Volume: il melo

Sezione: coltivazione

Capitolo: gestione erbe e polloni

Autori: Gabriele Rapparini, Giovanni Campagna

Composizione delle malerbe e dannosità

I meleti, come tutte le coltivazioni arboree, permangono negli stessi terreni per numerosi anni sviluppando prevalentemente in altezza. Sotto la chioma dei vecchi impianti e negli spazi interfilari di quelli più moderni, l’assortimento delle malerbe varia in funzione soprattutto delle condizioni pedoclimatiche, dell’età degli impianti e del regime di coltivazione. Durante i primi anni di impianto le malerbe competono maggiormente con le piante arboree, mentre nel periodo di produzione possono essere causa di danno, ma anche offrire aspetti vantaggiosi se vengono ben gestite. Si riscontra una prevalente infestazione a ciclo annuale, più tipica delle colture sarchiate, negli impianti giovani e in quelli adulti dove si effettuano frequenti lavorazioni meccaniche. Durante il periodo primaverile-estivo si succedono specie macroterme che si possono riscontrare nelle colture sarchiate, assai più competitive sia per lo sviluppo in altezza sia per la dissipazione di acqua durante il periodo estivo, manifestando un notevole intralcio a livello dei rami più bassi. In autunno compaiono specie microterme tipiche dei cereali vernini, con una prevalenza di graminacee che permangono durante tutto l’inverno fino alla primavera inoltrata. Se queste non vengono rimosse costituiscono un ostacolo allo sviluppo di quelle macroterme (effetto pacciamatura). Dove si pratica l’inerbimento spontaneo o lavorazioni mal eseguite negli impianti adulti, compaiono gradualmente specie a ciclo biennale e pluriennale tipiche degli ambienti di transizione verso gli incolti e i prati, tra cui dapprima Taraxacum, Torilis, Daucus, Plantago, Conyza ecc. e successivamente Rumex, Artemisia, Cirsium, Convolvulus e Calystegia tra le dicotiledoni, e Bromus, Agropyron e Cynodon tra le graminacee. Queste divengono maggiormente competitive sia per il maggior sviluppo sia per la più elevata sottrazione di acqua ed elementi minerali. La gestione della flora spontanea mediante trinciatura o sfalcio, adottata più di frequente nelle fasce interfilari dei moderni impianti adulti, tende a selezionare maggiormente specie in grado di ricacciare o a sviluppo prostrato più tipiche dei prati sfalciati, tra cui Poa, Lolium, Dactylis e Festuca tra le graminacee e Plantago, Taraxacum e altre composite tra le dicotiledoni. Sotto le chiome diserbate, soprattutto se si fa ripetutamente ricorso agli erbicidi, si possono selezionare le specie più tolleranti tra cui, in particolare, le perennanti come Convolvulus arvensis, Calystegia sepium, Cirsium arvense, Malva sylvestris, Mentha arvensis, Bryonia dioica, Phytolacca decandra, Potentilla reptans ecc., e tra le graminacee Cynodon dactylon e Agropyron repens. In prossimità di aree incolte e boschive, soprattutto se gli impianti non vengono assiduamente curati, possono subentrare specie arbustive come Rubus spp., Hedera spp., Clematis vitalba ecc., che causano intralcio e deperimento degli impianti. In presenza di specie microterme a lenta crescita, che si riscontrano in genere nel periodo invernale, non si rende necessaria la lotta, a differenza di quelle meso e macroterme che sviluppano dalla primavera fino al termine dell’estate, con la necessità di intervenire per ridurre la competizione con la coltura in fase di ripresa vegetativa e sviluppo dei frutti durante la quale occorre garantire una maggior disponibilità di risorse. Nel corso dell’estate prevalgono le specie più resistenti alla siccità e alle alte temperature, che manifestano un elevato grado di competitività per gli impianti sia irrigui sia condotti in asciutta. Al sopraggiungere delle prime piogge di fine estate iniziano a germinare le specie a ciclo autunno-invernale, che concorrono a inerbire il meleto in una fase in cui non risente più della competizione, con una prevalenza di vantaggi agronomici e gestionali.

