Volume: il mais

Sezione: mondo e mercato

Capitolo: importanza e diffusione

Autori: Dario Casati

Mais nel mondo

Mais, frumento e riso: i tre grandi cereali per molti motivi, oltre al loro peso economico o alla loro incidenza sul totale delle superfici coltivate, dominano il panorama agricolo mondiale. Questo ruolo preminente deriva indubbiamente dalla loro assoluta rilevanza nei confronti dell’alimentazione dei popoli della terra, un aspetto fondamentale per comprendere questa sorta di supremazia che li unisce e che, nello stesso tempo, ne sancisce una specie di posizione di privilegio nei confronti delle altre colture. Ognuno di essi può essere, di volta in volta, considerato il più importante per un differente motivo: il riso perché è in assoluto quello maggiormente impiegato per l’alimentazione umana, il frumento perché occupa la superficie relativamente maggiore, il mais per la quantità totale prodotta che negli ultimi anni si è stabilmente attestata oltre 650 milioni di tonnellate, contro circa 600 per il frumento e altrettanti per il riso. Se ci si perdona il paragone un po’ forzato, possiamo riferirci ai tre cereali come ai “tre tenori” dell’agricoltura mondiale, ognuno con le sue caratteristiche e i suoi acuti. Nello specifico, il ruolo del mais è particolare per due motivi: perché è quello che presenta il maggior numero di utilizzi oltre all’impiego diretto nell’alimentazione umana, e perché la sua produzione è in forte espansione mentre quella di riso è in crescita più moderata e il frumento è addirittura in lieve contrazione. La dinamica del mais è sostenuta da un lato dall’utilizzo nell’allevamento animale e dall’altro dalle sue potenzialità che, esaltate dal grande sviluppo della ricerca, in particolare in campo genetico, si presentano effettivamente molto più elevate di quelle degli altri due cereali. In realtà, non si deve mai trascurare, parlando di produzioni agricole, lo stretto legame esistente fra queste e le consuetudini alimentari nelle varie aree mondiali. È vero che la diffusione a livello planetario di alcuni prodotti, per esempio il mais o il pomodoro o la patata, nel tempo ha modificato anche radicalmente i modelli alimentari locali, ma attualmente il quadro degli usi sembra essere abbastanza stabilizzato assegnando appunto al mais questa particolare caratterizzazione costituita dalla molteplicità degli impieghi possibili, un aspetto che ne fa una coltura molto interessante e al centro di prospettive molto promettenti pur in un contesto storico che per l’agricoltura non è certamente brillante.

Produzioni e superfici
La produzione di mais dagli anni ’90 del secolo scorso fino ad oggi è cresciuta stabilmente in modo da raggiungere nel 2006 circa 700 milioni di tonnellate con un incremento del 40% rispetto a circa 500 milioni del 1990. Nello stesso periodo di tempo la superficie utilizzata per coltivarlo è salita da circa 130 milioni di ettari a oltre 144 milioni di ettari, con una variazione del 12%. La coltivazione del mais risulta diffusa nelle principali aree agricole del mondo anche se essa è presente in ognuna di esse con caratteristiche diverse. Al primo posto fra i produttori mondiali si collocano gli Usa con 30 milioni di ettari pari a poco più del 20% del totale mondiale e una produzione di 270 milioni di tonnellate corrispondenti al 40% di quella complessiva. Al secondo posto si trova la Cina, con 27 milioni di ettari, 18% del totale mondiale, e 145 milioni di tonnellate, 19%, al terzo posto il Brasile con 12,6 milioni di ettari (7,8%) e 42 milioni di tonnellate (5%), al quarto il Messico con 7 milioni di ettari (5,5%) e 21,5 milioni di tonnellate. I primi quattro Paesi totalizzano il 51,6% della superficie e il 67,5% della produzione. Se si considerasse l’Ue a 25 con il 4,1% della superficie e il 7,2% della produzione come un aggregato unico, la concentrazione dei primi 5 produttori salirebbe al 55,7% della superficie e al 69,7% della produzione. Da notare che fra i primi 15 produttori troviamo in settima posizione la Francia e in decima l’Italia. Il livello di concentrazione di superfici e produzioni è sostanzialmente analogo a quello che si può riscontrare anche per frumento e riso, ma cambiano in maniera abbastanza rilevante i primi cinque produttori. Per il riso, infatti, essi appartengono tutti all’Asia Orientale, per il frumento oltre a Cina e India vi sono gli Usa, la Russia e l’Ue a 25 che sarebbe il principale produttore mondiale. Nel caso del mais, come abbiamo visto, rimane fra i Paesi asiatici la Cina e aumenta il peso delle Americhe e dell’Europa.

