utilizzando i classici semenzai formati da aiuole che venivano coperte con la paglia dopo la semina, o allestendo letti caldi in apposite strutture coperte con lastre di vetro e riscaldate dal basso mediante fermentazione del letame. Con l’introduzione della plastica in agricoltura, ha preso inizio un’attività vivaistica, condotta in serre coperte con film, prima di polivinilcloruro (PVC) e poi di polietilene (PE), che si è sganciata sempre più dall’attività produttiva. Inizialmente, l’allevamento di piantine avveniva nelle serre tradizionalmente impiegate per la coltivazione d’ortaggi; in seguito, sono state realizzate apposite strutture serricole fornite di tutti gli accessori (bancali, impianti per la climatizzazione, la fertirrigazione e i trattamenti fitosanitari, avanserre, reti antinsetti ecc.) da meccanizzare, automatizzare e informatizzare al massimo. Anche se sono stati gli agricoltori a trasformarsi in produttori di piantine, chi ha avuto successo ha mostrato grandi capacità imprenditoriali e una buona conoscenza dei processi fisiologici che sono alla base della germinazione dei semi e delle prime fasi di crescita delle piante. Ormai sono pochissimi i coltivatori italiani che producono piantine in proprio. Tra i vantaggi forniti dalla produzione commerciale delle piantine vanno segnalati principalmente la sicurezza della cultivar, la disponibilità del materiale nel periodo desiderato per realizzare la programmazione colturale, l’uniformità di dimensione e, considerate le certificazioni sanitarie, minori rischi di allestire la coltura con piante infette.

Contenitori e substrati

La scelta del contenitore deve essere ponderata. La disponibilità di una vasta gamma di contenitori alveolati di polistirolo, PE o altro materiale consente ampie possibilità di scelta e permette l’allevamento di un numero di piante che può variare da poco più di 100 a oltre 4000 per m2. Orientarsi verso contenitori con un numero di alveoli elevato permette di sfruttare al meglio la superficie del vivaio abbassando l’incidenza dei costi fissi. Tuttavia, all’aumentare del numero d’alveoli corrisponde una riduzione del loro volume – e quindi della quantità di substrato a disposizione della piantina – e si può avere un eccessivo ombreggiamento reciproco tra le piante. Tali condizioni possono causare uno sproporzionato allungamento degli internodi (filatura), riduzioni del diametro dello stelo, del numero di foglie, della superficie fogliare, del peso secco e fresco di parte aerea e radice. Alveoli poco spaziosi, inoltre, possono stressare le piantine quando vengono trattenute più a lungo nei contenitori in attesa del trapianto. I tipi di contenitore utilizzati variano generalmente a seconda delle aree di produzione e della tipologia di pomodoro. Per il pomodoro da industria prevale l’allevamento in contenitori con numero di fori variabile da 160 a 336, con una netta prevalenza per quelli da 209, 228 e 240 fori (volume tra 10 e 20 cm3). Per il pomodoro da mensa è riscontrabile una maggiore variabilità, in quanto il numero di fori può variare da 40 a 240 (volume tra 15 e 80 cm3), con una certa preferenza per i contenitori da 84, 104, 135 e 160 fori (volume tra 20 e 40 cm3). Ancora diffusa in molte zone (per esempio in Veneto) la semina in contenitori con alveoli molto fitti (336 fori o più) e successivo ripicchettamento in contenitori da 24, 32 o 40 fori, o in vasetti da 8-10 cm di diametro. Gli alveoli più comunemente usati hanno forma tronco-piramidale o tronco-conica. A parità di numero e altezza dei fori, la scelta di contenitori con alveoli di forma tronco-piramidale permette un significativo aumento di volume rispetto a quelli con alveoli di forma tronco-conica (circa il 30% in più). I primi favoriscono anche lo sviluppo delle radici in senso verticale. La maggiore adesione del substrato di coltivazione al seme e alle radici si ottiene pressando il terriccio al riempimento dei contenitori. Questa operazione impedisce anche lo sbriciolarsi del pane di terra al momento dell’espulsione della piantina dall’alveolo prima del trapianto. In alternativa ai contenitori alveolati (per esempio in Piemonte e Liguria), l’allevamento delle piantine può avvenire in cubetti di torba pressata di 4 × 4 cm, 6 × 6 cm o 7 × 7 cm di lato. In funzione della dimensione dell’alveolo o del cubetto, la densità di piantine per metro quadro può oscillare da 200 a circa 2000 e il tempo di permanenza in vivaio da 4 a 8 settimane. Dopo un po’ d’esperienza, ogni vivaista finisce con il prediligere un particolare substrato a lungo collaudato e dal quale si distacca difficilmente. Ormai ci si approvvigiona direttamente dalle ditte che forniscono materiale di ottima qualità e diversificato per colture ed epoche di utilizzazione. Nel caso del pomodoro sono comunemente usati miscugli di torbe bionde (60% circa), brune e nere (40% circa) di diversa provenienza e umificazione, macinati e vagliati per ottenere substrati molto fini, a elevato potere tampone e di buona porosità e nel contempo capaci di aderire ai semi e alle radici. Per consentire una maggiore ritenzione di acqua, si preferisce arricchire con un 10% in più di torba bruna i substrati utilizzati negli allevamenti di piantine durante i periodi più caldi. In genere, il pH dei substrati varia da 5,5 a 6,5 e la conducibilità elettrica (EC) non supera, di norma, il valore di 1,2-1,5 dS/m, anche se valori fino a pH 5,0 e 2,0 dS/m di EC possono essere tollerati. Negli ultimi anni sta crescendo l’interesse verso la fibra di cocco, substrato meno costoso e con caratteristiche chimico-fisiche molto simili alle torbe bionde. Un discorso a parte riguarda le piantine prodotte in vivaio per poi essere coltivate fuori suolo. Queste vengono seminate in contenitori con numero di fori variabile da 160 a 240, riempiti con substrato torboso o cilindretti di lana di roccia. Successivamente vengono ripicchettate in cubi di lana di roccia da 7,5 × 7,5 cm o 10 × 10 cm dove permangono fino al momento del trapianto.