Evoluzione della tecnica colturale e della gestione delle malerbe

L’evoluzione della tecnica colturale adottata in questi ultimi anni negli impianti di melo, ha portato a una progressiva riduzione della distanza di impianto e del vigore vegetativo delle piante, con un riadattamento della modalità di gestione della flora infestante tra cui l’aumento delle superfici trattate con mezzi chimici, in particolare in localizzazione sotto la chioma dei filari. La sensibilizzazione operata dalle direttive comunitarie riguardo la riduzione dell’impatto ambientale e la diffusione degli impianti ad alta densità dotati di apparati radicali superficiali hanno contribuito a fare evolvere la tecnica di gestione della flora infestante, soprattutto negli spazi interfilari. Questi vengono sottoposti prevalentemente a lavorazione durante i primi anni d’impianto e successivamente a trinciatura del manto erboso, seminato con essenze in purezza o lasciato vegetare spontaneamente. I vantaggi che ne derivano sono rappresentati da un minor costo della gestione, ma soprattutto da una rapidità di esecuzione delle operazioni colturali e dall’eliminazione delle lesioni radicali e corticali che si determinano con le ripetute lavorazioni meccaniche. Inoltre si ha una mancata formazione della suola di lavorazione e conseguente riduzione dei ristagni idrici, accanto a una migliore transitabilità dei mezzi meccanici e all’eliminazione dell’erosione superficiale, in particolare nei terreni declivi, e infine all’aumento della proliferazione di insetti utili per la lotta integrata e biologica del meleto. Il cotico erboso gestito nelle fasce interfilari permette di svolgere importanti funzioni di cover crop (copertura vegetale) e di catch crop (cattura degli elementi nutritivi che altrimenti potrebbero lisciviare lungo il profilo del terreno o ruscellare superficialmente nei periodi più piovosi). La flora spontanea gestita oculatamente, in termini sia spaziali (fila e interfila) sia temporali (utilità o minor danno arrecato in determinate stagioni anziché in altre), permette di migliorare la redditività dell’impianto. D’altro canto occorre provvedere alla cura del manto erboso come nella gestione dei tappeti erbosi, in quanto solo una sufficiente fertilizzazione con periodico sfalcio o trinciatura della flora avventizia, senza asportazione dei residui, permette alle piante coltivate di beneficiare del complessivo miglioramento dell’ambiente terricolo che sta alla base della salute e della nutrizione vegetale.

Contenimento delle malerbe

Il diserbo del melo, come per tutte le colture arboree e a differenza di quelle erbacee di pieno campo, viene effettuato su scala più ridotta, in particolare negli impianti meno specializzati. Il contenimento delle malerbe viene diversificato in funzione del sistema di allevamento, dell’età degli impianti, degli ambienti pedoclimatici, della pendenza e dell’area di coltivazione secca o irrigua. La gestione viene spesso adattata in funzione della disponibilità dei mezzi meccanici aziendali per la lavorazione del terreno o per la trinciatura del manto erboso, degli erbicidi di possibile impiego, delle infestanti presenti e delle condizioni pedoclimatiche di coltivazione. In particolare, nei moderni impianti specializzati a elevata densità d’impianto, si tende a privilegiare la tecnica del diserbo sulla fila con attrezzature idonee per evitare di danneggiare l’apparato radicale e la base dei fusti a seguito dell’utilizzo dei mezzi meccanici, ma anche per ottenere un migliore contenimento delle malerbe attorno al fusto, anche se ne possono rimanere alcune mal devitalizzate nelle “zone d’ombra”. In ogni caso si deve operare con cautela per non arrecare danni da fitotossicità alle piante coltivate e per non selezionare malerbe tolleranti o resistenti agli erbicidi. Nei frutteti specializzati, ma anche in quelli familiari coltivati su superfici esigue, occorre praticare una gestione integrata combinando le differenti pratiche di contenimento delle infestanti sulle file e nelle interfile, allo scopo di evitare la comparsa di una flora di sostituzione, caratterizzata da minore eterogeneità e biodiversità, negativa sotto il punto di vista gestionale. Per questo sono da preferire le pratiche che prevedono l’alternanza e l’integrazione di tutti i mezzi di contenimento delle malerbe, come il diserbo chimico abbinato alle lavorazioni meccaniche, oppure la gestione del manto erboso interfilare con ripetuti sfalci negli impianti in produzione, avvalendosi della pacciamatura sotto la chioma per quelli di nuova costituzione. In questi ultimi, la competizione esercitata dalle malerbe determina rallentamenti di crescita tanto più accentuati quanto più sono giovani le piante e vigorose le infestanti. Oltre a causare una minore lignificazione con conseguente maggiore suscettibilità ai rigori del gelo invernale, la presenza delle infestanti può accentuare lo sviluppo di malattie fungine e di insetti dannosi, nonché creare squilibri termici nel delicato periodo primaverile di risveglio vegetativo, con maggior rischio di gelate.