Scambi internazionali
A differenza di altri prodotti agricoli, nel caso del mais la quota di produzione oggetto di scambio a livello internazionale risulta relativamente elevata. È forse il caso di ricordare che, rispetto ad altre categorie di prodotti, quelli agroalimentari rivestono un elevato valore strategico a causa della necessità dei singoli Paesi di non scendere al di sotto di livelli di autoapprovvigionamento idonei a garantire la sicurezza alimentare nel caso di eventi di grande portata come conflitti, periodi di carestia, gravi fenomeni atmosferici. In questa logica si spiega il fatto che in genere la maggior parte dei Paesi tenda a favorire, attraverso opportune politiche di sostegno, le produzioni agricole locali maggiormente interessate da una forte domanda interna. Per altri versi si deve constatare come, per i prodotti agricoli che costituiscono le cosiddette commodities, siano più facili scambi fra diversi paesi per contribuire al soddisfacimento delle esigenze che superino le necessità strategiche. In quest’ottica, dunque, si pone il caso del mais che a livello mondiale registra un volume di scambi attorno ai 90 milioni di tonnellate nel triennio 2002-2004 su una produzione di circa 650, per una quota pari al 13%-14%, un valore che per esempio è circa il doppio di quello relativo alle carni o ai latticini. Se si confronta questo valore con quelli corrispondenti rilevati nei tre decenni precedenti, si vede che fra il 1972 e il ’74 era al 14,5%, dieci anni dopo era salito al 16,6%, mentre negli anni ’92-’94 si era contratto al 13,1%. Le fluttuazioni di questa percentuale sono da collegare a fenomeni di segno diverso, ma sostanzialmente riconducibili alla dinamica della domanda nei Paesi importatori. La dinamica dei prezzi medi all’esportazione e all’importazione nel periodo 1990-2005 espressa in US$/t appare di fatto stazionaria, anche se si possono rilevare alcune fluttuazioni e in particolare un primo picco nel 1996 seguito da un periodo di progressiva riduzione con minimi fra 2000 e 2001 e successivamente da una fase di ripresa negli anni seguenti, in particolare nel periodo più recente in cui le quotazioni hanno risentito di una generale crescita dei prezzi delle materie prime.

Impieghi del mais
Alla base della grande e costante diffusione della coltura del mais si collocano sostanzialmente due aspetti ai quali abbiamo già fatto cenno e cioè, da un lato, la sua grande adattabilità alle diverse condizioni ambientali che ne permette la coltivazione in numerose e vaste aree e, dall’altro, la sua versatilità negli impieghi che rappresenta un requisito quasi unico, almeno fra le principali colture. L’utilizzo principale è costituito dall’alimentazione animale che, su scala mondiale, assorbe poco meno dei due terzi dell’offerta complessiva. Questa quota è peraltro il risultato di una serie di situazioni molto diverse legate alle condizioni generali dei singoli Paesi. In linea di massima si può notare che la destinazione all’alimentazione animale è maggiore nei Paesi sviluppati nei quali è più forte il consumo di carni e derivati del latte mentre lo è meno in Paesi a livello di sviluppo minore o nei quali le consuetudini alimentari siano basate su modelli diversi da quelli dei Paesi occidentali forti consumatori di alimenti di origine animale. Al terzo posto negli impieghi si colloca la trasformazione industriale per usi alimentari come per esempio la produzione di amido o quella, sviluppata più di recente, dei dolcificanti. Le perdite a livello mondiale rappresentano circa il 4% del totale delle disponibilità, ma si può rilevare, in realtà, che il loro ammontare è molto variabile nelle diverse aree e che, per esempio, nell’Ue si attesta attorno all’1,6%-1,7% e in Italia scende a circa l’1%. Da ultimo può essere interessante considerare anche l’ammontare dei cosiddetti “altri impieghi” che comprendono in misura crescente oltre alle trasformazioni industriali non alimentari anche le produzioni energetiche. A livello mondiale essi assorbono il 2,6% dell’offerta disponibile mentre nell’Ue a 25 salgono al 5,8% e in quella a 15 al 6,4%, con l’eccezione del nostro Paese in cui si fermano all’1,6%. Quest’ultimo dato induce indubbiamente a più di una riflessione da un lato sulla ridotta utilizzazione da parte dell’Italia della versatilità di impiego del mais e dall’altro sul potenziale che invece essa può rappresentare per il futuro di questa coltura e che deve essere ulteriormente approfondito, soprattutto sul controverso versante degli utilizzi energetici. Un argomento che sempre più si intreccia con il problema più difficile da risolvere, quello della diffusione degli OGM (organismi geneticamente modificati), fortemente contrastata in Europa e in Italia, ma ormai divenuta una concreta realtà nei Paesi maggiori produttori su scala mondiale.

