Volume: la fragola

Sezione: paesaggio

Capitolo: fragola in Piemonte

Autori: Michele Baudino, Sandro Frati

Introduzione

Il binomio fragole-territorio per il Piemonte ha inizio negli anni 1939-41, periodo nel quale si realizzarono le prime coltivazioni di fragola. Sino ad allora venivano raccolte e consumate, esclusivamente, produzioni ottenute da piante spontanee di fragoline di bosco (Fragaria vesca) particolarmente diffuse negli ambienti ombrosi dei boschi di castagno che circondano tutto l’altopiano cuneese. Le prime esperienze che diedero avvio alla coltivazione della fragola a frutto grosso (Fragaria × ananassa) in Piemonte furono realizzate a Peveragno (Cuneo) da un agricoltore conosciuto come Luis d’la Russia o Luis ‘d la mula, che realizzò i primi campi con piantine importate dalla Francia al rientro dai periodi di lavoro stagionale. Dai documenti storici rinvenuti negli archivi del Comune di Peveragno, si evidenzia come, nella seconda metà degli anni ’40, un altro peveragnese chiamato Min del Gavot o Gavotun si cimentò in questa avventura dando così l’avvio all’espandersi della coltivazione della fragola in Piemonte. La diffusione della coltura in numerose aziende determinò, a partire dagli anni 1955-60, un significativo incremento delle produzioni commercializzate, tanto che la coltivazione cominciò a diventare veramente importante per l’areale cuneese, coinvolgendo un numero sempre maggiore di produttori che operavano alle pendici della Bisalta, la montagna che con i suoi 2400 m di altitudine svetta sulla città di Cuneo e sull’intera pianura cuneese. In queste prime esperienze produttive furono messe a punto anche alcune tecniche colturali innovative (per quei tempi) adatte agli ambienti di coltivazione pedemontani, caratterizzati da inverni particolarmente rigidi e da abbondanti precipitazioni nevose. Grazie alle condizioni pedoclimatiche favorevoli (disponibilità di suoli fertili, freschi, leggermente acidi, ben dotati in sostanza organica e ambienti di coltivazione caratterizzati da marcate escursioni termiche giornaliere), i fragoleti prosperarono immediatamente, producendo frutti di alta qualità molto apprezzati dai consumatori. Le produzioni, in quegli anni, venivano convogliate sui mercati locali; le buone risposte produttive ed economiche di queste prime esperienze stimolarono molte aziende a intraprendere la coltivazione della fragola e in breve tempo si videro spuntare ovunque i lunghi filari che caratterizzano questa preziosa coltura. Con il crescere della superficie coltivata la produzione piemontese conobbe ulteriori incrementi andando a occupare spazi commerciali sempre maggiori, giungendo sino ai mercati della vicina Liguria e della Lombardia. Da piccola realtà locale, grazie all’intuizione e all’accortezza di operatori particolarmente avveduti, la coltura della fragola si sviluppò presto su tutto il territorio piemontese andando a interessare dapprima le aree collinari del Roero e del Torinese, e successivamente le aziende della pianura cuneese e alessandrina. Rispetto alle tradizionali coltivazioni ortofrutticole diffuse in quel tempo nelle aree collinari e pedemontane, che non ripagavano di certo le energie spese consentendo solo modestissimi margini di guadagno, lo sviluppo della coltivazione della fragola permise a molti agricoltori di voltare pagina e di abbracciare uno stile di vita maggiormente confortevole. Nel corso degli anni 1960-70 si assistette, a livello territoriale, allo sviluppo di mercati alla produzione. Fra quelli maggiormente rappresentativi si possono citare i mercati di Peveragno, importante punto di concentrazione e contrattazione della produzione locale sino agli inizi del 2000, di Sommariva Perno – Baldissero d’Alba (CN) per la produzione precoce, oggi ancora attivo nella sede di Canale d’Alba, della Piagera (TO) e di Volpedo (AL) a servizio delle produzioni provenienti dalle aree pianeggianti del Piemonte. I produttori conferivano presso questi mercati le fragole confezionate in cassette di legno e trasportate, nei primi anni, su carretti con le ruote di gomma; il traffico di questi veicoli lungo le strade della provincia di Cuneo era tale che presto si dovette istituire un registro per censirli e regolarizzarne la circolazione. Con il passare degli anni il trasporto della produzione subì un’evoluzione e, accanto ai carretti a traino manuale, subentrarono i primi mezzi meccanici. Nel propagandare la fragola ebbero grande merito i sindaci del tempo, che si fecero promotori di una serie di iniziative volte a rendere ancora più popolare la rossa delizia. Tra queste spicca la tradizionale Sagra delle Fragole di Peveragno che prese il via nel 1957 e da allora si pone quale momento di promozione di questo prezioso frutto per l’intera area produttiva della Bisalta. Ancora oggi, questa sagra attira ogni anno una folta schiera di curiosi e turisti. La maggiore diffusione della coltura si raggiunse negli anni ‘70inizio anni ’80 quando, a livello regionale, si stimavano superfici investite superiori ai 1000 ettari con una produzione media annua di circa 15.000 t. In quegli anni si utilizzavano prevalentemente cultivar di fragola unifere con produzioni tardive di maggio-giugno; le posticipate epoche di maturazione rappresentavano un valore aggiunto alla produzione locale. Infatti, il prodotto piemontese andava a occupare uno spazio di mercato tardivo, caratterizzato da ridotta offerta a livello nazionale, associato a una buona domanda. L’elevata qualità della produzione locale unita a una marcata presenza in zona di operatori commerciali favorì, in quegli anni, una significativa corrente di esportazione verso la vicina Svizzera e, successivamente, anche verso la Germania e i Paesi del Nord Europa assicurando prezzi interessanti per un lungo periodo di tempo. Purtroppo a partire dalla seconda metà degli anni ’90 la superficie coltivata e le quantità di questa produzione tipica hanno subito una lenta e costante contrazione. La riduzione degli investimenti produttivi è da ascrivere a una serie di fattori economici e sociali che hanno determinato questa involuzione della coltura. In primo luogo si evidenzia una significativa contrazione delle quotazioni legata sia alla flessione delle esportazioni sia alla forte concorrenza di altre aree produttive italiane ed europee. Parallelamente su tutto il territorio piemontese si assiste a un progressivo invecchiamento della popolazione attiva in agricoltura e a una diffusione significativa, nelle aree tipiche di produzione, di particolari avversità di natura patologica e/o entomologica (collassi di piante, eriofide, oziorrinco) con conseguente contrazione delle rese unitarie. La riduzione degli investimenti è stata graduale e costante nel tempo; attualmente si stimano, a livello regionale, investimenti produttivi attorno a 130-140 ettari suddivisi, equamente, tra produzione in ambiente protetto e in pieno campo. L’evoluzione delle tecniche agronomiche degli ultimi anni (in particolare la diffusione di sistemi di irrigazione localizzati, l’adozione di tecniche di produzione integrata, di coltivazioni in fuori suolo e la forte incidenza di coltivazioni di fragola rifiorente) ha determinato un significativo incremento della produzione per pianta e delle rese unitarie mitigando, in parte, gli effetti della contrazione delle superfici investite e ampliando, per contro, i periodi di commercializzazione. L’areale piemontese attualmente si distingue sul mercato nazionale per la capacità di produrre fragole di alta qualità (determinata sostanzialmente dall’ambiente di coltivazione) per un ampio lasso temporale. In particolare le produzioni locali tardive primaveriliestive si distinguono per elevati contenuti aromatici dei frutti, associati a buona concentrazione di zuccheri.