Gestione agronomica. L’alternanza di differenti pratiche di contenimento delle malerbe, in funzione delle condizioni pedoclimatiche che caratterizzano l’area di coltivazione, sta alla base di un’ottimale gestione della flora infestante. Le tecniche dell’aridocoltura, in cui le lavorazioni rivestono un ruolo di primaria importanza, sono tendenzialmente privilegiate negli ambienti più caldi e siccitosi, collinari non irrigui e per i nuovi impianti. La tecnica dell’inerbimento controllato si applica prevalentemente negli ambienti più umidi e piovosi di pianura e di valle, come in quelli dotati di impianti di irrigazione. Anche se il mantenimento del manto erboso determina un aumento dei consumi idrici nel periodo estivo, offre una serie indiscutibile di vantaggi. In tal caso occorre ricorrere agli apporti idrici, privilegiando i sistemi a goccia per contenere la nascita e lo sviluppo delle malerbe limitatamente alle aree inumidite. Le maggiori difficoltà di gestione insistono sotto la chioma delle piante, dove risulta più difficile operare per via meccanica sia con le lavorazioni sia con lo sfalcio o la trinciatura. Il diserbo chimico, in questi casi, assume un ruolo di primaria importanza per il contenimento delle infestanti sia negli impianti più giovani sia in quelli in produzione e nei differenti ambienti pedoclimatici.

Gestione meccanica. Le lavorazioni meccaniche compiute tra le file e sotto le chiome sono sovente causa di danni sia agli apparati radicali sia ai fusti, anche se vengono effettuate con particolare attenzione e con macchine specifiche dotate di congegni di “rientro”. Per questo è consigliabile eseguire le lavorazioni limitatamente agli spazi interfilari e solo negli ambienti più siccitosi, evitando di avvicinarsi troppo ai fusti delle piante. In ogni caso sono da evitare le lavorazioni profonde e con terreno non in tempera, soprattutto dopo periodi prolungati di non-lavorazione, in quanto verrebbero arrecati gravi danni agli apparati radicali. Le numerose tipologie di macchine di possibile utilizzo adattabili alle varie condizioni pedologiche, sono: a elementi fissi (scarsamente utilizzate per l’insufficiente qualità del lavoro), mobili in folle (cosiddetti a dischi) o azionati da presa di potenza. Assai utilizzati sono gli erpici a dischi, che permettono di conciliare il minor spreco di energie accanto a un lavoro vigoroso e superficiale, quindi più adatto per i frutteti allo scopo di danneggiare il meno possibile gli apparati radicali. Tuttavia, per limitare i danni ai fusti e aumentare la superficie lavorata debbono essere dotati di congegni di rientro, che permettono di avvicinarsi maggiormente ai fusti dei meli. Gli erpici con elementi azionati da presa di potenza e che girano su un asse orizzontale (“fresatrice” o zappatrice rotativa) o verticale (erpice rotante), possono essere dotati di organi di rientro ed effettuano un lavoro energico, ma assorbono maggior potenza e possono causare la formazione della suola di lavorazione che tende a rendere asfittico il terreno e a causare ristagni idrici. Lo sfalcio o la trinciatura del manto erboso, sia sull’interfila sia sotto la fila mediante gli appositi congegni di rientro, sono altre operazioni meccaniche che si possono effettuare senza ricorrere alla lavorazione del terreno. Le trinciatrici possono essere munite di elementi che girano su un asse orizzontale (trinciastocchi); tali attrezzature sono indicate per trinciare malerbe più sviluppate e residui di potatura, anche se effettuano una qualità di lavoro più grossolana. Quelle munite di elementi che girano su un asse verticale, invece, eseguono uno sfalcio più preciso, ma occorre intervenire più di frequente quando lo sviluppo della flora spontanea è al massimo 10-15 cm. Vi sono poi modelli muniti di fruste che girano su un asse orizzontale, adatti per la spollonatura meccanica, ma che permettono di contenere parzialmente anche le malerbe annuali, purchè non siano eccessivamente sviluppate.

