Volume: gli agrumi

Sezione: coltivazione

Capitolo: gestione del suolo

Autori: Antonio Cicala

Da sempre l’attività agricola è stata associata alle lavorazioni del terreno, tanto che fino alla fine degli anni ’50 erano pochi gli agrumicoltori che dubitavano della loro utilità. Prima dell’avvento della meccanizzazione nel giardino degli agrumi, il terreno era zappato una prima volta (prima zappa) in profondità, possibilmente subito dopo la raccolta e a solchi per sotterrare le erbe infestanti. Una seconda zappatura era effettuata in primavera inoltrata e una terza a maggio per preparare il terreno all’irrigazione, attuata con i metodi classici per scorrimento o per sommersione. Durante la stagione irrigua periodiche lavorazioni leggere e scerbature contribuivano a ridurre le perdite d’acqua per evapotraspirazione. Un principio agronomico sintetizzato nel detto popolare na zappata mezza abbivirata, che ricorda come gli effetti di una zappatura veloce equivalgano a quelli di una mezza irrigazione. Inoltre, l’assenza di infestanti favoriva l’avanzamento dell’acqua sulla superficie del terreno. Finché non si diffonderanno i concimi complessi, la fertilizzazione sarà realizzata attraverso l’esclusivo impiego di sostanza organica (letame, rifiuti e biomasse di natura differente). Per questo motivo, ogni due o tre anni, per provvedere al suo interramento si doveva intervenire a una maggiore profondità, aprendo dei solchi nelle interfila o scoprendo le radici della zona sottostante la chioma. L’uso dello strumento manuale riduceva al minimo i danni meccanici alle piante e spingeva a operare nelle condizioni di terreno più adatte: né troppo umido né troppo asciutto (in tempera). Con la diffusione dei mezzi meccanici, che ha inizio con i motocoltivatori per giungere alla trattrice accoppiata ai diversi attrezzi lavoranti, sarà possibile intervenire in maniera celere, oltre che meno gravosa e più economica. Con l’uso di questi mezzi, che con la loro potenza s’interpongono tra l’operatore e il sistema terreno-pianta, emergono alcuni effetti negativi, che contribuiscono a sviluppare un movimento di avversione nei confronti delle lavorazioni. Lavorando meccanicamente si accentuano i rischi di danneggiare le piante, ma anche di peggiorare le condizioni di vivibilità del terreno. A questo punto si cercherà di riassumere i motivi che spingono a lavorare il terreno di un agrumeto, ma anche gli effetti negativi che nel tempo sono stati associati a tale pratica. Ci si soffermerà solo sugli interventi meccanici al terreno, eseguibili con coltura in atto. Ciò, ovviamente, comporta grosse limitazioni operative, a cominciare dalla profondità e dai tempi d’intervento. In merito alla prima occorre fare i conti con un apparato radicale la cui tendenza a colonizzare gli strati di suolo più superficiali è accentuata nei terreni pesanti e stimolata dall’uso della microirrigazione. I metodi irrigui che assicurano un rifornimento continuo di acqua a tali strati, difatti, spingono le radici presenti a ramificarsi, più che ad allungarsi e approfondirsi. Riguardo ai tempi, si pensi all’inopportunità di lavorare il terreno durante la fioritura-allegagione o in presenza dei frutti pendenti perché si possono indurre fenomeni di colatura e di cascola.

Perché si lavora il terreno di un agrumeto

Obiettivo principale delle lavorazioni è l’eliminazione delle erbe infestanti, colpevoli di competere per acqua e nutrienti, e nel caso dei giovani impianti anche per la luce. Altre finalità riguardano l’arieggiamento e l’aumento della permeabilità all’acqua del terreno, nonché la riduzione delle sue perdite per evaporazione, perseguite tutte attraverso la rottura dello strato superficiale del terreno e il miglioramento delle sue condizioni strutturali a seguito di un aumento della macroporosità. Inoltre, le lavorazioni servono a interrare concimi e sostanze organiche di origine diversa (letame, residui di potatura e sovescio). Si opera a partire dal periodo primaverile, prima della fioritura, programmando i successivi interventi in funzione dell’ambiente, delle esigenze colturali, della consistenza della flora infestante e delle caratteristiche dell’agrumeto, avendo cura di ridurre al minimo la profondità delle lavorazioni, che idealmente dovrebbe essere di 10-15 cm.

