Volume: la fragola

Sezione: paesaggio

Capitolo: fragola nel veronese

Autori: Leonardo Placchi

Introduzione

La provincia di Verona si estende su poco più di 3000 km2 ma, grazie alla sua posizione geografica, presenta una notevole diversità di ambienti per morfologia, natura dei suoli e clima. A ovest il Lago di Garda ne delimita il confine, affiancato nella parte settentrionale dal monte Baldo che, con i suoi 2200 m, si affaccia a est sulla Val d’Adige. La parte settentrionale della provincia continua verso est con l’altopiano della Lessinia che raggiunge i 1800 m, diviso da numerose valli che, come dita di una mano, si estendono verso l’alta pianura. Ai piedi delle montagne troviamo, verso occidente, gli anfiteatri morenici del Garda e di Rivoli Veronese, mentre verso levante si estende l’alta pianura che digrada verso sud nella media e bassa pianura veronese. La provincia gode di diversi microclimi, da quello dovuto all’azione mitigatrice delle acque nelle zone limitrofe al Lago di Garda, a climi propri delle regioni montane sul monte Baldo e sull’altopiano della Lessinia. La zona collinare e pedemontana beneficia di buona esposizione alla radiazione solare e di buona piovosità estiva, mentre l’ampia pianura veronese gode di un clima sostanzialmente omogeneo di tipo continentale con estati calde e inverni freddi e nebbiosi. Grazie a questa particolare situazione geografica la provincia di Verona si presta egregiamente all’attività agricola con un notevole numero di colture come olivo, vite e ciliegio nelle zone collinari, frutticoltura specializzata come pesco, melo e kiwi principalmente nella pianura lungo il corso del fiume Adige e colture orticole, melone e fragola, nella media e bassa pianura.

Prime notizie storiche della fragola nel territorio

Già il poeta mantovano Virgilio elogia le fragole nelle Bucoliche ma si deve arrivare al XVIII secolo con Benedetto del Bene per avere le prime notizie di consociazioni pesco-fragola ananassa (Fragaria × ananassa) a frutto grosso nella provincia di Verona. Le fragole coltivate negli orti erano, oltre alla fragola ananassa proveniente dalla Francia dall’incrocio tra Fragaria virginiana e F. chiloensis, anche altre specie indigene o meno come Fragaria viridis, Fragaria vesca, Fragaria moschata, la perpetua o delle quattro stagioni ecc. come racconta l’ing. Giovanni Battista Perez nelle Osservazioni Agrarie di fine ’800. Lo stesso autore, nel 1880, racconta come le fragole di Verona venissero già allora esportate in Germania dando vita a un rapporto commerciale, basilare per il successivo sviluppo della coltura, che si è protratto fino ai nostri giorni. Circa l’ambiente in cui la fragola veniva coltivata in questa provincia, nel 1904 il conte Luigi Sormani Moretti scrive che la fragola, pur riuscendo ovunque, preferisce terreni sciolti, profondi e freschi, individuando l’epoca migliore di piantagione, in assenza di irrigazione autonoma, dopo i torridi mesi estivi, da settembre a ottobre.