Gestione biologica. Gli interventi manuali, seppur più precisi, risultano onerosi sia per il costo della manodopera sia per la presenza dei rami talvolta assai prostrati con relative difficoltà di avvicinamento. Le scerbature, le zappature e le vangature, tuttavia, sono le prime operazioni che si rendono necessarie in una conduzione di lotta biologica dove non si possono utilizzare erbicidi, in particolare nei giovani impianti dove la competizione esercitata dalle malerbe può risultare assai dannosa. In ogni caso queste operazioni, nell’ambito di una gestione integrata, si potrebbero rendere necessarie qualora il grado di infestazione dei giovani impianti fosse in grado di pregiudicare lo sviluppo delle piante neotrapiantate, in particolare in assenza di shelter di protezione o di pacciamatura. La predisposizione degli shelter permette di ottenere, oltre al contenimento delle malerbe nei giovani impianti, un primo e immediato tutoraggio e una lieve forzatura termica in virtù dell’innalzamento delle temperature nel periodo di fine inverno-inizio primavera, con protezione dal gelo durante i rigori invernali. D’altro canto il ricorso ai film plastici neri può essere causa di maggiore presenza di roditori, oltre a costituire una minore riserva idrica che necessita di irrigazioni di soccorso o di una preventiva stesura delle manichette. I modelli biodegradabili consentono di contenere le malerbe per un periodo più limitato di tempo (1-3 anni), senza dover ricorrere alla successiva raccolta dei frammenti di telo. Particolarmente utile si rivela l’uso della pacciamatura per gli impianti molto fitti e a sviluppo limitato in altezza. Altro metodo molto semplice e naturale di possibile applicazione nei vecchi impianti più sviluppati in altezza è l’utilizzo di animali al pascolo (es. pecore), evitando le capre in quanto queste tendono a rovinare la corteccia e anche le fronde dei meli.

Gestione chimica

Il ricorso agli erbicidi si rende utile per limitare l’emergenza delle malerbe attorno alle piante, dove appunto risulta più difficile il controllo. La selettività di questi erbicidi, che agiscono attraverso l’assorbimento radicale o tramite i germogli dei semi durante l’emergenza, in genere sussiste per modalità stratigrafiche. Più in particolare non vengono assorbiti, o solo in dosi trascurabili, da parte delle radici della coltura che si trovano a una maggiore profondità e per questo divengono selettivi con cautela. Pertanto occorre evitare di intervenire su terreni molto sciolti e irrigui, allo scopo di evitare la comparsa di fenomeni di fitotossicità. La scelta dell’erbicida fogliare invece, in funzione del decorso climatico e della flora infestante presente, è più sicuro sotto il punto di vista della selettività radicale, ma può risultare più dannoso in caso di utilizzo di inadeguata attrezzatura che non impedisca il raggiungimento delle parti vegetanti della pianta. Nonostante possano essere applicati in qualsiasi momento del ciclo vegetativo, con l’avvertenza di non interessare al trattamento le foglie delle piante, si tende a intervenire non prima della primavera inoltrata, allo scopo di ridurre il numero degli interventi (2, massimo 3 applicazioni), in particolare negli impianti in produzione.

Diffusione del diserbo chimico

Si ricorre ampiamente alla pratica del diserbo chimico sotto le file degli impianti di melo soprattutto al Nord, con una gestione delle malerbe nelle interfile indirizzata prevalentemente verso periodiche trinciature. In altre aree più siccitose si effettuano talvolta lavorazioni interfilari, ma anche integrali sotto le file, soprattutto negli impianti situati al Sud. Nei meleti specializzati è diffuso il diserbo autunnale, anche se, in questi ultimi tempi, si tende a privilegiare gli interventi di fine inverno, per proseguire con 1-2 interventi durante la fine della primavera e dell’estate, in particolare negli impianti irrigui o se la stagione decorre piovosa.

Strategie di diserbo chimico

In funzione della composizione malerbologica e delle condizioni pedoclimatiche, nonché dell’età e del tipo degli impianti, vengono adottate differenti strategie di diserbo chimico.

