Volume: la fragola

Sezione: paesaggio

Capitolo: fragola nella Piana del Sele

Autori: Giuseppe Capriolo

Il territorio campano è geologicamente giovane e morfologicamente vario: la metà della superficie totale è costituita da colline, mentre soltanto il 15% è occupato da aree pianeggianti, situate lungo la fascia costiera e interrotte da gruppi montuosi e collinari. Una ripartizione schematica consente di individuare quattro distinte aree, riconducibili ai sistemi agricoli impiantati: quella dei litorali e delle pianure costiere, quella del preappennino vulcanico e delle colline tirreniche pedemontane, quella dell’Appennino campano e quella collinare pedemontana sul versante Adriatico. Appartenente alla prima area, il territorio salernitano, dalla tormentata orografia e con una superficie di circa 490.000 ettari, è il più esteso tra quelli delle cinque province campane e comprende, tra l’altro, la Valle del Sele, ubicata tra le due coste più importanti della provincia, a sud il paesaggio aspro e incontaminato della costiera cilentana e a nord il fascino della divina costiera amalfitana. Pur essendo in larga parte lambita dal mare, la Piana possiede un’identità storica e culturale, ma soprattutto economico-produttiva, strettamente legata all’entroterra e all’enorme influenza che il fiume Sele ha esercitato e continua a esercitare su di essa. La piana risulta composta dalle parti inferiori dei bacini del Picentino, del Tusciano e dello stesso Sele, fiumi che, insieme a un numero di corsi d’acqua minori, costituiscono il ricco sistema idrografico della zona, che comprende i comuni di Pontecagnano Faiano, Battipaglia, Eboli, Serre e Capaccio. Il Sele scende dall’Appennino campano e attraversa, dalla metà circa del suo corso, la pianura o piana omonima, che soltanto in tempi relativamente recenti, grazie all’opera di bonifica attuata nel ventennio fascista (il 1932 vede infatti la nascita del Consorzio di Bonifica Integrale della Riva Destra del Sele) e alla valorizzazione del territorio, è passata dall’agricoltura del latifondo, estensiva e tendenzialmente cerealicola, a quella intensiva, capace di recepire e adattare le tecnologie moderne consentendo il superamento del gap tecnologico tra l’agricoltura dei Paesi avanzati e quella mediterranea. Il processo di rinnovamento della piana iniziò con il riscatto di un territorio insalubre attraverso la messa in coltura di grandi estensioni, grazie soprattutto a capacità e professionalità imprenditoriali abbinate a passione. In questo modo venne meno l’aspetto desolato del paesaggio, dovuto anche all’allevamento brado di mandrie di bufale, e si ridusse l’incidenza della malaria, malattia fino ad allora endemica nel territorio. Tale processo è stato condotto in due fasi: il prosciugamento del territorio con il passaggio da terreni acquitrinosi e paludosi a fertili terreni agrari e l’utilizzo dell’irrigazione che ha avviato l’insediamento produttivo; è stato inoltre influenzato da aspetti complementari, ma non trascurabili, quali il clima e il frazionamento delle superfici. Il clima, tipico dei territori meridionali, con piogge concentrate nei tre mesi invernali e lunghi periodi di caldo intenso mitigati dalla rete irrigua consortile, favorì l’introduzione di colture foraggere e cerealicole, non più idonee però a reggere il confronto con i nuovi ordinamenti colturali. La maglia aziendale, con superfici eccessivamente frazionate, comprese tra i 5 e i 50 ettari, contribuì al preoccupante diffondersi del fenomeno dell’esproprio dei terreni da adibire ad attività extra-agricole. Con l’adozione di nuove tecnologie irrigue, e l’adduzione di grandi quantità di acqua attraverso la moltitudine di canaline realizzate, esaltanti la produttività e la fertilità del suolo, si è via via intensificata la gamma di colture ad alta redditività. Molte di esse, quali