Mais nell’Unione europea

Dinamica produttiva
L’aggregato costituito dai Paesi che costituiscono l’Ue, attualmente in numero di 25, rappresenta come abbiamo visto, il terzo produttore mondiale dietro a USA e Cina ma davanti, per esempio, a Brasile, Argentina, Messico e India. La posizione europea sarebbe ugualmente di rilievo se si considerasse la produzione realizzata nei 15 Paesi che in precedenza componevano l’Ue. Nei Paesi dell’Europa comunitaria la produzione è stata in costante ascesa negli anni recenti. I dati disponibili relativi all’Ue a 25 permettono di valutare la dinamica produttiva su basi omogenee a partire dal 1993 e mostrano un andamento tendenziale in aumento, anche se in calo negli ultimi due anni. Se si limita l’analisi all’Ue a 15 si può constatare una sostanziale omogeneità con un incremento delle superfici che si interrompe solo nell’ultimo anno. La dinamica complessiva della produzione, dal canto suo, è analoga, ma mostra un incremento più elevato di quella della superficie poiché è influenzata dalla costante crescita delle rese. L’effetto del progresso tecnico è infatti molto rilevante nel caso del mais e superiore a quello riscontrabile per gli altri cereali. L’andamento delle rese unitarie nell’Ue a 15 già alla fine degli anni ’90 aveva superato le 9 t/ha. Se si esclude il 2003, per gli effetti del clima particolarmente avverso riscontrato in quell’anno, si deve constatare, tuttavia, che l’effetto del progresso tecnico sembra essersi esaurito poiché non si riescono a superare in modo rilevante i livelli produttivi precedenti, anche se nel 2004 è stato raggiunto il massimo storico. Un’evoluzione sostanzialmente analoga si riscontra anche nella media dei 25 che risulta leggermente inferiore per effetto dei differenti risultati produttivi conseguiti nei 10 Paesi entrati nell’Ue dopo il recente allargamento del 1 gennaio 2005, anche se le distanze si sono gradualmente ridotte parallelamente alla normalizzazione della situazione politica ed economica di quei Paesi e all’introduzione di sementi migliori, da un lato, e all’applicazione dei meccanismi incentivanti previsti dalla Politica Agricola Comunitaria (PAC) in estensione a essi, dall’altro. Tuttavia ulteriori progressi sembrano più difficili da conseguire se non sarà risolta la questione dell’utilizzo di OGM sui quali si concentrano, come è noto, la ricerca e l’introduzione di innovazione. La situazione produttiva del mais da granella nel 2006 è compendiata da due dati: 5,7 milioni di ettari di superficie nell’Ue a 25 e 45,2 milioni di tonnellate di produzione. La maiscoltura si presenta abbastanza concentrata, i primi cinque Paesi rappresentano all’incirca l’80% della superficie e l’82% della produzione, mentre considerando i primi 7 si arriva al 90% circa del totale di entrambe. Un’analisi particolare è quella relativa all’utilizzazione del mais come granella o come foraggio. Infatti considerando anche questa destinazione la superficie totale nel 2005 sale da 6,1 a 10,7 milioni di ettari. La quota della superficie a foraggio è dunque del 43% mentre quella a granella rappresenta la parte principale. È diverso tuttavia il comportamento fra i produttori dell’area dei 15 Paesi membri storici dell’Ue e dei 10 nuovi entranti. Infatti, sul totale della superficie i primi occupano il 76% e gli altri il restante 24%, ma per la granella queste due percentuali diventano rispettivamente il 70% e il 30%, mentre per il foraggio esse sono l’84% e il 16%. In sostanza si vede che è relativamente maggiormente diffuso l’utilizzo a foraggio nei 15 e quello a granella nei 10. In realtà si tratta di una diversa propensione alla modalità di utilizzo del prodotto collegata alla presenza degli animali e quindi alle diverse tecnologie di allevamento impiegate, da un lato, e ai flussi commerciali, dall’altro.

Scambi di mais sul mercato Ue
All’interno dell’Ue a 25 si registrano consistenti flussi di scambio che tuttavia non hanno un valore elevato rispetto alla produzione, rimanendo attorno al 2% di essa. I principali importatori, con l’eccezione dei Paesi Bassi che vi fanno ricorso per il fatto di concentrare la propria produzione essenzialmente sul mais da foraggio, sono tutti i grandi Paesi, tranne la Francia che è il principale esportatore netto. La Germania è attiva in entrambi i flussi raggiungendo un sostanziale pareggio, mentre Spagna, Regno Unito e Italia, nell’ordine sono importatori netti. Fra gli esportatori al secondo posto dopo la Francia si colloca l’Ungheria che negli ultimissimi anni sembra essersi particolarmente concentrata sulla produzione di mais di cui esporta consistenti quantitativi. Ancor più modesti risultano gli scambi extra-Ue. Al primo posto fra i fornitori si colloca l’Argentina che da sempre è al primo posto delle importazioni Ue. Essa è seguita da quattro Paesi dell’Europa centro-orientale, due dei quali, Romania e Bulgaria, prossimi all’ingresso nella Ue. Molto ridotti, infine, i flussi in uscita. Il principale Paese di destinazione con un valore pari a oltre il 40% del totale è la Svizzera, seguita da Paesi in genere confinanti con l’Ue a 25. Nel complesso, il volume degli scambi di mais da granella risulta molto modesto e testimonia un sostanziale equilibrio interno all’Ue a 25 fra domanda e offerta rilevabile, peraltro, anche dal bilancio di approvvigionamento dell’Ue a 15 che tiene conto non solo del mais da granella come tale, ma dell’insieme costituito da esso e dai derivati. Il grado di autoapprovvigionamento dell’Ue a 15 nel 2003 è stato del 95% e dunque anch’esso in condizioni relativamente equilibrate a testimonianza di una situazione abbastanza prossima alla autosufficienza. Sembra, di conseguenza, che rispetto ad altre colture vi siano minori problemi di soddisfacimento della domanda attraverso il ricorso all’offerta interna. Al di là di quello che sarà l’assetto definitivo del mercato quando si sarà compiuto il processo di riforma in atto, rimane tuttavia l’incognita relativa alle possibili conseguenze della riduzione delle barriere all’importazione e dei sussidi accordati alle produzioni europee per effetto della trattativa aperta in seno alla WTO (World Trade Organization) e che si propone come obiettivo un ampliamento degli scambi internazionali grazie all’instaurarsi di un mercato più aperto agli scambi di quanto sia stato sinora quello europeo, governato dai meccanismi protezionistici della PAC.

