Volume: la fragola

Sezione: paesaggio

Capitolo: fragole in sicilia

Autori: Fabio D'Anna, Giovanni Curatolo

Introduzione

La fragola in Sicilia è coltivata da molto tempo, ma solo nell’ultimo quarantennio ha assunto un’importanza di rilievo. Nel 2009, la superficie si è attestata sui 350 ha, dislocata per oltre il 70% nella provincia di Trapani (Marsala, Petrosino, Mazara e Campobello di Mazara); le rimanenti superfici si rinvengono invece nelle province di Siracusa, Catania, presso le pendici dell’Etna, e Messina, sulle zone montuose dei Nebrodi. La diffusione della fragolicoltura è certamente legata a particolari condizioni pedoclimatiche e alla disponibilità di acqua irrigua di ottima qualità. Lo spazio idrico riconoscibile nel tempo, così come è stato tramandato dagli Arabi, in Sicilia si è rinnovato e ampliato grazie ai ritrovamenti di nuove falde idriche. L’acqua ancora una volta ha permesso di ridisegnare i diversi paesaggi agricoli definendo nuove permanenze pur conservando i segni della tecnica agricola precedente. Sono state le coltivazioni che si sono succedute negli anni a definire il paesaggio di questi territori descrivendone peculiarità e specificità, dovute sia al tramandarsi delle tradizioni agricole sia alle innovazioni che l’agricoltura moderna ha acquisito. Queste modifiche sono state anche di tipo morfologico se si fa riferimento alla trasformazione in terreni agricoli coltivabili di parte dei suoli rocciosi denominati Sciare, che si estendono tra Marsala e Mazara del Vallo. La fragolicoltura presente in questi ultimi territori trae proprio origine dalla qualità dell’acqua presente nel sottosuolo roccioso giustificando così la trasformazione dei litosuoli in terreni agricoli coltivabili. La coltura della fragola, infatti, in questi areali ha ridefinito il contatto tra i borghi rurali di Bufalata, Ciavolo, Ciavolotto, Santo Padre, e Samperi, nelle cui campagne ai filari delle colture ortive di pieno campo si sono sostituiti sistemi protettivi più stabili come le serre e i tunnel. Oggi, nel Marsalese è possibile realizzare una produzione che si distingue sul mercato nazionale ed estero per la capacità di produrre fragole in epoca anticipata, dai mesi di novembre-dicembre fino alla successiva tarda primavera, non trovando concorrenza nella prima fase produttiva con la fragolicoltura della Piana del Sele, di Battipaglia e Metaponto. Inoltre, in queste zone della Sicilia, grazie alla mitezza del microclima è possibile realizzare produzioni precocissime a dicembre e a gennaio che permettono di rifornire, per prime, i mercati del Nord, sebbene con limitati quantitativi di prodotto. La specie spontanea (Fragaria vesca, fragolina di bosco) che cresce nelle radure boschive, lungo i muretti, nei luoghi semiombrosi e ai bordi di prati e ruscelli dei rilievi della Sicilia, necessita di un giusto equilibrio fra sole e umidità; i frutti, che sono prodotti a seguito di una sola fioritura (piante unifere) e maturano dalla primavera fino all’estate, attirano lo sguardo per il loro colore rosso che rallegra la vista, inebriano con il loro intenso profumo e deliziano con il loro gradevole sapore. Botticelli nella sua celeberrima Primavera, dipinta nel 1490, rappresenta le fragole nel prato del bosco dove splendide creature coperte di veli trasparenti simboleggiano l’amore che si dona, si riceve e si restituisce; e ancora, Renoir nel 1908 viene attratto dai frutti di fragola per esprimere una immagine di allegria e vivacità scoprendo l’opportunità di concentrarsi unicamente su forma e colore. La fragolina era anche il frutto prediletto sia da san Giovanni Battista, sia da san Francesco di Sales, che ne lodava la fresca innocenza e il meraviglioso sapore. Gli antichi Romani la chiamavano fragrans perché conoscevano e apprezzavano il profumo di questo frutto, che nell’iconografia medievale diviene il simbolo della tentazione. I fiori simboleggiano stima e amore. Se è vero che la fragola era conosciuta sin dai tempi antichi, i tipi di fragole che sono oggi in commercio hanno origini abbastanza recenti. La fragola, infatti, venne introdotta in Sicilia all’inizio del ’900 dall’amministrazione della ducea di Nelson, proprietaria dell’Abbazia di Maniace, delle terre e della città di Bronte alle pendici dell’Etna dal dicembre 1798, quando Ferdinando I re delle Due Sicilie concesse tali territori al famoso ammiraglio, in segno di riconoscenza