i cereali, il tabacco e la barbabietola, non hanno retto il confronto con altri ordinamenti produttivi; in particolare il tabacco, coltura a più alto reddito, ha subìto un pesante ridimensionamento, anche per il diffondersi della peronospora, che ha reso aleatorie le produzioni. Le nuove colture intensive, condotte per lo più in ambiente protetto, hanno assicurato un’attività lavorativa distribuita nell’intero anno, eliminando la concentrazione di lavoro in un arco temporale ristretto. Preponderante è stato poi l’apporto di manodopera delle aree interne, dalle quali ogni giorno si riversavano nella Piana del Sele grandi masse di lavoratori, contenendo il fenomeno dell’emigrazione e contribuendo all’integrazione tra pianura, zone collinari e montuose. Punta di diamante dell’attività agricola condotta nella Piana del Sele è stata indubbiamente la fragola, introdotta circa 40 anni fa dall’azione meritoria dell’Istituto per il Commercio Estero (ICE), della Camera di Commercio, dell’Ispettorato Provinciale dell’Agricoltura, e da un gruppetto di operatori illuminati, tra i quali il sig. Gennaro Parrilli. L’impulso all’espansione della coltura fu dato dall’adozione della tecnica di semiforzatura, effettuata con l’ausilio di archetti metallici, e da nuovi prodotti plastici, ottenuti dalla tecnologia di sintesi dei polimeri dall’industria petrolchimica. Pertanto la coltura protetta della fragola, dai pochi ettari del 1965 passò agli oltre mille dei primi anni ’80, superando di gran lunga quella operata in pieno campo. La forzatura della coltura consentiva raccolte precoci già dal mese di marzo, in periodi di particolare carenza di prodotto sul mercato, con prezzi quindi molto favorevoli. La superficie fragolicola campana assunse sempre maggiore ampiezza, passando dal 6,2% di incidenza su quella nazionale del 1975 al 14,4% del 1985, e concentrandosi per il 63% nella Piana del Sele. A partire dal 1998 vi è stato un ridimensionamento nella piana e un incremento nell’Aversano, fino a raggiungere una posizione quasi paritaria negli anni 2004-2007, poi una nuova inversione, quella attuale, sempre in termini di superficie investita. In realtà già nel 1996, circa 20.000 agricoltori salernitani avevano tentato di bloccare l’autostrada Salerno-Reggio Calabria per far valere i propri diritti, in quanto la sospensione del pagamento dei contributi agricoli allo SCAU, in virtù dell’esenzione introdotta in Irpinia in seguito al terremoto del 1980, era stata abolita e il pagamento rateizzato dal 1994, con la sola introduzione della fiscalizzazione degli oneri sociali a partire dal 1998. Nel corso degli anni ’90 la piana si è distinta dalle altre aree campane per il prevalere di grandi aziende con superfici da 10 a oltre 100 ettari, monocolturali, condotte con criteri capitalistici, e orientate alla commercializzazione diretta del prodotto. Nell’Agro Aversano, invece, prevalevano aziende medio-piccole, a conduzione diretta, con compartecipanti familiari. L’ampiezza delle superfici, garanzia di occupazione, ha favorito il manifestarsi di una dura realtà, alimentata anche dal fenomeno del caporalato: i pochi lavoratori dei paesi montani limitrofi sono stati affiancati da lavoratori extracomunitari, definiti popolo di invisibili, assorbiti dall’agricoltura intensiva della piana dalle 6 del mattino alle 14, per pochi euro al giorno, in condizioni precarie, spesso senza una fissa dimora o garanzie di sistemazione definitiva. Allo stato attuale, molti di loro, a eccezione di quanto accade in alcune aziende, sono regolarmente assunti in base alla normativa vigente. Altro aspetto rilevante è stato senza dubbio quello varietale: infatti, dagli impianti dei primi anni ’60, che videro l’impiego delle cultivar diffuse nel Nord Italia, quali Madame Moutot, Gorella e Pocahontas, con elevato fabbisogno in freddo