Vivai. Nei vivai il diserbo chimico deve essere effettuato mediante barre schermate tra le file, con ripetuti trattamenti fogliari a base del più selettivo disseccante diquat o, con maggiore precauzione, con glufosinate ammonio. Con piante scarsamente sviluppate e nei terreni più sciolti si possono addizionare, con cautela, solo i più selettivi erbicidi residuali, anche se l’impiego di questi risulterebbe più sicuro alla fine dell’inverno del secondo anno di vegetazione, con gemme dormienti. Qualora vengano impiegati prodotti come oxadiazon e oxifluorfen, occorre avere l’avvertenza di non bagnare le gemme.

Nuovi impianti. A partire dal primo anno della messa a dimora delle piante arboree, subito dopo l’impianto, con terreno lavorato e privo di infestanti nate, si possono distribuire sulle file i diserbanti ad azione residuale. I più idonei per questo tipo di impiego sono gli stessi che vengono applicati nel diserbo dei vivai, con preferenziale utilizzo di quelli a più lunga persistenza e ridotta percolazione. Possono essere impiegati anche solo gli erbicidi fogliari ad azione di contatto, preferendo nel primo anno di vegetazione il più selettivo diquat, ma su piante ben lignificate e con barre schermate si può utilizzare anche glufosinate ammonio, sebbene in via cautelativa sarebbe più opportuno intervenire dal secondo anno di impianto. A livello localizzato, per il contenimento delle infestanti perenni graminacee e dicotiledoni, si può ricorrere al sistemico glifosate, distribuito con barre assolutamente schermate o con attrezzature umettanti. In prevalenza di graminacee è preferibile ricorrere al più sicuro impiego dei graminicidi specifici nonostante il più elevato costo. In presenza delle apposite schermature (shelter), si può intervenire con maggior sicurezza su tutto il filare, evitando di operare con i prodotti a base di glifosate nei terreni molto sciolti, a causa del potenziale rischio di danno di contatto con gli apparati radicali superficiali delle piante che si trovano ancora a uno stadio semierbaceo. Per una più razionale lotta contro le infestanti dei giovani impianti, si rivelano particolarmente idonee le miscele di prodotti fogliari di contatto e residuali nelle 2 epoche fondamentali di fine inverno e inizio estate.

