Volume: la fragola

Sezione: paesaggio

Capitolo: fragola in Trentino

Autori: Lara Giongo

Introduzione

In Trentino la fragolicoltura si è diffusa nei primi anni ’70, quando la montagna iniziò a spopolarsi per ragioni strettamente connesse con l’economia, soprattutto in valli particolarmente chiuse, o più distanti dai centri maggiori, quali la Valle dei Mocheni e la Valle di Cembra. Proprio in questi luoghi ha preso avvio la grande tradizione cooperativistica, legata alla produzione di fragole e piccoli frutti, che ha reso il Trentino un esempio di riuscita e successo dell’associazionismo dal quale è conseguito anche il miglioramento del reddito dei soci produttori. Gli ultimi quarant’anni hanno visto un’energica evoluzione che ha riguardato la tecnica, le scelte varietali, le produzioni e, di conseguenza, l’ambiente naturale in cui la coltura della fragola si è sviluppata.

Un po’ di storia

Sino alla fine degli anni ’70 i fragolicoltori trentini hanno privilegiato la scelta di cultivar unifere: le piante frigoconservate venivano prevalentemente messe a dimora a giugno-luglio in file singole o binate, su prode ben baulate e pacciamate con paglia. La vecchia cultivar inglese Redgauntlet, insieme a poche altre, ha fatto da apripista alla fragolicoltura trentina per le produzioni estive, seguita dalle cultivar Cesena, Dana e Marmolada. Dalla fine degli anni ’70 al decennio successivo la produzione di fragole è passata da 300 a 640 t circa. Nel biennio 1982-83 furono introdotte le prime cultivar rifiorenti che, essendo produttive già nello stesso anno di impianto, consentivano di ottenere buone produzioni in periodi di offerta piuttosto limitata. Inizialmente fu coltivata Rapella, sensibile all’oidio, con frutti poco regolari, dalla polpa poco consistente e di ridotta conservabilità, dopodiché, verso la fine degli anni ’80, si passò alle cultivar neutral day Brighton, Fern, Irvine e Selva. Tutte avevano pregi e difetti: Brighton con acheni sporgenti risultava di limitato interesse commerciale ma utile alle produzioni autunnali ritardate, Fern aveva frutti di pezzatura ridotta, Selva presentava un periodo di produzione più lungo delle altre ma forniva una produttività non sempre soddisfacente. In quegli anni la produzione crebbe costantemente, raggiungendo le 1700 t, ma nel 1992 la fragolicoltura trentina entrò in crisi. Le superfici investite a produzione di fragole rifiorenti ebbero un picco di espansione con una conseguente concentrazione di offerta nel mese di agosto: se da un lato il periodo poteva garantire al produttore un prezzo decisamente vantaggioso, dall’altro era indispensabile attenersi a una domanda molto rigida, per cui i quantitativi in eccesso, per un paio d’anni, causarono ai produttori un ritorno economico inferiore ai costi di produzione. Va ricordato che sino a quel momento ancora si coltivava in pieno campo e quindi con costi relativamente contenuti, ma ciononostante si ebbe un netto declino. Fu questa crisi a dettare una forte spinta verso l’innovazione, sia dal punto di vista varietale, sia della tecnica colturale. Nel 1992-93 furono valutate nuove cultivar unifere, Elsanta, in primis, che risulterà la cultivar dominante nei due decenni successivi. Si iniziò con diverse prove, tentativi volti a ottimizzare le risorse a disposizione, in particolare il territorio e le fasce altitudinali. In un ambiente montuoso sfruttare l’altitudine vuol dire, da un lato, far rendere al meglio un territorio che può essere coltivato con difficoltà e di conseguenza significa offrire una risorsa a chi in quel territorio vive e può così trarne incentivi, anche economici, per rimanervi; dall’altro, significa poter disporre di ambienti diversi, con un differente accumulo di ore crescita e avere quindi la possibilità di entrare in produzione con una stessa cultivar in maniera scalare e programmabile. L’evoluzione della produzione, che ha visto la sintesi di tecnica e scelta varietale, fu influenzata anche dall’evoluzione della domanda che, dall’inizio degli anni ’80, si fece sempre più attenta sia ai parametri di qualificazione del prodotto, in termini di freschezza, bontà, salubrità nonché di immagine, in relazione alle caratteristiche morfologiche e di omogeneità del frutto, sia alla continuità dell’offerta nell’arco dell’anno. Alcune scelte tecniche incisero in maniera evidente e positiva sulla qualità dell’offerta: l’adozione della coltura fuori suolo, l’utilizzo di tunnel con coperture stagionali, la maggiore attenzione al postraccolta. Le prime prove di coltura fuori suolo furono realizzate per mezzo di attacchi posti sul colmo di prode con baulature elevate, dopodiché si passò gradatamente a strutture più specializzate. Da subito ci si poté avvantaggiare dei benefici del fuori suolo protetto: la riduzione degli attacchi fungini e della loro diffusione nell’impianto, il superamento delle problematiche connesse alla stanchezza del terreno, alle condizioni climatiche avverse quali piogge prolungate, grandine e brinate, la programmazione della coltura in due cicli, l’ottenimento di un prodotto finale più omogeneo, pulito e conservabile. Tuttavia il sistema produttivo adottato era, ed è tuttora, molto più costoso rispetto ai sistemi tradizionali in suolo, per esempio necessita di maggiore attenzione per predisporre una fertirrigazione ottimale, di un monitoraggio costante per ottimizzare la scelta e la produzione delle piante da vivaio e le date di impianto, in conseguenza degli andamenti climatici.