Semina e germinazione

La preparazione dei contenitori alveolati o nei quali vengono collocati i cubetti pressati avviene, ormai, unicamente in modo meccanico mediante linee di lavorazione automatiche che riempiono i contenitori di substrato, lo pressano, depositano un singolo seme per alveolo/cubetto, bagnano il substrato (meglio se con acqua a 27-28 °C) e spargono uno strato sottile di vermiculite per impedire la rapida evaporazione dell’acqua. Vanno usati semi di alta qualità (germinabilità superiore al 90% ed elevato vigore germinativo), ripuliti e trattati (pellicolatura o confettatura) in modo da avere una superficie liscia che favorisca l’adesione ai rulli perforati delle seminatrici pneumatiche. Queste vanno opportunamente tarate in funzione della forma del contenitore, della distanza dei fori, della dimensione dei cubetti ecc. I contenitori preparati passano nelle camere di germinazione per restarvi accatastati 36-72 ore, al buio, a una temperatura di 2226 °C e a un’umidità relativa del 90-100%, condizioni ideali per consentire un’uniforme germinazione del seme. Bisogna porre attenzione affinché ci sia una buona circolazione dell’aria per assicurare uniformità di temperatura e umidità relativa all’interno della camera di germinazione. Regolando la temperatura è possibile disporre di un margine di maggiore o minore permanenza dei contenitori in cella climatica, ma è sempre bene evitare un eccessivo prolungamento che potrebbe compromettere la regolare emergenza dei cotiledoni e la crescita della plantula. Non appena si ha la fuoriuscita della radichetta dal seme e inizia ad allungarsi l’epicotile, i contenitori vengono trasferiti dalla camera di germinazione alla serra di allevamento, dove vengono sistemati o su bancali o – ed è il sistema più usato – a terra ma non a contatto diretto con il telo plastificato permeabile depositato sul terreno, bensì sistemati su vasetti rovesciati. Se mantenuti a un’altezza di almeno 20-25 cm, i contenitori saranno liberi di far sgrondare l’acqua in eccesso e utilizzare meglio il riscaldamento basale. Per l’allevamento delle piantine in serra, si considerano ottimali temperature di 20-25 °C di giorno e 14-17 °C di notte. Tuttavia, il regime termico va differenziato in relazione alle fasi di crescita, al periodo di allevamento e alle disponibilità luminose in serra.

 