Fragola poliennale d’inizio ’900

È dal primo dopoguerra che alcuni agricoltori cominciano a importare dalla Francia piante di una nuova varietà, Madame Moutot, con frutti molto dolci e di elevata pezzatura, che verrà localmente conosciuta come el fragòn. Madame Moutot assume un’importanza sempre maggiore nella fragolicoltura veronese tra le due guerre: dai 130 ettari di fragole a frutto piccolo degli anni ’20, con una produzione di 2600 q, si è passati ai 750 ettari di fragole a frutto grosso, con una produzione di 36.600 q degli anni ’40. Negli anni ’50, el fragòn Madame Moutot viene parzialmente sostituita da varietà con frutto più piccolo ma contraddistinte da una spiccata precocità e da ottime caratteristiche organolettiche dei frutti, come Perla e, successivamente, Regina di Verona. La tecnica colturale adottata era la coltura poliennale, dai 2 ai 4 anni, spesso consociata ai giovani impianti di pesco, pero o vite. L’impianto avveniva utilizzando gli stoloni ottenuti dalle colture esistenti in zona, tra ottobre e novembre, evitando i caldi mesi estivi, su baulature e in quinconce o meglio in file semplici, con irrigazione a scorrimento per infiltrazione laterale. Nella primavera successiva all’impianto spesso non si aveva produzione, che invece cominciava dal secondo anno di coltivazione per continuare in maniera soddisfacente nel terzo e, raramente, anche nel quarto anno. La zona di produzione si estendeva nelle zone moreniche irrigue delle colline occidentali, nonché in quelle con terreni sciolti del medio Veronese che godevano di acqua di irrigazione.

Nuove varietà e sviluppo della coltura protetta

Gli anni ’60 vedono l’introduzione di nuove cultivar nel panorama varietale come Senga Sengana proveniente dalla Germania, con frutti di pezzatura media e colore rosso cupo e Hummi Grande, anch’essa tedesca, con frutti di grossa pezzatura. Sono gli anni del boom economico e i mercati stranieri premiano sempre più le produzioni precoci. In questo contesto comincia l’impiego di materie plastiche per coprire la coltura con tunnel, e il suolo con la pacciamatura, permettendo di anticipare la maturazione dei frutti anche di 10-12 giorni. Dalle prime applicazioni, costituite da piccoli tunnel coperti con film di plastica trasparenti, sostenuti da archetti rappresentati da rami di carpino, faggio o castagno e successivamente da tondini di ferro, si è giunti rapidamente alla costruzione di ampi tunnel affiancati. Si stima che alla fine degli anni ’60, nel Veronese, la superficie coltivata coperta con tunnel di vario tipo superasse già il 50% e nel 1975 avesse raggiunto addirittura il 90% facendone l’area più importante d’Italia per la fragolicoltura protetta. L’impiego generalizzato di materie plastiche ha trasformato la coltura tradizionale da poliennale ad annuale.

Coltura autunno-primaverile

Con l’introduzione del trapianto estivo, l’utilizzo di piante frigoconservate di buona qualità e sfruttando la predisposizione di alcune varietà, nei primi anni ’70, Tiziano Tosi, tecnico veronese impegnato nella fragolicoltura in stretta collaborazione con alcuni agricoltori di Raldon, si rende conto che da un singolo fragoleto è possibile avere un doppio ciclo di fruttificazione, il primo nel periodo autunnale, 40-50 giorni dopo la piantagione, e il secondo nella primavera successiva. Il trapianto estivo, nei mesi di luglio-agosto, necessita di irrigazioni brevi e frequenti ed è reso possibile solo grazie all’irrigazione autonoma delle aziende, non più vincolate ai turni di irrigazione. Piante frigoconservate, coltura protetta e trapianto estivo sono i fattori che stanno alla base della produzione autunnale, sviluppata negli anni ’70 e affermatasi definitivamente negli anni ’80, caratterizzando la fragolicoltura veronese fino ai giorni nostri. Questa produzione autunnale, inferiore a quella primaverile, oltre a coprire un periodo di produzione fuori stagione, ha ridotto l’incidenza di una malattia che determina il collasso della pianta nella primavera successiva. Il panorama varietale di quegli anni vede Gorella, varietà ottenuta a Wageningen in Olanda, come varietà dominante. Si tratta di una cultivar molto produttiva, che ha permesso di aumentare le rese per ettaro, ma particolarmente suscettibile al collasso della pianta durante la fruttificazione primaverile. Oltre a Gorella si affermano altre varietà che ben si adattano alla coltura protetta e autunnale veronese come Red Gauntlet di origine inglese, Pocahontas di origine americana, Belrubi di origine francese e Confitura di origine olandese. Dopo l’euforica espansione della coltura negli anni ’70, sotto la spinta delle innovazioni tecniche e della positiva situazione commerciale, già dai primi anni ’80 la coltura della fragola comincia a subire un notevole ridimensionamento, dai 1400 ettari del 1980 agli 800 ettari coltivati nel 1983, principalmente a causa dell’incremento generale dei costi di produzione. La fragola abbandona le aziende condotte in economia e si localizza nelle aziende medio-piccole a conduzione familiare dove per la notevole capacità e per l’esperienza dei produttori si riescono a ottenere delle rese a ettaro sufficienti per rendere la coltura ancora redditizia. Ormai si coltiva quasi esclusivamente sotto tunnel multipli, tipologia universalmente conosciuta come tunnel veronese, su terreno pacciamato e fumigato, con impianto di irrigazione localizzata con manichetta forata. Negli anni ’80 il panorama varietale si arricchisce di nuove cultivar come Addie e Dana, primi risultati positivi del programma di miglioramento genetico italiano, e come Chandler dalla California. Addie in particolare si imporrà per le buone caratteristiche produttive e organolettiche dei frutti, adattandosi perfettamente alla coltura protetta e sarà gradualmente preferita a Gorella perché più resistente al collasso delle piante.