Situazione attuale

Oggi le produzioni trentine di fragola sono ripartite tra fuori suolo e pieno campo, con netta prevalenza delle prime. La Valsugana e l’Altopiano di Pinè rimangono le aree di maggiore concentrazione fragolicola; in entrambe si coltiva fuori suolo in prevalenza la cultivar Elsanta, in doppio ciclo o monociclo programmato con concentrazione nel periodo estivo. Altra cultivar unifera di interesse è Darselect; negli ultimi anni si stanno testando anche nuove varietà rifiorenti. Nel tempo si sono affinate le conoscenze e le modalità di intervento su fattori esterni quali temperatura, luce, umidità, substrati che hanno reso possibile una buona precisione nelle programmazioni delle colture. Le diverse altitudini alle quali sono impiantati i fragoleti, variando da 400 a 1200 m s.l.m., permettono di sfruttare la scalarità del periodo di raccolta. Nelle zone di Telve e della Bassa Valsugana, situate ad altitudini inferiori, si predilige l’adozione di un doppio ciclo di produzione autunnale-estiva utilizzando le stesse piante, che vengono messe a dimora in vaso, a fine luglio, per la produzione autunnale, poi, in inverno, vengono pulite e fatte svernare in campo o poste in cella frigorifera. La primavera successiva, l’allestimento viene effettuato con queste medesime piante che forniscono una seconda produzione a partire dalla fine di maggio. Negli impianti realizzati a quote più elevate la tecnica utilizzata è quella del monociclo, che prevede la programmazione dei trapianti di piante ingrossate. Solitamente vengono utilizzate piante di grosse dimensioni, TP (tray plant), messe a dimora da fine aprile a fine luglio. Le piante TP garantiscono normalmente prestazioni migliori in termini di qualità e quantità dei frutti, hanno maggiore capacità di attecchimento e presentano minore sensibilità allo stress da trapianto estivo, operazione colturale che coincide con il periodo più caldo durante il quale la radicazione è resa difficoltosa. Inoltre, le piante TP hanno una ripresa vegetativa lenta, che permette un maggiore sviluppo vegetativo e un leggero ritardo della maturazione dei frutti, influendo quindi sulla raccolta. In queste zone, dove pure permane un numero molto elevato di piccoli produttori afferenti alle diverse cooperative, si è assistito a un sempre maggiore aumento della imprenditoria e della professionalità delle aziende produttrici di fragole, con il passaggio, in molti casi rivelatosi efficace, dalla conduzione part-time a quella specializzata e full-time nonché con il maggiore coinvolgimento di personale di giovane età. Basti pensare che, attualmente, nella zona di Pinè sette aziende raggiungono da sole il 90% della produzione. Oltre alla Valsugana e a Pinè, la fragola è coltivata in Val dei Mocheni, Valle del Chiese, Val Rendena, Valle di Cavedine, Alto Garda, Val di Sole e, in maniera molto limitata, in Val di Non. La Val dei Mocheni, valle di splendidi paesaggi e antiche tradizioni di un popolo estremamente legato alla propria terra, è maggiormente vocata per la coltivazione dei piccoli frutti, soprattutto lampone e mirtillo, che ne hanno fatto il fulcro di queste produzioni. Sebbene di impatto limitato, anche la fragola fa da corollario all’offerta della valle, anche qui mediante lo sfruttamento della coltura programmata fuori suolo. Nel