Volume: il grano

Sezione: paesaggio

Capitolo: frumento in Italia

Autori: Pasquale Viggiani

Introduzione

La nostra penisola è famosa nel mondo per gli itinerari artistici. Di città in città, di paese in paese, ovunque il visitatore può trovare un’attrattiva, che sia un palazzo o un museo, un rudere o un campanile, una piazza o una scultura. Tanti sono gli stranieri che hanno visitato l’Italia nei secoli scorsi e che continuano a farlo. Johann Wolfgang Goethe sul finire del ’700 intraprese un viaggio di due anni in Italia, divenuto famoso perché documentato in un libro diventato una delle sue opere maggiori. Goethe non solo apprezzò dell’Italia le città d’arte, ma anche il paesaggio della campagna, come farebbe ogni altro visitatore curioso e attento che avesse la costanza e le possibilità per intraprendere un viaggio simile. A me è capitato di farlo, nella primavera del 2005, per rilevare la flora spontanea dei campi di grano, descritta in un altro capitolo di questo libro. Di questo viaggio non sono certo in grado di fare un resoconto puntuale alla maniera del grande letterato tedesco ma cercherò di comunicare al lettore le emozioni suscitate dalla vista degli stupendi panorami plasmati dalla coltura (& cultura) del grano nelle diverse regioni granicole italiane. Nei paragrafi che seguono cercherò di celebrare, con immagini e parole, gli innumerevoli colori del grano e delle sue commensali selvatiche e il modo con cui gli appezzamenti di grano si adagiano sui rilievi appenninici o si stendono nelle piatte lande della Pianura Padana e del Tavoliere di Capitanata, o l’ondeggiare delle spighe sotto l’impeto del vento. Accompagnato da amici, esperti conoscitori del territorio, dovendo visitare tutte le regioni ho programmato di iniziare il viaggio dalla Sicilia, dove la vegetazione in genere e il grano in particolare anticipano di circa dieci giorni la loro maturazione rispetto agli ambienti del “continente”. Così il 18 aprile, quando il grano non era ancora spigato e la maggior parte delle piante selvatiche era in fioritura, ho cominciato il viaggio. Abbiamo annotato le erbe selvatiche in molti campi di grano; per quattro giorni, fino al tramonto, io e l’accompagnatore di turno abbiamo percorso in auto la Sicilia, zigzagando tra i paesaggi più remoti e suggestivi, intervistando tecnici ed altri operatori del settore. Durante i lunghi spostamenti, il mio ospite mi faceva il resoconto dettagliato, che riporto di seguito, sullo stato della coltura del grano nella sua regione, mentre io continuavo a scattare fotografie a erbe e panorami. Così, settimana dopo settimana, sono risalito attraverso tutta la penisola indugiando più a lungo nelle regioni a maggiore vocazione granicola: dall’Italia centro-meridionale dove è più diffuso il grano duro rispetto a quello tenero (Sicilia e Calabria, Puglia e Basilicata, Campania e Molise, Abruzzo e Marche, Lazio, Sardegna e Toscana), quindi dall’Umbria a tutto il settentrione dove prevale il grano tenero su quello duro (Emilia-Romagna, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Lombardia e Piemonte). In capo a due mesi, dopo aver percorso svariate migliaia di chilometri, quando ormai il grano era prossimo alla raccolta e tutte le regioni erano state esplorate, più che la pur forte curiosità di proseguire il viaggio poterono la calura dell’incalzante estate e il dolore del mio fondoschiena.