Tecnica colturale

Per la fragolicoltura piemontese i sistemi e i cicli di coltivazione che attualmente si adottano sono numerosi; le varianti che maggiormente entrano in gioco sono: la cultivar, la tipologia di pianta, l’epoca di piantagione, la durata del ciclo e l’ambiente di coltivazione. In Piemonte i periodi di raccolta differiscono significativamente in funzione dell’altitudine, delle condizioni climatiche e delle tipologie di fragola utilizzate. I primi stacchi (metà-fine aprile) si effettuano normalmente nelle zone collinari del Roero esposte a sud (altitudine media di 200-250 m s.l.m.) dove le piante vengono gestite adottando tecniche di forzatura dei cicli di maturazione con tunnel che proteggono la coltura a partire da gennaio-febbraio. Successivamente si procede con la raccolta nelle aree del Torinese (Verrua Savoia e zone limitrofe) in cui le produzioni sono ottenute all’interno di piccoli tunnel adottando una semiforzatura dei processi di maturazione dei frutti. Queste due aree rappresentano circa il 30% dell’intera fragolicoltura piemontese. A metà maggio entrano in produzione le zone pianeggianti dell’Alessandrino con investimenti di pieno campo (circa il 15% della superficie fragolicola piemontese) per poi proseguire, in maggio-giugno, con le produzioni del Cuneese ottenute con cultivar unifere (circa un 30% dell’intera superficie coltivata a fragola). La diversa ubicazione degli impianti produttivi che caratterizza l’areale cuneese con investimenti a quote comprese tra i 500 e i 1000 m consente, a parità di cultivar utilizzata, una naturale posticipazione dei periodi di raccolta. Successivamente, proprio nelle aree pedemontane caratterizzate da clima estivo fresco trovano collocazione produzioni rifiorenti (si stima un 25% della intera superficie investita) con maturazione scalare da fine giugno sino all’autunno inoltrato quando, con il sopraggiungere dei primi freddi invernali, le piante cessano l’attività vegetativa. Gli impianti della fragola unifera si realizzano nei mesi estivi; si inizia la piantagione a fine giugno-inizio luglio nelle aree montane, utilizzando materiali di propagazione frigoconservati, per poi proseguire nelle zone pianeggianti del Piemonte sino a fine luglio. In alternativa si possono utilizzare piante fresche o vegetanti in vasetto (cime radicate) con trapianti da metà luglio (zone montane) sino alla seconda decade di agosto nelle aree pianeggianti. Gli investimenti di fragole rifiorenti vengono realizzati a inizio primavera (mese di aprile) utilizzando in genere piante frigoconservate di calibro elevato. Per la fragola rifiorente da alcuni anni si fa ricorso, in misura sempre maggiore, alla produzione in fuori suolo adottando substrati contenenti compost con aggiunta di materiali drenanti. Per ridurre l’incidenza dei marciumi e per migliorare gli aspetti di lucentezza e regolarità della superficie dei frutti gli impianti vengono protetti, in fase di pre-invaiatura, con cupolini (tunnel) coperti da film plastici. I tunnel presentano queste caratteristiche: larghezza variabile, di 5,40-6,00 m, lunghezza compresa tra i 30 e gli 80 m, altezza al colmo di 3,5 m e sono mantenuti costantemente aperti sia sui lati sia in testata senza andare a modificare i cicli di maturazione. Il suolo destinato alla coltura viene baulato, sistemato in prode meccanicamente e pacciamato con film in polietilene nero in fase di pre-trapianto, per favorire lo sgrondo delle acque in eccesso nella fase tardo-invernale. Si adottano prode medio-alte (20-25 cm dal piano terra) a forma semisferica. Sotto la pacciamatura viene posizionata l’ala gocciolante. I filari sono distanti tra loro 1,1-1,2 m mentre lungo la fila le piante sono disposte a distanze variabili tra i 30 e i 35 cm con un investimento medio di 3-3,3 piante per metro quadrato. La coltivazione in fuori suolo viene adottata su colture rifiorenti. Il ricorso a questa tecnica può essere considerato un mezzo alternativo alla fumigazione del suolo favorendo, nel contempo, le operazioni colturali di raccolta quando le linee produttive vengono posizionate a un’altezza agevole per gli operatori. I sesti di piantagione adottati nelle aziende consentono l’investimento di 4,5-5 piante per metro quadrato; gli apporti di acqua alle piante vengono assicurati mediante posizionamento di apposita manichetta forata. Particolare attenzione viene posta in zona alla gestione del fragoleto attraverso l’adozione di tecniche di produzione integrata nei confronti dei principali patogeni e controllando specialmente l’apporto di elementi fertilizzanti e di acqua. Il prodotto piemontese oggi presente sui mercati viene particolarmente apprezzato per i requisiti di qualità e di sicurezza alimentare che lo caratterizzano.