Trentino occidentale, quindi nella Valle del Chiese e in Val Rendena, nel Parco naturale Adamello-Brenta, la coltivazione della fragola fuori suolo fu introdotta a partire dal 1997. A differenza delle zone in cui il prodotto è commercializzato in maniera molto coordinata e piuttosto concentrata, quest’area, che vede la produzione di piccoli frutti e fragola estesa su circa 10 ettari, predilige una forma di commercializzazione effettuata direttamente dai singoli produttori. Nella zona dell’Alto Garda le aziende sono poche e di grandi dimensioni per i parametri trentini. In Val di Sole e in Val di Non la coltura della fragola è piuttosto limitata: al di sopra della zona vocata per la frutticoltura, per il melo nello specifico, la coltivazione di piccoli frutti e fragola ha rappresentato un’opportunità di sfruttamento del territorio. Attualmente la coltura della fragola in questa zona si mantiene stabile a fronte di un incremento della coltivazione del ciliegio. Un accenno, infine, al fabbisogno annuale di piante, che attualmente si aggira attorno ai 9 milioni di unità; normalmente i soci delle cooperative non si occupano della moltiplicazione delle piante ma le acquistano presso vivai specializzati e autorizzati, in Italia e in Olanda, attuando in azienda, come già esposto, solo la fase di ingrossamento. Come emerge dalla descrizione, le superfici investite a fragola in Trentino sono limitate, ma questo non diminuisce l’importanza, a livello commerciale, dell’offerta finalizzata alle produzioni estive. Da questi ambienti montani arrivano sul mercato le uniche produzioni nel periodo estivo-autunnale, dalla prima decade di giugno fino alla prima decade di ottobre, affermando il prodotto trentino sui mercati nazionali, dove viene diretto circa il 90% della produzione, di cui un 70% va verso il Nord Italia mentre la rimanente, piccola, percentuale raggiunge i mercati europei.

Fragolina di bosco

Quella della fragolina di bosco (Fragaria vesca), in Trentino, è una produzione molto limitata e dai costi elevati, in particolare per la raccolta. La tecnica utilizzata ha subito la stessa evoluzione di quella della fragola. Un certo incremento qualitativo si è ottenuto grazie alla coltivazione fuori suolo e all’utilizzo, nel confezionamento, dell’icepack, che conserva le delicate caratteristiche organolettiche dei frutti. Carattere trainante nella scelta di questo frutto, da parte dei consumatori, è rappresentato dall’aroma, particolarmente intenso. Due sono le tipologie di piante coltivate: rifiorenti, in prevalenza, e, su scala più limitata, unifere. La fragolina rifiorente maggiormente utilizzata è la cultivar Regina delle Valli, molto produttiva e attraente che in fuori suolo è tuttavia poco programmabile ed è penalizzata da andamenti del prezzo piuttosto fluttuanti. Negli ultimi anni sono stati fatti alcuni seri tentativi di introduzione delle cultivar unifere (sulle quali è necessario tuttavia operare ulteriormente dal punto di vista genetico) che, a fronte di un livello qualitativo e quantitativo più basso rispetto alle rifiorenti, hanno il grande vantaggio di poter essere programmabili in maniera più precisa, sul modello della fragola, in quanto tendono a concentrare la loro produzione in brevi periodi.

 


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