invernale, differenziazione fiorale limitata e conseguente riduzione dello sviluppo e della produttività, si passò alle cultivar di origine californiana, appena introdotte e subito apprezzate per i primi buoni risultati conseguiti, essendo costituite in ambienti climaticamente simili a quelli campani. Aliso, molto precoce e abbastanza produttiva per il periodo, dominò lo standard varietale campano degli anni ’70. Successivamente, Tufts tra il 1979 e il 1981, Douglas e Pajaro dal 1982 determinarono l’abbandono di Aliso, per lasciare a loro volta il posto a Camarosa che, per alcuni anni, ha primeggiato in modo quasi assoluto ed è stata affiancata ultimamente da Candonga e Ventana. Attualmente, la tipologia di pianta fresca, rispetto alla pianta frigoconservata utilizzata per anni, ha notevolmente allargato l’arco temporale di raccolta, alienando il concetto di stagionalità della fragola, che viene così prodotta e raccolta 10 mesi all’anno. Altro fattore da non sottovalutare, dal punto di vista pedologico, è stato l’elevato contenuto in argilla di molti terreni situati in Agro di Battipaglia, rivelatisi ottimi per la coltivazione dei fragoleti, con opportuna sistemazione del terreno in prode, con l’ausilio del drenaggio e grazie a cospicue somministrazioni di sostanza organica. La fragolicoltura meridionale non ha avuto, dal punto di vista tecnico, una fisionomia originale derivata da tradizioni locali ma ha direttamente importato gli schemi colturali già in atto nelle regioni settentrionali, adattandoli sapientemente alle peculiari caratteristiche ambientali. Determinante quindi è stato l’apporto della grande azienda, le cui possibilità organizzative ed economiche hanno consentito un rapido aggiornamento tecnico, il più proficuo impiego dei mezzi meccanici, una minore incidenza di alcuni costi e una maggiore capacità contrattuale, anche se la piccola impresa a conduzione familiare consentiva una tempestiva esecuzione di alcune operazioni che, in fragolicoltura, possono portare a sensibili miglioramenti produttivi. Si può citare l’esempio della pacciamatura del terreno con film di polietilene nero, che, nelle grandi aziende del salernitano, viene estesa a tutta la superficie coperta, e non solo a quella delle prode baulate, eliminando il diserbo e contenendo l’umidità. La stessa prode viene generalmente allargata per aumentare la densità di piantagione sino a 90.000-100.000 piante a ettaro. Dire Piana del Sele, oggi, significa descrivere un’area ortofrutticola e fragolicola di estremo interesse, con aziende dotate di metodologie produttive di punta e moderni criteri di gestione, ed è probabilmente l’unica area meridionale che esporta la totalità della produzione e vanta realtà avanzate nella commercializzazione del prodotto ortofrutticolo fresco come pure del trasformato. Tante le caratteristiche positive, insomma, per questa brillante realtà ortofrutticola, punto di forza dell’agricoltura salernitana, che però trova il suo tallone d’Achille nella scarsa propensione all’associazionismo. È diffuso l’eccesso d’individualismo, cosicché il problema resta quello della mancanza di concentrazione e standardizzazione dell’offerta che diano garanzie di sbocchi mercantili e di valore aggiunto al prodotto. Si sta però affermando l’idea di costituire un Consorzio per la valorizzazione dei prodotti della Piana del Sele, dotato di un marchio consortile che accorperà fragole, pesche, albicocche e colture ortive della Piana; le aziende aderenti dovranno impegnarsi al rispetto di restrittivi disciplinari di produzione. D’altro canto, per raggiungere risultati aziendali economicamente validi sarà necessario poter disporre di certezze operative e avere oneri di produzione ragionevoli in termini di costi energetici, servizi, trasporti e manodopera.

 


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