Mais nella politica agricola europea
Le vicende del mais nell’Europa comunitaria sono strettamente legate allo sviluppo della PAC, che a partire dai primi passi della CEE ne ha fortemente influenzato la dinamica. Se torniamo indietro nel tempo di circa mezzo secolo a quel ristretto numero dei 6 Paesi, tanti furono i fondatori della CEE nell’ormai lontano 1957, vediamo che nel disegno dei padri costitutori dell’Europa comunitaria vi era, fra le altre preoccupazioni, anche quella di costruire un’agricoltura forte che potesse sostenere nel tempo l’attesa crescita della domanda alimentare da parte dei cittadini europei che uscivano stremati dalla tremenda esperienza delle due guerre mondiali che li aveva visti duramente contrapposti. La sicurezza alimentare, nel senso allora prevalente di garanzia della disponibilità di alimenti necessaria per soddisfare consumi alimentari che si prevedevano in aumento sul piano quantitativo e in miglioramento su quello qualitativo, venne perseguita attraverso la realizzazione della PAC che aveva il duplice intento di favorire la progressiva formazione di un’agricoltura unica nei Paesi membri e di accompagnare la realizzazione di un mercato davvero comune fra di essi anche nel difficile contesto agricolo. Per conseguire questo obiettivo, la PAC venne costruita in modo da garantire i redditi dei produttori che così furono stimolati a sviluppare le loro produzioni permettendo alla nascente Comunità di alimentare, in senso lato ma anche letteralmente, la propria crescita. La realizzazione del sogno un po’ faustiano di riuscire a domare le forze dell’economia per piegarle a un preciso disegno economico si è arrestata di fronte alla reazione, prevedibile, dei comportamenti degli operatori difficilmente contrastabili se non attraverso la “super-costruzione” di un sistema di vincoli troppo rigido e, alla lunga, insostenibile. La PAC, dunque, è stata a un certo punto cambiata perché vittima paradossale del successo che essa aveva conseguito nel perseguimento degli obiettivi che si era prefissa di conseguire negli anni ’50, ma che all’inizio del nuovo secolo non erano più adeguati. È così che a partire dalla riforma del 1992 e poi con i successivi interventi essa è stata modificata anche sensibilmente sino ad oggi e, prevedibilmente, continuerà a esserlo fino a quando nel 2013 assumerà, forse, un nuovo e diverso volto. Il mais è stato al centro di questa lunga storia fin dall’inizio, quando nel 1962 nella prima organizzazione comune di mercato, quella dei cereali, si introdusse il criterio del prezzo unico di tutti i cereali, di tutti con l’esclusione del riso. Con quella scelta si voleva consolidare la produzione del cereale per uso umano per eccellenza, il frumento, e nello stesso tempo stimolare quella del mais, destinato a nutrire quegli animali che, nelle attese confermate poi dalla realtà, avrebbero rappresentato la vera svolta verso consumi alimentari più ricchi ed evoluti. Nella prima fase della Pac che è durata circa un trentennio per i cereali, il mais ha visto il sostanziale allineamento del suo prezzo a quello degli altri cereali, in particolare del frumento. Nella seconda fase, iniziata con la riforma MacSharry del 1992 e proseguita con Agenda 2000 e la riforma di medio termine del 2003, la cosiddetta Mtr, esso è stato il sostanziale vincitore del confronto con le produzioni via via coinvolte dai cambiamenti che venivano introdotti nell’impianto originario. La dinamica delle superfici dimostra quanto sopra detto fino a tutto il 2004. Nel 2005, a seguito dell’introduzione del disaccoppiamento e cioè del diritto dei produttori di percepire il pagamento compensativo unico ettariale previsto dalla PAC indipendentemente dalle colture storicamente praticate, in alcuni casi si sono modificate le convenienze precedenti e quindi la superficie a mais ha subito in Europa una flessione la cui entità e il cui significato dovranno essere chiariti meglio in seguito. Certamente, tuttavia, ci si deve attendere un futuro in cui i prezzi interni verranno ulteriormente pilotati verso il basso, mentre crescerà la pressione del prodotto di importazione proveniente dal mercato mondiale a condizioni sempre più competitive, grazie all’abbattimento progressivo dei diversi tipi di barriere protezionistiche nell’ambito della crescente internazionalizzazione che caratterizza l’economia mondiale ormai da alcuni decenni.