In Sicilia e Calabria

La coltivazione del grano duro in Sicilia si estende su circa 320.000 ha, con una distribuzione territoriale alquanto diversificata per varietà ed epoca di semina. Nella Sicilia centrale (province di Enna, Palermo e Caltanissetta), caratterizzata da collina medio-alta e con semine tardive, dove le rotazioni sono rappresentate principalmente da ringrano, o da grano con leguminose (fava, favino, veccia e sulla), avena o erbaio (loietto, avena, trigonella), si registrano, in media, le produzioni più elevate (con punte di 60-70 q/ha), mentre nelle zone marginali la produzione si attesta sui 15-20 q/ha. Lungo la fascia costiera (province di Trapani, Agrigento, Ragusa e piana di Catania), si trovano terreni di bassa collina o tendenzialmente pianeggianti in cui si pratica meno ringrano e negli avvicendamenti entrano anche specie orticole (melone, zucchino, carota e carciofo). Fra le varietà di grano quella più diffusa è il Simeto seguita da Duilio, Ciccio, Mongibello e Arcangelo. Da segnalare anche una vecchia varietà di grano a taglia alta, il Rossello, presente solo nel ragusano, che viene coltivata per la paglia da destinare agli allevamenti di bestiame. Al viaggiatore che si trovasse a passare nella seconda metà di aprile dalle parti di Enna o di Caltanissetta o nella provincia di Palermo e in prossimità di Catania, non sfuggirebbero certamente la calda colorazione del paesaggio e il giallo brillante, su intere colline, della senape selvatica in fiore e il giallo pastello dell’aneto a fine maggio. Spettacolo superbo, ma segno, purtroppo, di poco accorta gestione agricola. In Calabria i dati reali di coltivazione del frumento (prevalentemente grano duro della varietà Simeto), di molto inferiori a quelli ufficiali, riguardano una superficie complessiva di circa 20.000 ha, in maggioranza dislocati nella provincia di Crotone.

In Puglia, Basilicata, Campania e Molise

Era l’inizio di maggio ed eccomi in quella che già gli antichi romani chiamavano la sitibonda Puglia, granaio d’Italia. Qui il grano affonda le radici, oltre che nel terreno, nella storia della regione, nella sua vocazione agricola e nella sua cultura contadina. Negli ultimi anni l’interesse per la coltivazione di grano duro in questo comprensorio ha subito un calo notevole; ciò nonostante rimangono significative le superfici: circa 390.000 ha in Puglia, 175.000 in Basilicata, 70.000 in Campania (oltre 14.000 di grano tenero) e 60.000 in Molise. La varietà più coltivata in tutti gli areali è il Simeto seguito da Ciccio, Duilio, Iride e Gargano. Le produzioni medie si aggirano sui 35 q/ha, con uno scarto di 20 q in meno nelle zone più marginali (per es. Murgia barese) e di 15-20 q/ha in più nelle zone pianeggianti del Tavoliere. Le zone di questo comprensorio più vocate per la coltivazione del grano si trovano nel Tavoliere di Foggia, ma la coltivazione si spinge oltre e caratterizza tutto il territorio circostante. Verso sud-est si estende sulla Murgia barese che da Altamura degrada verso il mar Ionio, lambendo la Basilicata, da Matera fino al Metapontino. Anche a sud, passando da Cerignola, e scansando orti, frutteti, oliveti e vigneti della fascia costiera adriatica, sconfina in Basilicata, con le coltivazioni di Lavello, Venosa e Spinazzola: poco lontano da Castel del Monte di Federico II. Verso ovest il subappennino dauno immette direttamente nelle disordinate colline del beneventano e dell’avellinese, dove i campi di grano si perdono fra orti e boschi. Verso nord la coltura del grano aggira i primi contrafforti del Gargano e si dirige tra la collina molisana e il mare Adriatico, dove i vigneti e gli oliveti abruzzesi ne interrompono il cammino, quindi si spinge fino ai confini con la Campania. Il paesaggio cerealicolo di alcune zone dell’Italia meridionale è in mutamento anche per aspetti legati alla gestione del suolo o ad altri interventi dell’uomo estranei all’agricoltura. È il caso di ampie zone del subappennino dauno interessate da evidenti fenomeni di movimenti franosi che rendono impossibile e pericolosa la coltivazione, o dall’insediamento di numerosi parchi eolici (province di Foggia e di Avellino) che ne cambiano l’aspetto paesaggistico. Rimane comunque ancora caratteristica di gran parte della cerealicoltura delle provincia di Foggia, Bari e della Basilicata la monosuccessione di grano duro, decennale o anche più lunga, e ogni anno si assiste al grande rito della bruciatura delle stoppie che illumina a giorno le afose notti in prossimità del ferragosto e lascia sul terreno i resti neri di culmi riarsi.