Concimazione e irrigazione

La produzione di piantine in contenitori di ridotto volume ha posto in maggior risalto i problemi connessi con la gestione della nutrizione e dell’irrigazione. Infatti, se in semenzaio di tipo tradizionale o in vasetto le piantine riescono a recuperare dal terreno o dal terriccio gran parte degli elementi nutritivi di cui abbisognano, nei contenitori alveolati ciò non è possibile data l’esiguità del volume del substrato, il quale anche se arricchito con fertilizzanti prima della semina, in poco tempo finisce per perdere per dilavamento gran parte degli elementi nutritivi in possesso, soprattutto quando sono utilizzati sistemi d’irrigazione sovrachioma. Si è osservato, infatti, che una volta drenata una quantità d’acqua pari a due volte il volume dell’alveolo, la concentrazione di tutti i nutrienti si trova già al di sotto della soglia considerata accettabile per l’accrescimento. In tali condizioni le funzioni del substrato si riducono, prevalentemente, a ospitare il seme e a provvedere al supporto della piantina. Nonostante le esigenze nutrizionali delle piantine siano alquanto modeste, vi è l’esigenza di programmare gli interventi di concimazione, con elementi prontamente assimilabili, a iniziare dall’emissione della prima foglia vera. La distribuzione dei fertilizzanti avviene, di norma, tramite soluzioni nutritive (fertirrigazione) irrorate da impianti di irrigazione sovrachioma, mobili e automatizzati, impiegabili anche per interventi antiparassitari. Allo scopo di non creare pericolosi eccessi, nella preparazione delle soluzioni va tenuto sempre conto della quantità di elementi contenuti nell’acqua di partenza e di quelli eventualmente apportati con le correzioni dei substrati. Oggi si dispone di formulati di fertilizzanti idrosolubili studiati apposta per i vivai; così come si dispone di apparecchiature automatizzate e informatizzate che provvedono alla miscelazione delle soluzioni nutritive, al controllo in continuo del pH e della salinità dell’acqua e delle soluzioni nutritive e alla correzione del pH delle soluzioni. Il pH va mantenuto fra i valori di 5,5 e 6,5, allo scopo di mantenere disciolti i sali nelle soluzioni e disponibili per le piante gli elementi nutritivi. Qualora l’acqua utilizzata presenti eccessiva durezza o pH alto è indispensabile la correzione con acidi forti, dei quali sono comunemente usati il fosforico e il nitrico. La comune adozione dell’irrigazione sovrachioma consente alle piantine di assorbire parte degli elementi anche per via fogliare, pertanto la concentrazione di sali nelle soluzioni può rappresentare un fattore critico e non deve superare 1000 mg/l (EC = 1,5-1,7 dS/m) negli interventi dalla fase cotiledonare alla comparsa della prima foglia vera. In linea generale, è sempre prudente alternare semplici irrigazioni con interventi fertilizzanti e non combinare questi con i trattamenti antiparassitari. Le fertirrigazioni possono essere effettuate a cadenza giornaliera con soluzioni diluite (per esempio 50-100 mg/l N, 5-10 mg/l di P e 60-80 mg/l di K, che equivalgono a circa 3,5-7 mM di N; 0,15-0,30 mM di P e 1,5-2 mM di K) o prevedere 2-3 interventi settimanali con soluzioni più concentrate (per esempio 200-300 mg/l N, 35-45 mg/l di P e 150-250 mg/l di K, che equivalgono a circa 14-21 mM di N; 1,1-1,5 mM di P e 3,9-6,4 mM di K). Alcune ricerche hanno evidenziato una migliore qualità delle piantine in seguito a fertirrigazioni meno frequenti con soluzioni più concentrate. Per evitare l’insorgere di fitotossicità da eccesso di azoto ammoniacale, la cui sintomatologia è piuttosto simile a quella della deficienza di potassio (aree necrotiche infossate sugli steli e imbrunimento delle radici) è bene mantenere un rapporto tra azoto nitrico (NO3) e azoto ammoniacale (NH4) circa pari a 10:1. I volumi di soluzione da distribuire a ogni intervento dovrebbero essere intorno a 500 ml per contenitore, che equivalgono a circa 5-6 litri/m2 di vivaio. L’esiguità del volume degli alveoli o dei cubetti di substrato impone anche molta attenzione nella gestione dell’irrigazione fin dal momento del trasferimento in serra delle piantine, quando ogni eccesso o mancanza di acqua può seriamente compromettere il risultato finale. Non è sempre facile determinare i volumi d’adacquamento e il momento d’intervento poiché possono variare in funzione di: a) fase di crescita delle piantine; b) caratteristiche del substrato; c) riduzione progressiva della porosità, determinata dall’accrescimento delle radici (modificazione delle caratteristiche idrologiche del substrato). Il numero d’alveoli per contenitore, invece, influisce in modo meno marcato sulle variabili irrigue in quanto l’aumento dei fori è in parte compensato dalla riduzione del loro volume. In linea generale si può operare suddividendo il ciclo colturale in 4 fasi: durante la fase 1 (dalla semina alla fuoriuscita della radichetta), è buona norma evitare la saturazione in quanto i semi necessitano di una buona aerazione per germinare; nella fase 2 (dalla fuoriuscita della radichetta a completa emergenza dei cotiledoni), l’umidità va ulteriormente ridotta per permettere un normale accrescimento della radice; nella fase 3 (accrescimento), il contenuto d’acqua può essere vicino alla saturazione o a livelli drasticamente più bassi, a seconda che vi sia la necessità di favorire o rallentare l’accrescimento delle piante; nella fase 4 (finissaggio o indurimento), l’umidità va generalmente ridotta, per conferire alle piante una maggior tolleranza agli stress idrici e aumentare la loro possibilità di sopravvivenza durante il trasporto e dopo il trapianto. In condizioni normali, l’irrigazione andrebbe eseguita ogni qualvolta viene consumato il 75-85% di acqua disponibile. Di conseguenza, in considerazione di quanto precedentemente affermato, per ristabilire livelli di saturazione nel substrato saranno necessari, indicativamente, tra 5 e 10 litri d’acqua per m2 di vivaio. Un modo corretto di operare dovrebbe prevedere, durante il ciclo, una progressiva riduzione dei volumi d’adacquamento e irrigazioni via via più frequenti. Per promuovere un equilibrato accrescimento delle radici è comunque importante che il substrato venga uniformemente inumidito lungo tutto il suo profilo. È bene iniziare a irrigare al mattino presto e terminare ben prima del tramonto per evitare che le piante rimangano umide durante la notte con ripercussioni negative sul loro stato fitosanitario.