Raccolta, manipolazione e destinazione del prodotto

Le fragole piemontesi vengono commercializzate in vaschette da 150-250 g poste in numero di 8-10 per confezione. I frutti vengono staccati quando hanno raggiunto un giusto grado di maturazione (almeno l’80% della superficie dei frutti deve presentare la colorazione tipica della cultivar). Per le fragole unifere gli stacchi avvengono ogni 2-3 giorni mentre per le rifiorenti l’intervallo tra gli stacchi può essere anche portato a 3-4 giorni a seconda delle condizioni ambientali. Il numero di raccolte varia significativamente in funzione delle cultivar utilizzate, della tipologia di pianta e dell’andamento stagionale. Il prodotto viene convogliato in tempi brevi ai magazzini di stoccaggio e immesso, entro le successive 24 ore, nei canali distributivi. La quasi totalità della produzione piemontese viene inviata ai mercati nazionali.

Conclusioni

La fragola ha rappresentato, in particolare negli scorsi decenni, un’importante risorsa economica per le aziende ortofrutticole che operano negli areali pedemontani; una buona disponibilità di manodopera aziendale e cicli di maturazione brevi hanno contribuito alla diffusione della coltura. Molte realtà aziendali, grazie ai positivi riscontri legati alla produzione di fragola, sono riuscite a effettuare investimenti strutturali considerevoli sviluppando, nel contempo, altre attività produttive quali l’allevamento bovino da carne e da latte, le produzioni orticole a ciclo estivo e, in parte, anche la produzione di frutti di bosco, particolarmente diffusa nelle zone pedemontane del Cuneese. La vocazionalità dell’ambiente pedoclimatico e la buona professionalità degli operatori locali hanno favorito la diffusione della coltura. Ancora oggi la fragola rappresenta una delle principali fonti di reddito per le piccole aziende diretto-coltivatrici. Favorevoli situazioni pedoclimatiche, in particolare la significativa escursione termica giornaliera e una buona ventilazione degli ambienti produttivi, assicurano il raggiungimento di interessanti livelli qualitativi, soprattutto relativamente alle caratteristiche di sapore, aroma, dolcezza, croccantezza della polpa anche nella fase centrale estiva, in grado di soddisfare pienamente le richieste dei consumatori più esigenti. Inoltre il prodotto piemontese porta con sé l’immagine di un territorio particolarmente interessante anche dal punto di vista ambientale e turistico, richiamando alla mente le incontaminate vallate alpine e i fondovalle nonché gli ambienti collinari e della pianura alessandrina, torinese e cuneese; terre ricche di tradizioni e di prodotti enogastronomici di elevata qualità, tra cui la fragola.

 


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