per l’aiuto apportato nella repressione della giovane Repubblica di Napoli. Furono proprio le produzioni di fragola e fragolina che resero famoso questo territorio sulle pendici dell’Etna. La coltivazione intensiva è stata invece introdotta negli anni ’50 del secolo scorso sui terreni di origine lavica, le cosiddette “terre morte”, senza l’ausilio di irrigazione artificiale. Negli anni ’60 del secolo scorso, con il rinvenimento di acque di falda, la coltivazione si è spostata più a valle con notevoli incrementi sia di superficie sia di produzione unitaria. Negli anni ’70-’80 la coltivazione della fragola ha subito una drastica contrazione dovuta alle scarse precipitazioni, che hanno diminuito la portata d’acqua dei pozzi. Dall’ultimo decennio questa specie è in netta ripresa sia per la scoperta di falde acquifere sotterranee e la costruzione di nuovi pozzi da cui attingere, sia per l’introduzione nel territorio della coltivazione di accessioni rifiorenti. Attualmente, la superficie coltivata a fragola e a fragolina nel comprensorio dell’Etna (Bronte e Maletto) si attesta sui 50 ha. Viene ancora coltivata la vecchia varietà francese Madame Moutot, a frutto grosso, che possiede delle proprietà, intese come profumo, sapore e colore, che la rendono unica. Purtroppo il difetto maggiore è la scarsa consistenza della polpa che ne limita la commercializzazione. Tra le fragoline di bosco si coltivano i biotipi Alpine e Regina delle Valli, entrambi rifiorenti e non stoloniferi, che danno una produzione variabile tra 10 e 20 t/ha in funzione della coltivazione, in pien’aria o in ambiente protetto. I frutti di questi biotipi sono destinati prevalentemente all’industria dolciaria. Si è ridotta notevolmente la coltivazione della fragolina di bosco di tipo unifero locale, originaria dei boschi, che produce un frutto con caratteristiche di qualità, ma con rese molto basse che arrivano appena a 4-5 t/ha. La fragola a frutto grosso (Fragaria x ananassa), fino agli anni ’60 del secolo scorso, veniva coltivata su modeste superfici anche nelle province di Siracusa e Catania utilizzando varietà europee. Agli inizi degli anni ’70 del secolo scorso è stata introdotta in ambiente protetto lungo la fascia occidentale dell’isola, soprattutto nella provincia di Trapani, dove ha trovato condizioni pedoclimatiche favorevoli. La diffusione della coltura è stata agevolata dalle cultivar di origine californiana, Aliso e Sequoia soprattutto, che dalla fine degli anni ’70 hanno trovato riscontri climatici soddisfacenti per estrinsecare le loro capacità produttive, seppur con qualche limitazione di ordine biologico. Sequoia si è diffusa principalmente grazie alla spiccata precocità di maturazione e alle buone caratteristiche organolettiche dei suoi frutti, di forma conica regolare. Dagli inizi degli anni ’80, Sequoia è stata gradualmente sostituita da Douglas, sempre di origine californiana, che ha determinato un aumento negli standard qualitativi del frutto. A metà dello stesso periodo sono state introdotte altre cultivar come Chandler, Parker, Santana e Tustin, oltre alle rifiorenti neutrodiurne Fern e Selva. Chandler, fra queste, è stata l’unica capace di soppiantare Douglas a partire dagli anni ’90 per l’elevata produttività, le ottime caratteristiche di consistenza, colore, brillantezza e qualità organolettiche dei frutti. Questa varietà leader, per un decennio, della fragolicoltura siciliana è stata poi sostituita da Tudla®Milsei di origine spagnola, ma con parentali californiani, che si è affermata soprattutto per l’elevata precocità di maturazione e la grossa pezzatura dei frutti, di colore rosso brillante. Tudla®Milsei è risultata essere l’unica varietà coltivata per più di un decennio in Sicilia. Attualmente, occupa non oltre il 25% della superficie investita a fragola nell’Isola. Tra le nuove cultivar si segnalano Camarosa e Candonga®Sabrosa; quest’ultima, di origine spagnola, è sicuramente quella che sta riscontrando i maggiori successi da parte sia dei produttori sia dei consumatori. Produce frutti di eccezionali caratteristiche qualitative e organolettiche con notevole consistenza della polpa, che garantisce una lunga shelf life nel post-raccolta. Candonga è di media precocità e non molto produttiva, tuttavia impiegando piante fresche con pane di terra (cime radicate) si riesce a ottenere maggiore precocità di maturazione e un aumento di produzione.