Controllo fitosanitario

Una fase estremamente delicata è il controllo dei tanti parassiti che possono colpire le piantine in vivaio. Batteriosi e micosi spesso si sviluppano in conseguenza dell’elevata umidità e della condensa che si realizza in serra durante i periodi freddi e umidi che scoraggiano l’apertura degli apprestamenti. Di qui la necessità di disporre di buoni sistemi di ventilazione forzata e di aperture sul colmo o laterali, che, combinati con i trattamenti antiparassitari, consentono un buon controllo delle malattie. Fra gli insetti, gli afidi e i tripidi rappresentano la minaccia più grave per i danni indiretti correlati alla trasmissione dei virus (CMV e TSWV). Ottimi risultati sono stati ottenuti con l’impiego di reti antinsetto che non permettono a questi parassiti di passare all’interno delle serre. Al controllo di questi vettori di virus è collegata la certificazione delle piantine che i vivai forniscono a ulteriore garanzia della qualità del materiale prodotto. Salvo rare eccezioni, per questo servizio i vivaisti si servono di laboratori specializzati per le analisi fitopatologiche accreditati dai Servizi Fitosanitari Regionali. Negli ultimi anni, ai vivai viene anche richiesta con maggior insistenza la fornitura di piantine innestate su piedi resistenti a batteri, funghi e nematodi presenti nel terreno. Altro servizio fornito maggior frequenza dai vivaisti è la produzione di piantine utilizzando i procedimenti ammessi dai disciplinari per la produzione biologica.

Indurimento delle piantine

Prima di essere trasferita in campo o in serra per il trapianto, una piantina necessita della fase di indurimento, che consiste essenzialmente nella perdita di una quota di acqua contenuta nei succhi cellulari. Una maggiore idratazione predispone le piantine ai danni sia da freddo sia da eccesso di calore. Nel caso di trapianti in serra il problema è meno sentito, anche se si tratta comunque di un passaggio da un ambiente più riscaldato a uno meno riscaldato. I risultati migliori si ottengono abbassando gradualmente la temperatura dell’ambiente di allevamento delle piantine, sia limitando il riscaldamento basale sia aprendo lateralmente le serre. Anche la maggiore concentrazione della soluzione nutritiva può contribuire all’indurimento delle piantine nella fase finale di allevamento, quando possono essere somministrate soluzioni con EC (conducibilità elettrica) di quasi 4 dS/m. La proposta, sperimentata negli USA, della spazzolatura continua delle piantine durante le ultime fasi di accrescimento non suscita consensi, per i danni indiretti che possono procurare le microlesioni alle foglie provocate dalle spazzole. Non sono autorizzati prodotti chimici regolatori di crescita, i quali, tra l’altro, possono far sentire il loro effetto negativo anche per lunghi periodi dopo il trapianto. È buona norma provvedere a una ridotta irrigazione prima del trasporto per evitare l’eccessiva disidratazione delle piantine. Se il trapianto in campo viene ritardato a causa delle piogge, i contenitori possono essere conservati per 5-7 giorni, in aree riparate, senza eccessivi danni per le piantine. È necessario provvedere a regolari irrigazioni e, nel caso tale periodo si prolunghi (fino a 15 giorni al massimo), alla concimazione delle piantine.

 


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