Perché le lavorazioni sono spesso inutili o dannose

Con il tempo ricerca e pratica agronomica hanno evidenziato che le lavorazioni del terreno, così come vengono comunemente eseguite, non comportano necessariamente effetti positivi, semmai l’esatto contrario, mentre in altre occasioni sono divenute inutili per il venir meno delle stesse ragioni che le giustificavano. È il caso delle lavorazioni effettuate per preparare il terreno all’irrigazione o per interrare i concimi granulari, giacché i vecchi metodi irrigui sono stati sostituiti da quelli per aspersione o a microportata, che permettono la distribuzione dell’acqua e degli elementi fertilizzanti in essa disciolti (fertirrigazione). Si è detto che alcuni dei benefici delle lavorazioni derivano dalla loro capacità di migliorare la struttura del terreno, almeno limitatamente allo strato lavorato. Al contrario, causando esse lo sminuzzamento e una maggiore aerazione dello strato di terreno lavorato, accelereranno la decomposizione della sostanza organica, con conseguente peggioramento delle condizioni strutturali: distruzione degli aggregati esistenti e difficoltà a crearne di nuovi, almeno nella forma stabile. Infatti quelli che sono creati artificialmente dalle lavorazioni saranno molto vulnerabili all’azione destabilizzante dell’acqua, e quindi eserciteranno il loro ruolo positivo per un tempo molto limitato. Il peggioramento della struttura può avvenire quando si lavora un terreno molto asciutto o molto bagnato, provocando rispettivamente la polverizzazione e il disfacimento degli aggregati, e a causa del compattamento del suolo determinato dal passaggio delle macchine e dall’uso degli attrezzi lavoranti. Riguardo all’aumento della permeabilità all’acqua, utile a contrastare l’erosione superficiale dei terreni in pendenza, va precisato che per raggiungere tale obiettivo le lavorazioni dovrebbero spingersi a una profondità tale da danneggiare seriamente l’apparato radicale: 20-30 cm contro i 10-15 cm consigliati. Le radici danneggiate sono quelle più attive nell’assorbimento dell’acqua e dei nutrienti. Si avranno, pertanto, ripercussioni negative sull’attività vegetoproduttiva della pianta, oltre a un’accentuazione dei rischi di infezioni radicali, come di mal secco nel caso del limone. Uno dei danni che spesso è imputato alle lavorazioni è la formazione di uno strato impermeabile, la cosiddetta suola di lavorazione. Tale inconveniente è particolarmente presente nei terreni ricchi di particelle fini, quando per la lavorazione si impiega la zappatrice rotativa, piuttosto che l’erpice a dischi. Questa macchina agisce sul fenomeno direttamente, per un effetto battente delle zappette in condizioni di terreno umido, e indirettamente, attraverso la polverizzazione spinta delle zolle (terreno asciutto). In quest’ultimo caso le particelle fini, veicolate dall’acqua, si accumulano e cementificano a livello della zona non lavorata. La zappatrice rotativa svolge un lavoro di fresatura che è responsabile della propagazione vegetativa di infestanti perenni, dotate di rizomi e stoloni, come la gramigna.

La non lavorazione

Per evitare gli inconvenienti che accompagnano le lavorazioni del terreno, ma anche per ragioni economiche, in agrumicoltura, più che in altre colture arboree, si sono consolidate alcune tecniche alternative, tanto che in molti paesi le lavorazioni convenzionali sono quasi del tutto scomparse. Si tratta della pacciamatura, dell’inerbimento e del diserbo. Quest’ultimo, per essere la pratica più diffusa, avrà il suo spazio di approfondimento all’interno del capitolo “Gestione della flora spontanea”. Grazie alla non lavorazione è possibile mantenere infrastrutture permanenti (impianti d’irrigazione, baulature, affossature ecc.) e utilizzare terreni pietrosi di difficile lavorabilità. Con essa si avrà una crescita più superficiale delle radici assorbenti, con effetti positivi sull’assorbimento degli elementi minerali meno mobili nel suolo, come il fosforo, il potassio e il manganese. Inoltre, con pacciamatura e inerbimento si otterrà un miglioramento della struttura, che sarà più stabile perché creata attraverso l’azione di fattori bioclimatici, anziché meccanici. Una conseguenza negativa della non lavorazione, accoppiata ai metodi d’irrigazione a microportata, è la possibile diffusione delle arvicole, con la necessità di realizzare strategie idonee di lotta.