Tecnica colturale

Gli indirizzi produttivi sono riconducibili in prima istanza alle caratteristiche del prodotto. Per le fragole a frutto grosso, i sistemi e i cicli di coltivazione che si configurano sono ormai numerosi. Le varianti che maggiormente entrano in gioco sono: la tipologia di pianta, l’epoca di impianto, la durata del ciclo, l’ambiente di coltivazione e la cultivar. Il periodo di raccolta è assicurato dalle differenti condizioni dei luoghi di produzione della Sicilia, che vanno dalle zone rivierasche della provincia di Trapani fino alle pendici dei monti Nebrodi e al Parco dell’Etna. Le coltivazioni più anticipate sono quelle della Sicilia occidentale, in virtù delle condizioni climatiche autunno-vernine nettamente più miti rispetto alle altre zone fragolicole siciliane. Le differenziazioni di maggiore rilievo nell’ambito del comparto riguardano la tipologia di frutto: fragola a frutto grosso e fragolina. La possibilità di realizzare cicli di produzione variabili è legata all’uso di materiali specifici e alle tecniche di propagazione. Per la fragola a frutto grosso, il ciclo autunno-invernale-primaverile interessa circa l’80% di tutta la superficie fragolicola siciliana e viene attuato utilizzando piante fresche a radice nuda o con pane di terra (cime radicate). Questo interesse è dovuto principalmente all’influenza del clima, con temperature invernali minime, all’interno degli apprestamenti protettivi, che non scendono quasi mai al di sotto dei 4 °C e con le massime che spesso superano i 30 °C, nonché all’insolazione che si mantiene elevata per tutto il periodo di coltivazione. In queste condizioni le piante manifestano una continua attività vegeto-produttiva dall’autunno all’inizio dell’estate. Il trapianto viene effettuato generalmente nella seconda decade di settembre per le cime radicate, circa con un mese in anticipo rispetto alle piante fresche a radice nuda. La forzatura delle piante viene eseguita normalmente nei primi giorni di novembre. Attualmente l’orientamento dei fragolicoltori è rivolto verso tunnel multipli realizzati con archi metallici zincati e campate di 5 m di larghezza, con altezza in gronda di 1 m e di 2,5 m al colmo, coperti con film di polietilene additivato con EVA, non fissato in gronda per consentire l’apertura laterale, al fine di permettere una migliore aerazione rispetto ai tunnel singoli e di conseguenza condizioni più favorevoli alle piante con produzioni di maggiore qualità. Fino a poco tempo fa, si ricorreva all’utilizzo di tunnel semplici, larghi 4 m, alti al colmo 2 m, lunghi 30-50 m, con struttura portante in archi metallici e copertura con film di polietilene senza aperture laterali. In questi tunnel le temperature nelle ore di massima insolazione anche nei periodi invernali, in concomitanza della fase di antesi e della produzione, potevano raggiungere e superare i 35 °C, compromettendo la fase di allegagione e aumentando la percentuale di frutti deformati. In primavera, lo stress subito dalle piante induceva nei frutti riduzione di pezzatura, calo del grado rifrattometrico e durezza della polpa. L’impianto d’irrigazione a microportata ha sostituito i vecchi sistemi di irrigazione per scorrimento e a pioggia, responsabili dell’insorgere di fenomeni di marcescenza nei frutti e del manifestarsi di malattie fungine. I sistemi d’irrigazione ad ala gocciolante consentono una migliore uniformità nella distribuzione dell’acqua irrigua, oltre che la possibilità di ricorrere alla fertirrigazione. Tale sistema irriguo permette un risparmio in acqua pari al 50% con aumenti di produzione e migliore qualità dei frutti. In Sicilia, nel restante 20% delle superfici destinate a fragole, l’impianto viene effettuato in estate con piante frigoconservate. La coltura fuori suolo della fragola, pur apprezzata dai produttori siciliani perché si pone come mezzo alternativo alla fumigazione del terreno e soprattutto perché riduce i tempi tra trapianto e raccolta, garantendo produzioni più elevate rispetto alla coltura in situ, occupa una superficie ancora limitata, dovuta alla mancata disponibilità di materiale di propagazione idoneo a tale sistema produttivo: piante già ingrossate di varietà adatte all’ambiente siciliano. La coltura viene effettuata utilizzando sacchi di torba o fibra di cocco spesso posti direttamente sul terreno baulato, rialzato di circa 1 m, o su strutture di legno o cemento. Attualmente si ricorre a piante fresche a radice nuda o con pane di terra (cime radicate) con trapianto autunnale; la coltura per diffondersi avrebbe bisogno di una razionalizzazione della tecnica colturale, soprattutto nella scelta delle cultivar e nel materiale vivaistico, che dovrebbe fornire piante fresche già ingrossate. Tra le tecniche a basso impatto ambientale, alternative all’impiego di sostanze chimiche, assume particolare importanza la solarizzazione del terreno da adibire a fragoleto. Tale tecnica consiste nel ricoprire con film plastico trasparente la superficie del terreno da trattare, già saturo di acqua, cosicché sfruttando la radiazione solare per innalzare la temperatura si favorisce l’instaurarsi di condizioni idrotermiche idonee al contenimento degli agenti biotici e la riduzione della vitalità degli organi di propagazione delle malerbe. Com’è noto, però, l’efficacia di tale tecnica è variabile in relazione all’entità degli innalzamenti di temperatura raggiunti dal terreno, alla loro durata, alla profondità fino alla quale tali incrementi si rivelano utili, alla sensibilità termica dei parassiti e alla loro carica di inoculo. È stato dimostrato che la solarizzazione è efficace se la temperatura del terreno supera per 500 ore valori non inferiori a 37-40 °C, generalmente riconosciuti come soglia termica utile per una riduzione del carico di microrganismi dannosi. In Sicilia la tecnica della solarizzazione si sta diffondendo in molte aziende e i primi risultati appaiono di un certo interesse agronomico se il terreno rimane coperto per circa due mesi (luglio e agosto) con polietilene trasparente.