Impianti in produzione. Dopo i primi anni di impianto, a seguito di una gestione delle malerbe mediante diserbo chimico, aumenta in genere la presenza di specie perenni graminacee, convolvulacee, equisetacee ecc. e altre erbe di sostituzione o di difficile eliminazione con dosi ridotte di soli prodotti fogliari. Se il giovane impianto veniva sottoposto a sole lavorazioni meccaniche, eventualmente abbinate alla pacciamatura sotto la fila, il potenziale di inerbimento è rappresentato prevalentemente da specie annuali, comprese quelle più tradizionali di tutti i coltivi come Veronica, Senecio, Sonchus, Solanum, poligonacee, amarantacee, chenopodiacee ecc. e con abbondanti presenze di chiazze di specie perenni meglio contenute dai film plastici rispetto alle periodiche lavorazioni del terreno. Va considerato che i fusti di melo, dopo 3-4 anni dalla messa a dimora, risultano ben lignificati e, a differenza delle drupacee, la corteccia presenta poche soluzioni di continuità (lenticelle) con le parti vitali interne, e per questo risulta inferiore il rischio di assorbimento degli erbicidi, in particolare del più pericoloso sistemico glifosate. Fatte queste premesse, occorre prendere in rassegna le differenti epoche di intervento nelle quali effettuare i trattamenti:
– autunnali, con infestanti alte 10-15 cm; -autunno-invernali, con infestanti alte 10-15 cm; -fine inverno, prima della ripresa vegetativa delle piante arboree; -primaverili, dopo la ripresa vegetativa (prima o dopo la fioritura); -primaverili-estivi, qualora siano sfuggite malerbe o nel caso di impianti irrigui.
I trattamenti autunnali sono necessari con un elevato potenziale di infestazione, in particolare per i giovani impianti, e qualora si attuino programmi di diserbo esclusivamente con prodotti fogliari. In assenza di malerbe sotto le file è possibile intervenire con miscele di erbicidi fogliari e residuali, mantenendo il terreno libero da infestanti. Questo consente di migliorare il grado di lignificazione dei rami con conseguente aumento della resistenza al freddo e riduzione dei danni alla base delle piante causati prevalentemente da insetti o malattie fungine. In questa epoca di intervento le condizioni di assorbimento degli erbicidi risultano favorevoli e permettono di ottimizzare il contenimento delle malerbe con dosi relativamente ridotte di prodotto. Inoltre viene aumentato il grado di devitalizzazione delle specie perenni sensibili agli erbicidi fogliari sistemici come glifosate, con migliori opportunità di contenimento delle più difficili infestazioni di Cynodon dactylon e Convolvulus arvensis. La completa eliminazione delle malerbe sottostanti le file, oltre a semplificare il programma di intervento successivo, facilita le successive operazioni colturali di potatura, asportazione delle ramaglie e di spollonatura. I trattamenti autunno-invernali (dopo la caduta delle foglie) o di fine inverno (prima della ripresa vegetativa) permettono di contenere malerbe non ancora molto sviluppate, evitando i danni da competizione, in particolare per i giovani impianti coltivati a elevata intensità, ma beneficiando nel contempo dei vantaggi derivanti dallo sviluppo della flora avventizia. Nel caso si intervenga in ritardo, con gemme rigonfie o addirittura dopo la ripresa vegetativa, per causa di forza maggiore o per eliminare contemporaneamente specie annuali e perenni a nascita più ritardata come Cirsium, Equisetum, Rumex ecc., occorre adottare preferibilmente attrezzature schermate e in ogni caso bisogna avere l’avvertenza di non interessare i germogli erbacei dei rami basali delle piante. La scelta dell’erbicida fogliare deve essere valutata in funzione del decorso climatico e della flora infestante presente: il glufosinate ammonio è più adatto per malerbe annuali a foglia larga, con temperature non troppo basse e per il contenimento dei polloni, mentre il glifosate si presta anche per temperature inferiori e in presenza di malerbe perenni. L’impiego dei prodotti residuali in miscela con i fogliari richiede un terreno il più possibile libero da malerbe e da foglie o possibilmente lavorato e sminuzzato per esaltare il grado di efficacia erbicida. I trattamenti primaverili vengono effettuati in genere negli impianti in produzione per ridurre il numero delle applicazioni (2, massimo 3), in particolare se si ricorre all’utilizzo dei soli erbicidi fogliari. Quando il manto erboso più sviluppato viene disseccato dal trattamento, consente di sortire, nonostante il peggiore aspetto estetico, un effetto pacciamante in grado di ridurre l’emergenza di nuove malerbe. In genere l’intervento si esegue verso la fine della primavera, a cui ne segue un secondo nel periodo estivo per il contenimento delle malerbe a sviluppo pluriennale ed eretto che andrebbero a interferire negativamente in fase di raccolta e con le operazioni colturali da eseguire sulle giovani piante, in particolare se allevate a forme piuttosto basse. Un’eventuale terza applicazione si potrebbe rendere necessaria negli impianti con forme di allevamento piuttosto basse e nel caso di decorsi climatici favorevoli allo sviluppo delle malerbe estive, nonchè nei terreni più fertili e irrigui. Inerbimenti successivi, che sviluppano nel corso dell’autunno, in genere non disturbano più lo sviluppo delle piante e consentono di ricostituire, nel periodo invernale, un manto erboso che, una volta disseccato, nel corso della primavera successiva consente di sortire il summenzionato effetto pacciamante. Le applicazioni primaverili-estive, da eseguirsi a completamento delle altre epoche di intervento, sono necessarie qualora siano sfuggite malerbe a sviluppo perenne, ma anche annuali estive soprattutto nei terreni più fertili e irrigui. I trattamenti successivi possono essere ripetuti nel periodo autunnale con miscele di prodotti fogliari e residuali prima della caduta delle foglie o durante l’inverno, in funzione delle specie di malerbe annuali o perenni presenti. Questa tendenza è stata mantenuta per assicurare una più protratta azione e una riduzione del numero degli interventi.