Mais nel sistema agricolo italiano

Superficie, produzione e localizzazione
Il mais rappresenta una delle grandi produzioni agricole del nostro Paese. Il suo contributo al valore della produzione agricola nazionale è attualmente pari a circa 2000 milioni di euro che corrispondono al 4% del totale del valore agricolo. La sua produzione in granella è pari a circa 11 milioni di tonnellate che vengono ottenute dalla coltivazione di 1,1 milioni di ettari su un totale di circa 13 milioni di ettari di superficie agricola utilizzata (SAU) a livello nazionale. La sua distribuzione a livello territoriale appare fortemente concentrata nelle due circoscrizioni settentrionali del nostro Paese che arrivano a oltre il 90% del totale, ma ciò non significa che la sua importanza sia confinata territorialmente alle sole regioni citate, poiché esso è la base per l’alimentazione di tutto il patrimonio zootecnico italiano. La dinamica delle superfici e delle produzioni del mais da granella in Italia mostra che nell’ultimo quindicennio vi è stata una crescente affermazione di questa coltura. Gli effetti del progresso tecnologico misurati attraverso la dinamica delle rese unitarie della produzione sono, a loro volta, in sintonia con quelli più generali registrati negli altri Paesi europei. Al di là di fenomeni episodici, la media nazionale da circa un decennio risulta superiore a 9,5 t/ha, un risultato da considerare molto lusinghiero poiché è superiore alla media europea, ma che tuttavia non sembra indicare una chiara tendenza verso ulteriori incrementi. La distribuzione territoriale della coltura conferma la forte concentrazione nelle circoscrizioni territoriali settentrionali. Nel tempo si registra una progressiva riduzione dell’importanza del mais nelle aree centromeridionali e insulari del Paese e un consolidamento della concentrazione nel nord e in particolare in alcune province. Considerando infatti l’intero territorio nazionale si può facilmente rilevare che quattro sole province, Cremona, Padova, Brescia e Mantova, concentrano il 26% della produzione nazionale e che le prime 10 arrivano al 56% del totale. Nella cartina a fianco sono colorate in rosso la province che concentrano il 50% della produzione e in giallo quelle che portano il totale all’80%. Come si vede siamo in presenza di una specie di corn belt italiano che attraversa tutta la Pianura Padana in senso orizzontale e che fornisce il grosso della produzione nazionale. La superficie complessiva è andata crescendo nel corso degli anni, come si diceva all’inizio. Se si vogliono differenziare le due principali destinazioni fra la produzione di granella e quella di foraggio si può vedere che la prima è salita, nel periodo preso in esame, da 850.000 a quasi 1.200.000 ha mentre quella a foraggio si è ridotta da circa 320.000 a 280.000 ha. Per effetto di queste variazioni che si sono mosse in senso opposto, il peso della superficie a granella è salito dal 73% all’80% mentre quella a foraggio è scesa dal 27% al 20%. La superficie complessiva a mais è salita del 19%, perciò per l’effetto combinato delle due dinamiche quella a granella è aumentata del 31% mentre quella a foraggio si è contratta del 15%. L’evoluzione esposta più sopra è strettamente connessa alle modalità di commercializzazione e di utilizzo del mais nell’alimentazione animale nel nostro Paese che si sono orientate a favore dell’impiego della granella.

Mercato del mais
Gli scambi commerciali di mais da granella sono piuttosto limitati e si attestano, con l’eccezione del 2004 che però seguiva la campagna anomala del 2003, attorno a 140 milioni di euro, in prevalenza relativi a importazioni provenienti da paesi europei. Le esportazioni, ancora più modeste, sono a loro volta dirette a paesi della stessa area, membri dell’Ue con la sola eccezione della Svizzera. Dal punto di vista del mais da granella, dunque, il nostro paese presenta una situazione di sostanziale pareggio fra produzione e consumi, con una lieve prevalenza di questi ultimi che emerge attraverso l’analisi del bilancio di approvvigionamento. Quest’ultimo tiene conto sia del mais che dei suoi derivati. Nelle annate normali, come è stato da questo punto di vista il 2003, il grado di autoapprovvigionamento è nell’ordine del 96%, mentre nell’anno successivo che si è basato sulla produzione conseguita nel 2003 ma utilizzata nel 2004, il grado di autoapprovvigionamento è sceso al di sotto del 90%. Nel 2005, come si può vedere, il tasso stesso è tornato prossimo al 96% come in passato. Dai dati esposti emerge con chiarezza l’importanza dell’utilizzo zootecnico del prodotto rispetto agli altri impieghi che comunque rimangono, nel nostro Paese, al di sotto della media europea.

Aspetti economici
Il prezzo del mais negli ultimi anni non è stato particolarmente interessante all’interno dell’Ue, in linea con quanto avveniva nello stesso tempo sul mercato mondiale. La sua dinamica nel nostro Paese mostra una tendenza alla riduzione che si mantiene evidente per tutto il periodo. Il prezzo di intervento unico dei cereali rappresenta, di fatto, il sostegno di tutto il sistema dei prezzi e in teoria dovrebbe essere una sorta di prezzo minimo al di sotto del quale il mercato non dovrebbe spingersi. Non è così in realtà, per una serie di motivi “tecnici”, ma si può ragionevolmente ritenere che esso comunque rappresenti il piano d’appoggio su cui si collocano i prezzi di mercato. Quando questi per motivi vari, in genere di carattere congiunturale come fu nel 2003, ovvero per fattori esterni, come l’attuale ondata rialzista delle materie prime, tendono a salire, possono farlo lasciando a distanza il prezzo di intervento europeo. Quando, al contrario, le quotazioni scendono, quest’ultimo tende a fornire un supporto che si è sempre dimostrato di una certa efficacia. L’attuale prezzo del mais tende ad avvicinarsi a quello mondiale e a seguirlo nelle sue evoluzioni, ma comunque seguendo la generale evoluzione dei prodotti agricoli che si presentano fluttuanti nel lungo periodo, ma tendenzialmente al ribasso. Infine, un aspetto rilevante dal punto di vista economico è costituito dalla redditività della coltura. Un modo per riuscire ad avere qualche indicazione in merito consiste nel mettere a confronto la dinamica dei prezzi con quella dei costi. I dati disponibili riferiti al periodo 2000-2006 indicano che in linea di massima i costi sono saliti di più dei prezzi. Il quadro così tracciato è condiviso con la maggior parte delle produzioni agricole ed è, tuttavia, più marcato per i prodotti come il mais che sono oggetto di un’ampia commercializzazione a livello internazionale. È chiaro che in futuro, con l’ulteriore riduzione dei meccanismi di protezione dell’Ue, queste situazioni si ripeteranno con frequenza superiore che in passato, data la maggiore irregolarità del mercato mondiale rispetto alla relativa stabilità un tempo esistente nell’Ue, esponendo così le produzioni europee ai rischi del mercato. Occorre perciò pensare per tempo a soluzioni per migliorare questa situazione.