In Lazio, Toscana e Sardegna

In queste tre regioni si coltivano complessivamente circa 316.000 ha di grano, dei quali pressappoco 77.000 nel Lazio (80% di grano duro, il resto di tenero), 144.000 in Toscana (80% di grano duro) e 95.000 ha di grano duro in Sardegna. Nelle regioni continentali di questo comprensorio possono essere distinti due macro areali: la fascia costiera delle province di Grosseto, Livorno, Pisa e una zona interna costituita dalle province di Siena, Arezzo e Firenze. Le province di Viterbo e di Roma si distribuiscono in entrambe queste zone. Nella zona litoranea si coltiva frumento duro con prevalente diffusione di varietà tradizionali, in particolare Duilio. La nuova tendenza è quella di orientarsi su varietà più precoci e di maggior tenore proteico: Svevo, San Carlo, Colosseo. Nella zona interna, pur rimanendo una forte predominanza di frumento duro (80%), maggiormente rappresentato dalle varietà Duilio, Orobel, Iride, a seguito della nuova Politica Agricola Comunitaria (PAC) è ricomparso il tenero con le varietà Bolero, Bologna, Mieti. Solo in alcune zone è frequente il ringrano (fino a tre anni). Generalmente il grano è coltivato in rotazione con leguminose (favino, trifoglio e pisello proteico), con girasole e altri cereali quali orzo, avena e mais. Frequente, particolarmente nel Lazio, è la successione di erbai destinati al pascolo ovino con la pratica della vendita dell’erba a tempo determinato; il frumento che succede ai pascoli è spesso infestato dal cardo mariano sfuggito al pascolo degli ovini che lo disdegnano per le sue foglie spinose. La rotazione con colture orticole (melone, spinacio) è caratteristica della parte costiera insieme al pomodoro, coltivato anche all’interno (Valdichiana, Siena), dove si inserisce anche il tabacco (Valdichiana e parte della provincia di Arezzo). In Sardegna, accanto a varietà già affermate, come Iride e Colosseo, si coltivano anche varietà locali come Karalis. Nelle successioni, il carciofo assume importanza nel Campidano mentre, in generale, foraggere da destinare all’allevamento ovino e leguminose da granella sono le più diffuse insieme al ringrano nelle zone con minore disponibilità idrica. Le rese per ettaro raggiungono i 60 q nelle migliori zone della Toscana, con punte minime di 25-30 q nelle zone collinari. Nel Lazio le produzioni sono mediamente più basse del 3-5% rispetto a quelle della Toscana. In Sardegna, quando la piovosità è sufficiente, le rese si attestano sui 35-40 q/ha, mentre nelle annate siccitose, specialmente nelle zone meno fertili, si raggiungono appena 10 q/ha o poco più, anche perché il grano soffre della competizione di alcune piante infestanti, come il crisantemo selvatico, avvantaggiate dalla loro maggiore rusticità.

In Abruzzo, Marche e Umbria

In questa parte d’Italia il grano è coltivato su circa 294.000 ettari, 160.000 dei quali dislocati nelle Marche, 53.000 in Abruzzo e 81.000 in Umbria, su territori prevalentemente collinari. Nelle prime due regioni citate prevale il grano duro su quello tenero, in particolare nelle Marche esso occupa l’80% della superficie totale coltivata a frumento; in Umbria i rapporti fra le due specie si invertono rispetto alle Marche. La coltura trova ovunque condizioni idonee per lo sviluppo: dai terreni più argillosi dell’Abruzzo a quelli più freschi e fertili delle pianure marchigiane. Le zone a maggiore vocazione granicola sono quelle interne della collina fermana (provincia di Ascoli Piceno), le zone interne della provincia di Macerata, le zone pedecollinari di Ancona, il comprensorio di Atessa-Casalanguida in provincia di Chieti e il comprensorio di Marsciano e la zona del lago Trasimeno (Perugia). Le varietà più diffuse in Abruzzo sono Simeto, Duilio, Ofanto e Meridiano. Nelle Marche e in Umbria: Duilio, Svevo, Orobel, Iride, San Carlo, Rusticano e Claudio. Le produzioni oscillano tra 20-25 q/ha delle zone interne più svantaggiate e 50-60 q/ha delle zone più fertili.