Coltivazione della fragolina
La fragolina di bosco a frutto piccolo, coltivata principalmente agli inizi degli anni ’60 del secolo scorso nella provincia di Agrigento, nelle zone limitrofe di Sciacca fino alla vallata del fiume Verdura e conosciuta come Fragolina di Ribera, ha avuto la sua massima espansione negli anni ’70 del secolo scorso quando ha raggiunto i 100 ha, a cui è seguito un ventennio di modesto decremento mentre nell’ultimo decennio ha subito una significativa riduzione di superficie fino agli attuali 10 ha. Cause di questa flessione sono da attribuirsi alle basse rese produttive, 4-6 t/ha,, agli elevati costi di produzione, soprattutto di raccolta (meno di 1 kg per ora di lavoro) e alla onerosità delle operazioni colturali, riguardanti principalmente l’eliminazione delle erbe infestanti, che vengono eseguite manualmente. Viene coltivata un’accessione di origine locale, Fragolina di Ribera, originaria dei boschi siciliani, pianta unifera con notevole variabilità genetica, fortemente stolonifera, soggetta a stagionalità produttiva (maggio), con frutto medio-piccolo (inferiore a 1 g). La produzione per questo è destinata ai mercati centro-meridionali, che apprezzano la fragranza e la qualità organolettica dei piccoli frutti. Si tratta di una coltura poliennale (2-3 anni di coltivazione), l’impianto è realizzato in inverno su terreno sistemato ad aiuole o a prode baulate; le piantine vengono disposte a quinconce con densità di 5-6 piante a m2. La coltura viene effettuata a tappeto sfruttando la capacità stolonifera delle piante che, nello stesso anno dell’impianto, arrivano a coprire tutto il terreno. La produttività risulta in stretto rapporto con l’indice di copertura del terreno per cui nell’anno dell’impianto la resa è più modesta, 2-3 t/ha, mentre nel secondo e nel terzo anno arriva fino a 6-8 t/ha. Agli inizi degli anni ’90 del secolo scorso è stata introdotta in ambiente protetto, ma non ha trovato consenso da parte degli agricoltori principalmente per la stagionalità delle produzioni e le basse rese unitarie, mentre la fragolina rifiorente e non stolonifera ha trovato condizioni ottimali e apprezzamento da parte degli operatori. Attualmente, nell’areale del Marsalese (TP) vengono coltivate due accessioni, Alpine e Regina delle Valli, su una superficie di 18-20 ha, in coltura fuori suolo, in vaso riempito con fibra di cocco o torba e alimentato con soluzione nutritiva. L’impianto viene effettuato a fine estate con piante frigoconservate o a inizio autunno con materiale vegetante. La produzione in fuori suolo inizia circa 2 mesi dopo il trapianto e continua per 8-10 mesi con rese medie superiori a 1 kg di frutti a pianta. La densità d’impianto è di 2,5 piante/m2, con produzioni che arrivano a circa 20 t/ha. La qualità organolettica dei frutti di queste accessioni risulta inferiore alla Fragolina di Ribera, soprattutto per la minore fragranza e la poca resistenza della polpa.