Problemi aperti e opportunità

Nel suo insieme la situazione del mais presenta una serie di aspetti comuni alle altre colture accanto a problematiche del tutto specifiche che ne fanno un caso di interesse particolare, ma che, soprattutto, la collocano al centro di un insieme di opzioni che configurano modelli diversi di agricoltura. Occorre peraltro ricordare che quando si parla di mais, nell’attuale contesto economico e produttivo occorre accantonare le immagini di un passato che ha segnato profondamente la vita e la società di molte regioni del nostro paese. Oggi il mais è, viceversa, la coltura emblematica di un’agricoltura moderna, aperta all’innovazione tecnologica, attenta ai calcoli economici e in rapida evoluzione. Ciò non significa che i suoi problemi siano minori o che la sue prospettive siano più rosee. Come tutti i settori dell’economia profondamente toccati dall’attuale fase evolutiva, anche la maiscoltura può essere avvantaggiata dalle novità che avanzano solo se si saprà affrontarla con un’adeguata preparazione, ma perché ciò avvenga deve riuscire a superare lo scoglio rappresentato dalla necessità assoluta di recuperare competitività, un obiettivo che non è da sottovalutare.

Mais e produzioni agricole italiane
Il primo problema da affrontare è il rapporto fra il mais e le altre produzioni agricole del nostro Paese. La forte accentuazione che è stata data negli ultimi anni alla valorizzazione dei prodotti tipici e quindi alla riscoperta dei gusti e dei sapori della tradizione sull’onda della crescente notorietà acquisita dagli alimenti italiani ha portato a operare una curiosa e ingiustificata contrapposizione fra quei prodotti e le colture agricole di grande estensione. Qualcuno si è spinto a dire, in questa sorta di manichea suddivisione, che andrebbero sostenuti solo i primi mentre le seconde dovrebbero essere praticamente lasciate al loro destino di produzioni di massa scarsamente qualificate. Per quelli si prospetta un mercato fatto di nicchie iperprotette e ben remunerate, per queste l’alea di una sfrenata competizione mondiale, senza regole e senza prospettive. In realtà questa logica è profondamente sbagliata perché dimentica, o sembra sottovalutare, il fatto che i più pregiati prodotti dell’agricoltura italiana e cioè i formaggi e i salumi, ma anche le carni delle razze italiane come la stessa fiorentina, si ottengono alimentando il bestiame con il mais e con gli altri cereali foraggeri. Non vi sarebbero né produzioni né esportazioni di prosciutti, per esempio, se non fossero sorrette da un’adeguata offerta di mais per alimentare i suini. Certamente in considerazione della natura di materia prima del mais, è in teoria possibile ipotizzare un ricorso sempre maggiore alle importazioni che probabilmente avverrebbero a prezzi più bassi, ma ciò solleverebbe almeno altri tre ordini di problemi:
a) verrebbe a cadere il legame con le produzioni agricole del territorio e quindi sarebbe minato alla base il concetto stesso di differenziazione del prodotto sulla base della provenienza dei suoi componenti; b) si avrebbe un forte ridimensionamento della produzione agricola locale e quindi un impatto economico negativo sul settore, sui redditi e sull’occupazione; c) si correrebbe il rischio di avviare un processo di delocalizzazione che riguarderebbe in un primo tempo la produzione e la fornitura delle materie prime per alimentare gli animali, ma che in seguito comporterebbe, in analogia con quanto è avvenuto in altri ambiti produttivi, il trasferimento delle fasi di lavorazione e trasformazione nonché del know how nei Paesi di produzione delle stesse materie prime. A tutto ciò si aggiungerebbe il fatto che i principali esportatori mondiali utilizzano in grande quantità OGM, che da noi non sono coltivati al momento per i noti motivi, e quindi si introdurrebbe ciò che non si vuole produrre e cioè gli OGM.
Nel complesso, quindi, il legame fra le grandi produzioni agricole di base come il mais e i gioielli dell’alimentare italiano è molto forte e di tipo funzionale all’esistenza e al mantenimento del modello di sistema agroalimentare italiano. Le due componenti non sono dunque antitetiche, anzi complementari. Ciò porta a concludere che anziché essere allentata l’attenzione, per esempio nei riguardi del mais, essa debba essere rafforzata per fare in modo di assicurare al resto della filiera agrozootecnica ciò che le permette di funzionare e di produrre ricchezza. Allo stesso modo, il rafforzamento e la valorizzazione dei prodotti alimentari di pregio sono alla base della formazione di una maggiore valorizzazione economica delle materie prime utilizzate per ottenerli. Siamo in presenza, è bene ricordarlo, non di una sommatoria più o meno casuale di produzioni, ma di un sistema in cui esse si integrano ottenendo un reciproco vantaggio. In questo senso, dunque, il futuro di questa coltura è strettamente connesso al futuro di un’importante quota dell’agricoltura italiana.