Pacciamatura

Mediante la pacciamatura, il terreno non lavorato è ricoperto con uno strato protettivo di materiali inerti di varia natura. Nel nostro caso, non avendo esigenze d’impatto ambientale, si fa ricorso ai soli materiali plastici. Questa opzione, per ragioni di costo, è utilizzata solamente per i primi anni dell’impianto e per coprire la superficie dei filari. In questo modo si evitano sia le lavorazioni, sia i trattamenti diserbanti, che a torto o a ragione sono ritenuti fitotossici per le giovani piante. Oggi si preferisce l’utilizzo dei tessuti pacciamanti porosi in polipropilene, invece dei tradizionali film plastici in polietilene. Essi offrono il vantaggio di una buona permeabilità all’acqua, tanto da potervi appoggiare l’ala gocciolante, e di una maggiore durata, per l’elevata resistenza ai raggi UV che possiedono. La pacciamatura, oltre a evitare la crescita delle infestanti e ad avere un effetto benefico sulla struttura, permette di mantenere la zona bagnata dall’irrigazione localizzata in condizioni di umidità e di temperatura costanti.

Inerbimento

Con l’inerbimento il terreno presenta un cotico di erbe spontanee o coltivate, che sono contenute attraverso lo sfalcio periodico o l’uso di erbicidi. In questo modo le parti morte si accumulano sul terreno, svolgendo una funzione pacciamante. L’inerbimento può essere totale o parziale, a seconda che interessi l’intera superficie o solamente una sua parte. Esiste un inerbimento permanente, in grado di sostituire completamente le lavorazioni del terreno, e un inerbimento temporaneo o stagionale, che prevede una copertura vegetale solamente durante il periodo interessato dalle piogge: la tecnica del sovescio rientra in questa categoria. L’inerbimento comporta una serie di vantaggi: con esso si contrasta efficacemente l’erosione del terreno, giacché aumenta la sua permeabilità all’acqua; si favorisce la movimentazione delle macchine, perché si incrementa la portanza del terreno; si aumenta la dotazione di sostanza organica; si hanno ripercussioni favorevoli sulla componente biologica del terreno. In ambiente mediterraneo, durante la stagione calda, la presenza di una copertura erbacea fa aumentare il consumo d’acqua, per cui è consigliata la sola forma stagionale, specie nei terreni declivi. È anche vero che con l’uso dei metodi localizzati d’irrigazione, il contenimento estivo della vegetazione erbacea risulta meno impegnativo. Come si vede, vi sono tanti motivi validi che spingono ad abbandonare le lavorazioni ordinarie del terreno. Tuttavia, esistono momenti e situazioni in cui se ne giustifica ancora l’uso: è il caso di quando occorre interrare il sovescio o altro materiale organico, o quando, in terreni nudi e di particolare costituzione, occorre rompere lo strato superficiale compatto che si è venuto a creare per l’azione battente dell’acqua piovana o per il transito ripetuto delle macchine. In tutti i casi in cui si vuole ritornare a lavorare un terreno che da anni è stato sottoposto alla non lavorazione, occorre fare i conti con un apparato radicale che si è sviluppato sempre più in superficie. Pertanto, bisognerà aumentare la profondità delle lavorazioni molto gradualmente, magari intervenendo su filari alterni. La non lavorazione diventa inevitabile nei terreni poco profondi, magari per la presenza di una falda superficiale, dove è necessario incrementare il volume di terreno a disposizione delle radici. Per contro, le lavorazioni ordinarie possono sopravvivere nei terreni profondi e prevalentemente sabbiosi, dove i rischi di danneggiare la struttura sono pressoché assenti.

 


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