Spollonatura

Per eliminare i polloni le operazioni di potatura invernale divengono alquanto onerose e costose, a meno che non si intervenga con le operazioni di spollonatura al verde nel periodo primaverileestivo. Se effettuata manualmente richiede un notevole dispiego di manodopera, pertanto per ridurre i costi si deve ricorrere alle operazioni meccanizzate, avendo cura di non danneggiare i fusti con gravi abrasioni e ferite in grado di provocare traumi a livello dell’intera pianta e la compromissione dello stato fitosanitario. In alternativa è possibile effettuare la spollonatura chimica con prodotti ad azione diserbante, tra cui diquat, attualmente quasi abbandonato a causa della sua elevata tossicità, e glufosinate ammonio, con azione congiunta verso la generalità delle malerbe presenti sotto le file delle piante di melo. Per questo scopo occorre intervenire su polloni di consistenza erbacea, lunghi appena 15-20 cm o comunque prima della loro lignificazione, con un’unica applicazione o meglio mediante 2 interventi ben cadenzati nel corso della primavera avanzata e all’inizio dell’estate, che consentono di ottimizzare anche il contenimento delle malerbe.

Attrezzature irroranti

Il ricorso ad attrezzature irroranti non sufficientemente efficienti e affidabili preclude spesso l’ottenimento di buoni risultati per quanto concerne il contenimento delle malerbe, con possibili danni da fitotossicità alle piante di melo. In ogni caso con attrezzature non schermate è preferibile intervenire solo su impianti sviluppati e impiegare in via precauzionale glufosinate ammonio, più sicuro sotto il punto di vista della selettività colturale, in grado di esplicare nel contempo una complementare azione spollonante. Nel caso di una prevalente presenza di malerbe perenni, come le più difficili infestazioni di Convolvulus e Cynodon che spesso non vengono sufficientemente devitalizzate, si consiglia di intervenire con dosi piene di glifosate durante il periodo di maggiore sensibilità (dopo le prime piogge estive), con l’avvertenza di agire in localizzazione sulle chiazze inerbite e di prestare particolare attenzione con l’utilizzo delle apparecchiature completamente schermate e munite di campane di protezione o di attrezzature lambenti.

Impiego irrazionale del diserbo e relative problematiche

L’impiego ripetuto dei prodotti residuali e fogliari in genere non causa danni da fitotossicità, a meno che non si intervenga in modo irrazionale, soprattutto nei giovani impianti e senza un’adeguata conoscenza dei meccanismi di selettività dei diversi principi attivi. Particolare attenzione deve essere prestata nel caso di impiego di erbicidi residuali su giovani impianti dotati di portinnesti poco vigorosi e apparato radicale molto superficiale. In questi casi è sconsigliato anche il ricorso al glifosate, se non con particolari attrezzature schermate, soprattutto se vi sono polloni radicali che potrebbero assorbire anche minime quantità di principio attivo. Una gestione delle malerbe mediante eliminazione delle lavorazioni e adozione della tecnica di diserbo dell’intera superficie (non coltura) può essere eseguita con precauzione nei giovani impianti per evitare danni da fitotossicità per via fogliare e anche radicale nel caso si utilizzino erbicidi ad azione residuale. Negli impianti in produzione occorre evitare di intervenire per periodi prolungati di tempo allo scopo di scongiurare l’insorgenza di una flora di sostituzione e di selezione di malerbe chemioresistenti e arbustive di difficile gestione e contenimento. Inoltre nei terreni collinari si può incorrere nel rischio di accumulo di residui nelle aree a valle, con danni da fitotossicità alle piante. Sono sempre da evitare i sovradosaggi, in particolare dove si praticano abbondanti interventi irrigui su terreni più sciolti e dotati di un minore potere adsorbente. La superficialità degli apparati radicali va presa in debita considerazione con l’impiego dei prodotti residuali su terreni sciolti, mentre per i fogliari occorre prestare maggiore attenzione nella fase autunnale di abscissione delle foglie, che varia in funzione delle varietà coltivate e dell’andamento climatico, onde evitare il rischio di assorbimento dei prodotti sistemici e conseguente comparsa di fitotossicità. Il ricorso a oxifluorfen per attivare il glifosate, deve essere fatto con cautela negli impianti particolarmente bassi, allo scopo di evitare danni alle gemme e alla vegetazione basale. In ogni caso non bisogna operare in giornate ventose e con barre non schermate, assicurando un ottimale grado di bagnatura delle infestanti e, all’occorrenza, dei polloni radicali. Per scongiurare la comparsa di una flora di sostituzione o di malerbe resistenti occorre adottare strategie di intervento che prevedano alternanza di diversi principi attivi e diversificazione della gestione delle malerbe.


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