Politica agricola europea fra liberismo e dirigismo

È inutile nascondersi il fatto che gli strumenti a disposizione della PAC siano stati in grado di orientare le produzioni agricole verso un generale incremento quantitativo e qualitativo e, nello stesso tempo, siano riusciti a intervenire in maniera differenziata favorendone alcune e frenandone altre. È emblematica, da questo punto di vista, la vicenda delle oleaginose (soia, colza, girasole) prima rigorosamente sollecitate e poi, di fatto, quasi abbandonate dopo l’accordo della Blair House con gli Usa. La stessa storia del mais, peraltro, conferma il ruolo della PAC che ne ha sancito, nel tempo, la posizione privilegiata. Tuttavia occorre considerare che i Ministri agricoli europei, pur essendosi riservati di decidere il destino delle diverse colture, non possono non tenere conto dei mutamenti intervenuti nel quadro generale, in particolare di quelli che hanno fatto seguito alla crescente internazionalizzazione che spinge a ridurre i diversi tipi di barriere protettive. Nello stesso tempo, la società europea appare molto meno sensibile alle esigenze dell’agricoltura a cui non chiede più la garanzia degli approvvigionamenti alimentari che viene data praticamente per certa, ma una serie di altre funzioni che non sono più produttive e che, più propriamente, riguardano altre politiche, diverse da quella agricola. Inoltre, mentre l’apertura del ricco mercato europeo richiede un sacrificio all’agricoltura, gli altri settori che invece potrebbero beneficiarne non esitano a reclamare interventi di sostegno sottraendo risorse al bilancio agricolo. La prospettiva delineata dalle nuove tendenze della PAC e dalle promesse formulate nel corso della trattativa Wto (Organizzazione mondiale del commercio) è perciò quella di un’ulteriore riduzione del sostegno e delle protezioni e di una maggiore apertura dello spazio europeo alle merci agricole provenienti dal mercato mondiale. Non fa eccezione a questo andamento il modello di nuova PAC che si applica ai seminativi, incluso il mais. La PAC, tuttavia, anche nella nuova configurazione non riesce a superare l’antico dilemma che ne accompagna la storia sin dagli inizi e che la vede oscillare fra liberismo e dirigismo. Il nuovo meccanismo di sostegno dei redditi, basato sul pagamento unico, in teoria svincola i produttori nelle loro scelte dall’obbligo di proseguire nel mix colturale scelto in passato e dunque sembra segnare un vantaggio a favore della libertà di impresa. Viceversa, le limitazioni e i correttivi che ne accompagnano l’introduzione, insieme alla rigida applicazione delle norme attuative, rappresenta un pesante arretramento verso forme di controllo della produzione di natura fortemente dirigista. Il destino del mais in questo quadro è comune a quello delle altre colture e in particolare dei seminativi con l’aggravante, però, che la pressione degli esportatori mondiali è molto più intensa a causa della attrattiva esercitata dal ricco mercato europeo e dall’abbondanza dell’offerta mondiale. L’orientamento della PAC a favore di scelte che perseguono la valorizzazione e la redditività dei prodotti attraverso la tipicità, le produzioni di nicchia e il biologico sembra penalizzante nei confronti del mais che di fatto è una commodity il cui mercato si basa sulla convenienza espressa dai prezzi. Mancano di fatto indirizzi a favore del rafforzamento delle produzioni di base mentre ve ne sono di fin troppo evidenti a favore di altre finalità. Da tutto ciò scaturisce l’importanza di un attento monitoraggio delle nuove proposte di politica agraria nell’attuale fase e poi nel periodo che dal 2008-2009 arriverà al 2013, quando l’attuale PAC dovrà essere, di fatto, smantellata, per fare in modo che non vengano introdotti nuovi elementi di penalizzazione nei confronti del mais.

Nuove frontiere degli impieghi del mais
Rispetto alle altre colture, il mais presenta una più vasta gamma di impieghi oltre a quelli finalizzati alla produzione di alimenti. Certamente, come abbiamo visto, l’uso nell’alimentazione animale rimane quello largamente prevalente, ma è possibile valorizzare anche altre trasformazioni che possono contribuire ad aumentarne la domanda complessiva. Fra queste vi sono, per esempio, la produzione di dolcificanti, l’utilizzo nella produzione di polimeri con un’elevata biodegradabilità, la produzione di energia da fonti rinnovabili. Il vasto ambito di questi usi, per così dire, alternativi, o meglio addizionali, merita senza dubbio un approfondimento sia sul versante tecnologico sia, ancor di più, su quello economico. Occorre verificare i diversi cicli produttivi e la valorizzazione della materia prima mais. In particolare, per quelli energetici ci sembra che si debba procedere con grande cautela verificando soprattutto il reale bilancio energetico delle colture che spesso viene trascurato a favore di quello economico che, a sua volta, è condizionato se non addirittura falsato dai meccanismi fiscali. La forte impennata dei prezzi del petrolio e degli altri prodotti energetici negli ultimi tempi, in particolare nei mesi estivi del 2006, è un fenomeno che deve essere attentamente esaminato. Anche se gli osservatori più prudenti non escludono, per l’inverno 2006-2007, un prezzo del barile oltre gli 80 US$, a fine estate esso è sceso a circa 67 US$ dopo aver toccato in precedenza i 75 US$. L’entità dei futuri prezzi del petrolio e le sue dinamiche, in realtà, appaiono al momento difficilmente prevedibili. In ogni caso, con gli attuali prezzi è evidente che i costi energetici delle diverse colture sono molto più elevati di quanto fossero in un passato anche recente. Se il costo del petrolio salisse senza influenzare i costi di produzione, si potrebbe arrivare facilmente alla soglia di convenienza, ma poiché così non è, si vede che per esempio negli USA, già nella recente campagna agricola vi è stato uno spostamento nelle scelte colturali a favore di quelle che presentano minori consumi energetici. Certamente molto si può fare con la leva fiscale e quindi è opportuno riprendere i necessari studi tecnici ed economici in materia per valutare le possibilità di incremento della domanda di mais con l’obiettivo di assorbire in questo modo una parte significativa dell’offerta, aprendo così nuove prospettive.