Fuori suolo e fragolicoltura moderna

Marmolada, cultivar ottenuta per incrocio da Gorella dal CIV di Ferrara, caratterizzata da una produttività molto elevata ma con caratteristiche qualitative dei frutti medie o scarse, dominerà la fragolicoltura veronese per tutto l’ultimo decennio del secolo scorso insieme a Elsanta, anch’essa ottenuta da Gorella in Olanda, a Chandler e Addie. Sulla spinta delle esperienze raccolte in Olanda prima e in Trentino poi, si diffonde rapidamente nella provincia di Verona la tecnica di coltivazione fuori suolo, sfruttando anche la predisposizione di varietà come Marmolada ed Elsanta. Nel 1996 la fragola in fuori suolo interessava circa 38 ha. La coltura fuori suolo si era proposta come alternativa alla coltura autunnale in suolo, permettendo di superare le problematiche relative alla stanchezza del terreno e di ottenere maggiori produzioni unitarie e superiore qualità dei frutti. A cavallo del 2000 la varietà Chandler viene rapidamente sostituita da Tudla, di origine spagnola e, pur restando Marmolada la varietà di riferimento, vengono introdotte nuove varietà come Miss, di origine italiana, interessante per il periodo precoce, e Tethis, ottenuta dal CIV di Ferrara. Nel nuovo millennio la fragola veronese si conferma come il più importante bacino produttivo del Nord Italia. La tecnica colturale rimane sostanzialmente invariata con l’utilizzo di piante frigoconservate e la predominanza della coltura autunno-primaverile, ormai tradizionale nel Veronese. Il panorama varietale subisce una rapida evoluzione per assecondare le richieste produttive e commerciali: Tethis, Patty (di origine italiana) e Darselect sono le cultivar predominanti della prima parte del decennio. Nella seconda parte si affermano Alba e Roxana di New Fruits di Cesena e vengono diffuse commercialmente Eva, Dora e Irma, frutto del lavoro di breeding pubblico-privato per il Veronese. Eva in particolare si impone rapidamente come la varietà di riferimento grazie alla buona adattabilità alla coltura autunnale e alle buone caratteristiche del frutto, in particolare l’elevata consistenza, il colore rosso chiaro-aranciato, la forma allungata e attraente. La fragolicoltura veronese, ricca di un’antica tradizione e di un’elevata professionalità degli agricoltori, partendo da una semplice consociazione colturale come coltura secondaria fino alla moderna coltura autunno-primaverile e al fuori suolo, grazie anche a una rapida evoluzione varietale, ha sempre rappresentato un importante settore per l’agricoltura locale e un esempio di dinamicità per tutta la fragolicoltura nazionale.

 


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