In Emilia-Romagna

L’Emilia-Romagna è una delle regioni italiane più importanti per la produzione di grano: per la quantità e la qualità delle produzioni ottenute si sta ormai guadagnando il titolo di “granaio d’Italia”. La superficie coltivata a grano è di 200.000 ha circa con la tendenza al leggero incremento negli ultimi anni, in controtendenza rispetto alla situazione di riduzione delle superfici che sta invece avvenendo nelle altre zone tradizionali di coltivazione del sud Italia. Il grano viene coltivato su tutto il territorio regionale, con una maggiore concentrazione nelle pianure centrali (Bologna innanzitutto, poi Ferrara, Modena e Ravenna), particolarmente vocate a questa coltura, dove la coltivazione avviene in maniera molto intensiva, con particolare cura per la tecnica di concimazione e difesa e dove il grano, per le elevate produzioni ettariali ottenute, rappresenta la base del reddito nelle aziende estensive. Le varietà più coltivate sono Bologna, Mieti e Serio fra i teneri e Orobel, Neodur e San Carlo fra i duri. Nella pianura emiliana tra Reggio e Piacenza la coltura ha una minor diffusione ed è spesso coltivata per esigenze di rotazione con colture orticole (principalmente pomodoro), con erba medica e con mais. Nella zona di coltivazione collinare, equamente distribuita su tutto l’appennino nella fascia di media e bassa collina, si praticano frequenti ringrani o si effettuano rotazioni con colture foraggere. In collina la coltivazione viene effettuata con un minor utilizzo di mezzi tecnici e le varietà più coltivate sono Bolero, Centauro e Pandas. Il grano duro, che oggi rappresenta poco più del 10% della superficie a grano di questa regione, è in ripresa negli ultimi anni per le buone quotazioni ottenute e l’interesse dei pastifici per la produzione di varietà con livelli proteici medio-elevati della granella.

In Friuli Venezia Giulia, Veneto, Lombardia e Piemonte

Questo grande comprensorio settentrionale, come superficie coltivata a grano, equivale alla sola Emilia-Romagna. Comprende due areali ben distinti dal punto di vista agricolo e orografico. Il grano stenta a farsi strada tra le coltivazioni di mais della parte orientale, da Cremona fino a Udine, attraverso il Veneto. Verso occidente, si incunea tra l’Oltrepò pavese e le risaie della Lomellina in Lombardia e, superati i vigneti delle Langhe piemontesi, attraversa timidamente i frutteti del cuneese per poi ridiscendere verso l’alessandrino e la provincia torinese. Nell’areale orientale vengono coltivati circa 90.000 ha di grano tenero e 5000 ha di grano duro. Le zone più vocate sono quelle adiacenti al corso del Po, dove le produzioni raggiungono anche 80 q/ha di granella. Sono i territori del Casalasco-Viadanese, Oltrepò mantovano, alto Polesine, dove spesso vengono coltivati i cosidetti “bianchi”, come Mieti e Nobel, o varietà speciali come Bologna o Bilancia o più comuni, ma sempre apprezzate, come Serio. Nel resto dell’area presa in considerazione e in particolare in Friuli, la coltura del frumento è poco praticata a causa di produzioni medie non elevate e quindi della concorrenza che viene esercitata dal mais. Tra le varietà di grano duro quelle maggiormente coltivate sono: Neodur, Normanno, Levante e Orobel. Il grano non costituisce la principale coltura nemmeno nella parte occidentale del comprensorio dove, tuttavia, occupa circa 100.000 ha, per la maggior parte costituiti da frumento tenero (oltre 95%). Il grano è coltivato più frequentemente in pianura ma anche in alcune zone collinari: valle Staffora in Oltrepò pavese, basso Monferrato, colline tortonesi e dell’Acquese, valle Cerrina e alcune zone dell’Astigiano. In genere si attua la rotazione con svariate colture, mentre la monocoltura non è quasi mai praticata; in talune zone particolari non irrigue, tuttavia, viene attuato il ristoppio, quasi mai però per più di 2-3 campagne agrarie. Molto numerose sono le varietà coltivate; tra le più diffuse meritano di essere citate: Blasco e Bolero, Aubusson, Isengrain, Serio, Eureka e Taylor. Le medie produttive sono intorno a 5055 q/ha, con punte di 80 nelle zone più vocate (pianura tortonese e vogherese) e minimi di 35-40 q nelle zone collinari.

 


Coltura & Cultura