Raccolta, manipolazione e destinazione del prodotto

La quasi totalità di fragole e fragoline raccolte in Sicilia viene commercializzata in vaschette di 150 g, poste in numero di 10 per confezione. Un operaio può raccogliere in una giornata lavorativa da 60 a 90 kg di fragole a frutto grosso, in relazione alla varietà e alla quantità di frutti maturi; per la Fragolina di Ribera la raccolta si riduce a 6-7 kg, mentre per le accessioni rifiorenti allevate in fuori suolo si raggiungono i 12 kg. La raccolta per il consumo fresco avviene quando almeno l’80% della superficie del frutto ha assunto il colore tipico della cultivar, mentre per il prodotto da destinare all’industria di trasformazione si aspetta che tutto il frutto sia colorato di rosso intenso. Il numero di raccolte e il tempo medio delle staccate variano in relazione alla cultivar, all’epoca di inizio maturazione, alla tecnica colturale, all’andamento stagionale e alla tipologia di pianta. Generalmente, la fragola a frutto grosso coltivata in ambiente protetto, nel periodo invernale, quando la stagione è ancora fresca, si raccoglie settimanalmente ma, aumentando la temperatura, l’intervallo fra le staccate si riduce fino a 2-3 giorni. Per la fragolina in pien’aria, con accessioni unifere e produzioni fra aprile e maggio, la raccolta avviene ogni 5-6 giorni; in ambiente protetto con accessioni rifiorenti le raccolte possono essere settimanali in inverno e quasi quotidiane a primavera inoltrata. Il frutto destinato al consumo fresco deve essere integro, con il calice e un breve peduncolo per quelle a frutto grosso, mentre per le fragoline si raccoglie il frutto privo di calice e posto direttamente nella vaschetta.

Conclusioni

È dagli anni ’70 del secolo scorso che la fragola a frutto grosso, pur fra alterne vicende, è la regina incontrastata delle colture da frutto in ambiente protetto della costa occidentale della Sicilia. Nella provincia di Trapani la coltivazione si affianca a quella più tradizionale, ma estensiva, della viticoltura da vino, il cui prodotto tipico è il famoso Marsala, vino da dessert che anche nel gusto ben si concilia con la fragola e la fragolina. La fragolicoltura siciliana ha raggiunto in questi ultimi anni apprezzabili traguardi produttivi ed economici grazie alla vocazionalità dell’ambiente pedoclimatico e alla buona professionalità degli operatori locali. Essa rappresenta una della principali fonti di reddito per le piccole aziende diretto-coltivatrici. Si calcola che in Sicilia il reddito lordo della coltivazione della fragola sia superiore a 20 milioni di euro e comporti un fabbisogno di mano d’opera pari a 400.000 giornate lavorative. Per quanto riguarda la fragolina, dal frutto con caratteristiche organolettiche di grande pregio, soprattutto quella spontanea (Fragolina di Ribera), apprezzata dai consumatori di tutta Italia e di non facile sostituzione, si ritiene necessiti di un programma di promozione e valorizzazione del prodotto e soprattutto di un progetto di ricerca che studi tecniche innovative in modo da aumentarne la produttività e ridurne i costi di produzione e di raccolta. L’utilizzo della fragolina rifiorente, sia in ambiente protetto nel versante settentrionale dell’isola sia lungo il versante dell’Etna e fino ai Nebrodi, ha assunto un ruolo importante soprattutto per la capacità produttiva che si protrae per oltre 8 mesi. Il prodotto ottenuto è destinato agli usi di pasticceria. In conclusione, il paesaggio fragolicolo siciliano si sposa molto bene con quello viticolo della Sicilia occidentale e con quello del Parco dell’Etna e dei Nebrodi, pur con le loro specificità di flora e fauna. Tuttavia la sua espansione è subordinata all’ottenimento di accessioni che rispondano al gusto del consumatore, che apprezza fragole dolci e profumate, ma anche del produttore siciliano, che ricerca invece varietà produttive e precoci che riescano a fruttificare con tecniche innovative a basso impatto ambientale come l’utilizzo di piante fresche coltivate su terreno solarizzato e in coltura biologica. Il clima caldo in estate e mite d’inverno e i terreni fertili trasmettono alla fragola fragranza, sapore e dolcezza, caratteristiche uniche che rendono riconoscibili questi frutti nei mercati essendo capaci di comunicare la solarità della Sicilia.

 


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