Recupero della competitività
Anche la prospettiva dell’ampliamento della domanda di mais, tuttavia, non risolve il nodo di fondo dello scenario evolutivo e cioè quello della competitività di questa coltura nel nostro Paese. Le regole della PAC, nei suoi precedenti quarant’anni, hanno di fatto nascosto il fatto che sul mercato europeo non vi era competizione vera, se non entro i limiti molto ridotti fissati appunto da essa. Eravamo in un regime di competitività limitata, con le autorità dell’Ue molto attente al rispetto delle regole del gioco, che però è stato scambiato a lungo per un mercato libero. Il cambiamento della politica agraria, riducendo le protezioni e aprendo il nostro mercato alle importazioni sta invece introducendo una concorrenza più forte e a cui il mondo agricolo non era preparato. In questo nuovo mercato occorre guadagnare competitività per non soccombere. All’inizio di queste considerazioni si faceva notare la necessità della sopravvivenza della produzione del mais per garantire quella dell’intero sistema produttivo agricolo. Per garantire che ciò avvenga è necessario, da un lato, che il contesto della PAC e delle norme vigenti nel nostro Paese non risulti negativo nei confronti del mais e dall’altro che esso arrivi sul mercato a un prezzo competitivo con quello dell’offerta mondiale. Perché quest’ultimo obiettivo si realizzi, gli imprenditori agricoli devono intervenire sulle loro aziende valorizzando da un lato le tecniche agronomiche più idonee e dall’altro riscoprendo un forte rigore nelle analisi economiche. Nell’agricoltura italiana sono presenti, contemporaneamente, modelli di agricoltura molto diversi. La conferma viene proprio dal mais. Nelle aree in cui si concentra la sua produzione, infatti, avanza un modello di agricoltura particolare in cui il processo produttivo classico un tempo localizzato per intero nelle aziende cerealicolozootecniche viene frazionato in segmenti e funzioni specializzate per poi ricomporsi a livello territoriale. In particolare, si nota che le aziende più piccole chiudono le attività di allevamento e si specializzano nella produzione di mais da granella o trinciato che viene fornito a quelle di dimensione maggiore che, al contrario, tendono a incrementare gli allevamenti. Alcune lavorazioni non vengono più svolte a livello aziendale, ma vengono affidate alle imprese dei cosiddetti contoterzisti che così raggiungono dimensioni tecnicamente ed economicamente più efficienti. È un modello organizzativo che risponde alle necessità di un’agricoltura che ripone nella ricerca esasperata della produttività la chiave per la sua sopravvivenza pur nella diversità delle scelte, anche non facili, che è stata costretta a intraprendere. Se negli anni d’oro della PAC le scelte produttive sono state fatte in condizioni di relativa tranquillità, l’attuale contesto e lo scenario che si preannuncia sono dunque diversi. Diventa necessario intervenire su tutti i fattori di costo limando dove possibile e ottimizzando i processi produttivi. Ma il progresso tecnologico negli ultimi anni sembra aver perso velocità e le rese sono di fatto stazionarie. Dunque anche su questo versante vi è spazio per intervenire. In tutto ciò, però, vi è una questione che non si può eludere e che riguarda l’impiego degli OGM. Nel momento in cui le superfici a mais GM crescono nel mondo anche nel 2006 toccando per il mais negli Usa circa 20 milioni di ettari pari al 61% di tutto il mais coltivato in quel Paese, con un incremento del 14% sul 2005, è chiaro che non si può continuare a escludere, di fatto, l’impiego delle nuove varietà geneticamente modificate con motivazioni che appaiono sempre più difficili da difendere sul piano scientifico. La competitività si consegue se si combatte ad armi pari, altrimenti si è perdenti in partenza. Se la questione non viene affrontata seriamente ci si troverà nella situazione della soia per la quale il grado di autoapprovvigionamento si ferma al 10% mentre per il resto del fabbisogno si deve ricorrere al mercato mondiale su cui domina quella geneticamente modificata. Il ricorso agli OGM, peraltro, non è la panacea, ma può permettere di affrontare determinate situazioni partendo su basi di parità. L’esperienza dei Paesi in cui essi sono diffusi dimostra che il vantaggio non è solo economico, questo su base ettariale è anzi modesto, ma è anche qualitativo perché permette di avere un prodotto di qualità migliore con minori perdite per gli attacchi dei parassiti. Anche se vi è chi sostiene che l’agricoltura italiana non avrebbe bisogno degli OGM, riteniamo che essi possano dare alla sua competitività un duplice contributo: subito, grazie ai vantaggi economici di cui abbiamo detto, e in futuro grazie ai progressi conseguibili sul piano dell’innovazione derivante dallo sviluppo della ricerca ora frenato dalla mancanza di prospettive. La questione della competitività appare il fattore decisivo per il futuro del mais nel nostro Paese e per quello di una quota consistente della agricoltura italiana, ma essa deve essere affrontata con serietà e senza pregiudizi. L’obiettivo è troppo importante e non può essere mancato, ma occorre che ciascuno, nel proprio ambito, faccia la propria parte e si assuma le relative responsabilità.


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